Allarme in America Latina: stop all’export di plastica USA

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Un primato poco invidiabile

Non è una novità per nessuno. Come tutti ben sappiamo, Stati Uniti e Cina guerreggiano a distanza, per così dire, al fine di conquistare la leadership economica mondiale. Il principale settore nel quale le due superpotenze sono avverse è quello economico. Chi riuscirà ad arricchirsi maggiormente sarà infatti anche in grado di attrarre a sé la maggior parte dei Paesi mondiali, tramite accordi commerciali maggiormente vantaggiosi. Come spesso accade, però, ancora una volta è l’ambiente la vittima di questi schemi. Secondo un recente report, riportato sulle pagine del Guardian, gli USA sarebbero recentemente diventati primatisti tra i Paesi produttori del maggiore inquinamento da plastica. La conquista, per così dire, di questa vetta avrebbe dato modo agli States di togliere da quel plateau proprio la bandiera cinese. Precedentemente, infatti, era lo stesso dragone il Paese che produceva il maggior inquinamento da plastica a livello mondiale.

Ciò si deve principalmente all’ultima frontiera tecnologica, alle nuove tecniche che consentono di generare plastica monouso a un costo stracciato. La pandemia in questo non ha certo aiutato: pensiamo soltanto alle mascherine, alle loro confezioni sterili in plastica monouso o a tutte le siringhe contenenti le dosi di vaccino che restano vuote dopo la somministrazione. Per rispondere a una domanda emergenziale, si è accelerata la ricerca per arrivare a una produzione rapida di prodotti plastici. Quello a cui non pensiamo è cosa accada al termine del ciclo vitale di quella plastica. Consideriamo che buona parte di essa termina negli oceani, dove ferisce o uccide fauna e flora marine, danneggia gli ecosistemi e, da ultimo, contamina la catena alimentare per chiunque consumi pesce, esseri umani compresi.

L’avvento della plastica

Dal 1960 in avanti, quando si è cominciata a usare massicciamente la plastica, un materiale per l’epoca rivoluzionario e che sembrava essere una vera e propria manna vista la sua duttilità di utilizzo, il consumo di plastica nel mondo è sempre aumentato. Gli Stati Uniti sono da sempre tra le nazioni più innamorate di questo materiale.

I dati statunitensi sull’utilizzo di questo materiale fanno impallidire. Il Paese produce ogni anno 42 milioni di tonnellate metriche di rifiuti plastici. Per relazionarci meglio al grande numero, pensiamo che è come dire che ogni americano produce, da solo, 130 chili di rifiuti in plastica ogni 12 mesi. Se sommiamo la massa di rifiuti in plastica prodotta da tutti i 27 Paesi membri dell’Unione Europea, nello stesso periodo, non arriviamo a quel totale. Le infrastrutture per il riciclo operative negli USA non riescono a stare al passo e, per tal motivo, un’altissima percentuale di questa plastica non viene riciclata e deve essere smaltita in altro modo.

Secondo alcune stime, ogni anno 8,8 milioni di rifiuti in plastica finiscono negli oceani. È come gettare un camion pieno di scorie plastiche in mare ogni 60 secondi. Di questo passo nel 2030, dunque fra neanche 10 anni, potremmo raggiungere l’incredibile totale di 53 milioni di rifiuti in questo materiale scaricati annualmente in acqua, poiché la produzione si sta moltiplicando. Questa cifra è circa il 50% del peso totale dei pesci che peschiamo ogni anno. Gli USA hanno un ruolo di primo piano in questo, a causa della loro infatuazione per la plastica.

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La tratta della plastica

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Foto di Darkmoon_Art da Pixabay 

Gli Stati Uniti hanno un problema non da poco: cosa fare con i rifiuti plastici? Pare che la soluzione trovata dagli States sia quella di spedirli in altre regioni del mondo. Secondo un dossier redatto da alcune associazioni ambientaliste in America Latina, Gli USA avrebbero raddoppiato l’esportazione dei rifiuti di plastica verso la regione. I dati si riferiscono ai primi 7 mesi dell’anno 2020 e non ne abbiamo a disposizione di più recenti. Sapendo però quanta plastica giri in America settentrionale, non stupiamoci se la tendenza fosse riconfermata dai dati più recenti.

L’America del sud, geograficamente prossima agli Stati Uniti, vanta un costo del lavoro ben più basso di quello USA. Da quando, nel 2015, la Cina annunciò di non voler più essere la discarica del mondo e serrò i porti alle navi che trasportavano rifiuti, dopo essere stata per decenni la destinazione privilegiata di questi container, gli USA si sono visti costretti a diminuire l’export di immondizia verso Oriente.

Il Messico accetta oltre il 75% dei rifiuti di plastica inviati in America Latina. Tra il gennaio e l’agosto del 2020, il periodo di cui si è occupato il dossier, lo Stato centramericano ha ricevuto oltre 32.650 tonnellate di rifiuti, più di quelli spediti in El Salvador ed Ecuador. Last Beach Cleanup, un gruppo ambientalista con sede in California ha eseguito i calcoli.

Una normativa preistorica

Il diritto internazionale tassa, in maniera pesante, e restringe l’export di rifiuti nocivi e tossici. In realtà però, i controlli effettivi sono abbastanza scarsi nei maggiori porti mondiali. Inoltre la normativa sugli scarti in plastica è cambiata solo nello scorso gennaio 2021. Precedentemente a tale data, infatti, la plastica esportata per il riciclo non sottostava a questa norma. Ciò significa che era davvero semplicissimo etichettare container pieni di rifiuti nel materiali come da riciclare e poi mandarli a riempire discariche nel terzo mondo, in Paesi che non sono in grado neppure di riciclare la propria spazzatura, ma accettano volentieri quella che l’Occidente gli spedisce, dietro pagamento.

Un report firmato GAIA (Global Alliances for Incinerator Alternatives) stima che il settore dei rifiuti in plastica è destinato ad aumentare nel prossimo futuro, in America Latina. Imprese statunitensi e cinesi sarebbero infatti pronte ad aprire poli di riciclo a queste latitudini. Ciò comporterebbe l’effettiva esistenza di centri per riciclare in loco ma anche la loro destinazione estera e non locale. Di fatto, la plastica dell’America del Nord dovrebbe farsi un viaggio lungo mezzo oceano – con tutto il costo connesso in termini di emissioni – per venire riciclata in Cile, Perù o Brasile. Arriveremmo al colonialismo 2.0, quello ambientale.

Plastica, greenwashing e rigurgiti coloniali

“L’esportazione di rifiuti in plastica è, probabilmente, una delle espressioni più nefaste della commercializzazione di beni non comuni. È una occupazione coloniale di territori del Sud del mondo per sfruttamento, per renderli zone sacrificabili. I Caraibi e l’America Latina non sono il cortiletto degli USA, bensì territori sovrani. Domandiamo rispetto per la nostra gente e la nostra natura.”

Ha affermato Fernanda Solìz, direttrice dell’area salute presso l’Università Simon Bolivar in Ecuador, al Guardian.

Nel 2019 la maggior parte delle nazioni del mondo sottoscrisse l’abbandono della creazione di rotte commerciali che spostassero i rifiuti in plastica dal nord economicamente più sviluppato del Pianeta verso il secondo e terzo mondo. Si tratta del cosiddetto emendamento sulla plastica alla convenzione di Basilea. L’accordo impedisce specificamente l’export di rifiuti plastici da entità statunitensi private ad aziende site in Paesi in via di sviluppo, in mancanza di una esplicita autorizzazione dei governi di tali nazioni. Gli States sono uno di quei Paesi che non ha firmato l’accordo e ha continuato, in maniera indisturbata, a spedire i suoi rifiuti in America Latina, Africa e Sud-est asiatico.

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Foto di Maruf Rahman da Pixabay 

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Pesci grossi e pesci piccoli

La posizione di forza della potenza economica USA crea un circuito per il quale, tristemente, ai Paesi in via di sviluppo conviene accettare questi rifiuti. La tratta della plastica, infatti, è un’attività redditizia per entrambe le parti: gli States investono nei Paesi che avvelenano, edificando poli di riciclo che creano lavoro e/o contribuendo in altri progetti di sviluppo economico locali, in cambio del benestare dei governi meno abbienti. Come afferma Camila Aguilera, portavoce di GAIA, però, in questa maniera:

“I governi regionali falliscono in due aspetti: Il primo è quello della dogana. Non sempre, infatti, sappiamo con certezza che cosa sia contenuto nei rifiuti accettati per il riciclo. In secondo luogo, questi esecutivi hanno firmato il trattato di Basilea e così facendo lo tradiscono puntualmente. È importante poi acquistare contezza relativamente al riciclo. Le economie del nord mondiale sono orgogliose di riciclare, tanto da non porsi neppure il problema di sviluppare la propria economia e organizzarsi per compiere il passo successivo, quello che farebbe davvero bene al Pianeta: ridurre la produzione di rifiuti mirando all’impatto zero. Nessun governo tratta la plastica alla stregua di un rifiuto tossico ma, in realtà, le due cose sono davvero molto simili.”

Aguilera si riferisce al fatto che, alla dogana, nessun funzionario si prende la briga – e il rischio sanitario connesso – di verificare che cosa sia davvero contenuto all’interno dei container che trasportano rifiuti in plastica destinati al riciclo. È dunque possibile che le aziende inquinanti del primo mondo approfittino di questa assenza di controlli per spedire rifiuti pericolosi, magari tossici e chissà, forse addirittura radioattivi, in questi Paesi, al fine di lavarsene le mani.

“Seaspiracy” e l’insostenibilità della pesca

A distanza di sette anni dal discusso documentario “Cowspiracy”, Kip Andersen, nei panni di produttore esecutivo, affiancato dal regista Ali Tabrizi, torna a denunciare una realtà attuale quanto drammatica; quella dell’impatto antropico sugli oceani. Una delle tante che vengono nascoste ai nostri occhi ogni giorno. Tabrizi mette in gioco se stesso per capire meglio cosa si celi dietro la pesca industriale. Corruzione, giochi di potere, schiavismo e distruzione ambientale sono solo alcuni dei temi che vengono affrontati in questo meraviglioso documentario; disponibile su Netflix a partire dal 24 marzo.

Prima tappa Taiji, Giappone

Questo documentario ha lo scopo di denunciare le ingiustizie che ogni giorno, silenziosamente, massacrano gli oceani del Pianeta ed i suoi abitanti. Ali Tabrizi ha deciso di iniziare questo viaggio dando voce ad una terribile pratica che tutt’oggi lascia sgomenta gran parte del Mondo. La mattanza dei delfini a Taiji, che ha luogo in una baia nel sud del Giappone.

Il governo giapponese si impegna molto per far si che la gente non ne sappia niente. Chi si oppone è messo in prigione e chi cerca di documentare viene seguito h24. E’ essenziale nel 2021 informare su ciò che accade a Taiji. Se non risolviamo questo terribile massacro come possiamo pensare di salvare e tutelare gli oceani? La baia nella quale avviene la mattanza dei delfini è grossa quanto un campo da calcio. E’ impensabile che non si possa cambiare le cose.

Ric O’Barry fondatore di “Dolphin Project“.

Purtroppo lo scenario è lo stesso per una settimana o più; circa 13 barche escono molto presto dal porto per andare a speronare pod (gruppi familiari) di delfini disturbandoli con forti rumori e spingendoli verso la baia. Una volta lì alcuni vengono catturati per poi essere venduti al mercato dei parchi acquatici, ma la maggiorparte invece viene annegata e arpionata. Ma per quale motivo?

Un pod di globicefali si radunano insieme, alla ricerca di una via di fuga. 
Sarebbero stati tutti massacri diverse ore dopo, ad eccezione di uno.
Crediti: Dolphin Project

La caccia ai delfini di Taiji continua ad essere sostenuta, sottoscritta e finanziata dall’industria dei parchi acquatici. Un delfino vivo vale parecchio. Perciò l’obiettivo è catturare giovani esemplari di delfini e balene e rivenderli a tali parchi. La cattività in vasche di cemento li priva di tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta e spesso si lasciano morire. Tutto ciò che non vogliono fare sono costretti a farlo.

Lori Marino, fondatrice di “The whale sanctuary project

La domanda più ovvia a questo punto che si pone Ali è: quanto può valere un delfino morto? Da alcune ricerche è risultato che dal 2000 al 2015, per ogni delfino catturato e rivenduto ai parchi ne sono stati eliminati 12. Perchè ucciderli se la mattanza dei delfini è alimentata dall’industria della cattività? La risposta può essere formulata solo da coloro che dedicano la propria vita a contrastare tali ingiustizie, come Sea Shepherd:

La risposta è: disinfestazione. Per i pescatori i delfini rappresentano la concorrenza, poichè mangiano grandi quantitativi di pesce. Perciò, sbarazzandosene, avranno più pescato a loro disposizione. In altre parole, è una reazione alla pesca eccessiva che ha luogo a Taiji.

Tamara Arenovich, Sea Shepherd crew

Non solo delfini

A pochi km da Taiji vi è il porto di Kii-Katsuura, il quale cela dietro ai propri cancelli un altro dramma. Questa volta ad essere coinvolto è un pesce: il tonno. Rendere i delfini il capro espiatorio per la pesca eccessiva permette alle flotte pescherecce nipponiche di perseverare nell’industria multimiliardaria del tonno e declinare qualsiasi responsabilità ecologica.

Le cifre che circolano riguardo al tonno ed in particolare alla varietà “rossa” sono drammatiche. I prezzi che raggiunge la sua carne sono i più alti in assoluto, proprio per la sua sempre maggiore scarsità negli oceani di tutto il globo; un solo esemplare può essere venduto anche per 3 mln di dollari ed il settore ne vale 42 all’anno.

Mercato del tonno di Tokio

Il settore è a rischio di sovra sfruttamento e, ad oggi, rimane solo il 3% della specie. Purtroppo il tonno non è l’unica specie di valore pescata. Un altro pesce è al centro del commercio ittico nipponico: lo squalo. Una volta a Tokio, Ali si è trovato davanti ad una scena agghiacciante: distese di corpi di squali ai quali venivano recise le pinne.

Lo shark finning (o spinnamento degli squali) è un’altra industria multimiliardaria, spesso legata ad attività criminali e associazioni mafiose. Gli squali di tutto il mondo vengono uccisi per le pinne, le quali vengono vendute in Asia, specialmente in Cina per la tipica zuppa.

Seconda tappa Hong Kong, Cina

Il mistero che avvolge la caccia agli squali incuriosisce Ali, tanto da partire alla volta di Hong Kong, nota come “la capitale delle pinne di squalo”. Ciò che vi trova è sconvolgente: pinne ovunque.

La presenza degli squali negli oceani non deve spaventarci, mentre la loro assenza si. Questi ultimi mantengono in salute gli oceani, oltre che le risorse ittiche sane e gli ecosistemi vivi. Se portassimo gli squali all’estinzione l’oceano diventerebbe una palude.

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Proprio come il tonno rosso, il numero degli squali sta crollando. Lo squalo volpe, toro e martello si sono ridotte dell’80% fino al 99% della popolazione negli ultimi decenni. Ogni anno almeno 50 mln di squali vengono catturati a causa del “bycatch” assieme al pescato destinato alle nostre tavole.

Ali Tabrizi ad Hong Kong
Crediti:  Lucy Tabrizi

Secondo alcune stime, il 40% del pescato viene rigettato in mare come “cattura accessoria” in gran parte già morto prima ancora di rientrare in acqua. Dunque impedire il commercio di pinne destinate alle zuppe è solo un granello di sabbia rispetto alla vera entità del problema; la pesca è dannosa quanto, se non più, dello shark finning (limitato all’Asia), essendo praticata in tutto il Pianeta.

Le catture accessorie sono le vittime invisibili della pesca industriale. Vengono definite “accidentali”, ma in realtà è un elemento perfettamente calcolato nell’economia della pesca. Esistono oltre 100 regolamenti di pesca per ridurre tali catture; ma con più di 4 mln e mezzo di pescherecci commerciali in mare aperto i governi hanno rinunciato a farli rispettare. A Taiji viene ucciso 1/10 dei delfini che rimangono vittime nelle reti francesi, ed il governo bada bene di non divulgare tali informazioni. Queste cifre devono far riflettere.

Il marchio “salva delfino”

La più grande minaccia per balene e delfini è la pesca commerciale; ogni anno più di 300.000 esemplari rimangono vittime di tale pratica. Tutti noi, quando dobbiamo acquistare del pesce in scatola (come il tonno) preferiamo mirare a marchi che presentano la qualifica “salva delfino”, pensando che siano sostenibili. Purtroppo, invece, molto spesso le etichette coprono ciò che realmente accade in mare.

La qualifica “salva delfino” su di una scatoletta di tonno.

Tale qualifica purtroppo non è garantita. Un controsenso? Proprio così. Lo afferma la stessa organizzazione che si trova dietro il marchio, l’ “Earth Island Institute”:

Se vuoi usare tale logo non puoi uccidere nemmeno un delfino, altrimenti sei fuori. Sfortunatamente non possiamo garantire che ogni lattina sia “dolphin safe”; una volta che i pescherecci sono in mezzo all’oceano non è possibile controllarli. Si, a volte mandiamo degli osservatori a bordo ma spesso vengono corrotti, e così ci si deve fidare dalla parola del capitano.

Mark J.Palmer dell’ “Earth Island Institute”

Una vera e propria frode. Questo marchio, riconosciuto a livello internazionale, è una montatura, dal momento che non garantisce assolutamente nulla. Inoltre, il 46% della plastica presente nel Great Pacific Garbage è costituita da reti e attrezzatura da pesca. Ma di questa correlazione (Pesca= Inquinamento) se ne parla pochissimo. Perchè le campagne contro la plastica non parlano della pesca come primo colpevole?

Visitando i siti delle principali organizzazioni che trattano l’inquinamento da plastiche si possono notare centinaia di incoraggiamenti ad abbandonare l’utilizzo di cannucce, bustine del thè e gomme da masticare; ma nessun cenno alla pesca ed ai suoi rifiuti. Si è scoperto che dietro una delle realtà che più incarna la denuncia all’utilizzo della plastica, “Plastic Pollution Coalition”, vi è l’ “Earth Island Institute”. La stessa organizzazione che gestisce il marchio “Dolphin Safe”. Ecco spiegato il silenzio sulla correlazione pesca-plastica. La corruzione parte dalle stesse realtà che dovrebbero tutelare il mare. Terribile.

La pesca ed il cambiamento climatico

Ogni singola specie è interconnessa e necessaria nel mantenere in equilibrio l’oceano e l’atmosfera del nostro Pianeta. Sembrerà incredibile, ma la forza generata dagli animali che si muovono lungo la colonna d’acqua nell’oceano, in termini di rimescolamento, è alla pari di tutti i venti, maree, onde e correnti messe assieme. Tale rimescolamento è uno dei modi in cui gli oceani assorbono il calore dall’atmosfera. Mentre nuotano, gli animali spingono in profondità le acque superficiali più calde mescolandole con quelle più fredde sottostanti.

Tutto ciò è oggetto di diversi studi, i quali affermano che la decimazione della fauna marina potrebbe interferire con tale processo di assorbimento, contribuendo così all’innalzamento delle temperature. Gli oceani ed i suoi abitanti hanno un ruolo molto più importante di quanto ci si aspettasse. La vita negli oceani è cruciale nel tenere a bada il carbonio ed impedire che venga rilasciato nell’atmosfera.

Le piante marine, ad esempio, svolgono un ruolo fondamentale: accumulano fino a 20 volte più carbonio per ettaro delle foreste emerse. In effetti, il 93% della CO2 mondiale si trova nell’oceano grazie alla vegetazione marina. Perdere solo l’1% di questi ecosistemi equivale ad immettere nell’atmosfera le emissioni di 97 mln di automobili. Continuando l’estrazione dei pesci stiamo disboscando gli oceani; infatti, nel processo di pesca vengono distrutti interi ecosistemi ed habitat. La prima a contribuire è la pesca a strascico, che lascia dietro di se distruzione ed depauperamento.

MSC, la certificazione dell’incoerenza

Ali ha provato più volte a contattare la Marine Stewardship Council (MSC), un’organizzazione internazionale non-profit che si occupa del problema della pesca non sostenibile, con lo scopo di garantire l’approvvigionamento di prodotti ittici anche per il futuro; ma senza successo. Questo è quanto vi è scritto sul loro sito:

“La nostra missione è affrontare il problema della pesca non sostenibile e salvaguardare le risorse ittiche per il futuro. Con l’aiuto dei nostri partner, e di consumatori attenti alla sostenibilità, vogliamo innescare un circolo virtuoso verso un mondo sempre più sostenibile. Il programma di certificazione e di etichettatura MSC permette a tutti di svolgere un ruolo nel garantire un futuro sano per i nostri oceani.”

Il logo del Marine Stewardship Council (MSC)

La più grande organizzazione di pesca sostenibile al Mondo si rifiuta di rispondere alle domande del regista. Perchè? Conflitto di interessi. Dopo alcune ricerche, Ali si rende conto che uno dei fondatori di MSC era la multinazionale Unilever, uno dei maggiori distributori di pesce. Inoltre, l’80% dei 30 mln di reddito annuale viene dalla licenza del marchio sui prodotti ittici. In altre parole, più etichette blu vengono concesse più aumentano i guadagni.

Esiste una forma di pesca sostenibile?

Questa è la domanda che si pone il regista alla fine del documentario. E la risposta è NO. Non esiste un prelievo di animali selvatici su larga scala che possa corrispondere al termine “sostenibile”. Non è possibile far rispettare le leggi sulla pesca, ritenuta sostenibile, a tutte le barche in mare aperto. Si è assistito in più parti del mondo ad assassinii di osservatori sui pescherecci, per tenere nascosta l’illegalità di alcune azioni.

Negli Stati Uniti, ad esempio, un pesce di importazione su tre è pescato e venduto illegalmente. Spesso viene sottratto ai Paesi più poveri, dove è oggetto di guerre. Si pensi al fenomeno della pirateria in Somalia; tutto si è originato dalla pesca illegale. Coloro che erano umili pescatori, trovatisi difronte alle flotte pescherecce del Mondo esterno (illegali) e derubati delle proprie risorse ittiche, son stati instradati alla pirateria per potersi sostentare.

Spesso si associano gli allevamenti ittici alla sostenibilità. Niente di più sbagliato. Bisogna tener di conto delle malattie, dell’inquinamento, del cibo che viene somministrato ai pesci ed altri fattori che spesso sfuggono alle regolamentazioni internazionali. L’industria sostiene che per produrre 1 kg di salmone da allevamento servano solo 1,2 kg di mangime. Facendo un focus su quest’ultimo però, c’è da rabbrividire: è composto da farine ed olio di pesce, la cui produzione richiede un gran quantitativo di esemplari. Ad oggi, circa il 50% del totale del pesce proviene da allevamenti intensivi da tutto il Mondo.

Ciò che ognuno di noi può fare per proteggere gli oceani ed i suoi abitanti è non mangiare pesce o, quanto meno, ridurne il consumo. Aumentando la protezione e riducendo drasticamente la pesca, ristabilendo l’equilibrio e la salute degli ecosistemi, ci sono buone probabilità di superare i problemi. Gli ecosistemi marini hanno la capacità di riprendersi in fretta, se gli viene data la possibilità. Le prospettive di recupero sono realizzabili, ma solo quando verranno istituite enormi aree marine protette (no-take zone) ed i governi inizieranno a far sentire davvero la propria voce. Fino a quel momento, la cosa più etica da fare è: smettere di mangiare pesce.

Ciò che è certo è che consumare pesce ai ritmi odierni non è in alcun modo sostenibile. Alcune stime ci dicono che, se continueremo così, entro il 2048 gli oceani potrebbero essere completamente svuotati. Alla luce di quanto sopra e, soprattutto, dopo la visione di questo documentario, il nostro consiglio, per chi non sia disposto ad eliminare il pesce dalla propria dieta, è quello di ridurne l’assunzione quanto più possibili e di evitare le specie appartenenti agli stock più sfruttati come, ad esempio, il tonno. In ogni caso, prima di prendere una decisione, L’EcoPost consiglia vivamente la presa visione del documentario in modo che ognuno possa scegliere con consapevolezza il da farsi.

Quanto inquinano le multinazionali del latte

Multinazionali del latte

Recentemente, lo IATP, Institute for Agriculture and Trade Policy, ha rilasciato un dettagliato rapporto, intitolato Milking the Planet: How Big Dairy is heating up the planet and hollowing rural communities. Tradotto dall’inglese, lingua in cui il documento è stato stilato dalla ONLUS statunitense – tedesca con sede nel Minnesota, il titolo del rapporto suona più o meno così in italiano: mungere il Pianeta: in che modo le multinazionali del latte stanno riscaldando la Terra e svuotando le comunità rurali. Questa intestazione lascia ben poco spazio all’immaginazione. Andiamo ad approfondire la spinosa questione.

Logo del report, Foto: IATP

I gas ad effetto serra

Il rapporto di cui sopra è impietoso. Secondo gli studi riportati nel documento, le emissioni totali combinate di gas serra di 13 tra le maggiori aziende lattiero- casearie sono aumentate dell’11% soltanto nel biennio tra il 2015 e il 2017.

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Aumento delle emissioni delle multinazionali del latte, grafico: IATP

Il GHG (greenhouse gas) di cui si parla è un terribile inquinante poiché è capace di intrappolare il calore nell’atmosfera. I principali GHG sono anidride carbonica (CO2), metano (CH4), protossido di azoto (N2O), esafluoruro di zolfo (SF6), idrofluorocarburi (HFCs, ove la s finale sta per il plurale inglese) e perfluorocarburi (PFC). Anche il vapore acqueo gioca un ruolo importante come agente dell’effetto serra ma si tratta di una formazione naturale, non influenzato direttamente dalle attività umane – le quali causano invece tutte le emissioni precedentemente elencate – dunque non viene incluso tra i gas ad effetto serra.

Ci sarebbe dunque un legame tra l’espansione del settore lattiero – caseario a livello industriale e l’aumento delle emissioni di gas serra. I numeri ora analizzati ce lo dimostrano. Come se il solo problema ambientale non bastasse, la lotta che i grandi poli industriali fanno alle piccole aziende agricole, già impari, si è ulteriormente sbilanciata a seguito della crisi causata dalla pandemia.

Le multinazionali non si curano della propria impronta ambientale

Davvero preoccupante è l’affermazione dello IATP, riportata nel rapporto, secondo la quale nessuna delle 13 multinazionali esaminate ha preso impegni chiari per ridurre le proprie emissioni. L’impronta di carbonio di queste lunghe catene di approvvigionamento del latte non sembra importare ai manager. A onor del vero, 3 di queste aziende hanno stilato obiettivi climatici. Tali target ambientali, messi nero su bianco, coinvolgono l’interezza della loro filiera. Sull’altro piatto della bilancia però, tristemente, troviamo un peso maggiore. Meno della metà delle multinazionali prese in esame riporta le proprie emissioni. Nuovamente, non sembrano neppure interessarsi al problema.

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L’incuranza delle multinazionali di fronte alle loro emissioni, Grafico: IATP

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Vigilare sull’irresponsabilità

“Due anni dopo aver riportato le nostre prime stime, il nuovo studio dimostra come l’industria lattiero – casearia resti irresponsabile. I governi devono regolamentare le potenti società che controllano il latte. Queste multinazionali vanno obbligate a pagare il conto per il loro impatto sull’ambiente e sulla salute pubblica. ” Evidenzia Shefali Sharma, direttore di IATP Europa e autore del rapporto. “I paesi industrializzati si sono dati il compito di aumentare le proprie ambizioni climatiche eppure queste aziende continuano ad espandersi in potenza. La loro produzione aumenta mentre le comunità rurali soffrono. I governi possono e devono reindirizzare i fondi pubblici per consentire ad agricoltori e allevatori di produrre e salvaguardare il loro sostentamento, oltre che il pianeta. Quelle politiche che forniscono le maggiori possibilità di fermare la sovrapproduzione e garantire prezzi equi ai produttori sono le stesse che possono aiutare a ridurre le emissioni.” Ha aggiunto Sharma, alla pubblicazione del suo report.

A Parigi, nel dicembre 2015, durante la celebre conferenza COP21, i governi decisero di frenare le emissioni globali. Nel corso del solo anno 2017, però, le emissioni di gas serra sono aumentate di 32,3 milioni di tonnellate sull’anno precedente. L’equivalente di 6,9 milioni di auto in strada per un anno intero, per un consumo di 13,6 miliardi di litri di benzina. In quello stesso anno, le emissioni combinate delle multinazionali e della grande industria lattiero – casearia, hanno superato quelle dei principali produttori di carbonio. Ci riferiamo alla BHP e alla ConocoPhilips, aziende che vivono producendo combustibili fossili.

Le multinazionali del latte dimostrano irresponsabilità e si curano ben poco delle proprie emissioni. È dunque necessario che vi sia qualcuno a vigilare su di esse e punirle all’occorrenza. Sono in grado di farlo i governi? Occorre che ci pensino le istituzioni internazionali? Vanno creati enti ad hoc?

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L’illecito vantaggio delle multinazionali

I due anni sui quali il rapporto si concentra, quelli tra il 2015 e il 2017, hanno visto la produzione di latte aumentare dell’8% a livello mondiale. Ciononostante, in quello stesso biennio, migliaia di aziende agricole a conduzione familiare, o di piccole dimensioni, hanno dichiarato fallimento. Sia in Europa, sia negli Stati Uniti, sia in India, sia in Nuova Zelanda (le quattro principali regioni produttrici del latte), gli agricoltori hanno visto il proprio debito aumentare e il proprio reddito diminuire. È terribile per un piccolo produttore, è un colpo da ko tecnico. Le grandi compagnie, invece, stabili e a prova di crisi, hanno saputo resistere stoicamente anche al COVID-19, con una flessione dei loro guadagni ma nessuna delle loro emissioni.

Le brutte immagini degli agricoltori che gettavano il loro latte, che abbiamo visto anche in Italia, evidenziano le fragilità di un sistema in avaria, concentrato nelle mani di pochi abbienti. Come ricorda il report, è ora di chiedere con maggior forza una gestione dell’offerta che contempli prezzi più equi, limitando al contempo la sovrapproduzione e tutti gli sprechi che ne conseguono.

Il cammino del latte, dalla mucca alla tavola

Quale soluzione?

In conclusione, il rapporto firmato da Shefali Sharma suggerisce una possibile via d’uscita a questa ingiusta – ed inquinante – situazione. “Poiché il settore lattiero – caseario si disintegra in ampie operazioni sotto il controllo di alcune multinazionali, la soluzione sta nella creazione di politiche pubbliche concrete. In tal modo si può affrontare la sovrapproduzione e si possono creare programmi in grado di gestire meglio l’offerta. Vanno create politiche agricole, commerciali e concorrenziali competitive e complementari.”

Un report non prende decisioni, non decide il da farsi. Un report analizza una situazione, ne espone i problemi e ne suggerisce le soluzioni. Fatto questo, ha esaurito il suo scopo. La palla ora deve rimbalzare nel cortile dei governi e delle istituzioni politiche sovranazionali. La decisione adesso diventa politica e abbiamo bisogno di qualcuno che la assuma. Ci dimostrino che le belle parole dette e scritte sull’ambiente negli ultimi tempi non sono finite vittima del nuovo coronavirus.