C’è vita sotto la terra: perché è importante la salute del suolo

Lo calpestiamo, lo cementifichiamo, lo dissodiamo. Spesso, non gli diamo la giusta importanza. Eppure, è uno degli ambienti decisivi, per la nostra vita e per quella di tutti gli altri esseri. Stiamo parlando del suolo e dell’enorme biodiversità che contiene. Addirittura, si stima che fino al 90% degli organismi trascorra almeno una parte dell’esistenza sottoterra. Per mantenere alta l’attenzione, l’Organizzazione Mondiale per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) ha anche deciso di dedicargli una Giornata Mondiale, ogni 5 dicembre.

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L’importanza del suolo

Ma perché dovremmo occuparci della salute del suolo? Lo strato più alto del terreno, in cui le piante possono crescere, è composto da particelle minerali, materia organica, aria, acqua e diversi animali e vegetali. Per riuscire a quantificarne il rilievo, basti sapere che il 25% della biodiversità mondiale e che il 95% di tutti i prodotti alimentari che consumiamo provengono direttamente o indirettamente dai nostri terreni.

Pensare che funga solamente da piattaforma per le attività umane è, quindi, riduttivo. Per comprendere ancora meglio le motivazioni che dovrebbero spingerci verso una maggior cura, entra in gioco un fattore rilevante: la complessità. Il suolo, infatti, si forma con un processo molto lento, tanto da decretarla una risorsa non rinnovabile. Partendo da questo presupposto fondamentale, è bene ricordare anche un’altra caratteristica.

Esso immagazzina e trasforma non solo le sostanze nutritive e l’acqua, ma anche il carbonio, tanto da contenerne il doppio della quantità dell’atmosfera e tre volte quella della vegetazione. Non solo, ma tutta la vita sotterranea aiuta a stoccarne una grande quantità, riducendo, di fatto, le emissioni di gas serra.

Anche per questo motivo, è imprescindibile per la produzione agricola e per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Una scarsa cura e il conseguente degrado sono problematiche che possono degenerare in catastrofi ambientali, siccità e altri eventi, che spingono intere popolazioni a dover migrare.

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Alcuni fatti divertenti sul suolo

Abbiamo ridimensionato, fino a qui, alcune imprecisioni. Non basta, però, decostruire una narrazione, bisogna poter rendere fruibili informazioni accattivanti e che possano rimanere. Per questo, la FAO ha voluto fare di più. Attraverso alcuni fatti divertenti, ha spiegato la dinamicità e la vitalità di questo ambiente.

«In soli 3 pollici di terreno -equivalenti a circa 7,5 centimetri [ndr]- ci sono quasi 13 quadrilioni di organismi viventi, del peso di 100 milioni di tonnellate.» Una quantità inimmaginabile ai più, che può dare almeno un’idea della grandiosità delle interazioni. «Un ettaro di terreno contiene l’equivalente di peso di due mucche di batteri.» Una comparazione bizzarra, ma che riesce a facilitare il paragone.

Se provassimo a raffrontare il numero con gli esseri umani, ecco che il risultato potrebbe strabiliare. «Ci sono più organismi in un grammo di suoli sani che persone sulla Terra». Infine, ecco le ultime due curiosità. «Gli organismi del suolo elaborano 25mila chilogrammi di materia organica in una superficie equivalente a un campo da calcio e al peso di 25 automobili» e «un lombrico può digerire il proprio peso nel terreno, ogni 24 ore. Il 50% del suolo del pianeta passa attraverso lo stomaco di questi animali.»

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I rischi per il suolo

Quelli che abbiamo descritto in precedenza non sono altro che altre motivazioni per proteggere il suolo. Ma quali sono le minacce e come riuscire a risolverle? Anche qui, ci viene in soccorso la FAO.

In un suo recentissimo report, l’organizzazione mette a disposizione le sue conoscenze più aggiornate. I pericoli per la biodiversità dei terreni sono molteplici. Innanzitutto, la deforestazione, che provoca una perdita di specie autoctone e riduce anche quelle animali. Poi, l’agricoltura intensiva, che rende meno funzionali tutti i nutrienti presenti, con il sovrautilizzo di alcuni. A questa problematica si ricollega lo sbilanciamento nel sottosuolo, che deve essere riequilibrato attraverso l’impiego massiccio di fertilizzanti. Da non dimenticare, infine, sono alcuni processi, come la salinizzazione e l’acidificazione, compresi in un insieme più ampio di forme di inquinamento. L’antropizzazione, di fatto, ha ripercussioni notevoli sull’ecosistema, che non riesce a rigenerarsi autonomamente ed è più suscettibile all’erosione, agli incendi e a una moria di organismi.

Le soluzioni

Il quadro, a un primo impatto, è decisamente negativo. Le questioni sono numerose, ma esistono anche delle risposte. Ed è qui, che è utile introdurre il concetto di protezione della biodiversità, intesa come variabilità tra gli organismi viventi all’interno di una singola specie, fra specie diverse e tra ecosistemi. Come spiegato dagli esperti, «la biodiversità del suolo ha iniziato a emergere come una soluzione alternativa alle sfide globali, non solo in campo accademico. Alcuni Paesi stanno iniziando a utilizzarla in diversi settori, quali l’agricoltura, la sicurezza alimentare, il biorisanamento, il controllo del cambiamento climatico, di malattie e parassiti e la salute umana.»

Proteggere il suolo non è mai stato così importante. Rispettarne i tempi e curarne la diversità moltiplica le speranze che si possa godere tutti di un livello di salute elevato e condiviso.

La rinascita di una discarica nel segno dell’architettura sostenibile

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Dai diamanti non nasce niente, è dal letame che nascono i fiori, come ci insegna Fabrizio De André. Negli Stati Uniti lo hanno preso sul serio. Non è una cosa all’ordine del giorno dover scrivere che negli USA c’è attenzione all’ambiente, ma magari la storia di cui andiamo a parlare può insegnarci a non generalizzare e, perché no, regalarci anche un sorriso nella baia tumultuosa di tristezza e cattive notizie che è lo spettrogramma della questione ambientale. È quello che mi auguro possa fare questo articolo relativo ad una ex discarica trasformata in parco pubblico.

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Fresh Kills Landfill quando era ancora una discarica. Foto: Sciencesource.com

Valorizzazione in chiave green

È davvero strano associare l’immagine di una discarica ai concetti di sostenibilità e rispetto per l’ambiente. In effetti, si tratta di un’operazione pressoché impossibile. Eppure, l’esperienza di Fresh Kills Landfill ci insegna il contrario. Non so se esista l’idea di riciclo per i luoghi – in caso contrario, lo impiegheremo comunque come pratico neologismo – ma questo è esattamente quel che si è fatto in quest’area.

Ci troviamo nel borough di Staten Island, una delle 5 contee sulle quali sorge la città di New York. L’area di Fresh Kills misura ben 890 ettari – in soldoni, più o meno 3 volte la dimensione di Central Park – ed era attiva fin dal 1948. Il suo triste primato era quello di essere l’area di stoccaggio rifiuti più vasta al mondo. Il sito, negli ultimi 50 anni abbondanti era stato utilizzato continuamente, in maniera indiscriminata. Se vi era un rifiuto di qualunque genere da buttare, la destinazione era questa. Anche le macerie del World Trade Center, recuperate dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, sono state stipate in questi campi.

La discarica di Fresh Kills poteva ricevere qualcosa come 29mila tonnellate di rifiuti al giorno. Per renderci conto della quantità di materiale di scarto di cui stiamo parlando, pensiamo alla Statua della Libertà, simbolo di New York. Ebbene l’agglomerato di pattume formato da questa ingente quantità di immondizia, impilato, la supera in altezza. Circa 19 anni fa, tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002, a seguito di una lunga serie di vibranti proteste dell’opinione pubblica locale, l’EPAEnvironmental Protection Agency ha deciso di chiudere la discarica definitivamente. Contestualmente, si scelse di riconvertire l’intera superficie in parco pubblico, ribattezzandola Fresh Kills Park.

Video per promuovere la trasformazione della discarica in parco pubblico.

Da discarica a esempio mondiale di urbanistica sostenibile

I lavori per trasformare Fresh Kills da dumpsite a park, da discarica a parco pubblico, sono coordinati dal New York Department of City Planning e portati avanti dal noto studio di architetti paesaggisti di James Corner. Il piano definitivo è importante e ambizioso. Si tratta di un masterplan di durata trentennale, fondato sulla coesistenza e l’integrazione di sistemi distinti. Il progetto si fonda su tre caposaldi: pianificazione e promozione di una fertile destinazione culturale e un pregevole luogo d’incontro; risanamento dell’area e ripristino della ricchezza originaria tramite recupero e protezione di flora e fauna; enfasi sull’accessibilità del parco attraverso una fitta rete di percorsi e sentieri che favoriscano una mobilità rispettosa dell’ambiente.

L’idea è ambiziosa e impegnativa, sia dal punto di vista temporale che da quello economico. Eppure la dedizione alla riconversione di questa zona che, come si è scritto, era quanto di più distante potesse esserci dalla tutela ambientale, è una notizia tremendamente positiva. Pensare che sia stato possibile trasformare, di punto in bianco, la discarica più grande del mondo in un esempio mondiale di urbanistica sostenibile è fantastico. Fresh Kills ha creato un precedente d’importanza capitale, dimostrando al mondo quali vette possano essere raggiunte, nella lotta al cambiamento climatico, grazie ad una classe dirigente che davvero prenda a cuore la questione e si adoperi per tentare di risolverla.

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Fresh Kills Landfill con lo skyline di New York sullo sfondo. Foto: Power Plants Pythore Mediation.

Un laboratorio di sostenibilità

Dal momento che l’estensione del parco è così importante, esso verrà suddiviso in 5 aree destinate a differenti usi e funzioni. Il punto di arrivo e partenza dei principali percorsi, nonché cuore ricreativo e culturale si chiamerà The Confluence. Attività come ciclismo, pesca e birdwatching si concentreranno nella parte alte del parco, ribattezzata North Park. Lo sport vero e proprio sarà concentrato a South Park, ove sorgeranno campi da calcio, piste d’atletica, centri equestri e tratti panoramici. In questa zona infatti si concentrano avvallamenti che originano scorci suggestivi e significativi. Per favorire il reinsediamento della fauna e della flora è indispensabile che siano introdotte e tutelate aree umide e zone destinate a riserva naturale, esse saranno poste nella parte orientale, East Park. La zona più estesa e più elevata del parco – misurante 220 ettari – è West Park. Con tutta probabilità, in futuro, è qui che sorgerà il memoriale dell’11 settembre.

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Foto di Gundula Vogel per Pixabay.

Fresh Kills ha l’ambizione di porsi come modello mondiale di ripristino, recupero, salvaguardia ambientale e paesaggistica. Il parco desidera issarsi a punto di riferimento per quanto riguarda rimboschimento, valorizzazione dell’habitat naturale, miglioramento della qualità dell’acqua e produzione di energie alternative. Insomma, superando i confini del parco pubblico, l’ex discarica diverrà una moderna piattaforma innovativa, capace di affascinare e porsi come vettore della ricostruzione di un ideale paesaggio collettivo. Fresh Kills è la dimostrazione di come l’architettura e l’urbanistica possano, di fatto, guidare la lotta al cambiamento climatico sul fronte del consumo di suolo.

Dagli USA a Israele: la discarica riconvertita

Una storia simile a quella dell’ex discarica di New York ci arriva da Israele. Nella città di Tel Aviv, o meglio, nella sua periferia, si trova la montagna Hiriya. Dal 1952 al 1999 essa ha lavorato come discarica, ricevendo una quantità di rifiuti tale da creare, appunto, una montagna. Essa poteva vantare, nel 1999, una base di 450mila metri quadrati per un’altezza di 60 metri. Ogni giorno riceveva 3mila tonnellate di rifiuti. Verso la fine degli anni ’90 è cambiato qualcosa. Dopo qualche anno di tentennamento sul futuro di Hiriya la Dan Municipal Sanitation Association, la quale collabora a stretto contatto con l’amministrazione, ha finalmente deciso: la discarica diverrà un parco pubblico.

Al termine di un bando internazionale, i lavori sono stati affidati all’importante studio paesaggistico tedesco Latz und Partner. Il parco di Hiriya potrebbe essere terminato entro la fine dell’anno – più verosimilmente entro il prossimo – e misurerà ben 2000 acri. Sarà il parco urbano più grande al mondo. Esso comprende piste ciclabili, aree pic-nic e persino uno zoo. Vi si trovano un’oasi ed uno stagno e si stanno installando opere d’arte e sculture come monito ed emblema delle buone pratiche ambientali e del rispetto per il paesaggio.

La trasformazione di Hiriya

Un’altra riconversione da discarica a parco si segnala in Catalogna, nella Vall d’en Joan, all’interno del Parco del Garraf. Lì si trovava un vasto centro di accumulo per rifiuti solidi urbani che aveva degradato enormemente la zona. Poi fortunatamente si decise di rimediare a tale sfregio.

Rigenerare le città: quanto è importante il suolo per l’ambiente

Uno dei principali temi nell’architettura contemporanea è la riconversione di edifici in disuso. Numerosi committenti virtuosi sono perfettamente alla luce del fatto che l’ulteriore consumo di suolo rappresenta una spada di Damocle per la questione ambientale, soprattutto in Italia. Spesso ci occupiamo di disastri ambientali nel nostro Paese e li mettiamo sempre in relazione al dissesto idrogeologico causato dall’uomo. Non possiamo più cementificare come se non ci fosse un domani, perché fuor di metafora quel domani rischiamo di non averlo davvero.

Rinnovare spazi e luoghi abbandonati, dunque rigenerare città e nuclei urbani, finisce inevitabilmente per favorire anche il benessere di chi i luoghi li vive. Ad una riqualificazione architettonica ne segue una sociale; ad una rigenerazione ambientale ne segue una umana. L’installazione di coperture artificiali e l’espansione delle superfici costruite non mostrano però segnali di rallentamento, né a livello nazionale né europeo. Come spesso accade, alle teorie e alle belle parole poi non segue molto di concreto. Quel che ci occorre è un vasto programma di rigenerazione urbana, per migliorare vivibilità e qualità ambientale dei centri abitati.

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Le green city

Questa estate si è tenuta la annuale Conferenza Nazionale delle Green City. Nell’occasione è stata presentata la Carta per la rigenerazione urbana, la quale pone l’accento su quanto sia necessario muoversi in direzione di un nuovo concetto di urbanistica, a maggior ragione nella fase di ripartenza a seguito della pandemia. A margine di questo evento, Edo Ronchi – presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, – ha affermato: “La rigenerazione urbana in chiave di green city è una leva decisiva per il Green New Deal in Italia. È necessario investire nel rilancio delle città. Per rimettere in moto attività economiche, investimenti, aumentare l’occupazione, rivitalizzare tessuti sociali ed economici locali dobbiamo varare un programma serio e completo di rigenerazione. […] Vogliamo porre l’accento sul modello delle green city per qualificare progetti e programmi. Ciò richiede convinzione e visione da parte delle amministrazioni locali e la partecipazione di cittadini e imprese in tema di responsabilità sociale e territoriale.”

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Foto di Ildigo per Pixabay.

L’espansione ininterrotta della città va conclusa. Non possiamo continuare a consentire che i centri urbani continuino ad ampliarsi in orizzontale, stremando suolo e territorio. Il patrimonio edilizio già esistente va utilizzato al meglio e riutilizzato continuamente. Degrado, perdita di aree naturali e agricole, erosione, impermeabilizzazione dei suoli, aumento esponenziale del rischio idrogeologico: la lista dei danni connessi alla cementificazione promiscua è un bollettino di guerra. Dobbiamo porci l’obiettivo di azzerare il consumo di terreno.

Trasformare una discarica, il primo passo verso la rigenerazione

Naturalmente questo non è che il primo passo. Immediatamente dopo serve decarbonizzare le città, migliorandone qualità edilizia ed efficienza energetica; dopodiché va aumentata la resilienza dei centri al cambiamento climatico, chiave di cui sono reti e infrastrutture blu e verdi, capaci di trattenere quanta più acqua piovana possibile e di aumentare la qualità patrimoniale del costruito. Non si può poi prescindere da riqualificazione degli spazi, soluzioni di mobilità sostenibile e housing sociale. Insomma, la strada per arrivare ad un pianeta di green city resta piuttosto lunga. In questo articolo, però, abbiamo visto da dove si possa cominciare.

Prendere una discarica, simbolo tangibile dell’impatto ambientale della società, che si materializza sotto forma di ammassi di scarti capaci di creare montagne artificiali di immondizia e trasformarla in un trionfo di natura e sostenibilità come fatto a New York, Tel Aviv e in Catalogna è il primo gradino di una scala che può portare alla green city.

Speriamo che gli esempi riportati possano ispirare e dare avvio a decisioni simili. L’impatto delle città all’interno della questione ambientale è enorme, dunque esse possono giocare un ruolo chiave all’interno della battaglia per salvare il pianeta. Gli sparuti casi che abbiamo riportato devono smettere di far notizia e divenire la normalità. Lo scriviamo spesso: è tempo di agire.