Alaska: ennesimo colpo di coda dell’amministrazione Trump

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A poche settimane dalla cancellazione dello status di area protetta alla foresta nazionale Tongass, in Alaska rischia di consumarsi l’ennesima ingiustizia ambientale; l’uscente amministrazione accelera sulla firma che darebbe il via alle trivellazioni di olio e gas all’interno dell’area protetta Arctic National Wildlife Refuge, il più grande dei 16 National Wildlife Refuge dell’Alaska. Trump non si smentisce.

Alaska all’asta

L’Alaska, un territorio che sembra non poter trovare pace; l’ennesimo smacco della Casa Bianca a questo Paese riguarda ancora una volta la corsa ai giacimenti petroliferi. Il 24 novembre verranno pubblicate le richieste di candidature (call for nominations) per le compagnie energetiche interessate a comprare i diritti per trivellare in un’area di circa 600mila ettari. Le aziende dovranno indicare le zone esatte di interesse, mirate all’esplorazione del sottosuolo per trovare i giacimenti.

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Dopo l’ok del Dipartimento degli Interni alle trivellazioni in Alaska, ora per Trump è una corsa contro il tempo per l’assegnazione dei contratti. Difatti, dopo un mese dalla pubblicazione della ‘call for nominations’, l’amministrazione emetterà un avviso per la vendita delle concessioni dei terreni, che dovrà a sua volta concludersi entro il termine ultimo di 30 giorni.

L’amministrazione Trump sembra non voler dare pace ai ricchi territori dell’Alaska.

Le conseguenze di un’eventuale concessione dei territori vedrebbero coinvolto anche il neo eletto alla Presidenza, Joe Biden. Infatti, la sua politica ambientale poco si confà ad una simile strategia economica. Non ci sarebbe da stupirsi se questo fosse, da parte di Trump, un tentativo di far iniziare il mandato dell’avversario con una spina nel fianco, ponendolo in difficoltà con una gran fetta del suo elettorato.

L’interesse delle compagnie

“La politica di indipendenza energetica” dell’attuale amministrazione ha fortemente sostenuto le compagnie petrolifere nella conclusione di contratti, i quali permettono la ricerca e lo sfruttamento del petrolio nella National Petroleum Reserve in Alaska, ad ovest dell’ANWR. A dispetto di ciò, ad oggi solo poche industrie hanno manifestato un reale interesse.

I motivi alla base di ciò, sono di varia natura; dalle rigide condizioni che imperversano in quei territori, alla scarsa quantità di dati geologici del sottosuolo a disposizione. Dalla mancanza di infrastrutture ai prezzi incerti. Non di minore importanza, i rischi ambientali scoraggiano eventuali finanziamenti da parte delle banche, le quali hanno già annunciato che non sosterranno economicamente progetti in quell’area.

Inoltre, la presunta presenza di grandi quantità di petrolio, tali da giustificare l’inizio delle trivellazioni, si baserebbe su dati raccolti negli anni ’80.  Un’indagine del New York Times ha rivelato che, sul sito scelto, è stata effettuata una sola trivellazione esplorativa (pozzo esplorativo), oltretutto con risultati deludenti.

Dunque non è ancora chiaro quanto sia autentico l’interesse delle aziende petrolifere. Difatti, dalla concessione dei terreni all’effettivo inizio dei lavori passerebbe un decennio e per allora la domanda mondiale di combustibile fossile potrebbe essere sensibilmente diminuita.

Un tema che divide

Da sempre i vasti e ricchi territori dell’Alaska hanno contribuito a rendere ancor più netta la separazione, già esistente, nel mondo della politica. Da un lato i Repubblicani, i quali hanno ripetutamente cercato di avviare le trivellazioni nella zona costiera che sarebbe ricca di idrocarburi, puntando quindi sulla “politica di indipendenza energetica” e dividendo anche le comunità native.

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Per gli Inupiat, comunità costiera, l’industria del petrolio rappresenta nuovi posti di lavoro; per i Gwich’in, i quali vivono a sud, lo sviluppo rappresenta invece un rischio. Sul fronte opposto, i Democratici, preoccupati invece per i rischi di disastri ambientali e per la tutela di specie animali che popolano la zona.

L’Arctic National Wildlife Refuge (ANWR)

L’Arctic National Wildlife Refuge ( ANWR o Arctic Refuge ) è un rifugio nazionale per la fauna selvatica nel nord est dell’Alaska, Stati Uniti. Il National Wildlife Refuge System è una designazione per alcune aree protette degli Stati Uniti gestite dallo United States Fish and Wildlife Service

Si estende per 78.050,59 km2 nella regione dell’Alaska North Slope. È il più grande rifugio nazionale per la fauna selvatica del Paese. L’ANWR comprende una grande varietà di specie di piante e animali, come orsi polari, grizzly, orsi neri. Ma anche alci, caribù, lupi, aquile, linci, ghiottoni, martore, castori e uccelli migratori.

E’ stato fondato dal presidente Theodore Roosevelt nel 1903, con il fine ultimo di proteggere vaste aree di fauna selvatica e zone umide negli Stati Uniti; questo sistema ha creato il Migratory Bird Treaty Act del 1918.

Gran parte del dibattito sull’opportunità di perforare nell’area 1002 dell’ANWR si basa sull’effettiva quantità di petrolio recuperabile e sul potenziale danno che l’esplorazione petrolifera potrebbe avere sulla fauna autoctona.

La perdita del permafrost in Alaska, ed altre parti del Pianeta, comporta rischi per gli esseri umani e la fauna selvatica. 
Crediti: US Geological Survey

Le persone che si oppongono alla perforazione nell’ANWR credono che sarebbe una minaccia per la vita delle tribù indigene, le quali fanno affidamento sui prodotti animali e vegetali locali. Inoltre, la pratica della perforazione potrebbe rappresentare una potenziale minaccia per la regione nel suo complesso. Difatti, quando le aziende esplorano e perforano, eliminano la vegetazione e distruggono il permafrost.

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Alaska, la foresta del Tongass in pericolo

A poche ore dalla definitiva uscita di scena degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, una nuova preoccupazione ambientale si fa strada. Trump dà il sì al disboscamento della foresta Tongass in Alaska; ma c’è ancora una speranza ed è riposta nelle votazioni che a breve definiranno il nuovo Presidente USA.

L’importanza della foresta

La Foresta Nazionale Tongass, che si estende nel sud-est dell’Alaska, con i suoi 68 mila km 2 è la più grande foresta degli Stati Uniti. La maggior parte della sua area è composta dalla foresta pluviale temperata ed è abbastanza remota da ospitare molte specie di flora e fauna rare e in via di estinzione. 

La foresta è un immenso serbatoio di carbonio, che assorbe dall’atmosfera più emissioni di CO2 di quante ne rilasci, svolgendo un ruolo fondamentale nel mitigare il riscaldamento globale. Gli scienziati stimano che Tongass detenga tra il 10 e il 12% del carbonio immagazzinato negli Stati Uniti.

“L’Amazzonia del Nord America” è per lo più un regno selvaggio e senza strade. Muschi, licheni, salmoni, cervi, aquile calve e orsi vivono alle pendici di montagne nastrate di ghiacciai blu e ricoperte da verdi boschi. 

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Ma mentre l’Amazzonia è definita una foresta pluviale tropicale, Tongass, che si trova alle medie latitudini, è una foresta pluviale temperata; ovvero uno dei biomi più rari sulla Terra (si trova solo nell’Alaska costiera e nella Columbia Britannica, nel Pacifico nord-occidentale, nella costa meridionale del Cile e dell’Isola del Sud della Nuova Zelanda).

Cos’ha fatto l’amministrazione Trump?

Il Presidente Trump ha rimosso le protezioni alla foresta del Tongass per permettere la costruzione di strade e l’utilizzo del legname del conseguente disboscamento. Un avviso, pubblicato mercoledì dal servizio forestale, ha affermato che tutti i territori del Tongass saranno aperti al suo sfruttamento. L’amministrazione Trump sta rimuovendo le garanzie in vigore da quasi 20 anni. 

A pochi giorni dalle presidenziali, l’amministrazione Trump ha annunciato che il Tongass sarà esentato dalla Roadless Rule del 2001, che proibisce la raccolta del legname e la costruzione / ricostruzione di strade, con limitate eccezioni all’interno di aree designate. 

A partire da giovedì 29 ottobre sarà possibile per le industrie del legname farsi strada nella foresta del Tongass, in Alaska.

In una dichiarazione al The Independent, il Dipartimento dell’Agricoltura (USDA), che sovrintende al servizio forestale, ha affermato che la sua decisione di esentare Tongass dalla Roadless Rule è stata presa con “il sostegno significativo dello Stato dell’Alaska e della delegazione del Congresso dell’Alaska, e con una solida considerazione di molteplici alternative e punti di vista delle parti interessate ”. 

“Il Dipartimento ritiene che una maggiore flessibilità per la raccolta del legname e la costruzione di strade nel Tongass possa permettere di affrontare le preoccupazioni economiche e di sviluppo locali, bilanciando le esigenze di conservazione della foresta”

Ha aggiunto una portavoce.

Secondo l’USDA qualsiasi progetto deve essere conforme al Tongass Land Management Plan 2016 ed essere sottoposto a revisione ambientale, ai sensi del National Environmental Policy Act (NEPA). 

 A luglio, l’amministrazione Trump annunciò una revisione proprio della NEPA, indebolendone la capacità di valutare i danni che potenziali progetti potrebbero causare all’ambiente. Tutto ciò sta mettendo a repentaglio la cultura e la sussistenza delle comunità indigene, il ruolo della foresta nella lotta alla crisi climatica e la fauna selvatica già in pericolo.

Biden, l’unica speranza contro la devastazione di Trump?

Joe Biden ha annunciato la sua intenzione, come futuro Presidente, di avviare il Paese verso una vera e propria rivoluzione energetica.

“L’industria petrolifera inquina in modo significativo e deve essere sostituita nel tempo da fonti di energia rinnovabile”.

Ma vincere le elezioni potrebbe non essere sufficiente per realizzare l’agenda sul clima. Un Presidente americano non può infatti implementare un piano di investimenti simili senza prima avere una solida maggioranza sia al Senato che alla Camera. Anche in questo caso, la parola finale spetterà agli elettori.

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La distruzione totale delle foreste che più sostengono la vita del nostro pianeta in pericolo deve finire. Come? Un buon primo passo: votare per i politici che prendono decisioni basate su una solida scienza.

Trivellazioni in Alaska e incendi in California: l’incubo americano

trivellazioni in alaska
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Il 2020 non è decisamente l’anno migliore in cui esistere, né per il genere umano, né per il pianeta. Le emergenze si susseguono e si sommano a processi più duraturi e profondi di cambiamento. Per questo, mai come ora, è necessario mettere in pratica nuovi approcci, specialmente in campo climatico. Negli Stati Uniti il Presidente Trump sembra essere di tutt’altro avviso. La decisione di dare il via libera alle trivellazioni in Alaska onshore nella riserva Arctic National Wildlife Refuge e la situazione drammatica degli incendi in California creano una combinazione pericolosa. Il sogno americano si è trasformato in un incubo.

Le trivellazioni in Alaska: si cerca ancora l’oro nero

L’idea di una transizione verso energie verdi non è una priorità dell’amministrazione repubblicana. Il Green New Deal, un’idea malsana. Perché, allora, non riportare in auge un progetto controverso degli anni ’70? La possibilità di trivellare la riserva in Alaska è una mossa strategica a pochi mesi dalle elezioni, perché porterebbe, a livello economico, denaro e posti di lavoro.

Ma quale prezzo si è disposti a pagare? A livello ambientale, l’impatto è disastroso.

Sono trascorsi solamente due mesi dalla registrazione di temperature record nell’Artico: 38°C, venti in più della media stagionale. La zona è già colpita dalle conseguenze del cambiamento climatico. Un’ulteriore perforazione del terreno provocherebbe l’acuirsi del riscaldamento. L’accelerazione dello scioglimento del ghiaccio metterebbe a rischio le specie animali, molte delle quali già in pericolo d’estinzione.

Trivellazioni in Alaska: la voce del Pentagono

Dal Pentagono assicurano la sostenibilità dell’operazione. Il piano è stato firmato da David L. Bernhardt, responsabile degli Affari Interni. Il deputato Don Young ha affermato che è stato un grande giorno «non solo per gli abitanti dell’Alaska, ma per l’indipendenza energetica americana.» Rivendicando il ruolo decisivo di questa amministrazione, ha poi aggiunto che migliaia di cittadini dello Stato settentrionale sono impegnati nell’industria petrolifera, «e il loro sostentamento dipende dai lavori ben retribuiti creati dalle riserve nazionali.» In un periodo di crisi economica, una possibilità in più che il tycoon venga votato a novembre.

Nel dicembre 2018, è arrivato il via libera per le trivellazioni in Alaska. L’Ufficio che si occupa del management territoriale ha accettato il piano che riguarda la costa. Secondo le informazioni a loro pervenute, non ci sarebbe alcun tipo di pericolo. Le aree saranno messe in vendita in due volte: 400mila acri (161mila ettari) entro dicembre 2021, altrettanti entro la fine del 2024.

Le trivellazioni onshore in Alaska hanno coseguenze devastanti per la flora e la fauna. Questa apertura viene messa in atto in un momento delicato per gli Usa, che stanno affrontando

Trivellazioni in Alaska simbolo l’incubo americano

Così, per avere un riscontro sul breve periodo, si mette a rischio l’intero ecosistema, finora protetto. Il piano è devastante per la fauna del luogo. L’impatto ambientale è incisivo: l’inquinamento acustico, la distruzione degli habitat, le fuoriuscite di petrolio concorrono ad alimentare il caos climatico. A sottolineare la negatività della scelta è Kristen Monsell, del Centro per la Diversità Biologica, in un’intervista alla BBC.

Lo stress provocato dalla presenza umana ha conseguenze sul comportamento degli animali, che si vedono costretti a cambiare zona e abitudini. La riserva è un luogo idilliaco per molte specie di uccelli e di mammiferi, tra cui l’orso polare. L’ingestione di petrolio o il contatto con esso portano a irritazioni cutanee, avvelenamento e, talvolta, alla morte di questi esemplari, sempre più a rischio.

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«Qualsiasi compagnia petrolifera che intenda trivellare l’Arctic Refuge dovrà affrontare enormi rischi reputazionali, legali e finanziari», ha avvertito Adam Kolton, direttore dell’Alaska Wilderness League. In realtà, le possibilità che la decisione venga sospesa o ritardata sono remote, anche se dovesse vincere Joe Biden. L’area di 7,7 milioni di ettari, dichiarata area protetta federale nel 1980 e preservata dal Presidente Obama nel 2016, può diventare il luogo dell’ennesima catastrofe ambientale.

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Dal ghiaccio al fuoco: gli incendi divampano in California

Se si salpasse dall’Alaska e si proseguisse verso sud, il paesaggio cambierebbe radicalmente. Ci si lascerebbe alle spalle il ghiaccio, e si intravedrebbero le coste del Canada e poi, nuovamente, degli Stati Uniti: Washington e Oregon. La West Coast, fino in California. Qui, l’inferno. Ormai, siamo assuefatti dalle immagini delle fiamme che divampano e distruggono. Sembrano eventi da elencare in un notiziario. Invece, è necessario mantenere vivo lo sdegno per situazioni pericolose per la flora, la fauna e il genere umano.

La politica dovrebbe essere cosciente e agire in modo mirato. Ma non è così. Joseph Goffman, direttore esecutivo del programma di Giurisprudenza ambientale a Harvard, ha affibbiato al presidente Trump l’appellativo di nichilista climatico. Alla prova dei fatti, ha smantellato il piano di Obama, scegliendo di recedere dall’Accordo di Parigi sul clima e puntando sui combustibili fossili. Le conseguenze sono evidenti.

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«L’inferno è qui»: cosa succede in California

Sul sito di CalFire, l’autorità antincendio dello Stato della California, si può monitorare la situazione in tempo reale. I dati riportati rivelano una condizione poco rassicurante. Nel solo 2020, sono stati bruciati oltre 670mila ettari di terreno, con più di 7000 incidenti. Sette persone hanno perso la vita e più di 3000 strutture sono state danneggiate o distrutte.

La stagione degli incendi è conseguenza naturale della conformazione paesaggistica dello Stato americano. Nonostante ciò, bisogna sottolineare come, quest’anno, sia iniziata prima e si stia prolungando più del previsto. I fattori da tenere in considerazione sono molteplici: una primavera mite e un ridotto strato nevoso hanno velocizzato il processo di scioglimento del ghiaccio, comportando l’avvento anticipato della stagione secca. La scarsità d’acqua ha stressato la fragile vegetazione, che è diventata suscettibile al fuoco.

Colpa del cambiamento climatico?

Quindi, tutto nella norma? Decisamente, no! Questa situazione «è difficile persino da immaginare» ribatte Daniel Swain, scienziato climatico dell’Università della California, intervistato dal The Guardian. Anche se gli incendi di entità più vasta sono sotto controllo, altri piccoli focolai si espandono e cambiano comportamento repentinamente.

Le cause degli incendi sono complesse. Non c’è dubbio che il cambiamento climatico ne aumenti il rischio. In una ricerca condotta da Swain e altri esperti, le conclusioni sono chiare: l’impronta antropica ha facilitato l’aumento di eventi sempre più intensi. L’88% dei roghi autunnali e il 92% delle aree bruciate in California sono di origine dolosa. Un territorio in cui la le zone aride stanno invadendo anche quelle verdi, non si può credere sia tutto normale.

«Venga qui chi non crede alla crisi climatica» ha annunciato Gavin Newsom, governatore democratico della California, dichiarando lo stato di emergenza.

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Gli incendi in California stanno tenendo occupati più di 10000 vigili del fuoco.

Non ci resta che…agire!

Temperature record, incendi ingestibili, scelte scellerate per mettere a repentaglio quel poco che siano riusciti a proteggere finora. Non possiamo rimanere indifferenti: essere informati su ciò che accade in Alaska e California è fondamentale. Le trivellazioni onshore mettono a rischio la vita di specie già in pericolo, per scopi economici e tornaconti elettorali. Così, battaglie decennali vengono spazzate via ed esperti e ambientalisti sono tacciati di perseguire chissà quali ambizioni personali.

L’obiettivo è, e rimane, uno: salvare quello che abbiamo e ripristinare ciò che è andato perduto, dall’altra parte dell’oceano…e anche da questa.

In Alaska strage di salmoni: l’acqua è troppo calda

Il 6 di agosto un turista in viaggio in Alaska ha pubblicato un video su Facebook che mostrava moltissimi salmoni morti nella baia di Tutka. In poche ore è diventato virale e, dopo non molto tempo, una spiegazione più o meno accurata delle autorità e degli scienziati della zona, è sembrata placare il tutto. Invece la verità, proprio come quelle centinaia di pesci, è infine venuta a galla.

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Colpa di una rete da pesca?

“Sarebbe insolito se pesci di qualità simile si fossero raggruppati così strettamente andando nella stessa direzione”, aveva affermato Glenn Hollowell, biologo presso il Dipartimento di Pesci e Selvaggina dell’Alaska, specializzato sul salmone. Secondo lui la causa era da attribuirsi a una rete da pesca difettosa, che ha stretto tra loro una grande quantità di salmoni provocandone la morte. Questi sono poi fuoriusciti una volta che la rete è stata allentata.

https://www.facebook.com/skolabaristy/videos/10218714201833574/
Il video girato dal turista Alex Richter in Alaska

Tuttavia, nelle ultime settimane, altri abitanti hanno riportato morti sospette di salmone in zone diverse dello Stato, da Kuskokwim a Norton Sound fino Bristol Bay, che distano centinaia di chilometri le une dalle altre. A questo punto, quindi, la dottoressa Stephanie Quinn-Davidson, che dirige la Commissione per i pesci del fiume Yukon, ha condotto un ulteriore studio sulla morte dei salmoni lungo tutti i 200 chilometri del fiume Koyukuk.

“Abbiamo esaminato i salmoni morti alla ricerca di eventuali indicazioni di malattie, parassiti, infezioni, tumori e non abbiamo trovato nulla. Abbiamo escluso l’inquinamento perché questa zona è incontaminata, né si trova nei pressi di scarichi di acque reflue”.

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E’ stato anche preso in considerazione il fatto che le femmine di salmone muoiono naturalmente circa due mesi dopo la deposizione delle uova, tra giugno e agosto. Tuttavia, attivisti e ricercatori locali hanno constatato che alcuni dei salmoni morti non si erano mai riprodotti né sembravano in procinto di farlo. Inoltre vi erano anche molti salmoni femmina che trasportavano ancora uova sane. Come si legge in un articolo della CNN, probabilmente i pesci non avevano più le energie per deporre le uova e sono quindi morti con uova sane ancora nel corpo.

La vera causa

L’unica spiegazione è quella del caldo. Quinn-Davidson ha anche affermato che in Alaska ci sono stati quattro o cinque giorni di caldo estremo tra il 7 e l’11 luglio con una temperatura di circa 7 gradi al di sopra della media. Gli abitanti hanno affermato di aver visto salmoni morti già il 12 di luglio.

Un altro problema, continua Quinn-Davidson, è che “in molte zone del fiume l’acqua era molto bassa, il che ha reso difficile se non impossibile per i salmoni trovare un rifugio in pozze più fresche e profonde”.

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Sue Mauger è il direttore scientifico del Cook Inletkeeper, un’associazione non governativa che si occupa del mantenimento del fiume Cook Inlet. Egli afferma che le temperature dell’acqua hanno raggiunto record al pari di quelle dell’aria. Nel fiume Cook non sono infatti mai state registrate temperature al di sopra ai 27 gradi centigradi fino ad ora.

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Negli ultimi anni i salmoni stanno subendo molte minacce come la pesca illegale o non controllata, le malattie provenienti dagli allevamenti intensivi, l’acidità degli oceani, le plastiche e le microplastiche negli oceani. Il caldo è quindi un’ulteriore, inutile pericolo da gestire per la sopravvivenza dei salmoni e di chi ne dipende.

Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, ora.

Caldo record in quasi ogni parte del mondo, siccità, ghiacciai che si sciolgono ad una velocità mai vista prima, alluvioni e ondate di caldo. Tutti scenari già ampiamente previsti dagli scienziati di tutto il mondo. La causa di tutto ciò è una sola e, come se ci fosse bisogno di tutto questo per confermarlo, si chiama riscaldamento globale. In un’annata che potrebbe passare alla storia come la più influenzata dai cambiamenti climatici, le notizie di eventi estremi che si succedono ogni giorno nei giornali di tutto il mondo non lasciano più spazio ad alcun tipo di interpretazione al di fuori di quella da anni paventata dai climatologi. Il cambiamento climatico esiste e, se niente sarà fatto per contrastarlo, avrà conseguenze terrificanti.

cambiamenti-climatici-2019

Giugno è stato il più caldo della storia

Il mese di giugno del 2019 è stato il più caldo mai registrato da quando c’è disponibilità di dati. Ad annunciarlo è stata l’ Agenzia dei Satelliti dell’Unione Europea. I dati che hanno portato a questa conclusione sono stati registrati dal Copernicus Climate Change Service per poi essere analizzati dallo European Centre for Medium-Range Weather Forecasts. La temperatura media in tutta Europa è stata di 2 gradi al di sopra della media con picchi di 6-10 °C in Francia, Germania e nord della Spagna. Gli esperti hanno inoltre espresso la loro preoccupazione per l’aumento della probabilità del verificarsi di simili scenari anche nel prossimo futuro, con un grado di probabilità 5 volte maggiore rispetto alla norma.

La recente ondata di calore ha infranto ogni record in Francia toccando la temperatura più alta mai registrata nel paese (45,9 °C). Alcune zone della Spagna sono state messe in ginocchio da incendi di una portata altamente distruttiva. Il nostro paese viene messo a ferro e fuoco da bombe d’acqua di portata apocalittica. Peter Stott, uno studioso dei cambiamenti climatici del Met Office, ha dichiarato che “un’ondata di calore del genere sarebbe stata più mite di 4°C se si fosse verificata 100 anni fa”. I dati, ancora una volta, non lasciano scampo.

Anche l’Alaska brucia: toccati i 32 °C

Questa serie di avvenimenti preoccupanti non hanno però colpito solamente l’Europa. Nella città più fredda degli Stati Uniti, Anchorage (Alaska), sono stati raggiunti i 32,2 °C. La stessa temperatura della Florida. Il record precedente risale al 1969 quando furono toccati i 29 °C. La temperatura media, in questa stagione, dovrebbe invece essere intorno ai 18 °C. Secondo gli esperti l’aumento della temperatura nella regione, verificatasi negli ultimi anni, è dovuto al riscaldamento dell’Oceano Artico. I dati su scale temporali più ampie ci dicono inoltre che l’intera regione si sta scaldano due volte più velocemente rispetto alla media globale.

Le conseguenze di tutto ciò sono quelle che, ormai e a malincuore, conosciamo bene. Oltre a provocare lo scioglimento di ampie aree di ghiacciai che esistevano da milioni di anni, il clima secco e il caldo, in regioni con una così fitta vegetazione, finiscono per scatenare numerosi incendi. Il che significa un’ulteriore immissione di anidride carbonica nell’atmosfera e una contemporanea perdita di alberi, la migliore tecnologia che abbiamo per contrastare i cambiamenti climatici.

I cambiamenti climatici lasciano l’India senz’acqua

La situazione più preoccupante su scala globale, da un punto di vista umanitario, si sta tuttavia verificando in India. Alcune zone del paese, tra cui la regione del Chennai, sono vittima di un periodo di siccità che dura da più di 200 giorni. Nelle aree più aride sono state toccate temperature al di sopra dei 50 °C. Fiumi e laghi in diverse regioni hanno iniziato a prosciugarsi e la disponibilità di acqua potabile diminuisce di giorno in giorno. Le persone hanno smesso di lavare i vestiti per salvaguardare le poche riserve idriche a disposizione e l’IMD ha dichiarato che la popolazione è a rischio di contrarre malattie gravi indipendentemente dalle fasce d’età. La causa principale di tutto ciò è un ampio ritardo nell’arrivo del periodo delle piogge.

Secondo un articolo comparso sul quotidiano La Stampa, inoltre, le razioni di acqua potabile nella penisola asiatica vengono distribuite solamente ai ricchi, con conseguenze devastanti sulla maggior parte della popolazione più povera. Un’ulteriore riprova di ciò che ha già previsto l’ONU: a salvarsi dai cambiamenti climatici potrebbe essere solamente la fascia più abbiente della popolazione mondiale ovvero proprio quella più responsabile del riscaldamento globale.

Una situazione simile si era verificata anche in Australia nei mesi scorsi, a conferma del fatto che nelle regioni equatoriali avvenimenti di questo tipo capiteranno con sempre maggiore frequenza. Altre notizie di problemi causati dai cambiamenti climatici giungono anche da Cuba, dove le temperature hanno infranto ogni record, così come in Cina. La Russia è soggetta ad alluvioni mai viste prima nel paese. In Messico una tempesta ha lasciato le strade di Guadalajara sotto un metro di ghiaccio. Serve altro?

Guadalajara, Messico. Video. The Guardian

I cambiamenti climatici non sono più un’opinione

Per anni abbiamo dovuto assistere a persone, per lo più mal informate, che parlavano dei cambiamenti climatici causati dall’uomo come di una cosa non certa. Non è bastata una percentuale di climatologi, convinta che il riscaldamento globale esista, che tocca il 97%. Così come non sono bastate le immagini di ghiacciai che si sciolgono a vista d’occhio e la discesa in piazza di milioni di ragazzi in tutto il mondo.

Ora non ci sono più scuse. I cambiamenti climatici stanno iniziando a mietere vittime nelle parti più povere del mondo e non ci vorrà molto prima che inizino a farlo anche nelle altre. Per anni siamo stati avvisati di tutto ciò e per anni ci siamo voltati dall’altra parte, sperando che qualcun altro si prendesse carico del problema. Ma questo non si risolverà da solo. I cambiamenti climatici sono qui, oggi più che mai. E ciò a cui stiamo assistendo è solo un piccolo assaggio di quello che potrebbe succedere nei prossimi 50 anni. Ma abbiamo ancora tempo per metterci una pezza. Non ci resta che iniziare a farlo, in fretta.