Land grabbing: l’accaparramento delle terre nel 2020

Negli ultimi decenni, il tema della sovranità alimentare sta assumendo crescente rilevanza nel contesto degli equilibri geo-economici internazionali e nelle strategie politiche ed economiche di diverse potenze. Si stanno intensificando gli sforzi necessari non solo a garantire in maniera sistemica la tutela delle filiere di approvvigionamento, ma anche ad acquisire un ruolo predominante nella partita globale del mercato del cibo. La globalizzazione neoliberista e le sue conseguenze hanno creato mercati e terreni di competizione anche nel settore cruciale e delicato delle materie prime alimentari. In questo contesto, la sovrapposizione tra le logiche economiche del capitalismo finanziario, l’attivismo politico degli attori dei Paesi più sviluppati e la presenza di ampie aree aperte alla “conquista” degli operatori esteri nei Paesi in via di sviluppo ha scatenato una corsa globale agli investimenti e all’accaparramento degli asset agro-alimentari ed ambientali. Pochi fenomeni certificano meglio queste dinamiche quanto il cosiddetto land grabbing (letteralmente “accaparramento della terra”).

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Cosa si intende con il termine “land grabbing”

Con questo termine “pigliatutto” si è definito in ambito mediatico e politico la corsa all’accaparramento di terre in Paesi in via di sviluppo scatenatasi a seguito della crisi mondiale dei prezzi alimentari connessa alla buriana economica del 2007-2008 e all’aumento dell’attivismo economico sulla scena globale di economie emergenti, principalmente asiatiche, desiderose di tutelare la propria sovranità alimentare.

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Le dinamiche del land grabbing

L’accaparramento della terra comprende al suo interno sia l’acquisizione di contratti a opera di attori privati che quella posta in essere da governi, fondi sovrani, partecipate pubbliche. L’azione non è di per sé connotata con termini critici o accezione negativa. Il volume assunto nel corso degli anni dal fenomeno, però, lascia intendere che nella prima parte del XXI secolo si sia verificato un vero e proprio assalto alla disponibilità di terreni produttivi posti sotto la sovranità di Paesi ricchi di risorse naturali ma privi del capitale umano, tecnico o finanziario per valorizzarlo. Questa asimmetria ha aperto la strada alla conquista economica da parte di operatori europei, nordamericani o orientali.

Con l’aggravante che, in diversi casi, i terreni sono sottratti a comunità locali, piccoli coltivatori o imprese di dimensione famigliare per passare nelle mani di grandi gruppi multinazionali o imprese finanziarie che con la loro azione, come ha rilevato Raj Patel ne I padroni del cibo, contribuiscono a impoverire la varietà biologica dei prodotti coltivati, la resilienza delle colture agli shock ambientali, la qualità dei terreni.

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Le cause del land grabbing. Il caso dell’Africa

Come si è argomentato su Eurasia – Rivista di studi geopolitici, a inizio 2020. “L’accaparramento della terra è un fenomeno che si inserisce pienamente nel grande filone dell’approccio alle risorse naturali tipico del finanzcapitalismo”, estremamente predatorio come hanno già avuto modo di denunciare da sinistra il sociologo Luciano Gallino e il geografo David Harvey e da destra il filosofo conservatore Roger Scruton (scomparso a inizio anno).

“In questo processo”, si notava principalmente in riferimento al caso dell’Africa (continente oggetto di circa due terzi degli investimenti) “il paradosso più lacerante in cui si impiglia il finanzcapitalismo è che la creazione di ricchezza finanziaria, ottenuta dalla cosiddetta valorizzazione di risorse naturali, è in realtà ampiamente sorpassata dalla distruzione permanente della ricchezza ecologica del pianeta (risorse ittiche, foreste e altri biomi a rischio)”, fattispecie ancor più vera quando i terreni oggetti di acquisto sono poi abbandonati allo sfruttamento minerario.  A ciò il land grabbing assomma “la distruzione dei potenziali e più prossimi mercati di sbocco attraverso la riduzione della sicurezza alimentare e, di converso, della stabilità interna dei Paesi che cedono terreni destinati alla produzione per l’esportazione”.

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Approvvigionamento alimentare e land grabbing

L’approvvigionamento alimentare ha assunto una rilevanza maggiore con l’avvento della crisi pandemica. La corsa all’accaparramento non ha, però, tenuto in considerazione la salvaguardia dell’ambiente. I terreni, adibiti alla produzione di una sola coltura, perdono biodiversità, inaridendo il suolo. Trascurano la sostenibilità della filiera, escludendo le popolazioni indigene dal processo di lavorazione. Questo impoverimento generale degli ecosistemi naturali può avere conseguenze gravi anche sull’uomo. Almeno la metà delle trasmissioni di malattie da animali a essere umani è causata da mutazioni di virus dovuti a promiscuità ambientali. Così, i governi facilitano le transazioni, per riuscire a ottenere l’accesso al credito.

Tra i gruppi di studio maggiormente attenti al monitoraggio del fenomeno si segnalano Focsiv, la federazione dei volontari nel mondo e Cidse, l’alleanza delle Ong cattoliche internazionali. In particolare, Focsiv ha realizzato il rapporto “I padroni della Terra”, giunto nel 2020 alla terza edizione. Elaborando i dati dei contratti e cercando di studiare i casi concreti Focsiv, riporta il Servizio d’Informazione Religiosa, vuole dare le misure reali di “una “continua corsa alla terra”. Nuovi investimenti su grandi appezzamenti per la produzione di monoculture per l’alimentazione umana e animale escludono le popolazioni indigene. Degradano la terra, facendone perdere le biodiversità e contribuendo al riscaldamento del pianeta.

Investitori e target: una misura del fenomeno

I 2100 contratti monitorati nel 2020 mostrano l’interesse per 79 milioni di ettari di terreno. Il numero in relativa diminuzione rispetto al 2018. In quell’anno, la superficie presa in considerazione era di ben 88 milioni di ettari, pari a otto volte la dimensione del Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador. In ogni caso, enormemente significativo.

La pandemia non ha rallentato le compravendite, che stanno continuando. Con più di 17 milioni di ettari, la Cina si attesta come il maggior Paese investitore. Dopo il colosso asiatico, ci sono Stati Uniti, il Canada, il Regno Unito e la Svizzera. Come target principali compaiono il Perù, la Repubblica Democratica del Congo, l’Ucraina e il Brasile. Interessante è la posizione della Russia, che ricopre entrambi i ruoli. La motivazione risiede nel tipo di accordi stipulati, visto che spesso sono imprese nazionali ad appropriarsi dei terreni.

Terre prese, vendute, distrutte

Ogni anno, Focsiv approfondisce le situazioni in alcuni Stati particolarmente colpiti dal land grabbing. I Paesi che comprendono parte della foresta amazzonica sono tra loro. Nonostante alcune costituzioni proteggano la natura, tanto da essere un esempio a livello globale di buen vivir, la realtà si dimostra differente. Ecuador, Perù e Colombia hanno aumentato in modo deciso le esplorazioni petrolifere, minacciando sistematicamente l’equilibrio del polmone verde del mondo. Le aziende e banche coinvolte continuano ad affermare la loro sensibilità per la protezione ambientale. Ma le trivellazioni comportano un impatto decisivo sul clima e sui diritti umani delle popolazioni indigene. Esse tentano, con grandi sacrifici, di opporsi alla distruzione del territorio di cui si sentono protettori. 

Le proteste dei popoli hanno, però, portato a una rallentamento, almeno parziale, dell’attività distruttiva, facendo causa per non aver agito secondo il principio del consenso informato. In Ecuador, la nazione indigena dei Waoriani ha bloccato la produzione industriale, costringendo l’intero Paese a fermarsi. La resistenza ha inciso sulle compravendite, che, nel gennaio 2020, sono state sospese.

Alcuni casi esempio di land grabbing e le relative conseguenze

Ecuador: Andes Petroleum e land grabbing

Petrolio in cambio di prestiti: questo è l’accordo tra Andes Petroleum e il governo ecuadoriano. La partnership è stata siglata con due aziende cinesi, China National Petroleum Corporation (CNPC) e China Petrochemical Corporation (Sinopec). Leader nel settore estrattivo, tentano da anni di arrivare a monopolio delle risorse nello stato sudamericano. Le popolazioni indigene presente hanno dovuto emigrare o non possono più vivere in isolamento. Inoltre, denunciano interferenze e scorrettezze nelle concessioni, appellandosi alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), che si è espressa a favore dei Kichwa e dei Sarayaku, costringendo lo Stato a ripagarli del danno. 

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10000 barili al giorno: la Frontera peruviana

Non solo interessi cinesi. Anche i canadesi desiderano perforare il suolo sudamericano per fini estrattivi, attraverso la Frontera Energy Corp (FECCF). Dopo dieci anni di proteste, nel 2017 l’impresa ha deciso di abbandonare le terre, a seguito dei continui sabotaggi da parte degli attivisti e degli indigeni. Il più grande giacimento peruviano, al massimo della produzione, riusciva a produrre 10000 barili al giorno. Come riportano alcune fonti locali, sono stati registrati «lagune con petrolio, animali contaminati, pesci morti, disordini sociali e maltrattamenti di uomini, donne e bambini». Per bonificare l’area, dovrà essere impiegato più di un miliardo di dollari.

Le conseguenze ambientali e sociali sono devastanti per l’ecosistema e, spesso, risultano irreversibili. Lo spreco di risorse, l’inquinamento di falde e corsi d’acqua, la sempre maggiore sterilità dei terreni distruggono irrimediabilmente la possibilità di abitare o, almeno, custodire, queste aree. Importanza fondamentale è data alla riflessione di Papa Francesco, durante il Sinodo per l’Amazzonia contro il nuovo colonialismo. Durante le giornate di dialogo, sono stati approfonditi temi come la giustizia ambientale e quella sociale, condannando i crimini contro la natura e chi tenta di proteggerla, fino alla morte. Lo stesso report è dedicato ai «472 leader indigeni che sono stati uccisi dal 2017 al 2019 per essersi opposti alla devastazione e all’inquinamento su grande scala di foreste, terra e acqua, lottando in difesa del Pianeta e del diritto di ciascuno a vivere in un ambiente salubre e sostenibile.»

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Dall’America all’Africa: land grabbing in Repubblica Democratica del Congo

L’approvvigionamento energetico è un tassello importante per le nostre società. Anche la transizione “verde” ha ripercussioni su altre parti del mondo, visto che i problemi di produzione sono sistemici. Esempio chiaro è la “battery economy”, ossia la filiera delle batterie ricaricabili. Espropri, violazioni dei diritti umani, land grabbing sono solo alcuni degli effetti collaterali e negativi per Paesi come la Repubblica Democratica del Congo (RDC), che soffrono questa violenza a causa della presenza di nichel, litio e cobalto. 

I controlli insufficienti da parte di grandi multinazionali hanno peggiorato la situazione  nello Stato. Questo è valido, in particolar modo, nella provincia di Lualaba, dove viene prodotto il 70% del cobalto. Poche organizzazione non governative, come la Good Sheperd International Foudation e la Bon Pasteur Kolwezi, continuano a monitorare il territorio. Cercano di strappare i bambini dal lavoro minorile, facendoli studiare.

Inoltre, tentano di stabilire connessioni in diverse piattaforme multi-stakeholders, per garantire il confronto. Di sicuro, un primo passo, che, però, non è sufficiente per cambiare in profondità le distorsioni e gli abusi perpetrati, anche a causa dell’assenza di un quadro normativo comune ed efficace. Così, la corruzione diventa sempre più generalizzata, impossibilitando una raccolta dati che possa far emergere la reale condizione di lavoratori e ambiente. Come si evince dal rapporto, «la domanda di cobalto, in quanto componente fondamentale, ha subito un aumento esponenziale negli ultimi anni.» Infatti, essa è triplicata tra il 2010 e il 2016, con un’ulteriore crescita del 64% entro il 2025. 

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Land Grabbing Illustrazione

Accaparramento e investimenti in Camerun

La posizione geografica del Camerun è vantaggiosa: posizionato sopra l’equatore, questo Stato possiede terreni fertili, appetibili sia a imprenditori locali che stranieri. L’incidenza di povertà si attesta a quasi il 40% della popolazione, che è ricco, al tempo stesso, di risorse naturali. Nel solo 2020, sono stati stipulati 48 contratti, su un terreno che si estende per più di due milioni di ettari. Di essi, circa il 50% è nazionale. Per quanto riguarda gli investitori internazionali, invece, l’Italia si attesta al primo posto, con 310000 ettari, suddivisi in due contratti.

Casi come Heracklès Farm e Socapalm/Socfin mettono in luce le problematiche della privatizzazione di grandi appezzamenti adibiti a monocoltura. Dirette conseguenze diventano, così, denunce e turbolenze politiche. La contaminazione chimica e l’inaridimento del suolo in zone fertili come quelle del Camerun aiutano la desertificazione, costringendo alla povertà la popolazione. 

A pagarne il prezzo più alto è l’intera popolazione, in particolare donne e bambini. Con la privazione dei mezzi di sussistenza, causati dagli espropri, i diritti delle minoranze e dei gruppi fragili sono calpestati con più facilità. Per assicurare un miglioramento dello standard di vita, si raccomanda di assicurare legalmente le terre ai legittimi proprietà, compensare le comunità vittime di landd grabbing, fornire strumenti per attuare politiche di investimento sostenibile, formalizzando la parità di accesso alla terra da parte di uomini e donne. 

Di Andrea Muratore* e Natalie Sclippa

*Della redazione di Kritica Economica.

Vegani e vegetariani part-time. La dieta che tutti potremmo adottare

vegetariani

Che la carne inquini è ormai una certezza. Ne abbiamo scritto in passato ed esistono infiniti articoli scientifici che convalidano questa tesi. Spesso il dibattito finisce per estremizzarsi ai due poli: chi ha fatto scelte radicali e non accetta neanche derivati animali in modo permanente, i vegani appunto, e chi non riesce proprio a rinunciare alla bistecca e ne va quasi orgoglioso (spesso ridicolizzando la prima categoria). Oggi vorremmo analizzare una terza via possibile. Sta infatti spopolando la moda delle cosiddette diete “part-time”: sempre più persone stanno modificando le proprie abitudini alimentari diventando, per esempio, vegetariani o vegani solo in alcuni momenti del giorno, della settimana o dell’anno. Potrebbe essere una soluzione valida per il clima?

vegetariani part-time

La moda delle diete vegetariane o vegane part-time

Per cominciare, ricordiamo che la lettura più recente ed interessante su questo argomento è Possiamo salvare il mondo prima di cena di Jonathan Safran Foer. Nel libro, acquistabile nella nostra sezione Libri sull’ambiente, vengono riportati i principali studi degli ultimi decenni, fra cui il dibattito su quanto pesi la carne nell’inquinamento del pianeta. Il consenso scientifico è sempre più unanime e molti oramai attestano che cambiare abitudini alimentari sia “la più grande singola azione per ridurre il proprio impatto sul pianeta”. Il focus di questo articolo, però, è capire se l’adozione di una dieta vegana o vegetariana “part-time” possa incidere ugualmente sulla nostra impronta ecologica, senza rinunciare definitivamente alla carne e ai derivati animali.

Leggi il nostro articolo: “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perchè il clima siamo noi”. Il caso letterario dell’anno

Benefici per la salute e per l’ambiente

La moda delle diete part-time risulta originale perché alla privazione totale preferisce la limitazione volontaria. Per facilitare questo compito, molti movimenti si sono dati dei nomi che fissano una vera e propria routine. Il più famoso si chiama “VB6 (Vegan Before 6, che significa vegani prima delle 6), ed è stato fondato da Mark Bittman. La sua è stata una scelta principalmente dovuta alla salute. Il suo dottore infatti gli ha suggerito una dieta vegana per fargli perdere peso e ristabilire molti dei valori irregolari che avevano segnalato le analisi del sangue. Non accettando l’idea di privarsi della carne e degli altri derivati per sempre, Bittman si è dato la regola di limitarne il consumo ai pasti serali.

Perché proprio nei pasti serali? Non c’è nessuna motivazione scientifica, semplicemente – ha detto Bittman – “la sera ci si vuole divertire”. In sei settimane i risultati sono stati strabilianti per la sua salute. Il suo movimento ha inevitabilmente influenzato anche il dibattito ambientale e tutto il nuovo filone delle diete part-time. Il messaggio importante che Bittman lancia, per esempio nel video sottostante, è che non si tratta solo di evitare la carne, ma anche il cibo spazzatura o altamente processato.

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Vegetariani e vegani part-time. Oltre il consumo di carne

Anche l’esperimento fatto da Jess Ho e riportato sul Guardian prova ad espandere il concetto e a sottolineare come il dibattito non si possa limitare al consumo di carne. Essendo un critico gastronomico, Ho ha ammesso che il suo lavoro sembrava inizialmente un grosso ostacolo per l’adozione della dieta part-time. Ad esempio ha menzionato il fatto che anche nel vino e nel Campari, apparentemente a base vegetale, possono esserci tracce animali per dare la giusta colorazione. L’autore ha comunque deciso di accettare la sfida e ha scelto di adottare una dieta vegana per tre giorni a settimana, 9 pasti in tutto. E dato che il motivo principale fosse proprio di carattere ambientale, si è dato le seguenti regole:

1. No ad alimenti trasformati (per la grande energia richiesta in fase di produzione)
2. No a cereali che provengono da fonti “non etiche” (per esempio, l’assurdità della moda della quinoa che deve attraversare migliaia di chilometri per arrivare nel nostro piatto)
3. No al latte di mandorle (per la grande quantità di acqua richiesta in fase di produzione e tutti gli effetti collaterali, come lo sterminio di api)
4. No ai cibi fuori stagione

Ecco cosa ha scoperto Jess Ho durante il suo esperimento: “meno mangiavo la carne e meno ne desideravo”. La sua dieta part-time, prima limitata a tre giorni a settimana, è diventata di quattro giorni, poi di cinque, fino al punto che ora mangia carne e derivati animali solo quando è con gli amici o a pranzi di lavoro. Il critico gastronomico fa riferimento a due o tre piccoli effetti collaterali negativi. Come anticipato dall’introduzione a questo articolo, il più rilevante è che “la gente avrà una lunga lista di commenti da fare a riguardo e che riterranno che sia obbligatorio che tu li ascolti. Quanto è fastidioso!”.

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Il consenso scientifico

A livello accademico la teoria delle diete part-time sta ricevendo i primi consensi. L’Economist ha riportato lo studio della Johns Hopkins University sull’impatto ambientale delle sostituzioni alimentari. Oltre ad evidenziare effetti altamente positivi per la salute, i benefici per l’ambiente sono impressionanti: diventare completamente vegetariani taglierebbe il 30% delle emissioni individuali annuali legate al cibo, mentre adottare una dieta vegana part-time, ovvero per due terzi dei pasti, porterebbe ad una riduzione del 60% della propria impronta ecologica alimentare. Una cifra che sale all’85% con una dieta vegana adottata 365 giorni all’anno, per tutti i pasti. Risultati altrettanto incoraggianti sono stati riportati in un articolo di Internazionale.

Se tutti fossimo vegetariani o vegani part-time

Dunque, le diete part-time potrebbero essere una valida alternativa per tutti coloro che non riescono ad evitare in assoluto il consumo di carne o derivati animali, ma che vogliono ugualmente migliorare la propria salute e quella dell’ambiente. Mark Bittman ha dichiarato che Vegan Before 6 è nato per gioco, ma che la chiave del suo successo sta nella disciplina e, allo stesso tempo, nella possibilità di poter sgarrare. Se non riusciamo ad essere completamente vegani, possiamo certamente sforzarci di astenerci dalla carne qualche ora o qualche giorno a settimana. E soprattutto, possiamo certamente evitare di giudicare o ridicolizzare chi ha compiuto una scelta ancor più radicale, perché i benefici per l’ambiente sono anche a nostro favore.

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Coronavirus: compriamo locale e di stagione. Ora più che mai

Non è stato difficile, da parte dei media ma anche da chi quei momenti li ha vissuti davvero, paragonare questo periodo di restrizioni a causa del coronavirus a ciò che avveniva durante e dopo le due guerre mondiali. Coprifuoco, limitazioni alla libera circolazione, preoccupazione per i propri cari, ospedali pieni, medici costretti a prendere decisioni indicibili, le sirene delle ambulanze che sfrecciano a ogni ora del giorno e della notte su strade vuote, lasciando un vuoto anche in noi stessi ad ogni passaggio.

Noi stiamo un po’ meglio

Sono però abbastanza sicura che, se chiedessi a mio nonno quanto il paragone con la guerra sia azzeccato, mi risponderebbe che no, non è la stessa cosa. Tolto, ovviamente, il settore ospedaliero il quale, purtroppo o per fortuna, non si trova pienamente all’interno del nostro raggio di consapevolezza.

Mio nonno ci raccontava sempre una storia che, ora me ne rendo conto, aveva il secondo fine di educare me e i miei fratelli alla parsimonia e alla gratitudine. Come regalo della prima comunione, egli aveva ricevuto il permesso di mangiare un uovo intero, senza doverlo dividere con i suoi otto fratelli.

Ecco la differenza: per il momento noi, di uova, possiamo mangiarne quante ne vogliamo. Dobbiamo solo avere l’accortezza di comprarle una volta alla settimana, di stare a distanza dalle persone e, se siamo tra i fortunati che sono riusciti ad accaparrarsela, indossare una mascherina. Infine, se è possibile, comprarle dal contadino di fiducia, oppure controllare che provengano da un allevamento vicino alla nostra città. Di seguito vi spiego il perché.

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La crisi del settore turistico

Uno dei più temibili effetti di questa epidemia in Italia è quello che ha colpito il settore turistico. Chi ci fa visita ama comprare il cibo locale e vivere la vera “Italian experience“. Certo, qualcuno viene abbindolato da falsi “local restaurants” che di local hanno ben poco.

Ma, con i numeri del turismo registrati in Italia, possiamo essere certi che molti viaggiatori hanno un ruolo importante nel supportare i veri local shops. Secondo l’Istat nel 2018 gli esercizi ricettivi italiani hanno registrato circa 428,8 milioni di presenze e 128,1 milioni di arrivi, raggiungendo il massimo storico. Questi numeri hanno reso l’Italia il terzo Paese in Europa per numero di turisti, dopo Spagna e Francia.

E adesso? Il nulla. Milioni e milioni di persone bramose di assaggiare le specialità italiane sono sparite nel giro di pochi giorni. Una grande tristezza per tutti, una rovina per molti.

No ristoranti, no fornitori

Un altro effetto negativo dell’epidemia di coronavirus è quello della chiusura di bar e ristoranti. All’inizio era una decisione presa dai locali stessi per tutelare le loro attività.

Dovendo infatti mantenere delle rigide regole di orari e gestione della clientela, come ad esempio la distanza di un metro tra le persone, molti hanno preferito non rischiare multe salate, o non essere la causa di contagi evitabili. Tantissime attività, quindi, hanno chiuso le serrande ben prima della decisione del premier Conte di chiudere qualunque bar, locale e ristorante d’Italia.

Anche questo provvedimento sta avendo un effetto disastroso sui produttori locali. Molti ristoranti infatti, se di discreta qualità, utilizzano ingredienti di prima scelta, locali e di stagione, per dare al cliente la migliore esperienza culinaria possibile. I piccoli fornitori, quindi, che si sono trovati l’osteria di fiducia chiusa per un mese, hanno perso gran parte della loro clientela fissa, registrando un crollo delle vendite mai visto prima.

Un settore piegato alle grandi catene

Secondo il rapporto FIPE (Federazione Italiana Pubblici Servizi), nel 2017 in Italia vi erano 333.647 attività di ristorazione. Si può solo immaginare quanti produttori e fornitori hanno risentito della loro chiusura repentina. In più, l’Italia stava andando già incontro a una crisi importante nella ristorazione, che ha visto cessare in un anno 26.000 attività di ristorazione a fronte delle 13.600 avviate. Questo significa 34 attività che ogni giorno abbassano la saracinesca.

Spesso, poi, queste sono proprio le attività più piccole e locali le quali, con l’aumentare della concorrenza delle grandi catene, non riescono a tenerne il passo. Questo è dovuto anche al cambiamento delle abitudini di consumo da parte dei fruitori.

Per esempio, è più facile che chi si trova a Milano voglia andare in una caffetteria di moda come Starbucks piuttosto che in una un po’ più nascosta, meno in voga, anche se più “locale”. E non serve un’inchiesta giornalistica per verificarlo. La fila lenta e perenne davanti a Starbucks l’ho vista con i miei occhi, e il locale non sembra essere nemmeno molto piccolo.

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La vittoria schiacciante dei supermercati

Adesso che gli italiani non escono più a mangiare, voi direte, saranno costretti a fare più spesso la spesa. I produttori, quindi, dovrebbero anzi registrare un aumento nelle vendite.

In effetti, prima di questa emergenza i consumi alimentari fuori casa erano il 36% del totale e avevano un valore di 43,2 miliardi di euro. Il problema, però, è che anche stando a casa gli italiani prediligono di gran lunga rifornirsi al supermercato. Secondo una ricerca del Censis sono 45 milioni le persone che si riforniscono nella grande distribuzione, ovvero il 75% della popolazione.

E’ stato anche appurato come il settore della grande distribuzione alimentare sia uno di quelli che più ha beneficiato dell’avvento del coronavirus, insieme a quello farmaceutico e del commercio online. Si stima infatti che, se l’epidemia continuasse a tormentare l’Italia anche dopo l’estate, i guadagni del suddetto settore passerebbero dai 108 miliardi del 2019 a 132 miliardi nel 2020. Se quindi i piccoli produttori locali già soffrivano per la concorrenza con i supermercati, oggi questa concorrenza è salita alle stelle.

Uno dei motivi, comprensibili, per i quali le persone preferiscono la grande distribuzione è quello di fare abbondante scorta di beni, così da non uscire di casa più del necessario. L’altro lato della medaglia, però, vede il formarsi di una concentrazione di persone altissima, sia fuori che all’interno dei supermercati, molto rischiosa sia per noi che per i dipendenti, esposti ogni giorno a una enorme quantità di potenziali infetti. I supermercati, inoltre, sono spesso distanti dai quartieri abitati, richiedendo così più e, quindi, contatti.

Il problema dei supermercati è anche l’utilizzo spropositato della plastica negli imballaggi

Cambiare le nostre abitudini

Questo potrebbe accadere anche all’interno dei piccoli negozi locali, certo. Qui, allora, entrano in gioco le nostre abitudini di consumo, alimentari e non, che il coronavirus potrebbe spronarci a cambiare. Se decidiamo di comprare meno e meglio, infatti, ridurremo automaticamente anche le nostre uscite.

Se l’andare al supermercato è la conseguenza del non saperci privare degli alimenti industriali, confezionati e pronti, che ci bastano per pochi giorni e ci svuotano il portafogli, allora non è più giustificabile. Un esempio sono gli snack e le bibite, ma anche, per esempio, i prodotti di bellezza. Ancora peggiori sono i prodotti esotici tanto in voga, come l’avocado, senza il quale non è possibile postare una foto con la descrizione “#iorestoacasa e mangio healthy” , mentre l’economia italiana collassa all’ombra di quello stesso avocado.

Utile, invece, ridurre la quantità di cibo che mangiamo e prediligere la qualità e la località. Dai fruttivendoli non ci saranno gli avocado e le fragole incolore e insapore, scongelate e conservate in una scatola di plastica. Non ci saranno interi scaffali di cibi pronti e la scelta sarà tra poche, semplici materie prime. Però sappiamo tutti che qui è possibile trovare alimenti più sani, magari biologici, di stagione, con la filiera corta e che supportano l’agricoltura italiana.

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Fatelo per l’Italia

Questo titolo suona forse anacronisticamente patriottico. Ma è un dato di fatto che l’Italia e il resto del mondo dovranno affrontare una grave crisi economica, durante e anche dopo il coronavirus. E noi cittadini, in quanto dipendenti da quella economia, dobbiamo fare la nostra parte per salvare il salvabile. Supportare i produttori italiani, quindi, non può che portare beneficio.

Sembra che ne avremo un grande bisogno anche perché, proprio mentre scrivo, le frontiere di tutto il mondo stanno chiudendo. Per adesso il blocco non riguarda le reti commerciali, nonostante alcuni opinionisti ritengano che dopo il coronavirus le catene di approvvigionamento saranno spostate più vicino “a casa” piuttosto che dislocate in terre lontane.

La salute prima di tutto, anche del pianeta

Al momento, inoltre, moltissime persone coinvolte nel settore del commercio internazionale stanno ancora lavorando, stanno entrando in contatto tra loro e stano viaggiando tra una nazione e l’altra. Penso ai piloti di aerei, treni e navi che si occupano del trasporto delle merci e che rischiano di prendere il coronavirus, oltre che di diffonderlo.

Se blocchiamo queste attività cambiando le nostre abitudini di acquisto, certamente molti perderanno il lavoro e l’economia mondiale ne risentirà, ma quello a cui bisogna pensare, come dimostrano i sacrifici che tutti noi ad oggi stiamo facendo, è la nostra salute. E se questo cambio di rotta e queste nuove misure continueranno anche dopo l’emergenza sanitaria e porteranno a meno trasporti, meno emissioni, più qualità e più territorialità, sicuramente l’ambiente ringrazierà. Perché, quindi, non prepararci e abituarci già adesso?

Scelte etiche anche al supermercato

Comunque, ci tengo a specificare che, se non avete la possibilità di evitare il supermercato, oppure non conoscete un produttore locale, o ancora quello che si spaccia per produttore locale è in realtà un rivenditore di prodotti industriali, non disperate. Al di là che si stanno sviluppando servizi di spesa a domicilio molto efficienti, sia dai grandi supermercati sia dai piccoli produttori, i quali possono prevenire moltissimi potenziali contagi da coronavirus.

Anche al supermercato si possono fare scelte più etiche di altre. Per esempio, acquistare prodotti con certificazioni di provenienza, che abbiano una filiera corta e che, di conseguenza, siano italiani. Ma anche e sopratutto scegliere materie prime e di stagione, non cibi già pronti o scongelati. Dopodiché potete potete postare con cuore più leggero una foto del vostro piatto.

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Giornata mondiale del cibo. 10 anni dopo la riforma della FAO

Oggi è il “World Food Day”, la giornata internazionale dedicata a cibo e alimentazione. Come ogni anno in questa occasione, la sede centrale della FAO a Roma ospita una settimana di eventi su questa tematica. In particolare, è in corso il Summit annuale del CFS (Committee on World Food Security), l’organismo esecutivo che si occupa di sicurezza alimentare a livello globale. In Italia pochi sanno che, fra i tanti organismi di cui è composta l’ONU, la FAO è stata l’unica a intraprendere un percorso di riforma dopo la grande crisi del 2008-2009. Infatti, il suo organismo interno, denominato CFS, è stato interamente ripensato per rispondere alle seguenti domande: perché è avvenuta la crisi? Quali mancanze ci sono state in termini di sicurezza alimentare? Che cosa possiamo fare per evitarne un’altra? Il punto focale della riforma risiede nell’inclusione della società civile, fino ad allora esclusa da qualsiasi decisione presa in materia di cibo.

Sovranità alimentare: accesso e controllo del cibo

Il CFS è stato fondato nel 1974 come organismo intergovernativo interno alla FAO con lo scopo di monitorare le politiche sulla sicurezza alimentare nel mondo. È poi diventato un ente autonomo nel 2009 a seguito della crisi, che ha avuto tragici risvolti dal punto di vista della sicurezza alimentare. Si calcola infatti che nel solo 2008 il numero di persone che soffrono per la fame crebbe da 800 milioni a 1 miliardo. In quegli anni si era già diffusa la necessità di un cambio di rotta, soprattutto spinto dal movimento internazionale La Via Campesina. È in quel periodo che si inizia sostituire il termine “sicurezza alimentare” con “sovranità alimentare”: con il primo si intendeva il diritto all’accesso fisico, sociale ed economico al cibo; introducendo la parola “sovranità” si è invece voluto porre l’accento sul diritto ad accedere e controllare le risorse alimentari, mettendo quindi in discussione dove, come e da chi viene prodotto il cibo.

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Questo movimento ha spinto l’Organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di cibo, la FAO appunto, a prendere importanti decisioni per fronteggiare la crisi allora in atto ed evitarne altre in futuro. Il CFS è stato riorganizzato in modo tale che le persone della società civile – agricoltori, pescatori, allevatori, consumatori, accademici – potessero partecipare alle decisioni che vengono prese sulla sicurezza alimentare. Perché gli accordi e i trattati definiti all’interno della FAO si ripercuotono sulla vita quotidiana di milioni di persone in tutto il mondo. Per non dire miliardi, dato che ognuno di noi è in qualche modo parte della filiera del cibo, anche solo come consumatore finale.

Cibo e clima. Il ruolo chiave della società civile

Per questo motivo la riforma del CFS ha previsto un organismo interno, il Civil Society Mechanism (CSM) grazie al quale i membri della società civile possono avere voce in capitolo al pari degli altri apparati: gli Stati Membri, i soggetti privati e le organizzazioni filantropiche come la Bill and Melinda Gates Foundation. Il CSM sta svolgendo un ruolo chiave perché ha portato in primo piano l’esigenza di collegare la sovranità alimentare con il cambiamento climatico. Come precedentemente attestato dal nostro blog, il sistema alimentare è una delle maggiori cause dell’attuale crisi climatica, con un impatto stimabile fra il 14 e il 50%, se si tengono conto di tutti gli aspetti coinvolti in filiera (fertilizzanti chimici nei campi, stoccaggio, trasporto, distribuzione e gestione rifiuti). Viceversa, la crisi climatica sta enormemente incidendo sulla produzione di cibo per eventi estremi come cicloni, siccità e inondazioni.

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L’Obiettivo numero 2 dell’Agenda 2030 prevede di “porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile”. Il CSM ha avanzato con grande forza la necessità di indirizzare il sistema del cibo verso metodi biologici che siano allo stesso tempo rispettosi per l’ambiente e per le comunità in cui gli alimenti vengono prodotti. Ad esempio, il tema del Forum di quest’anno è l’agroecologia, un approccio “socialmente giusto verso un’agricoltura sostenibile”. L’agroecologia cerca di imitare i cicli naturali della Terra invece che introdurre input esterni come i pesticidi chimici. Inoltre, mette in primo piano le conoscenze detenute dagli agricoltori invece che imporre teorie “scientifiche” costruite in modo artificiale dentro laboratori o università.

Una conoscenza “dal basso”

Un altro punto fondamentale della riforma del CFS è stato infatti il riconoscimento che la crisi è stata fomentata da diverse teorie cosiddette “scientifiche”, che si sono rivelate parziali o totalmente scorrette. Per questo, oltre all’inclusione della società civile, il nuovo CFS ha visto un’importante innovazione nel modo in cui raccoglie i dati. I Report che vengono presentati ed approvati nelle sessioni annuali di ottobre sono redatti da un comitato di esperti, HLPE (High Level Panel of Experts), il quale basa le proprie analisi su conoscenze provenienti sia dal mondo accademico “scientifico”, sia dalla diretta esperienza di agricoltori e membri della società civile. Il suo scopo è quindi fornire delle linee guida che siano quanto più comprensive e diversificate possibili, con il coinvolgimento diretto di chi contribuisce al sistema alimentare nella vita quotidiana.

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Ovviamente la riforma appena descritta non ha eradicato la fame del mondo nel giro di un decennio. Anzi, se guardiamo gli ultimi dati rilasciati, si attesta un preoccupante aumento delle persone che non hanno accesso al cibo o muoiono per malattie legate all’alimentazione. Più di 820 milioni di individui che non hanno da mangiare, un numero in crescita per il terzo anno consecutivo. A tal punto che l’ONU ha dichiarato che l’obiettivo di azzerare la fame (#ZeroHunger) entro il 2030 è una “sfida immensa”. Alcuni infatti hanno criticato le celebrazioni di oggi e hanno suggerito di rinominare la giornata sostituendo la parola cibo con fame: “World Hunger Day”.

Il cibo come diritto di tutti

D’altra parte però, la riforma ha sicuramente portato una nuova visione e le decisioni vengono prese tramite modalità innovative, con il diretto coinvolgimento di gente comune. In questo modo vengono trattate tematiche che prima erano semplicemente ignorate. I diritti e la sovranità alimentare sono in primo piano, la crisi climatica è costantemente nominata e si propongono soluzioni dieci anni fa inimmaginabili, come ad esempio l’agroecologia. In quanto cittadini e consumatori, è importante essere a conoscenza di questa riforma e di monitorare eventuali evoluzioni. Nel frattempo, nella giornata mondiale dedicata al cibo e alla nutrizione, ricordiamo che le nostre scelte quotidiane in materia di cibo incidono enormemente sul cambiamento climatico. Scegliere dove e come riempire il carrello della spesa è il primo passo per dare un vero significato a questa giornata.

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Le date di scadenza del cibo causano spreco

scadenza cibo

“Da consumarsi preferibilmente entro il…” è una delle frasi che ha contribuito maggiormente allo spreco alimentare domestico. Qualche giorno fa il Guardian ha voluto approfondire il tema della scadenza del cibo, anche in seguito alla “challenge” portata a termine da Scott Nash, fondatore della catena di supermercati “Mom’s Organic Market”. Egli ha deciso di consumare per un anno soltanto prodotti scaduti. Il risultato? Non si è ammalato, né ha riscontrato disturbi di nessun tipo. Ovviamente, può anche essere che la fortuna sia stata dalla sua parte, o semplicemente che il suo sistema immunitario sia molto potente. Ha infatti anche avuto il coraggio di mangiare della carne trita vecchia di 15 giorni.

Scadenza cibo o buon senso?

Non stiamo, che sia chiaro, consigliando a nessuno di mangiare carne scaduta da due settimane. Consigliamo però di fidarci di più del nostro buon senso oltre che di quello della data di scadenza che troviamo sulle confezioni di cibo. “Consumare entro…” oppure “scade il…” sono diciture solitamente stampate sugli alimenti freschi come carne e pesce, e sono assolutamente da rispettare. Per quanto infatti l’alimento in questione abbia ancora un aspetto invitante, al suo interno possono essersi già sviluppati degli agenti patogeni che è bene non introdurre nel nostro corpo. La data di scadenza del cibo, quindi, in questo caso è da rispettare.

Quando però ci troviamo a dover aprire un pacchetto di patatine che riporta la scritta “da consumare preferibilmente entro”, allora possiamo stare tranquilli. Quella data non riguarda infatti la scadenza del cibo in sé e quindi la sua non più commestibilità. Riguarda invece la sua qualità originaria e le sue caratteristiche “estetiche”. Per esempio, quelle patatine potranno non essere più così croccanti, o non avere più lo stesso colore brillante di quando sono state prodotte.

Uno specialista del servizio di ispezione e sicurezza alimentare del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (FSIS) ha dichiarato che, se una lattina viene tenuta in buone condizioni, cioè non è gonfia, arrugginita, con perdite o fortemente ammaccata, il suo contenuto è sempre mangiabile. Questo può avvenire anche con i prodotti più freschi, come alcuni salumi o formaggi o anche il pane in cassetta. A volte anche per le uova la scadenza è controversa. In questo caso, la prova migliore è quella di inserirle nell’acqua. Se affondano sono ancora buone, se galleggiano no.

Impariamo a conservare

Quello a cui dobbiamo piuttosto prestare più attenzione, più che alla scadenza del cibo, è il modo in cui lo conserviamo.  Anche qui può essere utile leggere le etichette e adattarsi di conseguenza. Un pacchetto di biscotti deve essere conservato chiuso, in un luogo fresco e asciutto. Se noi lo teniamo in un luogo umido o vicino a fonti di calore, i biscotti perderanno più facilmente le loro caratteristiche qualitative diventando, per esempio, un po’ mollicci. Se un pacchetto di prosciutto riporta la scritta “conservare a una temperatura tra 0 e 4 gradi” e il nostro frigorifero è impostato a 5 gradi, è ovvio che la data entro cui è preferibile consumare il prodotto non sarà più quella riportata sulla confezione, ma dovrà essere anticipata, poiché il prodotto avrà subito una qualche alterazione. Fidiamoci quindi piuttosto dei nostri cinque sensi, specialmente per quanto concerne i prodotti freschi. Assaggiamoli e, se sono ancora buoni o comunque accettabili, non facciamoci troppi problemi. Questo perché, lo ripetiamo, saranno sicuramente ancora commestibili. Soltanto il sapore e forse l’aspetto saranno leggermente alterati.

Se vediamo della muffa, è ovvio che dobbiamo buttarli, anche se questo solitamente accade soltanto dopo che un prodotto è stato aperto. Anche per questi casi è bene leggere sulla confezione la scritta: “una volta aperto consumare entro tot giorni”. Anche questa indicazione va tendenzialmente rispettata, soprattutto per i prodotti freschi.

Come evitare gli sprechi

Buttare i prodotti non è soltanto uno spreco del cibo in sé, ma è uno spreco di tutto quello che è stato utilizzato per produrlo, come il consumo del suolo, l’energia dei macchinari, i materiali di imballaggio e il trasporto.
Un recente studio della Fondazione per la Sussidiarietà del Politecnico di Milano ha rilevato che in Italia ogni anno vengono buttati 42 kg a testa di cibo ancora commestibile. Ai nostri occhi è un abominio, ma purtroppo a quelli delle grandi aziende non lo è. Più le persone buttano i prodotti, che siano alimentari, domestici o cosmetici, più dovranno comprane di nuovi, gonfiando così le tasche dei titolari delle grandi catene di distribuzione.

Per bloccare questo circolo vizioso, quindi, è necessario agire alla radice, ed eliminare i malintesi “da etichetta”. Acquistiamo prodotti freschi e mangiamoli il prima possibile, riciclandoli per altri gustosissimi piatti “del giorno dopo”. Affidiamoci quindi al nostro fruttivendolo, caseificio, macellaio, panettiere di fiducia, ma ancora di più a un buon senso che troppo spesso viene annullato o controllato da chi detiene il potere economico della società.