Ghiacciai italiani. Il nuovo rapporto IPCC su ghiacci e oceani

“Requiem per un ghiacciaio. Veglie funebri per i nostri ghiacciai che stanno morendo”. Così Legambiente ha deciso di chiamare una serie di eventi avvenuti la scorsa settimana nelle nostre Alpi. Dei funerali per i ghiacciai italiani che sono scomparsi o stanno scomparendo a vista d’occhio: dal ghiacciaio del Lys in Valle d’Aosta al Ghiacciaio del Montasio in provincia di Udine, una serie di escursionisti appassionati hanno scalato le vette per attirare l’attenzione sul maggiore “hotspot climatico” italiano, le Alpi appunto. Tutto questo a pochi giorni dall’uscita del nuovo allarmante rapporto IPCC sul legame fra scioglimento dei ghiacciai e innalzamento del mare.

ghiacciai italiani

I ghiacciai italiani: hotspot climatico

Si definiscono “hotspot climatici” quei punti del globo che stanno risentendo maggiormente dell’impatto del cambiamento climatico, sia a livello di entità che di velocità. Sono considerati hotspot paesi come il Bangladesh o le Filippine, dove il cambio del regime delle piogge, unito all’innalzamento del mare, sta portando sempre più inondazioni e fenomeni climatici estremi. Altri hotspot climatici sono le regioni africane in via di desertificazione, così come la catena montuosa dell’Himalaya e la nostra catena alpina.

Infatti, come riportato dall’attivista James Whitlow Delano, “dal 1960 al 2017 la stagione delle nevi nelle Alpi si è accorciata in media di 38 giorni l’anno”. Inoltre, le estati 2015 e 2016 sono state le più calde mai registrate. Ciò è particolarmente preoccupante perché le Alpi costituiscono la maggior riserva d’acqua europea: uno scioglimento rilevante dei ghiacciai significa meno acqua nei fiumi e di conseguenza meno acqua a valle e nelle città.

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Funerali per i ghiacciai. Perdita dei maggiori in Europa

Per questo motivo la scorsa settimana, in occasione del Summit ONU sul clima e della mobilitazione giovanile targata Fridays For Future, numerosi cittadini si sono recati sulle cime del Monte Rosa, del Monvisio, del Montasio, dello Stelvio, della Marmolada e del Brenta allo scopo di testimoniare la ritirata impressionante dei maggiori ghiacciai italiani; all’escursione sul Monte Rosa era presente anche Diego Bianchi di Propaganda Live (il reportage è visibile nel sito della trasmissione). L’idea di fare un funerale per i ghiacciai è stata ripresa da un evento organizzato in Islanda nell’agosto scorso: il funerale del ghiacciaio Okjokull a causa del cambiamento climatico.

Durante la commemorazione è stata affissa una targhetta con questa scritta: “Lettera al futuro: Ok è il primo ghiacciaio islandese a perdere lo status di ghiacciaio. Nei prossimi 200 anni, è previsto che tutti gli altri ghiacciai facciano la stessa fine. Questo monumento è per riconoscere che sappiamo cosa sta succedendo e cosa bisognerebbe fare. Solo voi saprete se l’abbiamo effettivamente fatto. Agosto 2019, 415ppm CO2”. Seppur senza targhe, discorsi simili sono stati fatti durante i funerali per i ghiacciai dei giorni scorsi in Italia. Una crescente preoccupazione dovuta anche all’evacuazione di alcuni abitanti per l’imminente crollo del ghiacciaio Planpincieux sul Monte Bianco.

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Photograph: Jeremie Richard/AFP/Getty Images

Il nuovo rapporto IPCC sullo scioglimento dei ghiacciai

Questi eventi così tangibili stanno finalmente risvegliando tutte quelle persone che fino a poco tempo fa non credevano nel cambiamento climatico o non lo consideravano prioritario. Il cambiamento climatico sta ora scalando le vette degli argomenti più discussi in politica, nei quotidiani e fra la gente comune. Già un anno fa era uscito il monito dell’ONU, “abbiamo solo 11 anni per salvare il pianeta”. Questa frase è stata spesso ripetuta durante gli scioperi del clima iniziati dalla svedese Greta Thunberg.

Un nuovo rapporto IPCC, intitolato Special Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate, è stato reso pubblico il 25 settembre. In questo dettagliato documento, si fa ancora più chiarezza sull’impatto che il cambiamento climatico sta avendo sui ghiacciai, con tutte le conseguenze che questo comporta: lo scioglimento dei ghiacciai sta avvenendo con una velocità estremamente maggiore rispetto alle previsioni, causando un innalzamento del livello del mare di 3,6 millimetri l’anno, che significherebbe un aumento fra i 30 e i 60 centimetri entro il 2100.

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Le conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai

Non solo. Lo scioglimento dei ghiacciai porta con sé un aumento degli eventi estremi come tempeste e inondazioni, creando grossi disagi per tutte le attività economiche e turistiche. Solo nella scorsa estate, in Italia si sono verificati numerosi fenomeni estremi, come la tempesta nelle spiagge di Numana o il nubifragio di agosto in Emilia Romagna. Infine, il rapporto mette in guardia sul devastante effetto che si sta verificando in termini di biodiversità: il Mediterraneo, assieme alle aree tropicali, vedrà una diminuzione di stock ittico pari al 40% entro il 2050.

Emanuele Bompan, giornalista e attivista ambientale, ha commentato con queste parole i nuovi dati rilasciati dall’ONU: “In Italia il tema dei ghiacciai è centrale, giacché dalle loro acque dipende una parte dell’agricoltura delle regioni settentrionali, centinaia di migliaia di lavoratori nel settore turistico e la produzione di energia idroelettrica, che pesa il 16,5% del totale nazionale. Secondo il report questi ghiacciai, insieme a quelli dell’Africa Orientale, delle Ande Tropicali e dell’Indonesia, entro il 2100, perderanno oltre l’80% della loro attuale massa di ghiaccio se non si riducono le emissioni. Il ritiro della criosfera di alta montagna avrà impatti economici rilevanti, oltre che ambientali e paesaggistici”.

Funerali per i ghiacciai: un monito per agire immediatamente

In definitiva, la celebrazione dei funerali per i ghiacciai della scorsa settimana non deve essere letta come una stravagante esibizione di pochi fanatici. Il nuovo rapporto rilasciato dall’ International Panel on Climate Change costituisce un’ulteriore evidenza scientifica che il cambiamento climatico sta trasformando il mondo che ci circonda, in modi e tempi molto più devastanti rispetto a quanto predetto qualche anno fa. Tantissime persone lungo tutta la penisola stanno in qualche modo avendo riprova di ciò, con perdite personali in termini umani, paesaggistici ed economici. Non servono altri dati per agire immediatamente e cercare di arginare un fenomeno davanti agli occhi di tutti.

https://www.youtube.com/watch?v=sitUI1WELEs

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Nuovo report IPCC su cambiamenti climatici e suolo: il riassunto

Il 7 agosto l’ IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change, l’ente più autorevole al mondo in materia di scienza del clima, ha pubblicato la seconda parte del suo report sullo stato attuale di avanzamento dei cambiamenti climatici.

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La prima parte, pubbicata lo scorso ottobre, aveva già avuto un’enorme risonanza. Al suo interno, infatti, gli scienziati avevano affermato come ci restassero solo 12 anni per riuscire a sconfiggere il riscaldamento globale. E proprio quel report aveva dato forza e coerenza ai movimenti ambientalisti che si sono poi generati avvalendosi, appunto, di una credibilità scientifica senza precedenti. In questa seconda parte, invece, l’ente si sofferma sullo stato di salute del suolo. Ed ancora una volta, ad essere identificata come causa principale dei problemi ad esso relativi, sono proprio le nostre abitudini.

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Un ulteriore allarme lanciato dal report IPCC

Una delle più importanti conclusioni a cui sono giunti gli scienziati che vi hanno lavorato è individuabile nella necessità di agire su più aspetti della società e del settore economico per mantenere la temperatura globale al di sotto dei 2 gradi rispetto a quella del 1960. Lo stato di salute del suolo, oggetto specifico di questo report, viene spesso sottovalutato dai meno attenti nella valutazione dell’avanzamento dei cambiamenti climatici.

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Tuttavia questo indicatore è, al pari degli altri, uno dei migliori metodi che abbiamo per valutare il problema nella sua interezza. Terreni poveri di sostanze nutritive e desertificati non favoriscono, infatti, la mitigazione del riscaldamento globale. Sempre secondo il report, inoltre, il 23% delle emissioni di gas serra di origine antropica è generata da un uso scorretto del suolo. Soprattutto per colpa delle aziende operanti nel settore primario.

Tra le attività più inquinanti, a questo livello, troviamo i sistemi di coltivazione intensivi e la produzione di carne e latticini. Tutte queste attività, oltre a rendere necessario l’utilizzo di sostanze chimiche che vanno ad impoverire il suolo, sono anche la principale causa di deforestazione a livello mondiale.

Sicurezza alimentare a rischio

Nell’arco degli ultimi 40 anni, secondo il report IPCC, l’uso di fertilizzanti è aumentato di 9 volte. Il consumo idrico per l’irrigazione è pari al 70% del consumo totale umano di acqua dolce. Allo stesso tempo lo spreco alimentare pro capite è aumentato del 40% arrivando a toccare la spaventosa cifra di un terzo del cibo prodotto a livello planetario. Ancora una volta i dati sono a dir poco allarmanti.

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Il report IPCC individua inoltre quelli che vengono definiti come i 4 pilastri della sicurezza alimentare: la disponibilità, l’accesso, l’utilizzo e la stabilità delle risorse. Tutti questi fattori sono ampiamente influenzati in maniera negativa dall’avanzamento dei cambiamenti climatici. Il rischio che si corre è infatti quello di un grosso calo nel rendimento dei terreni. Un problema che avrà effetti devastanti su problemi come la fame nel mondo e l’avanzamento della desertificazione dei suoli. Tutto questo si tradurrà in una diminuzione della quantità di aree abitabili del pianeta, soprattutto al livello dell’equatore, e quindi in un aumento delle migrazioni da parte di chi queste zone le abita.

Un modello alternativo esiste

Il report è stato pubblicato, con ottimo tempismo, in vista della 14esima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, che avrà luogo a Nuova Delhi a Settembre, ma soprattutto della COP25 che si terrà a Santiago del Chile. Stephen Cornelius, responsabile IPCC per il WWF, ha così commentato i risultati del report: “Il modo in cui stiamo oggi utilizzando la terra sta contribuendo al cambiamento climatico, minando la sua capacità di sostenere le persone e la natura. L’agroecologia contadina, l’agricoltura familiare e i piccoli agricoltori devono essere messi al centro dei sistemi agricoli, a differenza dell’agricoltura industriale, che non solo non dà la possibilità di nutrirsi in modo sano e nutriente, ma aggrava anche il cambiamento climatico”.

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La risposta che ognuno può dare per fare la sua parte è facilmente individuabile. Comprare a km0, ridurre il consumo di carne e latticini e privilegiare la scelta di prodotti stagionali sono tutte contromisure facilmente attuabili e che aiutano a ridurre la propria impronta ecologica. Ogni scelta che prendiamo nei nostri metodi di consumo è, ormai, una scelta politica. Non resta che utilizzare il buon senso.