“La sesta estinzione” è qui. Finiremo come i dinosauri?

estinzione

Il fatto che stiamo assistendo a una estinzione di massa paragonabile a quella che ha portato i dinosauri a sparire dalla faccia della terra non è una teoria, una ipotesi, o una supposizione. E’ la cruda realtà. Elizabeth Kolbert, con il suo libro “La sesta estinzione“, vincitore del premio Pulitzer nel 2015, ce lo spiega molto chiaramente.

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L’estinzione di massa è un fenomeno raro

Il primo fatto più scioccante che Kolbert ci presenta è che le estinzioni di massa sono avvenimenti estremamente rari nella storia del pianeta. Atteniamoci alle sue parole:

Qualsiasi evento verificatosi solo cinque volte da quando il primo animale con uno scheletro è apparso sul pianeta, circa cinquecento milioni di anni fa, deve essere definito estremamente raro. L’idea che un episodio di questo tipo stia avendo luogo proprio ora, sotto i nostri occhi, mi ha messa in allarme.

Stiamo quindi assistendo alla sesta estinzione di massa, ovvero un fenomeno per cui il tasso di scomparsa delle specie si impenna in un arco di tempo insignificante dal punto di vista geologico. Le cause di questa estinzione ingente e improvvisa possono essere molto varie, ma un tratto le accomuna tutte. Vi è un cambiamento improvviso delle condizioni di vita “usuali” e le specie viventi non hanno il tempo evolutivo per adattarsi alle nuove.

Come è avvenuta l’estinzione dei dinosauri

L’estinzione dei dinosauri è stata causata da un asteroide enorme, di 10 chilometri di diametro, che si è abbattuto sulla terra. Nell’esplosione che seguì l’impatto venne rilasciata una quantità di energia pari a un milione delle più potenti bombe atomiche mai testate.

Ma il fattore determinante, più che l’esplosione in sé, è stato il cambiamento climatico sopraggiunto successivamente. Alcune particelle ricche di solfuro si sparsero nell’aria, coprendo il cielo e bloccando i raggi solari. Dopo l’iniziale ondata di calore, vi fu un abbassamento drastico delle temperature e, quindi, un cambiamento improvviso delle condizioni di vita sul pianeta. Le caratteristiche degli esseri viventi che fino ad allora avevano probabilmente caratterizzato un vantaggio, diventarono letali. Questo portò all’estinzione di quasi tutti gli organismi viventi e i mammiferi subirono perdite pari al 100 percento.

La seconda estinzione

Per quanto sia meno conosciuta, l’estinzione di massa che più si avvicina a quella che potrebbe avvenire nella nostra era è la seconda, avvenuta 225 milioni di anni fa. Vi fu infatti una improvvisa e massiccia immissione di carbonio nell’atmosfera la cui causa è ancora un mistero.

L’acqua divenne più acida e la quantità di ossigeno al suo interno crollò al punto che molti organismi morirono, di fatto, per soffocamento. I reef corallini subirono un collasso. […]

Quello che sembra essere un antico “riscaldamento globale” ha portato all’estinzione del 90% di tutte le specie del pianeta. Ed è avvenuto in un tempo abbastanza rapido dal punto di vista geologico: circa 200 mila anni.

La “nostra” estinzione

L’essere umano ha immesso nell’atmosfera 365 miliardi di tonnellate metriche di carbonio in meno di duecento anni. La deforestazione ha contribuito con altre 180 miliardi di tonnellate. E ogni anno ne immettiamo il 6% in più. La concentrazione di diossido di carbonio è aumentata del 40% e quella di metano, un gas serra molto più potente, è più che raddoppiata.

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Il fattore determinante è sicuramente quello del tempo. Come scrive efficacemente Kolbert, vi è una grande differenza tra il bere sei lattine di birra in un’ora oppure in sei mesi. Se immettessimo CO2 nell’aria più lentamente, i processi geofisici entrerebbero in gioco per controbilanciare l’acidificazione. L’odierno riscaldamento globale ha invece luogo a una velocità almeno dieci volte maggiore a quella registrata alla fine di tutte le glaciazioni. A questo proposito Kolbert cita la rivista Oceanography, che dice:

E’ probabile che l’eredità dell’Antropocene (l’era degli uomini, ndr.) sarà il più rilevante, se non catastrofico evento nella storia del nostro pianeta

Cosa sta succedendo?

Un aumento di temperatura di questa entità può portare a una serie di eventi in grado di alterare gli assetti del pianeta. Un esempio è quello dello scioglimento di gran parte dei ghiacciai perenni. Nell’Artico i ghiacci perenni coprono la metà dell’area rispetto a quella di trent’anni fa. Fra altri trent’anni potrebbero scomparire del tutto.

Per non parlare poi dell’acidificazione degli oceani. Di questo passo, gli oceani saranno 150 volte più acidi di quanto non lo fossero prima della rivoluzione industriale e supereranno la soglia critica oltre la quale non l’ecosistema marino inizia a cedere. Infatti, molte piccoli organismi marini che sono la prima fonte alimentare di animali più grossi, come salmoni e balene, non sopravvivranno. L’acidificazione inoltre favorirà la crescita di alghe tossiche e batteri velenosi, che potrebbero infestare l’intero Pianeta.

Molte specie dipendono anche dalle barriere coralline, usate per difesa o per procacciarsi il cibo. I ricercatori oggi ritengono che i coralli saranno il primo ecosistema nell’era moderna a raggiungere l’estinzione. Ad oggi la Grande Barriera si è ridotta del 50% negli ultimi 30 anni.

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Non incolpiamo solo la CO2

Colpevole di una eventuale estinzione di massa non sarà però soltanto il riscaldamento dato dalla CO2 nell’atmosfera. Anche l’azione diretta dell’uomo sta giocando un grande ruolo.

Le aree selvagge” del pianeta ormai non esistono quasi più. L’uomo ha alterato più della metà di superficie libera dai ghiacci, compromettendo gli habitat di molte specie viventi. Abbiamo cancellato molte foreste, dalle quali dipendevano intere catene alimentari, per creare immense aree coltivabili o destinate la pascolo. Continuiamo a costruire città e cementificare intere praterie. Scaviamo miniere, cave, acquedotti e oleodotti. Abbiamo introdotto sostanze inquinanti nell’acqua, nell’aria e sui terreni.

In questo modo abbiamo persino peggiorato gli effetti del riscaldamento. Per stare al passo con gli attuali aumenti di temperatura – dice Ken Caldeira, studioso dell’atmosfera – le piante e gli animali dovrebbero migrare verso i poli a una velocità di dieci metri al giorno. Un eventuale loro spostamento, anche meno drastico, è però reso difficile dall’isolamento degli habitat. Per esempio, i “pezzi”di foresta sono spesso sono divisi da enormi aree coltivate e non permettono agli animali di spostarsi alla ricerca di condizioni migliori.

La causa sono gli esseri umani

Gli unici in grado di spostarsi e, quindi, di spostare organismi, sono proprio gli esseri umani. Anche i nostri continui ed eccessivi viaggi, infatti, continuano a causare la contaminazione dei diversi ecosistemi del pianeta. L’introduzione improvvisa di nuove specie o, peggio, di agenti patogeni sconosciuti, non lascia il tempo alle specie native di abituarcisi e porta, quindi, non pochi problemi. La California sta a acquisendo una nuova specie invasiva ogni 70 giorni. Nelle Hawaii vi è un nuovo invasore in più ogni mese. Prima dell’arrivo dell’uomo le specie si sono stabilizzate nell’arcipelago hawaiano al ritmo di una ogni diecimila anni.

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Da ultimo, ma non per importanza, vi è la più inquietante delle cause dell’estinzione di massa cui stiamo assistendo. E, purtroppo, questa avviene con o senza CO2. Fino a qualche centinaio di anni fa era presente sul pianeta la cosiddetta megafauna, ovvero animali di dimensioni grandissime che, tutto a un tratto, sono scomparsi. Ecco cosa scrive Kolbert:

L’estinzione della megafauna è avvenuta a più riprese. La prima, circa quarantamila anni fa, spazzò via i giganti australiani. La seconda interessò il Nord e Sud America circa 25 mila anni fa. I lemuri giganti del Madagascar, gli ippopotami pigmei e gli uccelli elefante sopravvissero fino al Medioevo. I Moa della Nuova Zelanda resistettero fino al rinascimento. Guarda caso, la sequenza di queste scomparse e la sequenza degli insediamenti umani in questi luoghi sono quasi perfettamente allineate.

Detto senza peli sulla lingua, gli uomini uccidevano questi animali senza misura, fino a portarli all’estinzione. Ovviamente inizialmente non sapevano che più grandi sono gli animali, più è basso il loro tasso di natalità. Le uccisioni, quindi, avvenivano senza remore e per i più disparati motivi che andavano dal cibo, al vestiario, al traffico di questi beni (e quindi, il denaro), fino al semplice “divertimento“. Nonostante adesso vi siano le informazioni necessarie per bloccare questi stermini, molti grandi animali come elefanti, orsi e grandi felini sono ancora largamente minacciati.

Il mammut è uno dei maggiori rappresentanti dell megafauna estinta

Ci uccidiamo anche a vicenda

Kolbert si chiede anche che fine farà la specie umana in queste condizioni. Alcuni dicono che anche noi verremo inevitabilmente annullati dalla trasformazione del paesaggio ecologico visto che, in fondo, ne dipendiamo. Un’altra ipotesi è che l’ingegno umano sappia superare qualunque disastro egli abbia messo in moto, per esempio immettendo sostanze in grado di assorbire l’anidride carbonica.

Oppure, qualcuno dice che, tra qualche anno, saremo in grado di scappare su Marte. Vi è anche l’opzione più positiva, per la quale riusciremo a ridurre le emissioni, fare marcia indietro e a recuperare il recuperabile. Vi è però ancora un problema da superare, quello dell’autodistruzione.

Oltre alla megafauna, infatti, l’uomo ha anche da sempre reciso i rami del suo stesso albero genealogico. Quando l’homo sapiens ha incontrato quello di Neanderthal, per esempio, quest’ultimo non ebbe lunga vita. Pare sia avvenuto un vero e proprio sterminio a discapito dei neandertaliani, i quali, di fatto, non differivano moltissimo da noi. Anzi, è stato accertato che l’Homo sapiens abbia avuto rapporti sessuali con quello di Neanderthal, il che ci porta ancora oggi ad avere una parte dei suoi geni

Ci sono tutte le ragioni per credere che, se gli esseri umani non avessero fatto la loro comparsa, i neandertaliani sarebbero ancora lì, insieme ai cavalli selvaggi e i rinoceronti lanosi. Con la nostra capacità di rappresentare il mondo attraverso segni e simboli, arriva anche la capacità di cambiarlo, e quindi di distruggerlo.

Dal libro “La sesta estinzione”, un uomo di Neandertal vestito secondo i dettami moderni. Come si può notare, non sarebbe così facile distinguerlo da un Homo Sapiens qualunque

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Una lunga storia di genocidi

Non serve, però, arrivare a Neanderthal per confermare la capacità dell’uomo di sterminare i suoi stessi simili e non serve quindi che mi dilunghi elencando la quantità di genocidi, stermini, guerre, omicidi che ogni giorno avvengono sul nostro pianeta.

Se quindi, dopo aver letto questo articolo, vi siete anche solo di poco liberati dell’idea che il rispetto della natura sia solo una futile fissazione dei nuovi giovani “hippie”, e che non avrà conseguenze dirette sulla sopravvivenza della nostra specie, completate il processo leggendo questo libro illuminante.

Australia, incendio favorisce estinzione animali

australia incendio

Li posso già sentire, i commenti astiosi di chi dice sia più doveroso e rispettoso pensare agli esseri umani, invece che agli animali. Agli esseri umani che hanno perso la casa, il terreno, magari anche qualche familiare durante il devastante incendio che sta colpendo l’Australia dal luglio dello scorso anno. Questi commentatori, che sono mossi, non lo metto in dubbio, da una vicinanza emotiva alla popolazione australiana, credono che la minaccia alla biodiversità sia un problema secondario.

Il cerchio della vita

L’errore madornale che l’umanità ha compiuto sin dall’antichità, però, sta proprio qui. Nel considerare l’uomo non parte di quella stessa biodiversità, bensì un essere superiore, speciale, al centro del cerchio, non parte di esso. La biodiversità consiste nella varietà di esseri viventi che popolano la terra. E in quella varietà ci siamo anche noi. Siamo all’interno di questa catena e proprio grazie ad essa la nostra specie riesce a sopravvivere.

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Come si legge sul sito del Wwf, la biodiversità costituisce l’infrastruttura che sostiene tutta la vita sulla Terra. I sistemi naturali e i cicli biogeochimici che la diversità biologica genera consentono un funzionamento stabile dell’atmosfera, degli oceani, delle foreste, dei vari territori e dei bacini idrici. Essi costituiscono i prerequisiti per l’esistenza della società umana e di tutte le altre specie che abitano il nostro Pianeta. Se quindi una o più parti della catena viene a mancare, anche la specie umana ne risentirà, e le famiglie con cui empatizzare per la perdita dei propri cari saranno purtroppo molte di più.

La minaccia all’ecosistema australiano

L’Australia e le sue foreste sono tra i luoghi più ricchi di biodiversità del Pianeta. Il continente infatti contiene 244 specie selvatiche che non si trovano da nessun’altra parte del mondo. Molte di queste, però, sono molto delicate e in quanto tali già a rischio estinzione. Chris Dickman, ecologista dell’Università di Sydney, ha affermato che 34 specie e sottospecie di mammiferi australiani sono scomparsi negli ultimi 200 anni, rappresentando il più alto tasso di estinzione di qualunque regione nel mondo.

Gli incendi anomali degli ultimi mesi stanno quindi colpendo un’area già molto fragile. Qualcuno potrebbe ribattere che in Australia non sono affatto anomali durante la stagione estiva. In realtà, però, lo sono. Non in quanto rari, bensì per la loro portata e la loro durata. Come si legge sull’Economist di solito il periodo caratterizzato dai roghi comincia in ottobre, a metà della primavera australiana, mentre nel 2019 gli incendi sono iniziati già a luglio.

Le vittime dell’incendio in Australia

Nelle scorse settimane in Australia si sono registrate le temperature più alte mai documentate, con una media di 41,9 gradi centigradi. Questo fenomeno può non causare direttamente gli incendi, che sono spesso dolosi. E’ causa però di una grave siccità cominciata in Australia Orientale tre anni fa che ha creato una grande quantità di materiale secco molto infiammabile. La portata del recente incendio in Australia, inoltre, è stata la più devastante della storia del paese. Dall’inizio dei roghi, infatti, circa 5,8 milioni di ettari di terra è stato bruciato, mentre gli incendi che avevano devastato l’area di Canberra nel 2003 avevano incenerito meno di 4 milioni di ettari.

Otre alle venti vittime e le migliaia di case distrutte, secondo il Wwf sono circa mezzo miliardo gli animali che hanno perso la vita durante l’incendio in Australia. L’ecologista Dickman ha infatti affermato che 480 milioni di animali sono stati uccisi solo nel Nuovo Galles del Sud. In questo calcolo sono stati inclusi mammiferi, uccelli e rettili, in mancanza dei quali l’ecosistema perde un grande parte dei suoi ingranaggi. Per esempio, gli animali nativi bandicoot e poteroo aiutano a spostare le spore fungine che garantiscono una ricrescita della vegetazione dopo gli incendi. “Se quegli animali muoiono – dice Dickman, quel “servizio ecologico” muore con loro”.

https://twitter.com/Lonewolf_vuk/status/1214278172360855552?s=20

Koala e altri animali in pericolo per l’incendio in Australia

Un altro dato importante è la morte di 8000 koala, animale simbolo dell’Australia già a rischio estinzione. Rimanevano infatti in tutto solo 28 mila esemplari e soltanto in questi ultimi giorni quasi un terzo dell’intera popolazione è stato carbonizzato. La causa è anche il fatto che questi animali non sono abbastanza grandi e agili per poter scappare velocemente dalle fiamme.

Kangaroo Island, nel sud dell’Australia, è caratterizzata da una rara popolazione di piccoli marsupiali chiamati dunnart. Il ricercatore Pat Hodgens aveva installato delle telecamere per scattare loro delle foto e studiarli. L’isola, però è stata duramente colpita dagli incendi. Da dicembre due persone sono morte e il fuoco ha distrutto 100 mila ettari di foresta, oltre che aver carbonizzato tutte le telecamere di Hodgens. E probabimente, insieme a quelle, anche molti dei dunnart dell’isola.

https://twitter.com/terrainecology/status/1213969999057932288?s=20

Australia, incendio causa morti silenziose

La vera perdita di vita animale è però sicuramente molto più alta di 480 milioni. Questo numero, infatti, non include tutti gli insetti, i pipistrelli e le rane, anch’essi essenziali per il cerchio della vita. Gli uccelli, infatti si nutrono di insetti invertebrati che la mancanza di pioggia e ovviamente il fuoco si sono portati via.

Ad essere in forte pericolo sono anche le rane della foresta pluviale del Gondwana, in particolare la rana a marsupio. Questa specie ha bisogno della lettiera umida per sopravvivere e non tollera il fuoco. Per questo si teme che gli incendi abbiano causato una mortalità di massa, tanto che ci si chiede se sarà necessario riclassificare questa specie di rane da “vulnerabili” a “in via di estinzione”.

Il professor Richard Kingsford, direttore della University of New South Wales Centre for Ecosystem Science, ha efficacemente sottolineato che “noi non vediamo questi animali più piccoli venire inceneriti. Ci sono in corso migliaia di morti silenziose“.

Gli alberi, esseri viventi loro stessi

Tra queste morti silenziose non bisogna dimenticare gli alberi stessi, habitat di molti animali, fonte di ossigeno ed esseri viventi loro stessi. Nelle Blue Mountains, tra novembre e dicembre gli incendi hanno incenerito il 50% delle riserve dove vivono specie di alberi altamente minacciate di estinzione e considerate quasi “fossili viventi”, poiché in vita da milioni di anni. E’ andato perso anche il 48% delle famose Gondwana reserves, foreste pluviali che esistono dal tempo dei dinosauri. Sono sopravvissute proprio perché sono state raramente toccate dagli incendi. Maurizio Rossetto, un ecologo evoluzionista del Royal Botanic Garden di Sydney, ha fatto notare che «molti di questi alberi hanno una corteccia sottile che non fornisce loro protezione contro il fuoco»

Ci saranno perdite anche dopo l’incendio

Il professor David Lindenmayer dell’Australian National University ha affermato che il mezzo miliardo di animali uccisi direttamente dal fuoco è soltanto l’inizio. “Il grosso problema è che, dopo l’incendio, molti animali hanno perso il loro habitat e non hanno un posto dove nutrirsi o ripararsi”. Il professor Kingsford ha affermato che gli incendi priveranno molte specie di uccelli degli alberi. Questi sono per loro fonte di nutrimento, poiché ospitano invertebrati e producono frutti, e permettono loro di nidificare e, quindi, di riprodursi.

Come si legge sul Guardian, i mammiferi che sono riusciti a scappare, una volta tornati non troveranno altro che un paesaggio aperto, senza nessun riparo. Una vera e propria “arena di caccia” per volpi e gatti selvatici, che così li decimeranno. “I vombati, che possono sopravvivere al fuoco più dei koala in quanto sono animali sotterranei, non troveranno più cibo in una terra totalmente bruciata” ha detto alla BBC il professor John Woinarski, dell’Università Charles Darwin.

Eventi (quasi) paragonabili all’estinzione dei dinosauri

Mike Lee, professore di biologia evoluzionistica alla Flinders University, ha paragonato i recenti incendi in Australia alla caduta catastrofica del meteorite che portò all’estinzione dei dinosauri e alla quasi totale sparizione della vita sulla terra. L’impatto di quell’evento infatti portò all’estinzione del 75% delle specie viventi. La causa è stata, in primo luogo, una anomalia nelle temperature, che al tempo erano più basse rispetto alla media. E’ stato chiamato “l’inverno nucleare”, poiché piccole particelle lanciate nell’atmostera dopo l’esplosione hanno bloccato la luce del sole per anni. La lunga e fredda oscurità che ne seguì ha ucciso quasi tutti gli ecosistemi, dalle piante e i fitoplankton fino agli essere viventi più complessi.

Recenti ricerche hanno poi mostrato come anche una serie di enormi incendi hanno potuto causare questa estinzione di massa. L’asteroide, infatti, ha rilasciato detriti infiammati in tutta l’atmosfera, e la maggior parte delle foreste hanno quindi preso fuoco.

Australia, incendio ma non solo

Alcuni scienziati, comunque, hanno sottolineato come non sia stato non solo il fuoco, ma una serie di eventi concatenati a causare la morte di quasi tutti gli esseri viventi. Ma questo non deve consolarci, perché sembra quasi quello che sta succedendo adesso. Gli incendi infatti aggravano la situazione in cui già si trova la terra in questi anni.

Il nostro pianeta ha già perso metà della sua copertura forestale a causa degli umani. Le foreste rimaste, poi, sono costantemente minacciate da un cocktail antropogenico di deforestazione forzata, utilizzo non sostenibile del suolo, specie selvatiche invasive. Anche altri ecosistemi, poi, sono in pericolo, come gli oceani, i mari e i fiumi che si inquinano e acidificano. I ghiacciai si sciolgono e l’atmosfera è inquinata. Gli animali vengono cacciati per seguire le mode o una dieta non sostenibile. Gli esseri umani proliferano senza controllo e con loro tanti inutili bisogni.

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Mike Lee conclude il suo articolo dicendo che, dopo l’estinzione dei dinosauri, ci sono voluti milioni di anni di rigenerazione ed evoluzione poiché la biosfera del nostro pianeta prendesse nuova vita. E noi in pochissimi anni stiamo carbonizzando intere ere geologiche durante le quali la catena della vita si è faticosamente ma meravigliosamente formata.