Partendo dall’altopiano del Tibet, passando per la provincia cinese dello Yunnan, fino ad arrivare in Birmania, Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam; la vita di 70 milioni di persone dipende dalle acque del fiume Mekong. Purtroppo una serie di infrastrutture in Cina e in Laos stanno trasformando l’ecosistema in maniera drastica.
Le dighe di Cina e Laos
Mentre la pandemia da Coronavirus sembra non esser ancora cessata nei Paesi dell’Indocina, alcuni Stati a monte hanno continuato a costruire sul fiume Mekong. La Cina ed il Laos, hanno costruito rispettivamente 20 ed 11 enormi dighe idroelettriche.
Queste strutture stanno danneggiando gravemente circa 70 milioni di persone che vivono in Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam. A star peggio sono i milioni di vietnamiti che vivono sul delta del Mekong, l’area più bassa del fiume.
Le acque del fiume, che ha reso famoso il film Apocalypse Now, sostengono le immense risaie del Vietnam e della Thailandia; ospitano migliaia di specie animali in uno degli ecosistemi più ricchi al mondo. Ma questo gigante sta dando segni di collasso.
I problemi dello sfruttamento idroelettrico del Mekong non sono soltanto a medio o lungo termine. Nel 2019, il crollo di una diga in Laos provocò un’alluvione che uccise decine di persone e distrusse migliaia di case. Il governo del Laos concluse che l’incidente fu provocato da un errore umano, senza però individuare i colpevoli.

Migliaia di persone in Cina, in Cambogia e in Laos, poi, si sono dovute spostare per far posto alle centrali e agli annessi bacini d’acqua. Questi ultimi hanno sommerso interi villaggi, abitati per secoli dalle comunità locali che vivevano lungo il fiume e che, non potendo più contare sull’acqua, hanno dovuto cambiare radicalmente stile di vita.
Il Mekong di oggi non è più quello del passato. Dal momento che è stato prosciugato a causa dell’aumento delle dighe idroelettriche, costruite in Cina e in Laos; le quali hanno sconvolto il suo corso negli Stati a valle e minacciato le risorse alimentari di milioni di abitanti.
Inoltre, questi sbarramenti hanno sconvolto la vegetazione e la vita dei pescatori che ogni anno pescano 2 milioni di tonnellate di pesce. Un record mondiale.
Il fiume che soffre
Nel 2019 il bacino inferiore del Mekong ha conosciuto la sua peggiore siccità degli ultimi 40 anni. La colpa principale non è il cambiamento climatico. Sotto la lente c’è la Cina, secondo la maggior parte degli esperti. Pechino ha costruito undici dighe sul tratto cinese del Mekong dall’inizio del secolo, secondo quanto ha riportato Le Monde.
E il Laos rischia di aggravare la situazione con l’apertura, nel 2019, di una nuova grande diga idroelettrica (la quale produce 1.285 megawatts) provocando pesanti conseguenze negative a valle per i pescatori thailandesi.
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Immediata la risposta dei thailandesi che hanno dato l’allarme sullo stato in cui versa oggi il quarto maggior fiume dell’Asia. E si sono organizzati in associazioni per difendere l’integrità del Mekong che sta morendo per asfissia. “Si sta andando dritti verso la catastrofe”, hanno fatto sapere, “i tempi della pesca miracolosa sono finiti ed il futuro non riserva niente di buono”.

Secondo uno studio pubblicato ad aprile e finanziato dal dipartimento di Stato americano, la Cina avrebbe trattenuto per sé, solo nel 2019, un volume considerevole di acqua dietro le proprie dighe costruite sul Mekong; senza preoccuparsi della siccità che poteva provocare a valle.
Una tesi confermata dallo studio del centro di ricerche americano Stimson Center. Il Global Times, quotidiano cinese in inglese, il 5 luglio, sosteneva invece, che la Cina è uno dei Paesi ad aver sofferto maggiormente la siccità, contraddicendo gli studi dei ricercatori stranieri che l’accusano di aver provocato la siccità.
La Cina inoltre ha smentito l’esistenza di un legame di causa-effetto tra le dighe e i fenomeni che si sono verificati a valle; come l’aumento delle temperature, meno piogge e più inondazioni. Oggi, dunque, il Mekong è in pericolo e con lui i pesci, la vegetazione, la vita dei pescatori e quella dei contadini che traggono dal fiume la loro risorsa principale.
L’inquinamento
Il fiume Mekong presenta gravi problemi di inquinamento dovuto agli scarichi di oltre 210 siti industriali, in particolare si rileva la presenza di metalli pesanti e di arsenico. È inserito nella lista dei dieci fiumi più inquinati al mondo.
In Vietnam il problema dovuto all’arsenico interessa anche le acque di pozzo destinate all’uso potabile. Contrariamente a quanto spesso si afferma, la pesca abbondante e l’attività di acquacoltura svolta nel delta del Mekong non sono indici di salubrità delle sue acque.
Possiamo trovare moltissimi inquinanti, metalli pesanti come l’arsenico, mercurio, oltre a pesticidi come il DTT. Si tratta di sostanze che agiscono direttamente sui pesci e sulle piante che crescono lungo le sue sponde. Emblema del disastro ambientale è la specie pesce gatto gigante, tipica del fiume Mekong. Un tempo simbolo del fiume, oggi è quasi scomparsa.

