Nubifragio Palermo: non siamo pronti alla crisi climatica

nubifragio palermo

Di fronte al cambiamento climatico l’umanità non è ancora pronta. Lo dimostra il nubifragio che ha colpito Palermo il 15 luglio 2020, che ha visto cadere oltre 130 mm di acqua in poco meno di 2 ore. Per avere un’idea, nei 3 i mesi estivi (giugno, luglio e agosto) la somma totale delle precipitazioni è di circa 55 mm. Questo valore non si raggiungeva dal 1790, da quando cioè si rilevano i dati. Fortunatamente non è stata registrata nessuna vittima, ma i danni alla città e alle sue infrastrutture sono stati ingenti.

Il dissesto idrogeologico

In Italia purtroppo sentiamo parlare spesso di dissesto idrogeologico. Questo fenomeno consiste nei danni reali o potenziali causati dalle acque, superficiali o sotterranee. Le manifestazioni più tipiche dei fenomeni idrogeologici sono frane, alluvioni, erosioni costiere, subsidenze e valanghe.

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Vi sono alcuni fattori che predispongono un territorio al rischio idrogeologico. Il primo è la conformazione geologica, ovvero l’insieme di rilievi e bacini idrografici di piccole dimensioni, quindi più predisposti alle piene. Conta poi la presenza di corsi d’acqua in una determinata area, e Palermo ne è ricca. Come ha affermato in un’intervista il professore Valerio Agnesi, geologo e direttore del Dipartimento di Scienze della terra e del mare dell’Università degli Studi di Palermo, il capoluogo siciliano era stato scelto dai Fenici per l’ingente presenza di acqua. In particolare vi erano due fiumi, il Kemonia e il Papireto, oggi scomparsi, che delimitavano l’antico centro storico. Con il tempo sono stati interrati e cementificati per permettere lo sviluppo urbano moderno. Ma la natura, prima o poi, vuole restituiti i suoi spazi.

Ecco che allora si aggiunge un altro importante fattore causa dell’aumento del rischio idrogeologico, cioè le attività umane. Tra queste spiccano la concentrazione di persone nelle città, il consumo di suolo e la cementificazione, il disboscamento, l’abusivismo edilizio, l’uso di tecniche agricole poco rispettose dell’ambiente e la mancata manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua.

Nubifragio Palermo: la città era già a rischio idrogeologico

La città di Palermo, racchiudendo in sé tutte le caratteristiche sopraelencate, è la città italiana fanalino di coda per il rischio idrogeologico, per il verde fruibile e la cementificazione. Lo rivela il rapporto sull’ambiente dell’ISPRA del 2018 dal quale emerge che l’avanzamento della cementificazione in proporzione alla popolazione è aumentato più che in qualunque città italiana. Il consumo di suolo pro capite tra il 2016 e il 2017 a Milano è stato di 156 metri quadrati. A Palermo ha raggiunto i 230 metri quadrati.

La cementificazione in queste zone non risparmia nulla, nemmeno le aree che dovrebbero essere protette, come quelle a rischio sismico e lungo il litorale. In più, l’eliminazione del verde blocca l’azione di assorbimento che terreno e alberi possono implementare all’occorrere di piogge e alluvioni. Inoltre più cemento significa più cambiamenti del suolo e quindi un aumento del rischio di frane e dissesti. Secondo l’ISPRA, a Palermo 17 mila persone vivono in abitazioni a rischio frana, più del doppio di Messina e Catania. 

Perdita di denaro e abusivismo

Vi sono poi, fuori dai radar ufficiali, gli abusi edilizi. Palermo è la seconda città italiana per abuso edilizio dopo Catania, tanto che sono stati registrati quasi 5 mila abusi, cioè il 18 per cento del totale di tutta la Sicilia. Nella sostanza, ben 1,1 milioni di metri quadrati sono stati cementificati illegalmente e al di fuori delle norme urbanistiche.

Il tutto realizzato, probabilmente, con i soldi dei cittadini. Soldi che si aggiungono alle spese ingenti che comporta il consumo di suolo. Sempre secondo l’ISPRA Il consumo di suolo costa fino a 3 miliardi l’anno per la perdita dei servizi ecosistemici. Questi sono:

  • La produzione agricola e di legname
  • Lo stoccaggio di carbonio
  • Il controllo dell’erosione
  • L’impollinazione
  • La regolazione del microclima
  • La rimozione di particolato e ozono
  • La disponibilità e purificazione dell’acqua
  • La regolazione del ciclo idrologico
  • La qualità degli habitat.

In Sicilia la perdita in termini di denaro si aggira intorno ai 42 e 66 milioni di euro.

Nubifragio Palermo: il riscaldamento globale tra i protagonisti

Come se non bastasse, negli ultimi decenni si è aggiunto alla lista il problema del riscaldamento globale, che sta dando il colpo di grazia a una città, una regione, e una nazione già in crisi. L’aumento delle temperature ha interessato in particolare l’area mediterranea, che sta passando da un clima temperato a uno sempre più tropicale.

Nel Bel Paese infatti il termometro nel 2019 è arrivato a +1,56°C rispetto agli anni 1961-1990. L’aumento rispetto al più recente periodo 1880-1909 è invece di circa a 2,5°C, più del doppio del valore medio del riscaldamento globale.

Oltre alla desertificazione, problema che interessa ormai il 70% della Sicilia, e all’acidificazione dei mari, il riscaldamento globale comporta l’aumento dei fenomeni estremi. Proprio come nelle aree tropicali infatti le piogge sono diventate più intense, improvvise e circoscritte nel tempo. Come constatato dalla maggiore associazione agricola italiana Coldiretti, le bombe d’acqua sono aumentate del 22% solo nell’ultimo anno. Sono stati poi registrati 157 eventi estremi come nubifragi, frane, siccità e trombe d’aria che hanno causato la morte di 42 persone, 10 in più rispetto all’anno precedente.

Tutto questo avviene perché l’aumento generale delle temperature favorisce una maggior evaporazione dell’acqua che si traduce in alti tassi di umidità nell’aria e di conseguenza in un surplus di energia disponibile per la formazioni di violenti temporali.

Cosa è stato fatto e cosa si farà?

Come ha dimostrato il nubifragio della scorsa settimana e i danni conseguenti ad esso la condizione di Palermo non è migliorata negli ultimi anni, nonostante gli avvisi da parte di scienziati ed associazioni ambientaliste. Anche a causa dello spaventoso rapporto dell’ISPRA, nell’ottobre del 2019 erano stati stanziati dalla regione Sicilia 174 milioni di euro per contrastare il dissesto del territorio e l’erosione delle spiagge. Si trattava di ulteriori risorse che si aggiungevano ai 155 milioni euro già disponibili per la stessa causa.

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Secondo Legambiente però esisteva il rischio che queste risorse potessero finanziare progetti ispirati a logiche del passato e, quindi, che potessero non solo disattendere l’obiettivo del riequilibrio ambientale, ma provocare nuovi dissesti. Inoltre vi è il problema degli appalti, che vengono sempre vinti dalle stesse imprese, nonostante si siano rivelate fallimentari.

Pare che per il 2020 i comuni siciliani bandiranno le gare dei progetti finanziati da altri 630 milioni provenienti dai Fondi territorializzati del Po-Fesr. Di questi 300 milioni saranno dedicati a 352 progetti di riqualificazione urbana e di siti pubblici e culturali. L’assessore alle infrastrutture siciliano Marco Falcone aveva anche richiamato anche le imprese al senso di responsabilità, elencando tanti casi di lavori aggiudicati in tempi record per dare risposte alle emergenze dei territori e non ancora completati dopo molto tempo a causa delle crisi finanziarie delle aziende appaltatrici.

Il tempo fugge, la paura resta

Il tempo però fugge e ciò che rimane sono la paura e i disagi che hanno dovuto subire gli abitanti di palermo durante il nubifragio. I politici, compreso il sindaco della città Leoluca Orlando se ne sono lavati le mani, scaricando il barile sulla mancata allerta della protezione civile. Oltre un metro di pioggia è caduta a Palermo in meno di 2 ore – ha affermato il primo cittadino di Palermo. Una pioggia che nessuno, nemmeno i metereologi che curano le previsioni nazionali, aveva previsto, tanto che nessuna allerta di Protezione Civile era stato emanata per la nostra città. Se l’allerta fosse stata diramata, sarebbero state attivate le procedure ordinarie che, pur nella straordinarietà degli eventi, avrebbero potuto mitigare i rischi. 

La realtà dei fatti, però, è che da moltissimi anni Palermo si trova a rischio idrogeologico e da anni gli ambientalisti e gli scienziati mettono in guardia l’umanità sulla crisi climatica, senza però esser ascoltati o presi su serio.

In Madagascar si contano le vittime di un’alluvione

Ieri vi abbiamo portato in Kenya, Somalia ed Eritrea per parlarvi dell’invasione delle locuste. Oggi andiamo invece in Madagascar dove, ancora una volta nel silenzio generale, un’alluvione ha duramente colpito il Nord-Ovest dell’isola, lasciando dietro di sé morti e danni ingenti.

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Una foto pubblicata dal governo del Madagascar

I numeri dell’alluvione in Madagascar

Per l’ennesima volta ci ritroviamo a dover comunicare il numero delle vittime. Questa volta sono 31 ma difficilmente vedremo foto profilo personalizzate su Facebook, né tanto meno dichiarazioni da parte di qualsiasi Primo Ministro del mondo occidentale. Le persone che hanno subito danni per via dell’alluvione che ha colpito il Madagascar sono circa 107.000, sparse in sei regioni del paese. Gli sfollati sono più di 16.000. Il governo locale ha dichiarato, il 24 gennaio scorso, lo Stato di Emergenza.

Alcuni dei distretti sono rimasti isolati per giorni e il calcolo dei danni deve ancora essere ultimato. “Una perturbazione che si è formata in Mozambico il 17 gennaio 2020 ha colpito il nord-ovest del Madagascar il 22 gennaio – si legge sul sito di ReliefWeb – e il numero di dispersi è sicuramente maggiore di quello dei morti. Sono stati riportati ingenti danni a diverse infrastrutture come scuole, strade e case”.

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In pericolo anche le coltivazioni

Che l’Africa sia un continente in cui, per la popolazione, non sia facile reperire cibo è risaputo ormai da diverso tempo. Ma negli tempi, con l’avanzare degli effetti degli effetti del cambiamento climatico, sta diventando una missione particolarmente ardua, se non impossibile. Periodi di grave siccità si succedono a piogge torrenziali e alluvioni, con tutti i danni del caso.

Ad essere colpiti in prima persona in questo caso sono stati i coltivatori di riso del Madagascar che hanno visto i propri raccolti sparire sotto i colpi dell’alluvione. La sicurezza alimentare del paese, almeno per i prossimi mesi, è dunque a rischio. Proprio come nei paesi affetti dalla piaga delle locuste. Proprio come nella maggior parte dei paesi dell’Africa sub-sahariana.

Australia e Brasile sì, Kenya e Madagascar no

Se per alcuni disastri ambientali, per lo meno da quando è entrata in scena Greta Thunberg, si inizia a vedere un minimo di risposta da parte dei media, quando si tratta di Africa tutto sembra tacere. Fino a quando a bruciare sono l’Australia o il Brasile se ne può discutere, per lo più indignandosi con i presunti responsabili. Ma quando ad essere colpite sono le zone più povere del mondo entra in gioco un’omertà generale che i più maliziosi potrebbero anche definire consapevole.

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Quest’estate, mentre l’Amazzonia guadagnava un ruolo di primo piano tra le preoccupazioni dell’opinione pubblica, l’Africa era devastata da incendi che coprivano un’area addirittura maggiore rispetto a quella rilevata in Sud America. Mentre l’Australia bruciava, e tutti condividevano via social foto di koala ustionati, lo stesso fenomeno atmosferico, causato dai cambiamenti climatici e responsabile di aver inasprito la potenza degli incendi del New South Wales, stava causando alluvioni di portata apocalittica nell’Africa Orientale lasciando dietro di sé morti e distruzione e, allo stesso tempo, mettendo le basi per il proliferare delle locuste che stanno divorando la parte orientale del continente.

Il silenzio dei media sull’alluvione del Madagascar

Risulta ormai evidente come la crisi climatica sia trattata in modo palesemente iniquo da parte dei media. Se infatti da un lato questo tipo di notizie vengono spesso relegate come appartenenti ad un segmento di nicchia, dall’altro c’è anche una disparità di trattamento “interna” tra disastri ambientali, in virtù dell’importanza del ruolo che il paese colpito ricopre nei giochi di potere internazionali.

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Va precisato come questo ragionamento sia valevole non solo per stragi e notizie negative ma anche per quelle positive come poteva essere, ad esempio, quella dello stanziamento da parte dell’UE di 1.000 miliardi di euro per far fronte alla crisi climatica; una news che alcune delle testate di caratura nazionale, specialmente quelle di stampo negazionista, non ha neanche riportato. Il giorno in cui notizie di questo tipo riempiranno le prime pagine dei giornali non sono vicini ma forse, grazie soprattutto ai movimenti ambientalisti che stanno guadagnando forza ogni giorno che passa, neanche troppo lontani. Speriamo solo che quel giorno non arrivi troppo tardi.

Alluvione in Indonesia: almeno 60 morti

Non è la prima volta che accade e, purtroppo, non sarà l’ultima. Jakarta, la capitale dell’Indonesia, è stata colpita dall’ennesima alluvione. Il conteggio dei morti è già salito a 60 ma potrebbe ancora aumentare. Le piogge torrenziali hanno colpito la regione alla vigilia di Capodanno e, solamente in questi giorni, la situazione è tornata parzialmente sotto controllo. Le autorità locali hanno descritto gli eventi come un qualcosa di “una violenza straordinaria”.

Il nostro videoriassunto

L’Indonesia conta i danni dell’alluvione

La situazione della capitale indonesiana è sotto la lente d’ingrandimento già da diverso tempo, tanto da spingere il proprio Presidente Joko Widodo ad annunciare, pochi mesi fa, che a partire dal 2024 costruirà una nuova capitale nella regione del Kalimantan. Jakarta, oltre ad avere una posizione geografica che la rende particolarmente vulnerabile agli effetti dei cambiamenti climatici, sta anche lentamente sprofondando. Con la prospettiva di un innalzamento del livello dei mari, la città ha dunque un destino già in parte segnato. I quartieri colpiti dall’ultimo disastro ambientale sono 182. Il numero di persone sfollate è di circa 400.000. I danni causati ai cittadini sono incalcolabili.

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Sebbene si possa dire che, in generale, la regione in questione sia da sempre soggetta ad alluvioni, soprattutto nel periodo dei monsoni, l’inasprimento della crisi climatica ha contribuito, e continuerà a farlo in maniera sempre più incisiva, a un aumento nell’intensità e nella frequenza di eventi di questo tipo. A tutte queste problematiche vanno aggiunti i problemi legati all’eccessivo sviluppo della città che è ormai diventata una megalopoli da 30 milioni di abitanti.

Gli abitanti dell’Indonesia che combattono l’alluvione

In un articolo pubblicato nei primi giorni del nuovo anno, il Guardian ha raccolto una serie di testimonianze degli abitanti colpiti dalla catastrofe. Gugun Muhammad, un operatore sociale, ha affermato che “quest’alluvione è la peggiore dell’ultimo decennio”. Le persone sono state costrette a spostarsi con le barche. I cittadini che hanno provato a tornare nelle proprie case, rimasti per giorni senza cibo ed acqua, hanno trovato le strade ancora colme di fango e detriti. Le abitazioni distrutte sono circa 2.000. Il tempo necessario affinché la situazione torni alla normalità è difficile da prevedere, complice la continuazione della stagione delle piogge che potrebbe protrarsi fino ad aprile.

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Una causa comune: il dipolo dell’Oceano Indiano

Ciò che sta accadendo in Indonesia altro non è che il frutto di decenni di inazione verso le cause del cambiamento climatico. Proprio come lo sono i roghi australiani, di cui vi abbiamo precedentemente parlato, e le inondazioni che stanno devastando il corno d’Africa, dove almeno 250 persone hanno perso la vita e altre 2,5 milioni hanno visto le proprie case e strade completamente sommerse dall’acqua. La responsabilità di tutto ciò è attribuibile ad uno dei massimi sistemi climatici del pianeta. Il Dipolo dell’Oceano Indiano (IOD) è infatti quest’anno in fase “positiva” ed ha raggiunto livelli che non si verificavano da circa sei decenni.

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Andamento IOD dal 1999 al 2019

Questo evento eccezionale ha portato a livelli estremi la siccità australiana e, allo stesso tempo, ha reso possibile l’accumulo di potentissime piogge record sulla regione del Corno d’Africa. Dopo avere anche influenzato il monsone che ha colpito proprio l’Indonesia, rendendolo particolarmente potente, ora l’IOD è tornato neutrale ma la frequenza con cui questo avvenimento potrà riverificarsi è destinata ad aumentare di pari passo con l’inasprimento della crisi climatica. Il tempo scorre. Gli abitanti delle regioni più vulnerabili del pianeta stanno iniziando a pagare il conto e il loro futuro è, almeno in parte, già segnato.

Che cos’è l’IOD?