Second Hand September: questo mese diciamo basta ai vestiti nuovi

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Alla fine di questo mese a Milano si terrà la settimana della moda, ovvero uno degli eventi più importanti per questo settore, insieme a quella di Parigi e New York. La speranza, invece, è che con il tempo assuma maggior rilevanza un altro evento che si svolge durante questo mese, che però passa in sordina: il Second Hand September: un invito a sfidare se stessi e, perché no, gli altri a non comprare vestiti nuovi, bensì acquistare/procurarsi soltanto capi usati per tutto settembre. Soltanto, ovviamente, se necessario.

Moda, un’industria inquinante e poco etica

Promotore di questa iniziativa è stata Oxfam, l’ente di beneficenza il cui obiettivo è alleviare la povertà nel mondo. Qualcuno potrebbe chiedersi il nesso tra quest’ultima battaglia e il comprare vestiti di seconda mano. Ebbene, il mercato della moda è uno dei più inquinanti del pianeta. L’industria della moda è infatti responsabile del 10% di tutta l’anidride carbonica emessa dalla razza umana. Questa quantità corrisponde a più di tutti i voli internazionali e tutte le spedizioni via mare messi insieme. Alimenta quindi il riscaldamento globale che, come ormai sappiamo, è causa di carestie, migrazioni, guerre e, di conseguenza, povertà.

Inoltre, come si buon ben vedere dal documentario “The true cost” (leggi qui la recensione) i colossi della cosiddetta fast fashion quali H&M, Zara, Bershka, Pull&Bear e molti altri sono noti per sfruttare la propria manodopera, pagandola poco e fornendo loro un luogo di lavoro tutt’altro che ospitale. D’altronde, il prezzo reale di quella t-shirt in offerta a 5 euro qualcuno deve pagarlo, e non sono certo i CEO delle grandi catene. Questo avviene specialmente nei Paesi in via di Sviluppo dove nessuno può lamentarsi di una paga ben maggiore rispetto a quella che potrebbe rendere, per esempio, l’agricoltura, ormai monopolizzata da poche, potentissime multinazionali. E che, tra le altre cose, sta affrontando una grave crisi anche a causa del riscaldamento globale.

Il Second Hand September per non dimenticare

Questo fantomatico stipendio maggiore, però, non è sufficiente per la quantità di ore lavorative necessarie a produrre migliaia di capi che ogni mese adornano i negozi scintillanti dei centri commerciali. In più, le fabbriche di vestiti a basso prezzo spesso non sono a norma. Inutile ricordare la strage avvenuta nel 2013 nella provincia di Dacca, capitale del Bangladesh, dove è crollata un’industria tessile provocando 1.129 morti e 2.515 feriti.

Uno degli obiettivi di Oxfam è quindi quello di indurre le persone a prendere consapevolezza dei loro acquisti e cambiare, anche di poco, le loro abitudini. Basterebbe, infatti, farsi un giro in un qualunque negozio dell’usato, specialmente americano, per rendersi conto di quanti capi di abbigliamento esistano nel mondo. Ma, sopratutto, quanti ogni mese ne vengano scartati. Secondo la stessa Oxfam, soltanto nel Regno Unito finiscono nella discarica 13 milioni di tonnellate di vestiti. Questi, inoltre, sono spesso non riciclabili e alimentano il problema delle sostanze tossiche emesse a causa degli inceneritori.

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L’impronta ecologica dei vestiti

La maggior parte dei vestiti che indossiamo, infatti, non sono di qualità elevata proprio a causa della compulsiva voglia di acquistarne ogni mese di nuovi. Non sarebbe infatti possibile, per una famiglia di medio status economico, acquistare la stessa quantità di capi ma più pregiati e che abbiano quindi un minore impatto ambientale.

E comunque, a dirla tutta, qualunque tessuto cui siamo ormai abituati ha un’impronta ecologica molto alta. Per produrre una maglietta sono infatti necessari circa 2700 litri d’acqua. Di questi il 45% è necessaria per l’irrigazione, il 41% è dato da quella piovana evaporata e il 14% rappresenta l’acqua reflua inquinante, che deriva dall’uso di prodotti chimici nei campi e nelle lavorazioni tessili. Per capirci, ci vorrebbero 13 anni perché un uomo beva l’acqua necessaria a produrre una t-shirt e un paio di jeans. Per questo la speranza è che il Second Hand September non solo riduca la produzione globale di nuovi capi di abbigliamento, ma convinca le persone ad assumere un comportamento virtuoso durante tutto l’anno.

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Come fare il Second Hand September

Indossare solo (o quasi) capi usati è infatti non solo possibile, ma anche molto conveniente. Il sito Armadio Verde, per esempio, promuove l’economia circolare dei vestiti. Il servizio permette a chiunque di inviare capi di abbigliamento in cambio di cosiddette “stelline”. Questo capo verrà poi messo in vendita sul sito stesso ad un prezzo corrispondente alla quantità di stelline ad esso attribuite. I prezzi, ovviamente, non sono alti e tramite questo servizio è possibile rifarsi il guardaroba di un’intera stagione con una spesa davvero irrisoria.

Se invece volete evitare di alimentare il mercato delle spedizioni on-line e ridurre il vostro impatto quasi a zero il nostro consiglio è quello, prima di tutto, di ricorrere a un vero e proprio scambio di vestiti con amici e familiari. Oppure, negli ultimi anni stanno nascendo moltissimi negozi di vestiti usati, specialmente nelle grandi città. A New York, e in generale negli Stati Uniti, se ne trovano a centinaia. A Milano il più famoso è Humana, People to People, che si occupa di sostenere, con i loro ricavi, le persone in difficoltà nei paesi del terzo mondo.

Il nostro consiglio è quello, ogni qualvolta ci si trova in una città con l’intenzione di fare shopping, cercare subito sulle mappe “negozi dell’usato”. Rimarrete sorpresi e spesso soddisfatti da ciò che troverete in queste attività commerciali che ancora soffrono di etichette negative e pregiudizi.

È invece arrivato il momento di cambiare mentalità, perché il principio di non acquistare nuovi capi e di utilizzare quelli che sono già stati prodotti nei decenni può portare beneficio sia all’ambiente, sia ai Paesi più poveri, sia alle nostre famiglie. Acquistando solo capi usati, infatti, non alimentiamo quell’industria malata il cui unico scopo è rincorrere l’ultima moda. La quale, come sappiamo, una volta raggiunta sarà già sorpassata.

Quei vestiti delle feste messi una volta. Come evitare lo spreco

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Li vedi e te ne innamori. Quel vestito blu scuro completamente coperto di paillettes, che forse potresti abbinare a quelle décolleté comprate il mese scorso per sfizio e mai indossate. Oppure quel completo nero pece, che con una cravatta rossa ti farà fare un figurone alla festa dell’ultimo dell’anno.

Una storia lunga una notte

La maggior parte delle persone si ferma qui, all’amore a prima vista, alla bellezza esteriore, e ci si butta a capofitto. Non pensano che quest’acquisto impulsivo e non necessario potrebbe durare il tempo di una notte. Un’avventura legittima, quando si parla di relazioni. Ma qui è in gioco l’ambiente in cui viviamo, il nostro pianeta, la nostra casa.

Nel novembre di quest’anno l’organizzazione benefica Hubbub ha condotto un’indagine sugli acquisti di capi di vestiario durante le feste. Il risultato? Ogni inglese ogni anno spende in media 86 euro per abiti che indosserà al massimo tre volte nella sua vita. E non è tutto. Una persona intervistata su cinque ha dichiarato che solitamente il vestito che acquista per la festa di Natale o di Capodanno lo indossa soltanto una volta.

Un costo ambientale e umano

Questo dovrebbe farci riflettere, sopratutto per il costo ambientale e umano della produzione di quei capi, specialmente quelli a basso costo. Se infatti il prezzo è basso, un motivo ci sarà. Innanzi tutto spesso le grandi catene di fast fashion creano i loro vestiti sfruttando personale sottopagato in zone remote del mondo.

Leggi il nostro articolo: “La fast fashion è il patibolo del pianeta”

Inoltre i materiali sono molto scadenti. Come ha dichiarato Hubbub, solo il 24% degli intervistati sapeva che la maggior parte degli abiti da festa contiene plastica. L’associazione ha infatti analizzato 169 abiti da festa provenienti da 17 diversi negozi online, ma anche di alta moda e di design, e ha scoperto che il 94% è parzialmente o totalmente realizzato con tessuti derivati dalla plastica. Le conseguenze del lavaggio dei capi in plastica con il rilascio di microplastiche negli oceani, ma anche la loro stessa produzione derivante dal mercato del petrolio sono fatti tristi e noti.

Leggi il nostro articolo: “Trovate microplastiche nell’aria. E probabilmente le respiriamo”

Un’altra conseguenza dell’acquisto compulsivo di abiti, sopratutto quando la loro vita è breve è lo smaltimento. Come si apprende dal bellissimo documentario The True Cost, I tessuti infatti non si decompongono se non dopo oltre 200 anni, rilasciando nell’aria gas dannosi per noi e per l’ambiente. Anche la cosiddetta beneficenza è sopravvalutata, in quanto questi stessi vestiti, usati e sgualciti, vengono rimandati alle persone che li hanno creati. Un controsenso che origina da un circolo decisamente non virtuoso.

Leggi il nostro articolo: “The True Cost: quanto costa davvero la moda?”

Quali sono, allora, le soluzioni per essere eleganti e presentabili durante le feste? In primo luogo ci si può divertire a spulciare nei negozi di seconda mano e vintage. Spesso infatti raccolgono vestiti da persone che hanno gettato i capi dopo, appunto, un solo utilizzo e sono ancora come nuovi. Il prezzo, poi, è decisamente conveniente.

Oppure possiamo scambiarci i vestiti con gli amici. In questo modo saremo più sicuri della loro provenienza e non spenderemo nemmeno un euro (se gli amici si possono considerare tali).

Recentemente poi stanno spopolando i negozi e i siti sui quali è possibile affittare i vestiti, anche di alta moda, come Drexcode o DressYouCan a Milano. In questo modo potrai sfoggiare un abito mozzafiato, di qualità, e spendere, anche qui, relativamente poco. Spesso, poi, durante il processo di affitto si viene seguiti da una persona competente, che ti consiglierà anche gli accessori migliori. Molto meglio che vagare da sola per negozi di bassa qualità e con capi tutti uguali accontentandosi del proprio opinabile gusto.

Infine, perché no, potete guardare bene all’interno del vostro guardaroba. Chissà che ritroviate quell’abito comprato due anni fa, messo solo una volta, ma che in fondo aveva molte qualità. Anche quello era stato amore a prima vista. Anche quello, un giorno, vi aveva fatto battere il cuore. E poi si sa, certi amori non finiscono, fanno dei giri di guardaroba immensi e poi, perché no, facciamoli tornare.