“Seaspiracy” e l’insostenibilità della pesca

A distanza di sette anni dal discusso documentario “Cowspiracy”, Kip Andersen, nei panni di produttore esecutivo, affiancato dal regista Ali Tabrizi, torna a denunciare una realtà attuale quanto drammatica; quella dell’impatto antropico sugli oceani. Una delle tante che vengono nascoste ai nostri occhi ogni giorno. Tabrizi mette in gioco se stesso per capire meglio cosa si celi dietro la pesca industriale. Corruzione, giochi di potere, schiavismo e distruzione ambientale sono solo alcuni dei temi che vengono affrontati in questo meraviglioso documentario; disponibile su Netflix a partire dal 24 marzo.

Prima tappa Taiji, Giappone

Questo documentario ha lo scopo di denunciare le ingiustizie che ogni giorno, silenziosamente, massacrano gli oceani del Pianeta ed i suoi abitanti. Ali Tabrizi ha deciso di iniziare questo viaggio dando voce ad una terribile pratica che tutt’oggi lascia sgomenta gran parte del Mondo. La mattanza dei delfini a Taiji, che ha luogo in una baia nel sud del Giappone.

Il governo giapponese si impegna molto per far si che la gente non ne sappia niente. Chi si oppone è messo in prigione e chi cerca di documentare viene seguito h24. E’ essenziale nel 2021 informare su ciò che accade a Taiji. Se non risolviamo questo terribile massacro come possiamo pensare di salvare e tutelare gli oceani? La baia nella quale avviene la mattanza dei delfini è grossa quanto un campo da calcio. E’ impensabile che non si possa cambiare le cose.

Ric O’Barry fondatore di “Dolphin Project“.

Purtroppo lo scenario è lo stesso per una settimana o più; circa 13 barche escono molto presto dal porto per andare a speronare pod (gruppi familiari) di delfini disturbandoli con forti rumori e spingendoli verso la baia. Una volta lì alcuni vengono catturati per poi essere venduti al mercato dei parchi acquatici, ma la maggiorparte invece viene annegata e arpionata. Ma per quale motivo?

Un pod di globicefali si radunano insieme, alla ricerca di una via di fuga. 
Sarebbero stati tutti massacri diverse ore dopo, ad eccezione di uno.
Crediti: Dolphin Project

La caccia ai delfini di Taiji continua ad essere sostenuta, sottoscritta e finanziata dall’industria dei parchi acquatici. Un delfino vivo vale parecchio. Perciò l’obiettivo è catturare giovani esemplari di delfini e balene e rivenderli a tali parchi. La cattività in vasche di cemento li priva di tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta e spesso si lasciano morire. Tutto ciò che non vogliono fare sono costretti a farlo.

Lori Marino, fondatrice di “The whale sanctuary project

La domanda più ovvia a questo punto che si pone Ali è: quanto può valere un delfino morto? Da alcune ricerche è risultato che dal 2000 al 2015, per ogni delfino catturato e rivenduto ai parchi ne sono stati eliminati 12. Perchè ucciderli se la mattanza dei delfini è alimentata dall’industria della cattività? La risposta può essere formulata solo da coloro che dedicano la propria vita a contrastare tali ingiustizie, come Sea Shepherd:

La risposta è: disinfestazione. Per i pescatori i delfini rappresentano la concorrenza, poichè mangiano grandi quantitativi di pesce. Perciò, sbarazzandosene, avranno più pescato a loro disposizione. In altre parole, è una reazione alla pesca eccessiva che ha luogo a Taiji.

Tamara Arenovich, Sea Shepherd crew

Non solo delfini

A pochi km da Taiji vi è il porto di Kii-Katsuura, il quale cela dietro ai propri cancelli un altro dramma. Questa volta ad essere coinvolto è un pesce: il tonno. Rendere i delfini il capro espiatorio per la pesca eccessiva permette alle flotte pescherecce nipponiche di perseverare nell’industria multimiliardaria del tonno e declinare qualsiasi responsabilità ecologica.

Le cifre che circolano riguardo al tonno ed in particolare alla varietà “rossa” sono drammatiche. I prezzi che raggiunge la sua carne sono i più alti in assoluto, proprio per la sua sempre maggiore scarsità negli oceani di tutto il globo; un solo esemplare può essere venduto anche per 3 mln di dollari ed il settore ne vale 42 all’anno.

Mercato del tonno di Tokio

Il settore è a rischio di sovra sfruttamento e, ad oggi, rimane solo il 3% della specie. Purtroppo il tonno non è l’unica specie di valore pescata. Un altro pesce è al centro del commercio ittico nipponico: lo squalo. Una volta a Tokio, Ali si è trovato davanti ad una scena agghiacciante: distese di corpi di squali ai quali venivano recise le pinne.

Lo shark finning (o spinnamento degli squali) è un’altra industria multimiliardaria, spesso legata ad attività criminali e associazioni mafiose. Gli squali di tutto il mondo vengono uccisi per le pinne, le quali vengono vendute in Asia, specialmente in Cina per la tipica zuppa.

Seconda tappa Hong Kong, Cina

Il mistero che avvolge la caccia agli squali incuriosisce Ali, tanto da partire alla volta di Hong Kong, nota come “la capitale delle pinne di squalo”. Ciò che vi trova è sconvolgente: pinne ovunque.

La presenza degli squali negli oceani non deve spaventarci, mentre la loro assenza si. Questi ultimi mantengono in salute gli oceani, oltre che le risorse ittiche sane e gli ecosistemi vivi. Se portassimo gli squali all’estinzione l’oceano diventerebbe una palude.

Leggi anche il nostro articolo: “Overfishing: UE accusata di ipocrisia e neocolonialismo”

Proprio come il tonno rosso, il numero degli squali sta crollando. Lo squalo volpe, toro e martello si sono ridotte dell’80% fino al 99% della popolazione negli ultimi decenni. Ogni anno almeno 50 mln di squali vengono catturati a causa del “bycatch” assieme al pescato destinato alle nostre tavole.

Ali Tabrizi ad Hong Kong
Crediti:  Lucy Tabrizi

Secondo alcune stime, il 40% del pescato viene rigettato in mare come “cattura accessoria” in gran parte già morto prima ancora di rientrare in acqua. Dunque impedire il commercio di pinne destinate alle zuppe è solo un granello di sabbia rispetto alla vera entità del problema; la pesca è dannosa quanto, se non più, dello shark finning (limitato all’Asia), essendo praticata in tutto il Pianeta.

Le catture accessorie sono le vittime invisibili della pesca industriale. Vengono definite “accidentali”, ma in realtà è un elemento perfettamente calcolato nell’economia della pesca. Esistono oltre 100 regolamenti di pesca per ridurre tali catture; ma con più di 4 mln e mezzo di pescherecci commerciali in mare aperto i governi hanno rinunciato a farli rispettare. A Taiji viene ucciso 1/10 dei delfini che rimangono vittime nelle reti francesi, ed il governo bada bene di non divulgare tali informazioni. Queste cifre devono far riflettere.

Il marchio “salva delfino”

La più grande minaccia per balene e delfini è la pesca commerciale; ogni anno più di 300.000 esemplari rimangono vittime di tale pratica. Tutti noi, quando dobbiamo acquistare del pesce in scatola (come il tonno) preferiamo mirare a marchi che presentano la qualifica “salva delfino”, pensando che siano sostenibili. Purtroppo, invece, molto spesso le etichette coprono ciò che realmente accade in mare.

La qualifica “salva delfino” su di una scatoletta di tonno.

Tale qualifica purtroppo non è garantita. Un controsenso? Proprio così. Lo afferma la stessa organizzazione che si trova dietro il marchio, l’ “Earth Island Institute”:

Se vuoi usare tale logo non puoi uccidere nemmeno un delfino, altrimenti sei fuori. Sfortunatamente non possiamo garantire che ogni lattina sia “dolphin safe”; una volta che i pescherecci sono in mezzo all’oceano non è possibile controllarli. Si, a volte mandiamo degli osservatori a bordo ma spesso vengono corrotti, e così ci si deve fidare dalla parola del capitano.

Mark J.Palmer dell’ “Earth Island Institute”

Una vera e propria frode. Questo marchio, riconosciuto a livello internazionale, è una montatura, dal momento che non garantisce assolutamente nulla. Inoltre, il 46% della plastica presente nel Great Pacific Garbage è costituita da reti e attrezzatura da pesca. Ma di questa correlazione (Pesca= Inquinamento) se ne parla pochissimo. Perchè le campagne contro la plastica non parlano della pesca come primo colpevole?

Visitando i siti delle principali organizzazioni che trattano l’inquinamento da plastiche si possono notare centinaia di incoraggiamenti ad abbandonare l’utilizzo di cannucce, bustine del thè e gomme da masticare; ma nessun cenno alla pesca ed ai suoi rifiuti. Si è scoperto che dietro una delle realtà che più incarna la denuncia all’utilizzo della plastica, “Plastic Pollution Coalition”, vi è l’ “Earth Island Institute”. La stessa organizzazione che gestisce il marchio “Dolphin Safe”. Ecco spiegato il silenzio sulla correlazione pesca-plastica. La corruzione parte dalle stesse realtà che dovrebbero tutelare il mare. Terribile.

La pesca ed il cambiamento climatico

Ogni singola specie è interconnessa e necessaria nel mantenere in equilibrio l’oceano e l’atmosfera del nostro Pianeta. Sembrerà incredibile, ma la forza generata dagli animali che si muovono lungo la colonna d’acqua nell’oceano, in termini di rimescolamento, è alla pari di tutti i venti, maree, onde e correnti messe assieme. Tale rimescolamento è uno dei modi in cui gli oceani assorbono il calore dall’atmosfera. Mentre nuotano, gli animali spingono in profondità le acque superficiali più calde mescolandole con quelle più fredde sottostanti.

Tutto ciò è oggetto di diversi studi, i quali affermano che la decimazione della fauna marina potrebbe interferire con tale processo di assorbimento, contribuendo così all’innalzamento delle temperature. Gli oceani ed i suoi abitanti hanno un ruolo molto più importante di quanto ci si aspettasse. La vita negli oceani è cruciale nel tenere a bada il carbonio ed impedire che venga rilasciato nell’atmosfera.

Le piante marine, ad esempio, svolgono un ruolo fondamentale: accumulano fino a 20 volte più carbonio per ettaro delle foreste emerse. In effetti, il 93% della CO2 mondiale si trova nell’oceano grazie alla vegetazione marina. Perdere solo l’1% di questi ecosistemi equivale ad immettere nell’atmosfera le emissioni di 97 mln di automobili. Continuando l’estrazione dei pesci stiamo disboscando gli oceani; infatti, nel processo di pesca vengono distrutti interi ecosistemi ed habitat. La prima a contribuire è la pesca a strascico, che lascia dietro di se distruzione ed depauperamento.

MSC, la certificazione dell’incoerenza

Ali ha provato più volte a contattare la Marine Stewardship Council (MSC), un’organizzazione internazionale non-profit che si occupa del problema della pesca non sostenibile, con lo scopo di garantire l’approvvigionamento di prodotti ittici anche per il futuro; ma senza successo. Questo è quanto vi è scritto sul loro sito:

“La nostra missione è affrontare il problema della pesca non sostenibile e salvaguardare le risorse ittiche per il futuro. Con l’aiuto dei nostri partner, e di consumatori attenti alla sostenibilità, vogliamo innescare un circolo virtuoso verso un mondo sempre più sostenibile. Il programma di certificazione e di etichettatura MSC permette a tutti di svolgere un ruolo nel garantire un futuro sano per i nostri oceani.”

Il logo del Marine Stewardship Council (MSC)

La più grande organizzazione di pesca sostenibile al Mondo si rifiuta di rispondere alle domande del regista. Perchè? Conflitto di interessi. Dopo alcune ricerche, Ali si rende conto che uno dei fondatori di MSC era la multinazionale Unilever, uno dei maggiori distributori di pesce. Inoltre, l’80% dei 30 mln di reddito annuale viene dalla licenza del marchio sui prodotti ittici. In altre parole, più etichette blu vengono concesse più aumentano i guadagni.

Esiste una forma di pesca sostenibile?

Questa è la domanda che si pone il regista alla fine del documentario. E la risposta è NO. Non esiste un prelievo di animali selvatici su larga scala che possa corrispondere al termine “sostenibile”. Non è possibile far rispettare le leggi sulla pesca, ritenuta sostenibile, a tutte le barche in mare aperto. Si è assistito in più parti del mondo ad assassinii di osservatori sui pescherecci, per tenere nascosta l’illegalità di alcune azioni.

Negli Stati Uniti, ad esempio, un pesce di importazione su tre è pescato e venduto illegalmente. Spesso viene sottratto ai Paesi più poveri, dove è oggetto di guerre. Si pensi al fenomeno della pirateria in Somalia; tutto si è originato dalla pesca illegale. Coloro che erano umili pescatori, trovatisi difronte alle flotte pescherecce del Mondo esterno (illegali) e derubati delle proprie risorse ittiche, son stati instradati alla pirateria per potersi sostentare.

Spesso si associano gli allevamenti ittici alla sostenibilità. Niente di più sbagliato. Bisogna tener di conto delle malattie, dell’inquinamento, del cibo che viene somministrato ai pesci ed altri fattori che spesso sfuggono alle regolamentazioni internazionali. L’industria sostiene che per produrre 1 kg di salmone da allevamento servano solo 1,2 kg di mangime. Facendo un focus su quest’ultimo però, c’è da rabbrividire: è composto da farine ed olio di pesce, la cui produzione richiede un gran quantitativo di esemplari. Ad oggi, circa il 50% del totale del pesce proviene da allevamenti intensivi da tutto il Mondo.

Ciò che ognuno di noi può fare per proteggere gli oceani ed i suoi abitanti è non mangiare pesce o, quanto meno, ridurne il consumo. Aumentando la protezione e riducendo drasticamente la pesca, ristabilendo l’equilibrio e la salute degli ecosistemi, ci sono buone probabilità di superare i problemi. Gli ecosistemi marini hanno la capacità di riprendersi in fretta, se gli viene data la possibilità. Le prospettive di recupero sono realizzabili, ma solo quando verranno istituite enormi aree marine protette (no-take zone) ed i governi inizieranno a far sentire davvero la propria voce. Fino a quel momento, la cosa più etica da fare è: smettere di mangiare pesce.

Ciò che è certo è che consumare pesce ai ritmi odierni non è in alcun modo sostenibile. Alcune stime ci dicono che, se continueremo così, entro il 2048 gli oceani potrebbero essere completamente svuotati. Alla luce di quanto sopra e, soprattutto, dopo la visione di questo documentario, il nostro consiglio, per chi non sia disposto ad eliminare il pesce dalla propria dieta, è quello di ridurne l’assunzione quanto più possibili e di evitare le specie appartenenti agli stock più sfruttati come, ad esempio, il tonno. In ogni caso, prima di prendere una decisione, L’EcoPost consiglia vivamente la presa visione del documentario in modo che ognuno possa scegliere con consapevolezza il da farsi.

Allevamenti intensivi ittici: tra ecologia ed etica

In un periodo storico come quello attuale, all’insegna delle pandemie e del disequilibrio tra uomo e natura, è importante focalizzare l’attenzione sugli allevamenti intensivi. Di questi ultimi, seppur meno trattati, fanno parte gli allevamenti ittici; spreco, sofferenza e inquinamento ambientale sono solo alcune delle drammatiche conseguenze legate a questa pratica, sempre più utilizzata in molte parti del mondo.

Dati alla mano

L’itticoltura è il settore zootecnico con la più rapida crescita; si pensi che nel ’74 provvedeva solo al 7% del fabbisogno totale di pescato, passando al 39% del 2004. Oggi, in Europa, il pesce da allevamento corrisponde al 50% di quello immesso nel mercato, e con tutta probabilità a breve toccherà il 60%.

Come si è arrivati a questi numeri? Da una parte un aumento globale del consumo di pesce, passato da 18 milioni di tonnellate nel 1950 a 104 milioni nel 2015. E, come conseguenza, la pesca intensiva ha sovrasfruttato i mari, impoverendoli a tal punto da portare numerose specie sull’orlo dell’estinzione.

Nel 2014 la Commissione Europea ha dichiarato infatti che:

“il 96% delle specie di fondale mediterranee è soggetto a uno sfruttamento eccessivo”.

La risposta a questo grave problema non è stata invitare a una riduzione del consumo di pesce, ma costruire ampie vasche a terra o enormi gabbie di rete in mare, in cui far riprodurre e crescere i pesci.

In ognuna di queste gabbie possono vivere da 100 a 300 mila pesci; in situazioni che non prevedono alcun interesse per il loro stato di salute. Il problema dunque non è solo di carattere prettamente ecologico, ma anche etico. Il sovraffollamento nelle vasche è quasi una costante e in più allevamenti si è riscontrata la presenza di acque torbide e sporche.

Quanto inquinano gli allevamenti intensivi ittici?

Troppo spesso i consumatori sono poco informati sulle problematiche legate a questo tipo di allevamento. Prima di tutto, ingenti danni ambientali; la produzione annuale di 43 milioni di tonnellate di gas serra emessi e immensi consumi di acqua, ossigeno, energia elettrica e farmaci.

Si parla di tonnellate di rifiuti e di liquami scaricati in mare e nei fiumi; alcune sostanze in eccesso eutrofizzano le acque, provocando una invasioni algale e quindi, di attività batterica. Questa porta alla morte delle forme di vita limitrofe a causa di un eccessivo consumo di ossigeno.

Tra gli scarti prodotti dall’allevamento ittico annualmente ci sono più di 500 mila tonnellate di escrementi; causate dalla ricchezza di fibre nella dieta imposta ai pesci allevati, rispetto all’alimentazione che seguono in natura. La percentuale di fibre nella dieta in trent’anni è passata dal 10% al 70% del volume del mangime. Inoltre, negli escrementi si concentrano i residui dei medicinali che vengono somministrati ai pesci spargendoli in acqua. Questi ultimi si diffondono anche al di fuori dei confini degli allevamenti, soprattutto in mare aperto.

L’ambiente in cui i pesci sono costretti è così insalubre e sovraffollato che gli animali si ammalano e si trasmettono parassiti l’un l’altro, come dimostrano diversi casi di epidemie. Che spesso poi, rischiano di passare all’uomo.

Per tenere a bada alghe e parassiti, questi allevamenti impiegano tonnellate di antibiotici, alghicidi, erbicidi, disinfettanti e insetticidi. Gli allevamenti in mare finiscono per contaminare anche i pesci liberi, che assorbono le sostanze, subendone le conseguenze.

Secondo un studio pubblicato su Nature, gli abitanti di 66 Paesi mangiano pesce nel quale la concentrazione di mercurio è superiore a quella ritenuta pericolosa per un feto in crescita.

Farina e olio di pesce, cosa c’è di sbagliato?

Recentemente sono emersi nuovi dati che mettono in luce come gran parte del pescato non finisca sulla tavola delle popolazioni locali, ma piuttosto diventi mangime per gli allevamenti di pesce di altri paesi.

Anche in questo caso quindi si ripresenta un meccanismo già ben noto al sistema di allevamenti intensivi “terrestri”; c’è una parte del mondo, come l’Africa, che si trova ad utilizzare le sue risorse, il pescato in questo caso, per dare da mangiare agli animali allevati per sfamare la parte del mondo “ricca”.

Il business che si sta sviluppando consiste nel prendere il pescato dalle popolazioni locali ed utilizzarlo per produrre farina o olio di pesce; prodotti che vengono usati dalle industrie di mangimi per gli allevamenti intensivi.

Negli ultimi due anni, l’ufficio africano di Greenpeace ha condotto una ricerca documentando la presenza di oltre 40 impianti di produzione di farine e oli di pesce tra la Mauritania, il Senegal e il Gambia. Negli ultimi 25 anni le catture totali di pesci pelagici sono più che duplicate.

È quindi chiaramente un fenomeno preoccupante e in rapida crescita. Perché? La richiesta di pesce da parte dei consumatori del mondo “ricco” è in continuo aumento. Ma la causa di questo aumento della richiesta di pesce e prodotti ittici non è da ricercare solo nei consumi diretti, quanto anche nell’aumento degli allevamenti intensivi di pesce, che si stanno sviluppando a velocità impressionante.

Analizzando il mercato dell’importazione-esportazione, si vede chiaramente come anche l’Italia abbia una parte di responsabilità di quello che sta succedendo. Difatti è uno dei principali importatori di farine di pesce e di olio, per esempio dal Senegal.

Vita e morte negli allevamenti intensivi

Se la situazione di galline, ovini e bovini è sotto gli occhi del Mondo, altrettanto non si può dire del pesce. Si pensi ai salmoni: vengono privati del loro istinto di riprodursi risalendo i fiumi e costretti a vivere in recinti. Alimentati con coloranti chimici per dare loro un aspetto rosa arancio.

O ancora ai gamberi. Forse non tutti sanno, che quelli che troviamo nel banco frigo dei supermercati provengono da allevamenti intensivi che comportano inquinamento, distruzione di ecosistemi, deforestazione costiera e ancora erosione del suolo.

I pesci allevati in tali condizioni non possono esprimere i loro comportamenti naturali. La loro è una vita trascorsa in ambienti insalubri con altissime densità dove spesso vengono alimentati con mangimi medicati per contenere l’inevitabile diffusione di virus e batteri

Divorati vivi dai parassiti, imbottiti di medicinali e ammassati in condizioni che nel caso di altri animali sono considerate crudeltà, i pesci sono vittime invisibili. Subiscono sovraffollamento, inquinamento, sofferenza e una morte che spesso è anche inutile: difatti, ogni anno 10 milioni di tonnellate di pesci vengono ributtati in mare perché non idonei alle richieste del mercato.

L’alimentazione umana si basata su appena 25 specie di pesce; tra le quali a dominare sono soltanto tonno, salmone, spigola e merluzzo. Pur essendo 550 le specie allevate in 190 Paesi.

Dall’asfissia nel ghiaccio di orate e spigole a quella senza ghiaccio per le trote; il tempo dell’agonia degli animali varia tra un’ora e i 250 minuti. Il metodo del congelamento con anidride carbonica non garantisce lo stordimento dei pesci, i quali mostrano chiari segni di agitazione e stress. Capita spesso che prima dello stordimento tramite un colpo in testa, i pesci possano passare anche lunghi periodi fuori dall’acqua.

Come cambiare la realtà degli allevamenti intensivi?

Questa pratica impoverisce le risorse naturali del nostro Pianeta causando un impatto ambientale enorme, con il solo scopo di sfamare gli animali negli allevamenti. E’ il medesimo processo che sta portando alla distruzione delle foreste pluviali per fare spazio alle coltivazioni di cereali come la soia, per produrre il foraggio di bovini, maiali ed altri animali costretti negli allevamenti intensivi.

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Non esiste una legge ad hoc per la protezione dei pesci negli allevamenti intensivi. Ci viene continuamente detto che l’assunzione di pesce, e quindi di omega-3, sia essenziale per un corpo sano. Nessuno fa presenti però, i pericoli che si celano dietro questi stabilimenti.

La richiesta di pesce aumenterà nei decenni a venire come ovvia conseguenza della crescita esponenziale del genere umano sul Pianeta. Sono quindi necessari interventi che mirino alla risoluzione del problema.

Possiamo scegliere di consumare sempre meno – o non consumare affatto – il pesce e altri prodotti ittici. E’ un primo passo che ognuno di noi può compiere per aiutare gli oceani. Ma non basterà. La politica ha il dovere di legiferare su questa realtà: è importante che vi sia una maggiore tracciabilità dei pesci allevati, di spazi più ampi, così da generare un minor stress fisico e l’eliminazione di farmaci. Educare al consumo di specie meno pregiate, così da far riprendere gli stock ittici delle specie più sfruttate.

La nostra società attuale si aspetta sempre delle prestazioni molto rapide. Siamo le generazioni del “tutto e subito”; non si da tempo alla natura di poter fare il proprio corso. Per questo diamo ormoni potenti alle piante e ai pesci, inquinando terreni e mari.

La politica deve essere affiancata dalle scelte consapevoli del singolo cittadino: lo stile alimentare che adottiamo, infatti, è una decisione importantissima che influisce in modo diretto sul clima, sugli animali e sull’ambiente.