1 persona su 5 muore a causa dell’inquinamento

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Viviamo in una società in cui chi non fuma ha una maggiore probabilità di morire per malattie respiratorie rispetto ai tabagisti stessi. Lo ha rivelato un recente studio sull’inquinamento atmosferico condotto da alcuni ricercatori di prestigiose università. Nel 2018 infatti sono morte 8,7 milioni di persone a causa del particolato atmosferico, ovvero il 18% di tutti i decessi del mondo. Queste cifre superano di gran lunga quelle rivelate precedentemente in altri studi. A cambiare è stato l’utilizzo, da parte dei ricercatori, di un metodo di rilevazione più preciso, oltre che alla considerazione di un più ampio ventaglio di fattori.

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Morti da inquinamento: le metodologie dello studio

Il numero di morti da inquinamento atmosferico dovuto alla combustione di fonti fossili nel 2018 ha superato quello dei decessi causati dal tabacco e dalla malaria messi insieme. Per arrivare a questa conclusione, gli studiosi dell’Università di Harvard, di Birmingham, di Leicester e dello University College di Londra hanno utilizzato la tecnologia GEOS-Chem. Quest’ultima permette, attraverso l’osservazione satellitare, di dividere il globo in una griglia di riquadri ad alta definizione e osservare i livelli di inquinamento in ogni singolo riquadro.

Questa tecnologia permette anche di distinguere esattamente da dove provengano le fonti inquinanti, e non ricorrere semplicemente al generico termine “particolato” (PM 2,5). Uno dei co-autori dello studio, Karn Vohra dell’Università di Birmingham, spiega: Piuttosto che fare affidamento su medie diffuse in grandi regioni, volevamo mappare dove si trova l’inquinamento e dove vivono le persone, in modo da poter sapere più esattamente cosa respirano.

I dati sono relativi agli anni 2012 e 2018. Quest’ultimo è stato scelto perché comprende i risultati della diminuzione delle emissioni da parte della Cina. La decisione di questa nazione di ridurre drasticamente il rilascio di gas serra in atmosfera è stata in grado di determinare l’andamento dei dati relativi alla mortalità globale. Eloise Marais, co-autrice dello studio, evidenzia che i cambiamenti della qualità dell’aria in Cina dal 2012 al 2018 sono i più drammatici perché sia la popolazione sia l’inquinamento sono ingenti. Tagli simili in altri Paesi durante quel periodo di tempo non avrebbero avuto un impatto così grande sui numeri della mortalità globale.

La colpa è sempre e solo una: i combustibili fossili

Comunque, la Cina rimane una delle aree del mondo con il più alto tasso di mortalità per l’inquinamento atmosferico. Il 62% dei decessi ha infatti luogo proprio nella nazione del sol levante (3,9 milioni). A seguire l’India dove nel 2018 sono morte 2,9 milioni di persone. Gli Stati Uniti e l’Europa coprono anch’esse una larga parte delle statistiche. In Europa il 16,8 percento dei decessi totali sono dovuti all’inquinamento. Gran parte di questi si trovano proprio in Italia, nella Pianura Padana, come approfondiamo in questo articolo. Negli Stati Uniti invece i decessi da smog costituiscono il 13,8% del totale. L’America latina e l’Africa hanno invece un tasso di mortalità da smog molto inferiore.

Inoltre,come sottolinea il Guardian, esiste una differenza di mortalità tra categorie diverse di persone, anche all’interno dello stesso Paese. I più fragili sono i bambini, tanto che lo studio prende in considerazione la mortalità dovuta a infezioni respiratorie negli individui di età inferiore ai 5 anni. Particolarmente colpiti sono poi gli anziani, le persone a basso reddito e quelle di colore. Di solito, infine, le persone che vivono nelle aree urbane con un’alta concentrazione demografica subiscono gli impatti peggiori dell’inquinamento.

Per inquinamento, ricordiamolo, si intende il particolato atmosferico derivante dal riscaldamento, dai motori delle macchine e sopratutto dalle combustioni industriali. Le particelle di particolato sono molto piccole, ma proprio per questo motivo hanno la capacità di penetrare nei tessuti polmonari e causare complicazioni, sopratutto a livello respiratorio. In questo articolo parliamo più nel dettaglio delle polveri sottili.

Inquinamento e pandemia: un triste confronto

Sebbene sia noto che le particelle sospese nell’aria sono un pericolo per la salute pubblica, sono stati effettuati pochi studi epidemiologici per quantificare gli impatti sulla salute a livelli di esposizione molto elevati come quelli riscontrati in Cina o in India. Così hanno affermato i ricercatori di Harvard. In particolare Eloise Marais sottolinea come la salute pubblica possa e debba costituire un campanello di allarme per i governi proprio come lo è stato la pandemia, nonostante quest’ultima abbia causato molti meno morti.

Questo, ovviamente, non significa che le misure per il contenimento del Covid-19 siano esagerate, anzi. Quello che si vuole dire è che le soluzioni prese per contrastare i morti da inquinamento atmosferico non sono abbastanza. Considerando poi che la mortalità della pandemia è imputabile all’indebolimento del sistema respiratorio, a sua volta dovuto all’inquinamento, non ci si spiega perché i governi si ostinino a finanziare le industrie del fossile.

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I dati sull’inquinamento dovrebbero risvegliare le coscienze dei politici

I combustibili fossili hanno un impatto molto grande sulla salute, il clima e l’ambiente e abbiamo bisogno di una risposta più immediata, ha affermato Marais. Alcuni governi hanno obiettivi carbon neutral, ma forse dobbiamo portarli più lontano visto l’enorme danno alla salute pubblica. Abbiamo bisogno di molta più urgenza.

Riportiamo le parole di Karn Vohra, dell’università di Birmingham. La nostra ricerca sottolinea l’importanza delle decisioni politiche. Per esempio, la decisione della Cina di ridurre le emissioni di combustibili fossili quasi della metà nel 2018 ha salvato 2,4 milioni di vite in tutto il mondo, di cui 1,5 milioni nella Cina stessa. E la Marais incalza: Il nostro studio si aggiunge alla crescente evidenza che l’inquinamento atmosferico derivante dalla dipendenza dai combustibili fossili sia dannoso per la salute globale. Non possiamo quindi continuare a fare affidamento sui combustibili fossili, quando conosciamo i gravi effetti sulla salute. Inoltre sappiamo anche che esistono alternative praticabili e più pulite.

Lo smog aiuta la diffusione del Coronavirus?

Noi questa domanda ce la portavamo dietro da ormai qualche tempo, senza che però ci potessimo sbilanciare. Ma ora possiamo farlo, grazie ad un “Position Paper” redatto da SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale), Università di Bologna e Università di Bari ed intitolato: “Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione”. La risposta alla nostra domanda? Sembrerebbe un “sì”. Lo smog e l’inquinamento da PM10 e PM2,5 favorisce tanto la diffusione quanto la mortalità del CoronaVirus. L’unico nodo da sciogliere non riguarda “se” ma “quanto” sia forte questa correlazione.

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Smog e CoronaVirus, il caso della Pianura Padana

Come sempre, per ben capire il contesto della notizia, partiamo dai dati. Come ben sappiamo la regione che più sta accusando il colpo dell’offensiva del CoronaVirus è la Lombardia. Senza elencare il bollettino di guerra, che già troppo spesso intristisce le nostre giornate, è comunque utile soffermarsi su alcune rilevazioni. Nella regione lombarda la percentuale di contagiati, in rapporto al dato nazionale, è del 49,5%. Il tasso di mortalità da CoronaVirus si attesta invece all’11%, contro il 5,6% del resto del paese. Un lombardo ogni 568 è risultato positivo al virus, mentre nel resto delle regioni è stato riscontrato un caso ogni 2.794 abitanti (dati aggiornati al 20 marzo).

Risulta evidente come ci sia una forte disparità di diffusione e di letalità del virus tra la Lombardia e le altre zone d’Italia. Le altre regioni più colpite da questa epidemia risultano essere Piemonte, Emilia Romagna e Veneto. Cos’hanno in comune queste 4 regioni? Respirano l’aria più inquinata d’Europa, ovvero quella della Pianura Padana.

Le province lombarde campionesse d’inquinamento

Sono ormai innumerevoli le statistiche che condannano questa regione dal punto di vista ambientale. Legambiente pubblica ogni anno il rapporto “Mal’Aria” che, analizzando i dati delle ARPA e delle Regioni, stila una classifica delle province con l’aria più inquinata. In particolare ciò che viene rilevato è la presenza di polveri sottili nell’aria. Più nello specifico si parla di PM2,5 e PM10. 7 delle prime 10 città capoluogo in classifica sono, indovinate un po’, lombarde.

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La presenza di queste particelle nell’aria è soggetta a diversi tipi di restrizioni, tanto nazionali quanto globali. Anche l’OMS ha stabilito un limite oltre il quale la presenza di queste particelle è nociva per la salute. Secondo la legge italiana questo limite non può essere sforato per più di 35 giorni all’anno. La provincia di Brescia lo ha sforato per 135 giorni nel 2018, ovvero più di uno su 3. Quella di Lodi per 149. Monza 140, Milano 135, Pavia 115, Bergamo e Cremona 127.

La tesi del Position Paper sulla relazione tra smog e diffusione del CoronaVirus

Il Position Paper citato all’inizio dell’articolo, che ora andremo ad analizzare, porta la firma di 12 docenti e ricercatori specializzati negli studi di diffusione dei virus. Partiamo dalla sua conclusione dove viene affermato, in maniera piuttosto chiara, che: “Si evidenzia come la specificità della velocità di incremento dei casi di contagio che ha interessato in particolare alcune zone del Nord Italia potrebbe essere legata alle condizioni di inquinamento da particolato atmosferico che ha esercitato un’azione di carrier (trasportatore) e di boost (amplificatore)”.

Uno spezzone del Paper

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Questo studio, che verosimilmente sarà il primo di tanti sull’argomento, è stato condotto sulla base di una bibliografia già presente sul tema, a cui si sono andati ad aggiungere i dati sulla diffusione del COVID-19 in Italia e sull’inquinamento dell’aria nelle zone più colpite. “Tale analisi sembra indicare una relazione diretta tra il numero di casi di COVID-19 e lo stato di inquinamento di PM10 dei territori – si legge nel paper – coerentemente con quanto ormai ben descritto dalla più recente letteratura scientifica per altre infezioni virali”.

Smog e particolato come veicolo ideale per la trasmissione del CoronaVirus

Tutto ciò è possibile per via di un semplice meccanismo. Le polveri sottili fungerebbero da carrier, ovvero da trasportatore del virus che, a sua volta, è in grado di “attaccarsi” al particolato atmosferico. Queste particelle possono rimanere in atmosfera per giorni o settimane, aumentando così la probabilità di contrazione del virus anche da parte di chi non vi è entrato direttamente in contatto. In altre parole, come ha spiegato a Repubblica uno dei firmatari del paper, Leonardo Setti: “Le alte concentrazioni di smog e polveri sottili registrate nel mese di Febbraio in Pianura Padana hanno prodotto un’accelerazione alla diffusione del CoronaVirus”.

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Insomma, che i virus si “attacchino” al particolato è un fatto consolidato. Che in questo particolare caso queste particelle siano state uno dei vettori che ha contribuito maggiormente alla diffusione del CoronaVirus in Lombardia non è ancora da affermare con assoluta certezza, data la scarsità di ricerche effettuate su questo caso particolare, ma è altamente probabile. Questa è in sintesi la conclusione che si può trarre dal Paper qui preso in esame.

Smog e mortalità del CoronaVirus

Anche su questo tema, al momento, non si può essere certi della relazione tra inquinamento e letalità del virus. Tuttavia le opinioni delle varie testate e dei loro illustri intervistati che hanno valutato questa ipotesi, vanno tutte nella stessa direzione. L’Espresso, in un articolo di questi giorni, ha riportato il risultato di una ricerca effettuata sulla Sars, ovvero un virus “antenato” del CoronaVirus: “Successivi esperimenti confermano che il particolato atmosferico Pm 2.5 incrementa l’infiammazione polmonare e uno studio ecologico del 2003 sulla prima Sars da coronavirus in Cina mostra una mortalità maggiore dell’84% nelle aree con peggiore indice di qualità dell’aria.”.

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Anche l’Huffington Post è dello stesso avviso: “L’esposizione prolungata all’aria inquinata, in particolare da particolato, causa effetti noti, studiati da decenni, che comprendono anche rilevanti aumenti della vulnerabilità delle vie respiratorie nei confronti di virus patogeni. Persone che da più anni sono esposte a livelli elevati di inquinamento dell’aria – quindi anche più anziane – hanno una più alta probabilità di essere colpite da effetti irritanti, infiammatori e da una riduzione della funzione polmonare. Più alta e prolungata è l’esposizione a PM10, più elevata quindi è la probabilità che il sistema respiratorio sia indebolito e sia più vulnerabile per le gravi complicazioni polmonari generate dal CoronaVirus.”

Insomma, per farla breve, chi vive in aree con l’aria più inquinata è più incline a contrarre infezioni alle vie respiratorie che, a loro volta, risulterebbero essere già in parte defezionate proprio a causa dello smog, aumentando così la percentuale di casi di pazienti infetti e, successivamente, deceduti.

Non “se” ma “quanto”

La conclusione che si può trarre dai documenti analizzati è questa. L’alta concentrazione atmosferica di polveri sottili ha quasi certamente contribuito alla diffusione del virus nelle aree più colpite. Discorso simile per quanto riguarda l’effetto dello smog sulla mortalità del virus. Affermare quanto sopra con certezza potrebbe, al momento, essere azzardato, principalmente per la mancanza di studi di medio-lungo termine sul caso specifico Coronavirus. Tuttavia gli indizi fino ad ora raccolti dagli studiosi sembrano puntare proprio in quella direzione. Insomma non si tratta di chiedersi “se” COVID-19 ed inquinamento abbiano una qualche correlazione, ma in che misura la compromessa salubrità dell’aria Padana abbia influito sull’aggravarsi della situazione.

La politica se ne accorgerà?

Il fatto che questa probabile correlazione non sia mai stata citata dalla politica, che di fatto non ha in alcun modo preso posizione sull’argomento, suscita qualche preoccupazione. Un’ammissione di questo tipo significherebbe dover fare i conti con un grosso problema. Il modello rappresentato dalle regioni italiane che, a livello economico, sono considerate il motore d’Italia, è incompatibile, oltre che con il più ampio problema della riduzione delle emissioni necessaria a contrastare gli effetti del cambiamento climatico, anche con i rischi legati alla diffusione dei virus.

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Ed è proprio qui che scatta un ulteriore campanello d’allarme. In un’intervista rilasciata a Europa Today, Sascha Marschang, segretario generale della European Public Health Alliance, ha dichiarato che: “la scienza ci dice che epidemie come COVID-19 si verificheranno con frequenza crescente”. Di fronte a questo problema c’è una soluzione piuttosto chiara: ridurre l’inquinamento dell’aria. Come? Riducendo le emissioni e iniziando, in maniera seria e credibile, una transizione ecologica in grado di salvare vite. Una strada non facile da percorrere ma che sarà sempre più problematica con il passare del tempo. Prima si inizia ad agire e meglio è. Sperare di poter evitare di farlo o di potere attendere ancora un po’ di tempo, avendo allo stesso tempo l’ambizione di preservare la salute dei cittadini, è una presa di posizione altamente irresponsabile.