Il Centro di Ricerca sull’Epidemiologia dei Disastri (CRED), l’agenzia che studia la salute pubblica durante emergenze di massa, ha realizzato uno studio sull’incidenza dei disastri naturali negli ultimi vent’anni. I dati, raccolti dal suo database EM-DAT, sono preoccupanti. Il report “Il costo umano dei disastri” è stato pubblicato il 13 ottobre, durante la Giornata internazionale per la riduzione del rischio di catastrofi.
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Che cos’è un disastro ambientale?
Prima di addentrarsi nella documentazione presentata, è bene definire il concetto di disastro ambientale. Perché il database ne registri uno, è indispensabile che si rispettino quattro criteri: vi deve essere un numero di vittime pari o superiori a 10; 100 o più persone devono essere influenzate dall’evento; è obbligatoria la dichiarazione dello stato d’emergenza; infine, un altro vincolo è la richiesta di assistenza internazionale.
La differenza sostanziale tra pericoli e disastri risiede proprio nella presenza o meno di vittime. La prima categoria comprende rischi geofisici, idrologici, meteorologici, climatologici, biologici e spaziali. Per quanto riguarda questo approfondimento, si eviterà di prendere in considerazione le ultime due tipologie.
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Il costo umano dei disastri
Il rapporto compara i numeri dell’impatto degli eventi estremi, mettendo in relazione le finestre temporali dal 1980 al 1999 e dal 2000 al 2019.
Nel primo arco di tempo, i disastri sono stati 4212 e hanno comportato 1,19 milioni di decessi. La popolazione che ha subito conseguenze, però, è stata più vasta: quasi 3,25 miliardi di persone. Il danno economico è stato di 1,63 trilioni di dollari.
Nel ventennio successivo, i numeri sono aumentati. 1,23 milioni di persone sono morte a causa di 7248 eventi di entità distruttiva, coinvolgendo più di 4 miliardi di esseri umani. I danni, poi, sono quasi duplicati, con un impatto di 2,97 trilioni di dollari.
Le tipologie dei disastri
Il 44% dei disastri sono alluvioni. Successivamente, a sedici punti di distanza, troviamo le tempeste. L’8% degli eventi estremi sono terremoti e, vicino, ci sono i momenti di temperature elevatissime. Anche la localizzazione geografica deve far riflettere. Quattro quinti dei dieci Paesi più colpiti si trovano in Asia. Il primo è la Cina, il terzo, l’India. Sul podio negativo, al secondo posto troviamo gli Stati Uniti.
L’estensione diversificata delle conseguenze può portare a risposte diverse dal punto di vista dell’attuazione dei protocolli di azione. Se, infatti, la popolazione influenzata dalle alluvioni è stata di più di un miliardo e mezzo, la maggior parte delle morti sono dovute a eventi imprevedibili, come i terremoti, che fanno registrare il 58% dei decessi.
Effetti dei disastri
Ogni tipologia di evento estremo è spesso caratterizzante per un certo territorio. La siccità colpisce in modo profondo il continente africano, con 134 eventi tra il 2000 e il 2019. L’impatto sulla popolazione è forte: fame e povertà alimentano il sottosviluppo della parte più debole della società, trascinando negativamente tutta l’economia. Inoltre, periodi prolungati di scarsità d’acqua, hanno effetti devastanti sul lungo termine, provocando lo spopolamento delle aree colpite e aumentando la desertificazione.
Il database tiene in considerazione solamente la correlazione diretta tra fatto e conseguenze. Non sono facilmente misurabili, invece, le morti e i disagi indiretti, non ricollegabili sul breve periodo.
“Il cambiamento climatico dovrebbero aumentare il rischio di siccità in molte regioni vulnerabili del mondo“, in particolare quelle che affrontano insieme le sfide della crescita della popolazione e della sicurezza alimentare.
L’Europa, invece, ha il triste primato per i decessi da onde anomale di caldo, con l’88% dei casi complessivi. Incendi spaventosi, a cui siamo ormai abituati ad assistere, devastano territori per mesi, con un incremento non solo nell’intensità dei fenomeni, ma anche nell’allungamento delle stagioni di caldo torrenziale.
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Nessun Paese è immune ai disastri
Mami Mizutori, rappresentante del segretariato generale delle Nazioni Unite per i disastri ambientali, è chiara: «La correlazione tra adattamento al cambiamento climatico e riduzione del rischio dei disastri è una questione fondamentale. […] L’adattamento è perentorio per la gestione del rischio di catastrofi a livello nazionale e locale.»
L’importanza di avere una visione lungimirante viene ribadita in un complesso sistema quale quello mondiale, visti gli obiettivi ambiziosi di riduzione della povertà, controllo dell’urbanizzazione e diminuzione dell’utilizzo sconsiderato di suolo. Così, si può prevedere anche il costo umano dei disastri, oltre a quelli ambientali ed economici.
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Soluzioni per una prospettiva condivisa dopo “Il costo umano dei disastri”
Le soluzioni esistono e devono essere concordate insieme. Provando a collocare su una carta geografica la diffusione degli eventi estremi, possiamo notarne la disomogeneità territoriale. Alcune aree, infatti, sono più colpite di altre.
Bisogna tenere in considerazione anche che azioni, apparentemente insignificanti, compiute in un punto del mondo possono scatenare conseguenze enormi in altre. Questo fenomeno è stato nominato “effetto farfalla” dal fisico Edward Lorenz nel 1972. Egli ipotizzò che il battito d’ali di una farfalla in Amazzonia potesse generare, in seguito a una concatenazione non-lineare di processi atmosferici, un uragano in Texas. Questo esempio, che potrebbe far sorridere, spiega in modo semplice la relazione forte che esiste all’interno della grande variabilità naturale.
Cosa si aspetta, allora, a collegare i nostri gesti quotidiani alle loro ripercussioni sul pianeta? Per riuscire a minimizzare i danni umani e ambientali dei sempre più frequenti disastri ambientali è necessario investire su azioni veloci e mirati, cercando di investire in ambiti di ricerca e sviluppo che possano dare speranze concrete a territori in grave difficoltà, aumentando anche il benessere delle popolazioni che li abitano.





