Mater Amazonia, la mostra presso il Museo Etnologico Vaticano “Anima Mundi” termina il 26 ottobre

Mater Amazonia. The deep breath of the world, è il nome della mostra dedicata al cuore verde della Terra, l’Amazzonia, che porta la firma dei Musei Vaticani. Allestita nei rinnovati spazi del Museo Etnologico Vaticano Anima Mundi, è stata voluta ed inaugurata dal Santo Padre. La mostra è stata prorogata fino al 26 ottobre 2020.

Mater Amazonia. The deep breath of the world

La mostra nasce dal desiderio di Papa Francesco di portare l’attenzione sui temi odierni riguardanti l’Amazzonia.

Locandina della mostra Mater Amazonia, presso il Museo Etnologico Vaticano.

L’enciclica Laudato sì” ed il sinodo sull’Amazzonia sono la dimostrazione di quanto questo tema sia centrale nel cuore del Papa, tanto da volere e da inaugurare il 18/10/19 una mostra che potesse creare un dialogo concreto tra il pubblico e questo territorio.

Leggi anche il nostro articolo: Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce

La mostra permette al visitatore di immergersi nel cuore naturale e culturale della foresta, ed è divisa in due settori.

Un indigeno presenzia all’inaugurazione della mostra, presso il Museo Etnologico Vaticano.

Il primo, di tipo educativo-generale, con l’ausilio di alcuni pannelli descrittivi, introduce all’Amazzonia, alle sue popolazioni indigene, alla sua struttura e biodiversità.

Il secondo settore invece, attraverso l’utilizzo del multimediale, trasporta in un’attiva denuncia ecologica nei confronti dell’impatto antropico, sotto forma di incendi, deforestazione, estrazioni minerarie, espansione delle città ed inquinamento. Inoltre, si susseguono scene di vita quotidiana alternate a parole di saggezza degli indigeni nonché di speranza da parte del Santo Padre:

“La difesa della terra non ha altro scopo che la difesa della vita” .

Papa Francesco, incontro con la popolazione indigena dell’Amazzonia, Puerto Maldonado, gennaio 2018

Nella realtà naturale si inserisce quella umana; difatti al centro della mostra sono esposti 120 oggetti rappresentativi delle popolazioni indigene, provenienti da tutti e 9 i Paesi toccati dalla foresta. Attraverso di essi, la mostra vuole sottolineare lo stretto rapporto di equilibrio tra le popolazioni indigene e la natura stessa, generatosi in migliaia di anni.

La posizione della Chiesa

Forte è la posizione della Chiesa: il Cristianesimo può contribuire nel preservare l’ambiente ed essere accanto alle popolazioni indigene locali. Per questo motivo sono presenti due grandi pannelli dedicati ai missionari ed alle missionarie, testimoni di una realtà vissuta in prima linea.

Spiccano i nomi di Chico Mendes, sindacalista, politico e ambientalista brasiliano assassinato nel 1988 e Don Luigi Bolla, il quale, nonostante i pericoli e le minacce di ogni tipo, continuò ad indagare sui costumi, l’etnologia e la cultura degli Shuar ecuadoregni, fino alla sua morte nel 2013.

Don Luigi Bolla
Crediti: Beatrice Martini

“La situazione dell’Amazzonia è triste paradigma di quanto sta avvenendo in più parti del pianeta, una mentalità cieca e distruttrice, che predilige il profitto alla giustizia e mette in evidenza l’atteggiamento predatorio con il quale l’uomo si rapporta con la natura.”

Papa Francesco.

Alla fine della sala, come a fare da ponte con la mostra sull’Oceania, è esposto un copricapo di piume proveniente dalla Papua Nuova Guinea. Questa collocazione sta a simboleggiare che, al mondo, esistono tante Amazzonie e che i problemi appena affrontati nella mostra sono in realtà globali.

Anima Mundi, il rinnovato Museo Etnologico del Vaticano

Dopo un periodo di chiusura per ristrutturazione, riapre finalmente al pubblico il Museo Etnologico Vaticano e lo fa con un primo spazio dedicato all’Australia e all’Oceania. Il nome Anima Mundi (anima del mondo), racchiude un significato profondo: i Musei Vaticani visti come una casa comune, che spalanca le porte ai popoli del Mondo intero.

Leggi anche il nostro articolo: David Attenborough: una vita sul nostro pianeta

Il curatore del Museo Etnologico Vaticano, Padre Nicola Mapelli, ci accompagna in un viaggio attraverso le meraviglie, le culture ed i conflitti ecologico/sociali dei Paesi rappresentati. L’Anima Mundi vuole cambiare il paradigma del museo come mero contenitore e trasformarlo in un luogo di incontro.

Difatti, il 15/10/2010 nel museo etnologico ci fu l’inaugurazione di una mostra chiamata “Ritual Life”, dedicata all’arte e alla cultura degli Aborigeni australiani. Per organizzarla, i curatori della mostra P. Nicola Mapelli e Katherine Aigner hanno visitato le comunità di origine degli oggetti, per comprenderne a fondo il significato e per avere l’autorizzazione ad esporli. All’inaugurazione in Vaticano, furono presenti diversi Aborigeni australiani che resero vive quelle opere tramite danze tradizionali.

Crediti: Beatrice Martini

“Ci hanno insegnato che il nostro sistema culturale è molto fragile. Hanno conoscenze ancestrali e profonde. Da quell’incontro di visioni diverse è nata una grande voglia di ristrutturare completamente il museo e Padre Mapelli si è fatto artefice di questa rivoluzione”.

Stefania Pandozy, Responsabile del Laboratorio di Restauro Polimaterico dei Musei Vaticani

Trasparenza e Riconnessione nel Museo Etnologico

Trasparenza: è la parola d’ordine nel museo, per la quale Padre Mapelli ha insistito molto.

Il Mondo è come una piazza in cui le culture dialogano, ed il museo vuole rievocare tale assenza di barriere; presentando al pubblico ampi spazi carichi di luce, senza punti di chiusura nelle vetrine ed opere libere dall’ingombro dei classici sostegni. Tutto ciò grazie ai supporti morfologici creati nel rispetto dell’opera.

Crediti: Beatrice Martini

Nella mostra permanente dedicata all’Australia e all’Oceania è esposto solo lo 0,5% dell’intera collezione di quella parte del mondo. Complessivamente, la collezione del Museo Anima Mundi vanta ben 80.000 opere, conservate in moderni depositi climatizzati, collocati al di sopra dell’esposizione. Il concetto di trasparenza è stato applicato anche a questi ultimi, per non far passare l’idea di possesso ed accumulo degli oggetti da parte del mondo occidentale, come troppo spesso accade.

Essenziale nel processo di rivoluzione del Museo è stata la filosofia di “Riconnessione” sostenuta da Padre Mapelli: a questo scopo, nel corso del tempo ha viaggiato nei luoghi più remoti del Pianeta per incontrare i discendenti di coloro che hanno inviato le opere, facendosi raccontare cosa significassero e chi fossero gli artisti.

Vi è anche una sezione del Museo dedicata ai non vedenti, i quali possono “avvicinarsi” all’opera ed entrare in contatto con essa attraverso riproduzioni di opere, profumi e suoni che rievocano paesi distanti. La collezione dell’Oceania e dell’Australia presenta al pubblico pezzi unici ed invidiati da tutto il Mondo.

Stefania Pandozy e Padre Mapelli (foto scattata prima della pandemia)

L’Anima Mundi e la sua forte denuncia ecologico/sociale

La mostra, con il suo sguardo sul Mondo, intende sollecitare una riflessione profonda su alcuni temi, molto cari al pontefice: il dialogo con i popoli indigeni e la cura della casa comune. Quello che si snoda attualmente nel Museo è un vero e proprio viaggio, che va dallaPolinesia alla Melanesia, dalla Micronesia alla Nuova Guinea e dall’Australia alla Nuova Zelanda.

Intervistato, Padre Mapelli ha tenuto molto a dar voce e spazio a quelli che oggigiorno sono temi assai delicati: l’impatto antropico nei confronti dell’ambiente e delle minoranze, spesso in estremo legame con quest’ultimo.

“Una volta giunti in Australia ci si presenta davanti agli occhi il mondo spirituale degli Aborigeni australiani, definito “Dreaming”. Nella visione di vari gruppi, gli antenati hanno camminato sul territorio australiano lasciando molti segni ed infine, una volta giunto il momento di andarsene, trasformandosi nella realtà naturale. Dunque, per gli Aborigeni australiani, la natura è molto importante perché non rappresenta solo terra e acqua, ma l’antenato stesso; il quale viene estirpato e dissacrato con i soprusi ambientali.”

E continua:

“Per questo motivo gli Aborigeni lottano fortemente contro le attività che creano danni ai luoghi per loro sacri. L’Australia è uno dei principali produttori di uranio e le comunità stanno avviando forti lotte contro i depositi delle scorie radioattive, ovviamente progettate nelle riserve dei nativi. Altra tragedia quella degli esperimenti nucleari (7 esplosioni) che gli inglesi fecero in Australia. Il Pacifico è stata una delle zone più martoriate dai test atomici americani e inglesi in Micronesia, e francesi in Polinesia.”

Ristabilire un contatto profondo

Arrivati in Melanesia, non si può non dar voce ad un disastro sociale e ambientale consumatosi sull’isola di Bouganville:

“Le popolazioni indigene dell’isola di Bougainville si schierarono contro i piani di una società mineraria, la quale estraeva minerali dal suolo locale. Come prodotto di pulitura di questi ultimi, produceva immense quantità di mercurio e altre sostanze tossiche. Queste, per incuria, finirono nell’oceano e nelle falde, creando gravi danni fisici alle persone e all’ambiente. Il vescovo dell’isola era molto legato a questo tema tanto da creare un festival ‘dell’acqua’, il quale mirava a sensibilizzare ed istruire circa la sua importanza”.

Per Padre Mapelli gli elementi della natura non devono quindi essere trattati come materia inerte, concetto ormai predominante nella mentalità occidentale, ma bisogna ristabilire un contatto profondo, per contribuire a preservare un Mondo ormai sempre più sfruttato.

Infine:

“La Nuova Zelanda è una nazione “nuclear free”, non possiede centrali ne accetta il passaggio di sottomarini a propulsione nucleare nelle proprie acque territoriali. Dal punto di vista conservativo dell’ambiente ha qualcosa da insegnare al resto del Mondo”.

Il Laboratorio di Restauro Polimaterico del Museo Etnologico Vaticano (tutto al femminile)

Dal 1997 ad oggi, il Laboratorio di Restauro Polimaterico dei Musei Vaticani ha permesso di conservareoltre 60.000 manufatti. Questo si compone di un’equipe tutta al femminile, con restauratrici provenienti da diversi settori della conservazione.

La sua istituzione è stata dunque una vera e propria sfida, che ha visto nascere un nuovo linguaggio; questo ha permesso di avviare un lavoro di gruppo allo scopo di definire peculiarità e criticità di vari materiali che spesso, in questo genere di opere, ritroviamo come elementi costitutivi di un unico pezzo, stabilendo priorità e protocolli conservativi. Proprio la compresenza di più materiali sullo stesso manufatto ha portato a dover definire in comune quale sia il più fragile da salvaguardare nonché, dettaglio non secondario,  la scelta del microclima idoneo per preservarlo.

Il team di restauratrici (foto scattata prima della pandemia)

Ancora Stefania Pandozy:

 “Padre Mapelli difende la conservazione del bene tangibile ed intangibile attraverso la politica di riconnessione, considerando gli oggetti degli ambasciatori; il laboratorio Polimaterico opera questa difesa individuando ed approfondendo il valore dell’opera stessa nella cultura di origine, affatto scontato come per le opere occidentali,  e attraverso una politica del ‘minimo intervento’. Le componenti del team hanno chiaramente rinunciato alla visibilità ed al valore connesso all’epoca di un manufatto (un Michelangelo ha, nell’immaginario collettivo,  una risonanza diversa da una corona di piume della Papua Nuova Guinea). Un oggetto etnografico può essere di grandissimo valore nella contemporaneità se, per esempio, parliamo di una maschera della Terra del Fuoco che viene distrutta alla fine del rito”.

L’importanza di creare un dialogo

Il Laboratorio è riuscito a conservare i pigmenti naturali di alcuni manufatti presenti nel Museo, così da permettere ai popoli indigeni la possibilità di ammirare nuovamente i colori di un tempo; cosa che invece spesso non è possibile, a causa di una totale assenza di cultura dei musei.

“Si sono emozionati molto alla vista dei colori ritrovati, e ci hanno permesso di esporli nel Museo. Dunque, questa diviene anche un’operazione culturale di grande valore, che prevede la cura e la condivisione del bene materiale. In questo momento storico, in cui il dialogo interculturale è così fondante, pensiamo che un museo come questo possa portare un valore aggiunto, una prova che si può cambiare paradigma. Qui abbiamo una dimostrazione di ciò: la trasparenza, l’essenzialità delle architetture e l’attenzione al particolare, ci possono aiutare a vedere le cose in un altro modo”.

Ecuador, nuova vittoria per gli indigeni Waorani

In Ecuador il 17 giugno 2020 il giudice del tribunale di Pichincha (una provincia del Paese) si è pronunciato a favore dei diritti alla salute, alla vita e all’autodeterminazione degli Waorani; sono state concesse misure cautelari parziali che impongono al governo ecuadoregno di intraprendere azioni urgenti per contenere il virus nel territorio indigeno. 

La covid-19 in Ecuador

Il primo caso di coronavirus nel Paese è stato annunciato dal governo il 29 febbraio e la città di Guayaquil ne è diventata l’epicentro della diffusione in Ecuador; il paese non è riuscito a gestire nuovi contagi, portando il sistema sanitario al collasso.

Dopo il Brasile e il Perù, l’Ecuador è uno dei paesi con il più alto numero di casi da covid-19 in America Latina. Il presidente Lenín Moreno ha dichiarato l’emergenza sanitaria il 12 marzo; il tasso nazionale di infezione è aumentato drammaticamente a partire dal 17 dello stesso mese.

Leggi anche il nostro articolo: “Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce”

Il numero sempre maggiore di morti ha portato il paese a dover utilizzare bare di cartone; vengono chiamate le “corona-bare”. Inoltre, molto spesso le famiglie sono costrette a tenere in casa i corpi dei propri cari, tra lo sconforto ed il dolore.

Un’altra grande preoccupazione riguarda l’ingresso del virus nella foresta amazzonica, specialmente in aree abitate da tribù indigene isolate. I nativi sono più vulnerabili alle malattie trasmesse dai virus, a causa della malnutrizione e la quasi totale assenza della sanità.

Una nuova vittoria in Ecuador

Poco più di un anno dopo la storica vittoria legale del Popolo Waorani contro le trivellazioni petrolifere nell’Amazzonia ecuadoriana, la nazione indigena ha nuovamente trionfato. Questa volta la causa era mirata a proteggere le proprie comunità dall’accelerazione del COVID-19 nel loro territorio.

Il 17 giugno 2020, il giudice Delicia de los Ángeles Garcés Abad, del tribunale provinciale di Pichincha, si è pronunciato a favore dei diritti dei Waorani alla salute, alla vita e all’autodeterminazione. La sentenza del tribunale impone al Ministero della Salute di coordinarsi con la leadership Waorani per condurre test COVID-19 con l’aiuto di personale medico.

Garantendo l’assistenza con forniture mediche presso i centri sanitari delle comunità locali; e, per fornire ai Waorani informazioni adeguate e culturalmente rilevanti per fronteggiare la pandemia.

La causa, presentata il 21 maggio 2020, è stata diretta contro il presidente dell’Ecuador Lenín Moreno e il vicepresidente Otto Sonnenholzner, rispettivamente rappresentante legale e delegato del Comitato nazionale per le emergenze, Ministero della sanità, Segreteria umana Diritti, Ministero dell’Ambiente e dell’Acqua e Procuratore Generale. Questi dovranno inviare un rapporto entro otto giorni, che descriva dettagliatamente il monitoraggio delle estrazioni illegali, disboscamento e traffico di droga nel territorio degli Waorani.

In una dichiarazione pubblica al momento della presentazione della causa, i Waorani hanno sottolineato che le loro azioni fossero volte in primo luogo a proteggere i loro anziani (o “Pekinani”), così come i loro parenti isolati all’interno del “Untouchable Zone” nel Parco Nazionale Yasuní.

Una delle principali richieste (senza risposta) degli Waorani è una moratoria immediata su tutte le attività estrattive nel loro territorio. Proprio a causa della della loro vicinanza alle “strade del petrolio”, e del continuo traffico di legname, le comunità sono entrate in contatto con la covid-19. Nonostante l’aumento dei rischi, le operazioni petrolifere e il disboscamento legale e illegale nel loro territorio sono continuate, aumentando il potenziale diffondersi del virus verso i popoli più isolati. 

I Waorani, che contano circa cinquemila soggetti, hanno registrato almeno 188 casi confermati di COVID-19. Si sono auto-organizzati con l’aiuto di università, coalizioni indigene e di civili per affrontare la crisi sanitaria nel loro territorio.

“Oggi la giustizia ecuadoriana si è pronunciata a favore della nostra richiesta di misure precauzionali di fronte all’inazione del governo durante questa pandemia. Il popolo Waorani e i nostri parenti isolati sono in grave pericolo poiché il virus continua a diffondersi rapidamente attraverso l’Amazzonia. Sfortunatamente, la risposta del governo è stata inadeguata e non si sono coordinati con la nostra leadership. Siamo lieti che il giudice abbia ordinato misure precauzionali, ma dobbiamo rimanere vigili. 

Gilberto Nenquimo, il presidente della nazione Waorani

Il leader di Waorani Nemonte Nenquimo, che l’anno scorso ha contribuito a guidare la storica vittoria del suo popolo contro le compagnie petrolifere, afferma:

“Abbiamo combattuto per migliaia di anni per difendere il nostro territorio e le nostre vite da molteplici minacce: conquistatori, battitori di gomma, taglialegna e poi le compagnie petrolifere. Ora, stiamo combattendo contro il virus covid-19 con la nostra antica saggezza e la nostra conoscenza delle piante medicinali. Ma lo Stato sta mettendo a rischio la vita dei nostri anziani (i saggi) e dei nostri parenti che vivono delle profondità della foresta. La nostra richiesta di moratoria sulle operazioni petrolifere non è stata rispettata. È ovvio che lo Stato sta dando la priorità all’estrazione di risorse sul nostro territorio piuttosto che salvarci la vita. Siamo felici di aver vinto queste misure precauzionali, ma c’è ancora molto da fare per proteggere la nostra gente. Lo Stato deve ascoltarci e rispettarci. “

La precedente battaglia (e vittoria)

Il 26 aprile 2019 il popolo Waorani ha vinto una sentenza storica nella corte ecuadoriana, proteggendo mezzo milione di acri dalle trivellazioni petrolifere nella foresta amazzonica. La decisione del tribunale annulla immediatamente il processo di consultazione con i Waorani intrapreso dal governo ecuadoriano nel 2012, sospendendo indefinitamente la vendita all’asta delle loro terre alle compagnie petrolifere.

“Il governo ha cercato di vendere le nostre terre alle compagnie petrolifere senza il nostro permesso. La nostra foresta pluviale è la nostra vita. Decidiamo noi cosa succederà nelle nostre terre. Non venderemo mai la nostra foresta alle compagnie petrolifere. Oggi i tribunali hanno riconosciuto che il popolo Waorani e tutti i popoli indigeni hanno diritti sui propri territori, che devono essere rispettati. Gli interessi del governo verso il petrolio non hanno più valore dei nostri diritti, delle nostre foreste, delle nostre vite”.

Ha dichiarato Nemonte Nenquimo, Presidente della Waorani Pastaza Organization e querelante nella causa. 

Rappresentati indigeni protestano per i propri diritti; grazie alle battaglie di questi ultimi la foresta amazzonica dell’Ecuador ha ancora delle speranze.

La decisione della corte rappresenta una grave battuta d’arresto per i piani del governo ecuadoriano di sviluppare risorse petrolifere attraverso l’Amazzonia centro-meridionale, e potrebbe segnare un momento spartiacque nel movimento indigeno per proteggere, in modo permanente, la foresta pluviale dalla trivellazione petrolifera e da altri progetti estrattivi.

La causa popolare Waorani ha evidenziato il netto divario tra la sete economica del governo ecuadoriano ed i diritti riconosciuti a livello internazionale delle popolazioni indigene

Amazon Frontlines ed il progetto “memoria”

“I nostri anziani stanno morendo e con loro migliaia di anni di conoscenza rischiano di scomparire. Le nostre storie hanno il potere di mantenere vive le nostre conoscenze per le generazioni future”

Queste le parole di Flor Tangoy, appartenente al gruppo dei Siona, le quali si uniscono a quelle di molti altri giovani indigeni che lottano per i diritti delle proprie comunità e, soprattutto, per la propria casa; l’Amazzonia. Molti di loro affiancano l’organizzazione no-profit Amazon Frontlines che tenta di aiutare gli indigeni dell’Ecuador a sopravvivere in un mondo in continuo cambiamento.

L’organizzazione no-profit che affianca in Ecuador gli indigeni Secoya, Waorani, Siona e Kofan.
Credits: amazon frontlines

Per centinaia di anni, gli anziani delle comunità indigene hanno condiviso le loro storie ed i loro ricordi con i propri figli, nipoti e vicini. Senza lingue scritte, le culture Secoya, Waorani, Siona e Kofan dipendono dalle storie e dai legami generazionali creati attraverso la tradizione orale.

La colonizzazione, la deforestazione e le dinamiche del mondo contemporaneo si insinuano sempre più nelle realtà indigene in Amazzonia, ed è sempre più difficile trasferire la memoria degli antenati di generazione in generazione.

Leggi anche il nostro articolo: “Brasile, ucciso guardiano della foresta Amazzonica”

L’organizzazione Amazon Frontlines supporta i giovani indigeni nel raccontare le loro storie, mantenendo vivi i ricordi degli indigeni. Ora più che mai, queste ultime devono essere condivise con il mondo esterno, il cui modo di vivere distruttivo è la causa principale della perdita culturale di queste popolazioni.

L’organizzazione sta istruendo giovani indigeni ad utilizzare video, foto e altre tecniche di narrazione per trasmettere le conoscenze e le storie dei propri antenati all’interno delle comunità. Questo permetterà la creazione di film che consentiranno a coloro che vivono al di fuori dell’Amazzonia di capire le mutevoli realtà di questi preziosi popoli.

Parola di Dio e virus: se i missionari contagiano gli indigeni

indigeni

Quando l’ho saputo non ci volevo credere. Doveva esserci una qualche esagerazione giornalistica. Non potevano esistere ancora gruppi religiosi di quel tipo e sopratutto non era possibile che così tante persone contribuissero a questo scempio. Invece è tutto vero. Ethnos360 è un gruppo di missionari che vuole raggiungere i popoli indigeni del mondo ed evangelizzarli. Portando, però, oltre alla parola di Dio, sorprusi, malattie e cattive abitudini.

Non abbiamo gli stessi anticorpi

Il coronavirus è la punta di un iceberg gigantesco, sotto al quale si nascondono anni di contagi da parte dei missionari di associazioni quali Ethnos360 alle tribù che vivono isolate e indisturbate ai margini del mondo.

Proprio come avviene con gli animali, anche l’essere umano sviluppa un certo tipo di anticorpi a seconda dell’ambiente in cui è cresciuto e delle malattie con le quali è entrato in contatto.

Con la globalizzazione, l’immunizzazione verso alcuni tipi di malattie sta ormai anch’essa uniformandosi. Alcuni popoli indigeni però, come per esempio i “Korubo”, vivono nel cuore della foresta Amazzonica. Sono quindi, per sorte o per scelta, ancora totalmente isolate dal mondo moderno, conducendo uno stile di vita che il presidente del Brasile Bolsonaro non ha esitato a definire “preistorico”.

Leggi anche: “Bolosnaro vuole distruggere l’Amazzonia”

A parte il fatto che uno stile di vita è semplicemente uno stile di vita. Anzi, forse quello degli indigeni dell’Amazzonia potrebbe, sotto certi aspetti, essere la chiave per salvare l’umanità dall’estinzione certa. Sta di fatto che questi popoli non hanno sviluppato gli anticorpi per moltissime delle malattie che noi abbiamo ormai da anni imparato a combattere.

“Il morbillo e la varicella hanno ucciso tantissimi indiani, ma le stragi più grandi sono state causate dalle malattie respiratorie, e il coronavirus è una di queste”. Così Ha detto Douglas Rodrigues, del Dipartimento di Medicina preventiva dell’Università Federale di San Paolo.

Una storia lunga secoli

Il tutto è iniziato già alla fine del ‘400 quando gli abitanti del “vecchio mondo” sbarcarono in America e fecero strage di indiani. Il genocidio non ebbe luogo soltanto per mano diretta dei conquistadores, ma anche a causa delle malattie che portarono e che uccisero il 90% della popolazione nativa.

Allo stesso modo nell’età moderna i nativi della foresta Amazzonica sono già stati contaminati e gran parte uccisi dalle malattie portate dai missionari. Il dottor Lucas Albertoni ha studiato proprio i casi di contatto tra missionari e indigeni e si è espresso in questo modo.

“Un comune raffreddore potrebbe evolversi in polmonite e sepsi nel giro di pochi giorni senza assistenza medica”. E continua: “ci vuole tempo per sviluppare un’immunità e i Korubo sono un gruppo ad alto rischio per il coronavirus.

Leggi anche: “Lo smog aiuta la diffusione del coronavirus?”

Questo è stato già dimostrato nel 1991, quando i missionari della New Tribes Mission, così il nome ufficioso di Earth360, sono stati cacciati dalla regione orientale dell’Amazzonia, abitata dalla tribù Zo’é. Funai, il dipartimento brasiliano agli Affari indigeni, li ha accusati delle decine di morti causate da malattie come la malaria e persino il raffreddore, che le tribù non avevano mai contratto prima. I test hanno inoltre dimostrato che i nativi non erano stati vaccinati.

Ora, immaginiamoci gli effetti che potrebbe avere una malattia ben più grave del raffreddore come il COVID-19, per il quale non esiste né cura né vaccino, né sufficienti strumentazioni nemmeno per noi europei.

Sfruttamento ed emissioni

La New Tribes Mission non è poi esente da accuse per altri crimini, oltre alla diffusione di malattie, come la produzione di materiale pedopornografico, abusi sessuali, schiavismo e traffico di esseri umani.

E’ doveroso accennare a questi episodi per ricordarci che i problemi ambientali di cui sono colpevoli questi missionari e che a breve menzionerò non sono l’unico e solo problema che deve essere eradicato.

Non possiamo però non puntualizzare la totale mancanza di etica ambientale nei mezzi con i quali le missioni vengono svolte. All’interno del gruppo religioso non sembrano esserci team di scienziati né medici né antropologi che indicano il modo migliore, se ne esistesse uno, per entrare in contatto con queste popolazioni.

Anzi, nel 2018, semplicemente, hanno pubblicato sul loro canale Youtube un video nel quale chiedevano fondi ai loro sostenitori per comprare un elicottero. In questo modo avrebbero raggiunto più velocemente e facilmente i popoli che vivono nelle più più “buie e profonde aree della foresta amazzonica”.

https://www.youtube.com/watch?v=FjRjSkY13To&feature=emb_logo

Senza contare la brutalità che caratterizza l’arrivo di un elicottero pieno di estranei nel mezzo di un villaggio indigeno. Non consideriamo nemmeno le abitudini diverse e sbagliate che i missionari, con i loro prodotti industriali, vestiti e oggetti potrebbero inculcare nella mente di questi popoli. Non sono poi da sottovalutare le emissioni di questa operazione, in barba ai problemi ambientali a cui già l’Amazzonia sta andando incontro.

Leggi anche: “Brasile, ucciso guardiano della Foresta Amazzonica”

Dio l’unico mandante?

Il tutto in nome della parola di Dio. Ma siamo proprio sicuri che il fine sia solo e soltanto quello? Ho provato a cercare un motivo valido che mi convincesse che questa loro azione possa essere se non condivisa, quantomeno compresa.

Tentavo di mettere da parte le indicibili azioni passate delle loro missioni. Vorrei credere che la loro intenzione sia, per esempio, quella di verificare che questi popoli siano in salute e che non necessitino di cure mediche. O che vogliano rispondere a una richiesta di contatto da parte dei nativi stessi.

Ma sul sito e sulle pagine social non si trova nulla di tutto ciò. Si parla soltanto della costruzione di una chiesa nel bel mezzo dei loro villaggi, talvolta di una scuola per insegnare loro la lingua dei missionari e, ovviamente, della diffusione delle parole del Vangelo. Nessun cenno alle precauzioni contro le malattie o semplicemente all’impatto psicologico che tale intrusione potrebbe avere su questi popoli.

Interessi politici ed economici

Indagando più a fondo, però, non è difficile risalire al probabile vero motivo di queste “missioni”. Infatti, sia Ethnos360 sia il neo presidente di estrema destra del Brasile Bolsonaro hanno solo da guadagnare da questa mentalità suprematista e neo-colonialista promulgata dai gruppi fondamentalisti religiosi.

Innanzi tutto, da quando il Brasile è guidato da Bolsonaro, il gruppo One Mission Tribe ha aumentato moltissimo la sua influenza nella nazione sudamericana. Il presidente ha infatti nominato il missionario evangelico Ricardo Lopez Dias nuovo capo del Dipartimento per gli Indiani incontattati. In questo modo, inoltre, Bolsonaro si è accaparrato il sostengo politico dalla potente lobby evangelica brasiliana.

Bolsonaro ha poi revocato al Funai la responsabilità del controllo delle terre indigene. L’ha concessa, invece, al ministero dell’Agricoltura, tutt’altro che interessato al preservarle. Si teme quindi che la politica fino ad ora supportata dal Funai del vietare qualunque contatto con gli indigeni potrebbe cessare.

Un varco per lo sfruttamento

Bolsonaro si sta quindi aprendo un varco verso la presa delle terre indigene e, quindi, “dello sfruttamento delle loro risorse, come oro, minerali e legname”. Così ha dichiarato Sarah Shenker coordinatrice della campagna per i popoli incontattati di Survival International.

La mancanza di cura da parte di Ethnos360 verso gli indigeni e il rischio che possano sopraggiungere moltissime morti è quindi oro colato per Bolsonaro. Shenker, infatti, conclude: “se tutto questo non sarà fermato, molti popoli saranno sterminati“. Sono parole forti, che fanno pensare a un vero e proprio genocidio. Ma purtroppo sono intenzioni più comuni di quanto si pensi.

Per esempio, un’altra associazione religiosa che ha lo stesso obiettivo di Ethnos360, ovvero di evangelizzare le popolazioni indigene, si chiama “Finishing the task“. Letteralmente ciò significa “finire il compito“. Non so a voi, ma a me ricorda molto l’eufemismo “operazione finale” utilizzato negli anni quaranta nella Germania nazista. Sul loro sito, nella lista delle popolazioni da convertire vi sono, ovviamente, anche i Korubo dell’Amazzonia.

Finanziamenti sporchi

Non apro il capitolo dei finanziamenti, in quanto non ho abbastanza dati né certezze in merito. Accenno solo al fatto che nelle FAQ del sito, alla domanda “come vengono pagati i lavoratori di Ethnos360?” la risposta è la seguente.

I lavoratori di Ethnos360 sono responsabili del sostegno finanziario per pagare le loro spese salariali. Per questo dovranno guardare a Dio, confidando solo in Lui, comunicando la loro condizione economica alle chiese che li inviano in missione nonché ad altri individui interessati.

Certo non è la prima associazione che sostiene i suoi dipendenti con donazioni da parte di privati. Ma non bisogna perdere di vista il modo in cui queste persone utilizzano i soldi che ricevono: indottrinare, invadere, contagiare e sfruttare il territorio di popoli che erano fino a questo momento riusciti a vivere una vita lontano dalle sporche dinamiche economiche dell’era moderna.

Brasile, ucciso guardiano della foresta Amazzonica

foresta

“E’ in corso una distruzione di massa della Natura. Dobbiamo preservare questa vita per il futuro dei nostri figli”. Sono le parole rilasciate da Paulino Guajajara durante un’intervista a Reuters. Paulino era leader di un gruppo indigeno che protegge la riserva dell’Arariboia, nello stato di Maranhao in Brasile. Sabato 2 novembre i membri della sua tribu’ hanno riferito che Paulino e’ stato ucciso durante un’incursione illegale dei taglialegna nel suo territorio. Un altro leader indigeno, Laercio Souza Silva, e’ rimasto gravemente ferito durante lo scontro e uno dei taglialegna risulta al momento disperso.

I guardiani della foresta

Paulino era membro di un gruppo chiamato “I guardiani della foresta”. Essi cercano, giorno dopo giorno, di proteggere la Foresta Amazzonica, nonche’ la loro casa, dallo sfruttamento umano. Adesso piu’ che mai l’attivita’ di questi gruppi indipendenti e’ necessaria e anche, purtroppo, pericolosa. Il presidente brasiliano Bolsonaro ha infatti promesso di aprire allo sviluppo economico le terre indigene protette. Bolsonaro, inoltre, ha seminato sentimenti di odio nei confronti delle popolazioni indigene abitanti della foresta, incentivando cosi’ le azioni violente di taglialegna e chiunque ricavi profitto dalle risorse forestali.

Leggi il nostro articolo: “Bolsonaro vuole distruggere l’Amazzonia”

Uno Stato incostituzionale

Greenpeace Brasile ha denunciato l’accaduto con queste parole: “Paulino è l’ultima vittima dell’incapacità dello Stato brasiliano di adempiere al suo dovere costituzionale di proteggere le terre indigene. I “Guardiani della foresta” hanno assunto questo ruolo per se stessi e tutti i rischi ad esso associati.” Un altro leader indigeno dell’area ha detto che le guardie forestali avevano gia’ ricevuto minacce e che erano costretti a indossare giubbotti protettivi mentre pattugliavano. “Abbiamo informato le agenzie federali delle minacce ma non hanno fatto nulla”, ha affermato Sonia Guajajara, leader dell’organizzazione pan-indigena APIB del Brasile.

Nonostante l’evidente pericolo pero’ Paulino non voleva darsi per vinto: “A volte ho paura – ha detto nella stessa intervista – ma dobbiamo alzare la testa e agire. Stiamo proteggendo la nostra terra e la vita su di essa, gli animali, gli uccelli, anche il gruppo Awa che vive qui”. Paulino e’ stato colpito in pieno viso, ed e’ morto a poco piu’ di vent’anni lasciando un figlio e una casa – la foresta – sempre piu’ indifesi.

Leggi anche: “Disastro ambientale in Brasile. 2100 km di coste invase dal petrolio”