A Chernobyl le radiazioni sono aumentate di 16 volte

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Simbolo di morte e distruzione, ma anche di rinascita e resilienza, il disastro nucleare di Chernobyl avvenuto nell’ormai lontano 1986 continua a fare parlare di sé. Un incendio è infatti divampato nei pressi della ex centrale e le radiazioni che già da decenni venivano incessantemente emanate nell’aria sono aumentate.

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Cause e portata dell’incendio

Nella giornata di sabato 4 aprile, proprio nei pressi del funesto quarto reattore della ex centrale nucleare di Chernobyl, sono scoppiati quattro incendi di natura dolosa. È stato già arrestato un giovane di 27 anni poiché sospettato di aver appiccato il fuoco.

I motivi sono ancora oscuri, ma sicuramente l’assenza quasi totale di controlli e dei soliti flussi di turisti hanno favorito l’accaduto. Il ventisettenne ha dichiarato che l’aver dato fuoco a un po’ d’erba e rifiuti generici si sia trattato di puro “passatempo divertente“.

Qualcuno però ipotizza che lui o chi per lui abbia semplicemente messo in atto una pratica tradizionale e ad oggi illegale adottata dagli agricoltori per ottenere più terreno coltivabile.

Chernobyl teatro di incendi

Gli incendi nell’area dell’ex centrale nucleare si verificano tutti gli anni regolarmente. Dopo l’inverno secco e tiepido appena trascorso, però, il fuoco si è diffuso più facilmente e in un’area più ampia. Secondo l’Exclusion Zone Management Agency, 8600 acri di foresta sono stati raggiunti dalle fiamme. Ma l’estensione del rogo è stato solo il primo di una catena di effetti distruttivi.

La cenere derivata dalla combustione di piante e terreno si è liberata nell’aria. Gli isotopi radioattivi intrappolati da anni al loro interno ora viaggiano liberamente nell’aria, traghettati, appunto, dalle ceneri. Questo ha provocato un’impennata nella radioattività del territorio. Yegor Firsov, capo del Servizio di ispezione ecologica statale ucraino, ha postato su Facebook un video nel quale mostra il contatore Geiger che segna i valori delle radiazioni passati da 0,14 a 2,3.

https://www.facebook.com/100000190799435/videos/3393938787289114/

Ma vi è un altro anello da aggiungere a questa drammatica catena. Lo spropositato aumento delle radiazioni ha reso molto difficili le operazioni di spegnimento, in quanto non è possibile avvicinarsi al luogo dell’incendio senza le dovute precauzioni. Per domare le fiamme, che si sono spente solo domenica mattina, il governo ucraino ha dovuto mobilitare molti elicotteri, 400 vigili del fuoco, 100 autopompe e decine di tonnellate di acqua.

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Abitanti preoccupati

Questo avvenimento ha ridestato preoccupazioni e polemiche sia riguardo alla stessa centrale di Chernobyl, sia riguardo al nucleare in quanto tecnologia del futuro.

Preoccupazioni che arrivano, in primo luogo, da coloro che vivono nelle aree limitrofe alla zona rossa e dagli abitanti di Kiev. Questi, infatti, già sottoposti al lockdown del coronavirus, hanno iniziato a preoccuparsi se fosse il caso di aprire le finestre. Le autorità ucraine, Firsov compreso, hanno però rassicurato tutti sull’assenza di rischio di essere esposti alle radiazioni.

Chernobyl è stata sottovalutata

Viene però da chiedersi quanto queste rassicurazioni siano reali. Non sarebbe infatti la prima volta che il problema della radioattività in quelle zone è stato sottovalutato.

Ad esempio, al momento è vietato a chiunque stabilirsi a meno di 30 chilometri di distanza dalla ex-centrale a causa delle radiazioni. Subito dopo il disastro del 1986, però, quando le radiazioni erano molto più pericolose di adesso, i reattori intatti hanno continuato imperterriti la loro attività. Sono stati bloccati soltanto nell’anno 2000, e fino ad allora hanno provocato ulteriori morti, deformazioni e malattie. Inoltre soltanto nel recentissimo 2016 è stata costruita una cupola anti-radioattiva intorno al quarto reparto.

Ambientalisti indignati

Il fatto che oggi, a fronte di radiazioni così alte, non siano state prese precauzioni per gli abitanti della nazione ha indignato gli ambientalisti. Tra i quali gli esponenti di Legambiente che da anni si battono per la tutela dei popoli più colpiti dal disastro nucleare.

“Questo dato è assolutamente allarmante – ha detto Angelo Gentili della segreteria nazionale di Legambiente – e deve vedere una task force attivarsi immediatamente allo scopo di evitare nuove vittime innocenti. Per non ripetere gli errori del passato, oltre a sollecitare le istituzioni locali ad attivarsi per rendere pubblici tutti i dati, Legambiente chiede che vengano immediatamente messi in sicurezza i cittadini che abitano nei pressi della zona ancora oggi fortemente contaminata”.

Il problema delle radiazioni esiste

Certamente non è questo il momento per creare ulteriore panico tra le persone, visto quello che sta accadendo nel mondo. Il pericolo delle radiazioni, però, esiste ed è una realtà che va affrontata.

A causa dell’assenza di vita umana, a Chernobyl la vegetazione è cresciuta rigogliosa.

Come ha rivelato all’Ecopost Franco Camera, professore associato di fisica nucleare e subnucleare dell’Università degli Studi di Milano, gli isotopi radioattivi chimicamente “imprigionati” nelle foglie, nella corteccia o nel terreno potrebbero ora trovarsi nelle ceneri dell’incendio. Quelle più leggere, che potrebbero essere radioattive, possono essere trasportate dai venti o, più in generale, dai movimenti dell’atmosfera verso zone più lontane.

A maggior ragione, quindi, vista l’imprevedibilità dei fenomeni meteorologici, bisognerebbe prendere alcune precauzioni. Anche se, come scrive il New York Times, già il fatto che le persone al momento siano costrette a rimanere dentro casa e che escano solo dotate di mascherine è l’unica “felice” coincidenza in questa situazione così delicata.

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Un altro problema è quello che Olena Miskun, esperta di inquinamento atmosferico del gruppo ambientalista Ecodiya, illustra allo stesso giornale statunitense. Le particelle radioattive possono atterrare nei giardini o nei campi e successivamente essere consumate insieme al cibo ivi cresciuto.

Uno strappo tra gli ecologisti

Una branca dell’ecologismo è ancora fortemente convinta che l’energia nucleare sia la soluzione a tutti i problemi (o quasi) relativi al riscaldamento globale. Sarebbe infatti fonte di energia pulita e creerebbe molti posti di lavoro. In più concentrerebbe su di sé molto denaro ad oggi macchiato di carbone, destinandolo piuttosto allo sviluppo di tecnologie che riducano al minimo i rischi di una strage come quella di Chernobyl o Fukushima.

I problemi relativi al sistema energetico nucleare sono stati esaurientemente esposti in un articolo di Mark Z. Jacobson e Mark A. Delucchi pubblicato nel 2009 sul Scientific American. I due scienziati sostengono come sia possibile (o come sarebbe stato possibile, vista la data) convertire tutto il pianeta a energie rinnovabili entro il 2030. E, secondo loro, il nucleare non sarebbe la soluzione.

Emissioni, emissioni e ancora emissioni

Innanzi tutto l’energia nucleare produce emissioni di carbonio fino a 25 volte superiori rispetto all’energia eolica. Per estrarre, trasportare e arricchire l’uranio, oltre che per costruire un impianto nucleare, occorre bruciare quantitativi enormi di combustibili fossili.

Senza contare che tutta quell’energia inquinante sarà rilasciata per i 10-19 anni necessari per progettare e costruire l’impianto. Un tempo sufficiente perché grande parti delle calotte polari si sciolgano, i mari si alzino, i disastri naturali accadano e così via.

Costruire un impianto eolico invece richiede soltanto dai due ai cinque anni. Investire sul nucleare, quindi, rallenterebbe la transizione, perché l’energia rinnovabile è più veloce ed economica da produrre e mettere in vendita, due attributi fondamentali considerando l’urgenza del problema climatico.

Vi è poi un problema di smaltimento dei rifiuti. Quando un singolo dispositivo eolico, solare o ondoso è inattivo, solo una piccola parte della produzione ne risente. Quando invece una centrale a nucleare va in rovina, sopraggiungono grosse difficoltà per smaltire l’uranio accumulato e tutto ciò che di radioattivo resta in loco.

I rischi del nucleare

Di qui ci colleghiamo all’ultimo punto, ma sicuramente non meno importante, dei fattori che rendono scettici molti ambientalisti riguardo al nucleare. Il danneggiamento o, peggio, la completa distruzione delle centrali nucleari. Il disastro di Chernobyl provocò migliaia di morti, innumerevoli casi di tumore e malattie derivate dalla radioattività del territorio, anche a molti anni di distanza. Gli effetti nel tempo sono stati incalcolabili, visto che l’area vicino all’ex-centrale è ancora, dopo più di trent’anni, inagibile senza le dovute precauzioni.

Fukushima, in Giappone, non fu da meno. 18.500 persone sono morte o disperse a causa dei terremoti e degli tsunami accorsi dopo l’esplosione. 160 mila persone sono state costrette a lasciare le proprie case e le proprie città e di queste molte sono morte negli anni successivi a causa delle condizioni precarie in cui si sono trovate a vivere. Nessuna morte è sopraggiunta a causa dell’esposizione diretta alle radiazioni. Ma, se questo ultimo dato può fare macabramente gioire qualcuno, io piuttosto mi chiederei quanti morti in più ci sarebbero stati se l’esposizione alle radiazioni fosse stata inevitabile.

Proviamo ora a pensare l’intero pianeta puntellato da centinaia di centrali nucleari. Personalmente non mi sentirei al sicuro e temerei per la salute di chiunque si trovi a vivere nelle zone limitrofe. Pensate invece a un mondo pieno di impianti eolici e pannelli solari. Come ha detto l’attore comico Bill Maher “sapete cosa succede quando i mulini a vento cadono in mare? Uno schizzo!”.

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