C’è vita sotto la terra: perché è importante la salute del suolo

Lo calpestiamo, lo cementifichiamo, lo dissodiamo. Spesso, non gli diamo la giusta importanza. Eppure, è uno degli ambienti decisivi, per la nostra vita e per quella di tutti gli altri esseri. Stiamo parlando del suolo e dell’enorme biodiversità che contiene. Addirittura, si stima che fino al 90% degli organismi trascorra almeno una parte dell’esistenza sottoterra. Per mantenere alta l’attenzione, l’Organizzazione Mondiale per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) ha anche deciso di dedicargli una Giornata Mondiale, ogni 5 dicembre.

Leggi anche: “Earth Overshoot Day 2020: posticipato. È stato il Covid?”

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

L’importanza del suolo

Ma perché dovremmo occuparci della salute del suolo? Lo strato più alto del terreno, in cui le piante possono crescere, è composto da particelle minerali, materia organica, aria, acqua e diversi animali e vegetali. Per riuscire a quantificarne il rilievo, basti sapere che il 25% della biodiversità mondiale e che il 95% di tutti i prodotti alimentari che consumiamo provengono direttamente o indirettamente dai nostri terreni.

Pensare che funga solamente da piattaforma per le attività umane è, quindi, riduttivo. Per comprendere ancora meglio le motivazioni che dovrebbero spingerci verso una maggior cura, entra in gioco un fattore rilevante: la complessità. Il suolo, infatti, si forma con un processo molto lento, tanto da decretarla una risorsa non rinnovabile. Partendo da questo presupposto fondamentale, è bene ricordare anche un’altra caratteristica.

Esso immagazzina e trasforma non solo le sostanze nutritive e l’acqua, ma anche il carbonio, tanto da contenerne il doppio della quantità dell’atmosfera e tre volte quella della vegetazione. Non solo, ma tutta la vita sotterranea aiuta a stoccarne una grande quantità, riducendo, di fatto, le emissioni di gas serra.

Anche per questo motivo, è imprescindibile per la produzione agricola e per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Una scarsa cura e il conseguente degrado sono problematiche che possono degenerare in catastrofi ambientali, siccità e altri eventi, che spingono intere popolazioni a dover migrare.

Leggi anche: “Land grabbing: l’accaparramento delle terre nel 2020”

Alcuni fatti divertenti sul suolo

Abbiamo ridimensionato, fino a qui, alcune imprecisioni. Non basta, però, decostruire una narrazione, bisogna poter rendere fruibili informazioni accattivanti e che possano rimanere. Per questo, la FAO ha voluto fare di più. Attraverso alcuni fatti divertenti, ha spiegato la dinamicità e la vitalità di questo ambiente.

«In soli 3 pollici di terreno -equivalenti a circa 7,5 centimetri [ndr]- ci sono quasi 13 quadrilioni di organismi viventi, del peso di 100 milioni di tonnellate.» Una quantità inimmaginabile ai più, che può dare almeno un’idea della grandiosità delle interazioni. «Un ettaro di terreno contiene l’equivalente di peso di due mucche di batteri.» Una comparazione bizzarra, ma che riesce a facilitare il paragone.

Se provassimo a raffrontare il numero con gli esseri umani, ecco che il risultato potrebbe strabiliare. «Ci sono più organismi in un grammo di suoli sani che persone sulla Terra». Infine, ecco le ultime due curiosità. «Gli organismi del suolo elaborano 25mila chilogrammi di materia organica in una superficie equivalente a un campo da calcio e al peso di 25 automobili» e «un lombrico può digerire il proprio peso nel terreno, ogni 24 ore. Il 50% del suolo del pianeta passa attraverso lo stomaco di questi animali.»

Leggi anche: “Ecocidio. che cos’è e perché si vuole introdurre”

I rischi per il suolo

Quelli che abbiamo descritto in precedenza non sono altro che altre motivazioni per proteggere il suolo. Ma quali sono le minacce e come riuscire a risolverle? Anche qui, ci viene in soccorso la FAO.

In un suo recentissimo report, l’organizzazione mette a disposizione le sue conoscenze più aggiornate. I pericoli per la biodiversità dei terreni sono molteplici. Innanzitutto, la deforestazione, che provoca una perdita di specie autoctone e riduce anche quelle animali. Poi, l’agricoltura intensiva, che rende meno funzionali tutti i nutrienti presenti, con il sovrautilizzo di alcuni. A questa problematica si ricollega lo sbilanciamento nel sottosuolo, che deve essere riequilibrato attraverso l’impiego massiccio di fertilizzanti. Da non dimenticare, infine, sono alcuni processi, come la salinizzazione e l’acidificazione, compresi in un insieme più ampio di forme di inquinamento. L’antropizzazione, di fatto, ha ripercussioni notevoli sull’ecosistema, che non riesce a rigenerarsi autonomamente ed è più suscettibile all’erosione, agli incendi e a una moria di organismi.

Le soluzioni

Il quadro, a un primo impatto, è decisamente negativo. Le questioni sono numerose, ma esistono anche delle risposte. Ed è qui, che è utile introdurre il concetto di protezione della biodiversità, intesa come variabilità tra gli organismi viventi all’interno di una singola specie, fra specie diverse e tra ecosistemi. Come spiegato dagli esperti, «la biodiversità del suolo ha iniziato a emergere come una soluzione alternativa alle sfide globali, non solo in campo accademico. Alcuni Paesi stanno iniziando a utilizzarla in diversi settori, quali l’agricoltura, la sicurezza alimentare, il biorisanamento, il controllo del cambiamento climatico, di malattie e parassiti e la salute umana.»

Proteggere il suolo non è mai stato così importante. Rispettarne i tempi e curarne la diversità moltiplica le speranze che si possa godere tutti di un livello di salute elevato e condiviso.

Nuovo report IPCC su cambiamenti climatici e suolo: il riassunto

Il 7 agosto l’ IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change, l’ente più autorevole al mondo in materia di scienza del clima, ha pubblicato la seconda parte del suo report sullo stato attuale di avanzamento dei cambiamenti climatici.

Leggi l’articolo “Più carne più deforestazione: il report di Greenpeace

La prima parte, pubbicata lo scorso ottobre, aveva già avuto un’enorme risonanza. Al suo interno, infatti, gli scienziati avevano affermato come ci restassero solo 12 anni per riuscire a sconfiggere il riscaldamento globale. E proprio quel report aveva dato forza e coerenza ai movimenti ambientalisti che si sono poi generati avvalendosi, appunto, di una credibilità scientifica senza precedenti. In questa seconda parte, invece, l’ente si sofferma sullo stato di salute del suolo. Ed ancora una volta, ad essere identificata come causa principale dei problemi ad esso relativi, sono proprio le nostre abitudini.

report-ipcc

Un ulteriore allarme lanciato dal report IPCC

Una delle più importanti conclusioni a cui sono giunti gli scienziati che vi hanno lavorato è individuabile nella necessità di agire su più aspetti della società e del settore economico per mantenere la temperatura globale al di sotto dei 2 gradi rispetto a quella del 1960. Lo stato di salute del suolo, oggetto specifico di questo report, viene spesso sottovalutato dai meno attenti nella valutazione dell’avanzamento dei cambiamenti climatici.

Leggi l’articolo “Il lago Ciad sta evaporando: le prime vittime del riscaldamento”

Tuttavia questo indicatore è, al pari degli altri, uno dei migliori metodi che abbiamo per valutare il problema nella sua interezza. Terreni poveri di sostanze nutritive e desertificati non favoriscono, infatti, la mitigazione del riscaldamento globale. Sempre secondo il report, inoltre, il 23% delle emissioni di gas serra di origine antropica è generata da un uso scorretto del suolo. Soprattutto per colpa delle aziende operanti nel settore primario.

Tra le attività più inquinanti, a questo livello, troviamo i sistemi di coltivazione intensivi e la produzione di carne e latticini. Tutte queste attività, oltre a rendere necessario l’utilizzo di sostanze chimiche che vanno ad impoverire il suolo, sono anche la principale causa di deforestazione a livello mondiale.

Sicurezza alimentare a rischio

Nell’arco degli ultimi 40 anni, secondo il report IPCC, l’uso di fertilizzanti è aumentato di 9 volte. Il consumo idrico per l’irrigazione è pari al 70% del consumo totale umano di acqua dolce. Allo stesso tempo lo spreco alimentare pro capite è aumentato del 40% arrivando a toccare la spaventosa cifra di un terzo del cibo prodotto a livello planetario. Ancora una volta i dati sono a dir poco allarmanti.

Leggi l’articolo: “L’Etiopia ha piantato oltre 353 milioni di alberi in un giorno”

Il report IPCC individua inoltre quelli che vengono definiti come i 4 pilastri della sicurezza alimentare: la disponibilità, l’accesso, l’utilizzo e la stabilità delle risorse. Tutti questi fattori sono ampiamente influenzati in maniera negativa dall’avanzamento dei cambiamenti climatici. Il rischio che si corre è infatti quello di un grosso calo nel rendimento dei terreni. Un problema che avrà effetti devastanti su problemi come la fame nel mondo e l’avanzamento della desertificazione dei suoli. Tutto questo si tradurrà in una diminuzione della quantità di aree abitabili del pianeta, soprattutto al livello dell’equatore, e quindi in un aumento delle migrazioni da parte di chi queste zone le abita.

Un modello alternativo esiste

Il report è stato pubblicato, con ottimo tempismo, in vista della 14esima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, che avrà luogo a Nuova Delhi a Settembre, ma soprattutto della COP25 che si terrà a Santiago del Chile. Stephen Cornelius, responsabile IPCC per il WWF, ha così commentato i risultati del report: “Il modo in cui stiamo oggi utilizzando la terra sta contribuendo al cambiamento climatico, minando la sua capacità di sostenere le persone e la natura. L’agroecologia contadina, l’agricoltura familiare e i piccoli agricoltori devono essere messi al centro dei sistemi agricoli, a differenza dell’agricoltura industriale, che non solo non dà la possibilità di nutrirsi in modo sano e nutriente, ma aggrava anche il cambiamento climatico”.

Leggi l’articolo:” Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, oggi.”

La risposta che ognuno può dare per fare la sua parte è facilmente individuabile. Comprare a km0, ridurre il consumo di carne e latticini e privilegiare la scelta di prodotti stagionali sono tutte contromisure facilmente attuabili e che aiutano a ridurre la propria impronta ecologica. Ogni scelta che prendiamo nei nostri metodi di consumo è, ormai, una scelta politica. Non resta che utilizzare il buon senso.