MacArthur Foundation: cinque benefici dell’economia circolare per il cibo

In questo 2020 di crisi pandemica, l’insicurezza alimentare diventa, ancora una volta, il perno di una riflessione profonda. Da un lato, la difficoltà nel reperire alcuni prodotti induce alla corsa ai supermercati; dall’altro, pensare a una modalità differente di concepire l’intera filiera è molto difficile. Tra distorsioni evidenti del mercato e allontanamento dalla stagionalità di frutta e verdura, si inserisce il report “Cinque benefici di un’economia circolare per il cibo”. La Fondazione Ellen MacArthur, che ha lo scopo di sviluppare e promuovere l’idea di economia circolare, ha recentemente condiviso cinque conseguenze, sostenibili dal punto di vista ambientale, climatico e sanitario. Esse sono: rigenerare i sistemi naturali, combattere il cambiamento climatico, aumentare l’accesso a cibo nutriente, aiutare le comunità locali e, infine, risparmiare e creare valore.

Leggi anche: “Wwf, 16 strategie dal capo alla tavola”

Crisi e fame di giustizia

«La crisi alimentare sembra essere sparita dalle prime pagine dei giornali e fa solo una breve comparsa nelle dichiarazioni finali degli incontri ad alto livello o quando la siccità, la mancanza di credito o la volatilità del mercato rinfocolano la paura di carestie. Quel che è peggio è che queste paure si realizzano perché quanto più i tentativi di eliminare la fame si concentrano sugli effetti superficiali anzichè le cause di fondo, tanto più i nostri sistemi alimentari si rivelano instabili, vulnerabili e soggetti a crolli. La povertà e l’ingiustizia -e non la scarsità di cibo- sono tuttora le cause principali della fame.»

Riflettono così Eric Holt-Gimenéz e Raj Patel con Annie Shattuck,nel loro libro “Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia“, pubblicato 11 anni fa, a seguito della crisi del 2008. Una situazione che si è ripetuta da marzo, costringendo tutti a ripensare ai propri consumi. Il Nobel per la Pace, poi, assegnato al Programma Alimentare Mondiale, ribadisce come il cibo debba ritornare al centro di un dibattito acceso. Trovare soluzioni a problemi complessi può aiutare ad allenare competenze fondamentali, in un tempo di instabilità climatica, economica e sociale.

Leggi anche: “From Farm to Fork: nuova strategia UE su agricoltura e alimentazione”

Conoscenza e responsabilità: un’economia circolare per il cibo

Affrontare con responsabilità le sfide di approvvigionamento alimentare è il primo passo per renderlo realmente sostenibile. Circa un quarto delle emissioni globali di gas serra sono riconducibili alla deforestazione, agli allevamenti intensivi e a un errato management del suolo. La minaccia per l’ambiente è evidente. Il sistema lineare di produzione è, quindi , non sostenibile e, per questo, sull’orlo del baratro.

Non tutto è perduto. Esistono, infatti, dei progetti per ristabilire una connessione reale tra consumatore e produttore. La linearità deve essere soppiantata da una visione circolare. I cinque benefici riportati dalla Fondazione Ellen MacArthur sono ambiziosi, ma non per questo impossibili.

La rigenerazione dei sistemi naturali

Rigenerazione è una parola fondamentale per i sistemi naturali. È necessario coniugare la necessità di sfamare una popolazione mondiale in continua crescita con la protezione dell’ambiente. Tecniche di produzione sostenibili, resilienti, che migliorino la qualità del prodotti e del territorio, favoriscono il miglioramento delle aree e la loro resistenza a fenomeni climatici estremi. Per questo motivo, è utile puntare sulla diversità: delle sementi e del raccolto, in modo da supportare la rotazione. L’agrobiodiversità permette di proteggere specie animali e vegetali a rischio, ma una vera condivisione di conoscenze e tecniche è ancora poco diffusa.

Dipendiamo da pochissime varietà di semi, ma esistono alcuni esempi di cambiamento. Uno di questi è il chinampa, un orto galleggiante tradizionale del Messico. Questo tipo di produzione consentiva il sostentamento di 15/20 persone all’anno per ettaro.

Combattere il cambiamento climatico

Rimediare, attenuare, adattare: questi i verbi chiave per combattere il cambiamento climatico. L’economia circolare per il cibo potrebbe ridurre le emissioni del 49% entro il 2050. Per riuscire nell’intento, bisogna concentrarsi sulla diminuzione dello spreco e dell’utilizzo di fertilizzanti chimici, optando per quelli organici, in quanto quelli usati inquinano terreni e falde. Sfruttare il potenziale degli scarti per la produzione energetica può concorrere alla svolta green. Come si legge nell’approfondimento, «ogni anno le città generano più di 2,8 miliardi di tonnellate di rifiuti alimentari e soltanto il 2% di essi ritorna a far parte del sistema».

Così, dal 2016, è nata la “Piattaforma dell’Ue sulle perdite e sugli sprechi alimentari”, per prevenire la produzione di rifiuti e minimizzare la dispersione di risorse. Ogni anno, collabora con attori chiave pubblici e privati per identificare, misurare, analizzare e trovare delle soluzioni durature per dimezzare entro il 2030 la quantità pro capite a livello di dettaglianti e consumatori.

La risposta dei clienti può essere decisiva. Uno studio condotto dalla piattaforma Ue sulle perdite e gli sprechi alimentari, pubblicata a marzo 2020, ha divulgato alcune buone pratiche messe in atto a livello locale o nazionale all’interno dell’Unione Europea, per diminuire la pressione sulle attività commerciali durante la pandemia da Covid-19. Sono molte le realtà locali, a livello europeo, che cercano di diminuire lo scarto e, allo stesso tempo, far fronte alle difficoltà economiche della popolazione. Così, sono nate iniziative come “la spesa sospesa”, che permette di regalare beni di prima necessità a chi non è in grado di permettersi di comprarli.

Leggi anche: “Spreco alimentare: quanto cibo buttiamo nella spazzatura?”

Accesso a cibo nutriente

L’economia circolare per il cibo è utile anche per riconnettere le città alle periferie.

La necessità di solidità e resilienza del sistema alimentare è alla base del superamento di momenti di crisi e motore di sviluppo. Gli eventi estremi che con maggior frequenza si abbattono sul continente europeo, la siccità e le catastrofi ambientali mettono in luce l’interrelazione tra lo stile di vita e le modalità di approvvigionamento e consumo. Il valore che i cittadini europei attribuiscono al cibo è alto. Infatti, anche se le zone urbane si espandono sempre di più, i consumatori rimangono vigili sulla provenienza dei prodotti e sulla loro lavorazione. Come dimostrato dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, la preoccupazione ,data dalla presenza di additivi come coloranti, conservanti o aromi utilizzati, di ingredienti geneticamente modificati e di tossinfezioni, nel 2019, è stata elevata.

Il viaggio dei prodotti è un tassello importante della filiera alimentare. La pandemia ha compromesso le importazioni e le esportazioni, bloccando alimenti e quindi sbilanciando la domanda e l’offerta globale e riconducendole a un livello più locale. Il beneficio deve essere condiviso da tutti, indipendentemente dalla posizione geografica. La redistribuzione del surplus, inoltre, può nutrire fino a un miliardo di persone entro il 2050.

Leggi anche: “L’Italia è il secondo esportatore di pesticidi illegali in UE”

Supporto alle comunità locali

La nuova filiera alimentare dovrà basarsi sulla resilienza dell’intero processo, attraverso un coordinamento della risposta alle crisi dei sistemi alimentari, per garantire l’approvvigionamento e la sicurezza. Si devono scardinare quelle pratiche dannose e sostituirle con approcci locali, che stimolino la rinascita dell’agricoltura anche in altre zone, come le periferie o i loro centri. Accorciare le filiere risulta benefico non solo economicamente, ma anche perché è una modalità per avvicinare il produttore al consumatore. La dicotomia città-campagna, in ambito alimentare, deve essere superata.

Anche per questo è nata l’iniziativa Green Cities, promossa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO). «L’iniziativa FAO Green Cities migliorerà i mezzi di sussistenza e il benessere delle popolazioni urbane e periurbane di 1000 città in tutto il mondo entro il 2030, insieme all’ambiente urbano, rafforzando i collegamenti rurali urbani, la resilienza delle popolazioni urbane agli shock esterni e il contributo alla mitigazione dei cambiamenti climatici e all’adattamento, garantendo nel contempo l’accesso a diete sane provenienti da sistemi sostenibili.»

Leggi anche: “La non riforma della PAC: il fallimento è servito”

Creare valore nell’economia circolare per il cibo

La sostenibilità economica non può essere tralasciata. Risparmi diretti e indiretti sono da tenere in considerazione. Interessante è il costo effettivo dei prodotti che mettiamo sulla tavola. Per ogni dollaro speso in cibo non controllato, le conseguenze sociali sono doppie, attestandosi sui due dollari. Una riduzione dei fertilizzanti e agenti chimici porta, nel breve periodo, a un miglioramento qualitativo del cibo. A lungo termine, esso è foriero di un cambiamento positivo dello standard di salute delle persone, che, quindi, potranno risparmiare in cure. Questo non solo permetterà l’elaborazione di un codice di condotta comune per le azioni di marketing, ma stimolerà pratiche sostenibili in tutte le fasi di trasformazione, minimizzando l’impiego di imballaggi e radicando modelli di business circolari.

«Dati del report ‘Cities and Circular Economy for food’ della Fondazione Ellen MacArthur riportano che  produrre alimenti con metodi rigenerativi, acquistare cibo locale, e valorizzare gli scarti alimentari potrebbe generare entro il 2050 per le città dei benefici annuali pari a 2,7 trilioni di dollari. Una cifra non indifferente alla quale si legano vantaggi anche in termini di creazione di nuovi posti di lavoro. Un esempio in Europa è la città di Bruxelles che producendo il 30% del suo cibo localmente e con metodi rigenerativi, riducendo gli scarti alimentari e trasformandone parte in compost, stima di ottenere più di 130 milioni di dollari all’anno.» riporta Caterina Ambrosini di EconomiaCircolare.com.

Leggi anche: “Giornata mondiale del cibo. 10 anni dopo la riforma della FAO”

Pensare a una vera economia circolare per il cibo

La sfida del cambiamento climatico deve condurre tutti gli attori a una visione condivisa di scelte radicali, magari inizialmente dolorose, ma che sono l’unica modalità per non rischiare di sprecare o mal utilizzare le risorse del nostro pianeta. Il report della MacArthur Foundation intende offrire una panoramica ambiziosa per una politica sempre più ecocentrica.

Per questo motivo, gli agricoltori e gli allevatori devono essere inclusi in un processo di innovazione, per avere gli strumenti per affrontare le nuove sfide alimentari. Se l’azione non dovesse risultare incisiva, a pagarne il prezzo più alto sarà l’intera struttura sociale, basata sul benessere e non sull’equilibrio con la natura.

Green jobs in Italia: 1,6 milioni di posti entro il 2024

https://anchor.fm/lecopost/episodes/Focus-Censis-Confcooperative-In-Italia-1-6-milioni-di-green-jobs-entro-il-2024-eku68l

1,6 milioni di posti green: sono i dati riportati dal Focus Censis Confcooperative “Dopo le macerie la ricostruzione, ecco l’Italia che ce la fa”. Il lavoro riporta quelli che sono i nuovi sbocchi occupazionali post-pandemici. Entro il 2024, più di 970 mila aziende richiederanno competenze elevate nella sostenibilità ambientale.

Leggi anche: “La rinascita di una discarica nel segno dell’architettura green”

Green jobs: cos’è il lavoro green?

La nozione di lavoro green è stata formulata dal Programma Ambientale delle Nazioni Unite, più di dieci anni fa. I lavori sono verdi “quando contribuiscono a ridurre le conseguenze negative per l’ambiente, promuovendo lo sviluppo di imprese ed economie sostenibili da un punto di vista ambientale, economico e sociale”. Possono essere impieghi in settori già esistenti, oppure hanno il potenziale per crearne di nuovi, emergenti, come le rinnovabili o fonti energetiche alternative.

Secondo l’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sono molteplici i risultati che si possono raggiungere. Innanzitutto, è possibile migliorare l’efficienza energetica, riducendo il consumo di materie prime e limitando le emissioni di gas a effetto serra. In secondo luogo, è utile ricordare la diminuzione dei rifiuti e dell’inquinamento, così da proteggere e ripristinare gli ecosistemi e sostenere l’adattamento per gli effetti del cambiamento climatico.

Non tutti i lavori verdi sono uguali. Si differenziano, infatti, per procedimenti produttivi più o meno verdi, oppure per il mancato inquinamento di beni come l’acqua o il suolo.

Già nel 2008, il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) aveva sottolineato come la nozione di lavoro green fosse in ascesa nei Paesi sviluppati, ma che stentasse ad affermarsi negli Stati con grande crescita economica, come Cina e Brasile. Gli effetti del cambiamento climatico, già visibili in molte aree del mondo, dovevano far intendere un cambio di passo immediato e deciso.

A dodici anni di distanza, sappiamo che le cose non stanno andando molto meglio. Un punto, però, rimane fermo: i green jobs sono un’opportunità da cogliere al volo, per completare la transizione energetica che ci consentirà di sopravvivere e di poter rigenerare la biodiversità che abbiamo distrutto.

Leggi anche: “Report Onu sulla biodiversità: è tempo di cambiare rotta”

Green jobs e pandemia: quali opportunità?

Il lockdown ha fermato molti lavori. Guy Ryder, Direttore Generale dell’ILO ha affermato che “per milioni di lavoratori, nessun reddito significa accesso negato al cibo, alla sicurezza e al futuro, Con l’evoluzione della pandemia e la crisi lavorativa, il bisogno di proteggere i più vulnerabili diventa ancora più urgente“.

La tragedia delle morti a causa della pandemia si somma alle prospettive poco rosee per il futuro. Ad aprile 2020, quasi due miliardi e mezzo di persone vivevano in Paesi totalmente o parzialmente chiusi. Il colpo peggiore è inferto alle piccole e medie imprese, che hanno poche possibilità di resilienza rispetto a lunghi mesi di inattività. Tra la popolazione, le donne hanno sofferto maggiormente.

Le soluzioni, però, esistono. Ci sono programmi di assistenza che permettono di riconvertire la propria attività e di introiettare nuove competenze. Con queste modalità, sarà più facile adattarsi e creare nuovi posti di lavoro, che siano ecocompatibili. La strada da percorrere è dunque la seguente: sfruttare la pandemia da Covid-19 a nostro favore e dare enfasi a idee sostenibili, a nuovi tipi di relazioni, di inclusione sociale e territoriale.

Leggi anche: “Autoconsumo: è l’alba di una nuova energia?”

Una guida ai green jobs

Si intitola “Green jobs training guidebook” ed è un progetto che nasce da ONU e ILO per insegnare a studenti e curiosi il mondo dei lavori verdi. Scritto nel 2017, vuole dare gli strumenti per misurare e costruire modelli sociali tali da sviluppare politiche climaticamente sostenibili. Lo scopo primario è quello di coinvolgere maggiormente le istituzioni, così da permettere agli Stati di acquisire l’abilità di sviluppare dei propri database statistici, modelli economici per pianificare e promuovere un cambiamento.

Per riuscire a risolvere la crisi sociale e ambientale allo stesso tempo, bisogna contribuire alla transizione verso un’economia verde, che non aumenti solo il benessere delle persone, stimolando l’equità sociale, ma che riduca anche i rischi ambientali e la scarsità ecologica. L’umanità continua a utilizzare le risorse del pianeta come se fossero infinite. L’impatto devastante su suolo, acqua, fauna e flora dimostra che non possiamo continuare con questa modalità “business as usual”. Gli eventi meteorologici sempre più estremi dimostrano come le conseguenze sul breve, medio e lungo termine debbano essere rivalutate. I costi reali della noncuranza sono altissimi.

Gli Stati si differenziano per gli approcci e le strategie utilizzate in ambito di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Alcuni adottano misure a basse emissioni, altri sperimentano l’efficientamento tecnologico, così da progredire e, allo stesso tempo, poter impegnare le risorse in altri ambiti. Questo spostamento di budget deve essere assecondato da altre forme di aiuto e sostegno, framework precisi di policy e strumenti finanziari governativi e internazionali.

L’opportunità per l’Italia: il focus Censis Confcooperative

Non è un caso che il colore della speranza sia il verde. Secondo lo studio, in Italia l’acquisizione di competenze green è importante per il 75% delle imprese. Un terzo tra le 700 mila intervistate che hanno investito in questo senso ha la sua sede al sud. Per quasi la metà, vi è la volontà di introdurre piani di sostenibilità e supporto nella propria strategia aziendale. In un anno, dal 2018 al 2019, sono aumentate del 13,3% le attività che sostengono azioni ambientalmente compatibili.

La sterzata verso il segno positivo è sicuramente dato dalle start up, che a settembre hanno superato le 12mila unità. Per quanto riguarda la distribuzione territoriale, le regioni del Nord Ovest guidano l’innovazione, con il 34,5% delle proposte, seguite dal Mezzogiorno, attestandosi al 24,5%.

Maurizio Gardini, presidente Confcooperative, durante la presentazione del report, incalza: «Vogliamo chiedere al governo che vadano rapidamente a terra i provvedimenti già adottati per le imprese, per la capitalizzazione, per il rafforzamento patrimoniale. Una sburocratizzazione che consenta di snellire le varie attività, in primis il codice degli appalti.»

Previsioni rosee…o meglio, verdi!

Le proposte ci sono, gli strumenti anche. Non possiamo più prescindere dal constatare che necessitiamo di un approccio olistico in tutte le azioni che intraprendiamo. Lo sforzo sarà impegnativo, all’inizio. Ma comprendere il significato di “sostenibilità” a 360° è indice di una rinnovata saggezza: un’ecosaggezza. Esistono aziende diventate fiore all’occhiello di sostenibilità, orgoglio italiano da diffondere e far conoscere.

La lezione impartita dalla pandemia è chiara. Ma un modo di rivalutare e iniziare qualcosa di nuovo deve essere la spinta verso un futuro all’insegna del colore verde.

Leggi anche:” Nuovo libro sull’educazione ambientale: “Educare al pensiero ecologico”