EERT: l’e-commerce sostenibile di orologi in legno

EERT

Oggi abbiamo il piacere di presentarvi EERT, un e-commerce che seleziona, certifica e promuove prodotti in legno creati da artigiani italiani. Nasce dall’idea di un gruppo di giovani ragazzi lucani determinati a promuovere un consumo sostenibile. Abbiamo deciso di intervistarli per farci raccontare la storia di questo progetto, i criteri per la scelta dei prodotti e gli obiettivi a lungo termine. Grazie al recupero dei materiali di scarto e alla piantumazione di alberi, EERT rientra pienamente nei criteri di economia circolare e rappresenta una realtà virtuosa che vale la pena conoscere.

Che cos’è EERT e com’è nata l’idea degli accessori in legno

Cos’è EERT? 
EERT è un’idea di business sostenibile prima che un e-commerce di accessori di moda in legno. Sostanzialmente siamo una piccola impresa come tante altre impegnate nel commercio online. A renderci speciali è il nostro rapporto con l’ambiente, caratterizzato dal rispetto e dalla riconoscenza per tutto quello che esso ci dona quotidianamente. È per questo che abbiamo deciso di promuovere l’utilizzo di prodotti sostenibili, frutto di processi di lavorazione che abbattono qualsiasi fonte di spreco. Il nostro impegno per l’ambiente non finisce qui. Per ogni prodotto acquistato ci impegniamo a donare degli alberi con l’ausilio di importanti associazioni ambientaliste affermate a livello internazionale con noi affiliate come TeamTrees”.

Come nasce l’idea e chi ne fa parte?
“L’idea è nata dall’iniziativa di alcuni giovani ragazzi laureandi in ingegneria. Come molti nostri coetanei, eravamo spronati dai continui e sempre più frequenti inviti all’azione per rendere il mondo un posto migliore. A lezione sentivamo continue lamentele da parte dei nostri compagni riguardanti l’ambiente universitario e l’ambiente stesso. Tutti però avevano un comportamento passivo e dunque nessuno si rimboccava le maniche. E’ per questa motivazione che abbiamo deciso di fornire il nostro umile contributo al settore della moda, già affermatissimo in questa nazione, in chiave tutta green, al fine di fare qualcosa per la società”.

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I criteri di EERT per la scelta dei prodotti

Quali prodotti si possono trovare nel vostro e-commerce e quali sono gli step necessari affinché entrino a far parte del progetto?
“Sul nostro e-commerce è possibile trovare accessori di moda (e a breve anche gadget) sostenibili. Si sente spesso questa parola, ma cosa vuol dire effettivamente “sostenibile”?
Il termine, riferito ad un prodotto, ha essenzialmente tre interpretazioni:

1) Sostenibile è ciò che è realizzato con prodotti sostenibili;
2) Sostenibile è ciò che è realizzato con processi sostenibili;
3) Sostenibile è qualcosa che non inquina e che ha zero sprechi.


È sulla base di queste tre definizioni che scegliamo i prodotti. Preferiamo prodotti prevalentemente in legno, un materiale ben meno inquinante delle normali plastiche, che garantisce comunque ottime proprietà meccaniche. Quest’ultima è una condizione necessaria affinché la qualità percepita rimanga sufficientemente alta, garantendo un’esperienza di fruizione totalmente comparabile a quella degli oggetti tradizionali. È infatti una delle nostre sfide maggiori quella di combattere l’idea che un prodotto green sia un prodotto di scarsa fattura”.

Attenzione al design e recupero degli scarti

Quali sono i tratti distintivi di EERT ed in che modo può considerare la propria idea di business sostenibile?
EERT ricerca la sostenibilità in tutte le fasi della creazione di un prodotto, dal design alla distribuzione. Ecco cosa ci distingue maggiormente. Il design è strategicamente curato in modo che:

  • 1) Il prodotto abbia lo stretto necessario affinché svolga la funzione per la quale naturalmente è stato concepito;
  • 2) Le componenti siano modulari. Questo ci consente di rilavorare una singola componente e di poterla riutilizzare in altri contesti.


Gli scarti della lavorazione (il truciolo ad esempio), o vengono usati per sostituire la comune plastica da imballaggio per proteggere i nostri pacchi durante il trasporto, oppure vengono compressi ed utilizzati per la creazione dei box in legno. Niente è sprecato, tutto è riutilizzato. Ci costa meno e siamo più green”.

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Gli obiettivi a lungo termine di EERT

Qual’è l’obiettivo a lungo termine di EERT?
“Non nascondiamo la consapevolezza riguardo la difficoltà di espandere il nostro business in futuro. In ogni caso puntiamo a divenire autonomi per quanto riguarda la piantumazione degli alberi, ossia essere in grado di adoperare volontari e istituire veri e propri eventi per prenderci cura del nostro pianeta. L’obiettivo entro la fine del 2021 è quello di consolidare partnership con enti ambientalisti in ogni regione italiana. Sulla scia di questa nostra ambizione, puntiamo a dare lavoro ai piccoli artigiani connazionali del legno duramente colpiti da questa emergenza sanitaria che noi tutti speriamo venga superata al più presto”.

Un modello applicabile su larga scala

Pensate che il vostro approccio incentrato sulla sostenibilità possa essere applicato anche ad altri settori?
“Sì, indubbiamente. Ne siamo convinti in quanto già ora esistono imprese di grosso calibro dei più svariati settori industriali che si impegnano direttamente, e quindi economicamente, in iniziative come la nostra. Condizione necessaria affinché tale trend si rafforzi nel tempo è che le amministrazioni aziendali guardino non solo al profitto in senso stretto, ossia economico, ma anche ai benefici complessivi che gli individui e l’ambiente che interagiscono con l’organizzazione ottengono. Essere attenti all’ambiente non significa donare 100milioni di alberi o partecipare a manifestazioni. Basterebbe una piccola accortezza nell’utilizzo di prodotti d’uso comune. Purtroppo questo messaggio, per quanto banale sembri, non lo è affatto. La massa preferisce grandi brand a prodotti realizzati in una certa maniera e con un certo obiettivo. Questa è la vera grande sfida. Cambiare il pensiero ed il fare umano per un futuro migliore, per un presente migliore“.

Leggi anche: “Le foreste e l’uomo, relazione complessa anche alla luce del cambiamento climatico”

Orologi e bracciali in legno per uomo e donna

Tutti i prodotti a marchio EERT sono disponibili sul loro e-commerce divisi secondo le categorie scelte dai fondatori:

  • Orologi uomo
  • Orologi donna
  • Bracciali in legno

Una nuova idea di business, improntata sulla sostenibilità, e soprattutto messa in piedi da dei giovani ragazzi italiani, che hanno deciso di non stare a guardare sperando che le cose cambiassero, provando a fare la loro parte con la creazione di un business che possa essere sostenibile sotto tutti i punti di vista: ambientale ed economico.

Da parte nostra va a loro un grande in bocca al lupo, nella speranza che idee come queste inizino a prendere il sopravvento sulla alternative meno sostenibili.

Rifiuti alimentari: tutto quello che c’è da sapere

Se lo spreco alimentare fosse un Paese, sarebbe la terza fonte di emissioni di gas serra. Si apre con questa considerazione il Report sui Rifiuti Alimentari (Food Waste Index Report), redatto dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente e pubblicato il 4 marzo. Al suo interno, si analizza la situazione mondiale, sottolineando come l’insicurezza alimentare – ossia l’impossibilità di garantire acqua e cibo sufficienti a soddisfare il fabbisogno energetico- stia esacerbando le tre crisi in corso: quella del cambiamento climatico, della perdita di natura e di biodiversità, e quella data dall’inquinamento e dallo spreco. Ripercorrere i punti cruciali del rapporto può aiutare a capire meglio come raggiungere l’obiettivo 12 “Consumo e produzione responsabili” dell’Agenda 2030. Partiremo dalla stima delle quantità dello spreco, fino ad arrivare alle sfide e alle raccomandazioni del Programma, per cambiare le nostre abitudini.

Cosa sono i rifiuti alimentari?

La prima domanda a cui diamo una risposta è definire cosa sono i “rifiuti alimentari”, così da rendere più facile e comprensibile la lettura. Teniamo a mente che il cibo è “qualunque sostanza – processata, semi-processata o grezza- che dà nutrimento”. Da qui, intendiamo come rifiuto tutti quegli alimenti o loro parti edibili, che sono scartati durante la filiera, dal campo alla tavola. Nello specifico, si suddividono gli scarti in due ulteriori categorie: edibili e non edibili. I primi contengono le componenti commestibili, i secondi tutto ciò che è associato alla alimentazione, come ossa e cotenne.

Stima delle quantità dei rifiuti alimentari

I numeri aiutano a comprendere la dimensione del problema. Nel rapporto, si stima che circa 931 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari siano stati generati nel 2019. Di queste, il 61% proveniva dal consumo domestico, il 26% dal servizio di ristorazione e il 13% della vendita al dettaglio. Questi primi dati suggeriscono una prima conclusione: il 17% della produzione globale di cibo è sprecata prima di arrivare sulle tavole. Interessante, però, è capire quali Stati generino più scarti. A differenza di quanto si possa pensare, i consumi sono simili in Paesi ad alto, medio e medio-basso reddito. Questo ci porta a una seconda riflessione: non ci si può più soffermare sullo spreco a fine filiera delle nazioni sviluppate e su quello dal campo alla distribuzione di quelle meno sviluppate. Tutti buttano tonnellate di cibo durante il processo di raccolta, trasformazione e consegna. La responsabilità è condivisa.

Ecco che le proiezioni delle organizzazioni internazionali devono essere riviste e i parametri ricalibrati. Si nota, infatti, una sottostima della dimensione del fenomeno. I dati, però, non sono sempre disponibili. Mancano completamente quelli dei Paesi a basso reddito. Così, è necessaria una diversificazione delle strategie per migliorare la situazione mondiale, che deve partire da una raccolta di informazioni che sia più accurata di quella attuale.

Sfide e opportunità della mappatura

Una ricerca come quella contenuta nel rapporto, divisa per tipo di rifiuto e area geografica, rende più accessibile la lettura. Come abbiamo appena visto, però, per riuscire a fornire un quadro completo, la strada è ancora lunga e in salita. L’approfondimento dello studio si suddivide in tre livelli di raccolta dei dati. Il primo riesce a raccogliere stime approssimative, da cui è difficile estrapolare delle vere strategie. Il secondo, invece, ha misurazioni dirette, sufficienti per poter tracciare i flussi. Il terzo, quello auspicabile, alle caratteristiche dei precedenti step aggiunge anche informazioni addizionali, con la disponibilità di costituire modalità di intervento specifiche.

Ed è su questi livelli che ci sono delle limitazioni evidenti della mappatura. Per riuscire a pianificare, servono tempo e informazioni in numero tale da rendere agevole la comparazione. Ma molti Paesi non riescono a quantificare il loro spreco alimentare: così, variazioni sbagliate sul lungo periodo incidono negativamente sugli studi di lungo periodo. Inoltre, metodi differenti di misurazione rendono impossibile il raffronto su scala globale. Programmare una serie di azioni migliorative e seguire le linee guida dei livelli due e tre aiuterebbero a diminuire i rifiuti alimentari.

Raccomandazioni dall’Organizzazione delle Nazioni Unite

Gli studiosi, alla fine del rapporto, evidenziano come quello degli scarti sia un problema di tutti. Uno spreco di cibo è uno spreco di risorse, che ha un impatto profondo sulla filiera, sui costi per il prodotto e per il pianeta. Tutto questo senza dare nutrimento. La questione dell’insicurezza alimentare, che attanaglia ancora una percentuale alta della popolazione mondiale, non più essere marginalizzata, ma deve tornare al centro del dibattito. “Precisione, tracciabilità e comparabilità sono i punti di partenza fondamentali per strategie e politiche nazionali in materia di rifiuti alimentari, così da consentire la riduzione del 50% dello spreco”, come segnalato dall’obiettivo dell’Agenda 2030.

Proviamo, allora, a informarci sull’impatto, che i prodotti che compriamo hanno, prima che arrivino sulla nostra tavola e assumiamoci la responsabilità di cambiare prospettiva sulle dinamiche che depauperizzano il pianeta, per favorire cibi alla moda, che, intanto, devastano il territorio. Diventare consumatori consapevoli si può, anche sprecando di meno.

Wwf, 16 strategie dal campo alla tavola

La produzione e il consumo di alimenti sono due fattori fondamentali su cui intervenire per salvare il clima. Per questo motivo, il WWF, UNEP (United Nations Environmental Programme), EAT e Climate Focus hanno collaborato per redigere un testo comune. 16 strategie “dal campo alla tavola”, da mettere in atto a livello politico. Una sfida che porterebbe sulla nostra tavola cibo sostenibile e contribuirebbe alla riduzione del 25% delle emissioni globali. Così, è nato Enhancing NDCs for Food Systems.

L’impatto dell’industria alimentare

Il comparto alimentare è responsabile, secondo le stime più ottimistiche, di almeno il 15% delle emissioni globali. Cifra che raddoppia ed in alcuni casi triplica, a seconda del tipo di ricerca condotto. Ecco perché il WWF, insieme agli altri enti sopra citati, incita ad un profondo cambiamento di questo settore. Prima di capire si possa fare a livello di filiera, andiamo a vedere cosa puoi fare tu per abbassare l’impronta ecologica della tua dieta:

  • Riduci il consumo di alimenti di origine animale: se proprio non puoi farne a meno, scegli il tipo di carne o di formaggio con il minor impatto. Ad esempio, il latte di capra e pecora è più sostenibile di quello di mucca, così come il pollo è più sostenibile del maiale che a sua volta è più sostenibile del manzo.
  • Compra a kilometro zero: più la filiera di un cibo è corta, più si ha certezza sulla sua provenienza, più sarà sostenibile. I mercati e le bancarelle a kilometro zero stanno spopolando in Italia e sarà facile trovarne uno facilmente accessibile vicino a casa tua.
  • Scegli frutta e verdura di stagione: la stagionalità dei prodotti assicura un processo di maturazione naturale di questi ultimi. Inoltre, la frutta e la verdura di stagione è molto più buona e, spesso, anche meno cara.
  • Valuta se iniziare ad adottare una dieta vegana o vegetariana part-time. Non rinuncerai a nessun tipo di alimento e l’ambiente ti ringrazierà.

Ora che sai cosa puoi fare tu, andiamo a vedere quali sono le strategie che andrebbero messe in campo da parte degli Stati.

Vecchi focus, nuove strategie

Gli NDC sono i contributi determinati a livello nazionale. Si tratta di un punto cruciale del Trattato di Parigi. Gli Stati, infatti, sono invitati a redigere un report sugli obiettivi da realizzare post 2020. Ogni cinque anni, verranno discusse le misure di mitigazione, aggiornando quelle esistenti. Così, le azioni per l’adattamento, la riduzione delle disuguaglianze climatiche e altri goal verranno descritti classificandoli negli NDC.

I target sono a lungo termine. Ma cosa c’entrano questi contributi con l’emergenza climatica?

Tutti devono collaborare a salvare il pianeta: nessuno escluso. La classe politica ha la possibilità di ripensare radicalmente al modo di produrre e consumare cibo, rivedendo i criteri della sostenibilità alimentare. Questa riflessione deve avvenire nel più breve tempo possibile. Così, il direttore generale WWF-International, ricorda come «per trasformare i sistemi alimentari e raggiungere un futuro a 1,5°C sono necessari impegni ambiziosi, scadenzati nel tempo e misurabili. […] Ecco perché esortiamo i Governi a includere una strategia per avere sistemi alimentari rispettosi e positivi per il clima e per la natura nei nuovi e più ambiziosi NDC presentati quest’anno».

La trasformazione del food system è profonda. Ecco perché prima di cambiare, bisogna conoscere le abitudini alimentari: quanto produciamo, utilizziamo e sprechiamo. I passi, finora, sono impacciati. Il piano d’azione deve essere chiaro e condiviso dalla maggior parte della popolazione. Spiegare bene e in modo preciso i vantaggi di una modificazione delle abitudini aiuta a iniziare il processo di transizione verso l’adozione di una dieta ecosostenibile. Una narrazione comune e approvata dai vari livelli istituzionali è necessaria e auspicabile.

Linee guida per la transizione verso cibi sostenibili

Anche questa volta, le proposte sono molte. Intervenire sulle modalità di produzione del cibo è alla base di un nuovo metodo di prevenzione e aumenta la resilienza del territorio. Non si può continuare a sfruttare la terra, come se fosse una risorsa infinita. Puntare sull’agroecologia e supportare l’agrodiversità promuoverebbe stili di vita più ecocompatibili.

Gli investimenti cardine risiedono nell’utilizzo efficiente delle risorse – specialmente quelle idriche – e sulla digitalizzazione, che permette la tracciabilità del prodotto.

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Dal campo alla tavola: le 16 strategie del WWF

Le proposte dei quattro enti firmatari del report sono chiare. Per far sì che vengano intese ancora meglio, hanno collegato tutte le idee agli SDGs corrispondenti, così da unire gli NDC agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU.

Le 16 strategie inglobano l’intera filiera produttiva.

Nel 2010, la conversione di foreste e savane in territorio coltivabile è stato responsabile del 19% delle emissioni totali di gas a effetto serra. Questa pratica è dannosa non solo per le specie che le abitano, ma anche per il suolo, che si impoverisce irrimediabilmente. Ripristinare le praterie è benefico anche per contrastare gli incendi e le siccità.

La scelta delle sementi da piantare è un altro punto chiave. La rotazione aumenterebbe la fertilità dei campi e, con essa. la loro capacità di sequestrare CO2.

Promuovere nuove colture è utile a livello ambientale. L’11% delle emissioni globali di ossido di diazoto (N2O) proviene dalle coltivazioni di riso. Un efficientamento del drenaggio porterebbe vantaggi sia alla produttività, sia agli standard di vita dei contadini.

Il monitoraggio deve avvenire anche per le foreste. Il potenziale di mitigazione è alto: si potrebbero assorbire fino a 7,5 gigatonnellate di CO2 all’anno. Per fare ciò, devono essere imposte regole ferree sulla riduzione dei pesticidi, per combattere l’erosione del suolo e migliorare i microclimi coesistenti.

Sottoterra: perché dobbiamo riportare la qualità attraverso il cibo sostenibile

Impegnarsi su più fronti, per avere una visione globale del danno che produciamo. L’impatto dei fertilizzanti è devastante. Solamente tra il 1970 e il 2010, l’utilizzo di queste sostanze è salito del 200%. La riduzione deve essere massiccia, per dare spazio a nuove tecniche e rigenerare le risorse ormai inquinate.

Tornando in superficie, la situazione non migliora. I terreni dissodati producono, al netto, il 20% di emissioni globali in più rispetto ad altri suoli. Spingere verso pratiche rigenerative significa credere nel futuro di questi territori, destinati, altrimenti, al declino.

Diversificare è il verbo della rivoluzione verde. Sposterebbe il focus dal solo profitto all’equilibrio ambientale: una produzione che faccia bene a tutti. Il supporto ai piccoli agricoltori incide sulla loro qualità della vita e diminuirebbe il rischio di povertà e di fame.

Coltivazione e allevamento devono essere cambiati insieme. La diminuzione della fermentazione enterica e la gestione del letame possono portare a una mitigazione ipotizzabile del 42% entro il 2050. Una vittoria non da poco.

Un allevamento a bassa intensità promuove non solo il benessere animale, ma anche il ritorno a un utilizzo più consapevole del foraggio. Sempre più campi vengono destinati all’alimentazione animale. Rivedere i paradigmi di alimentazione gioverebbe all’intera filiera.

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Le 16 strategie: l’impatto della filiera

«Eliminare il consumo eccessivo di carne, migliorare le strutture di stoccaggio e ridurre gli sprechi alimentari fa bene alla nostra salute e migliora la sicurezza alimentare. Con una lista di indicazioni ed esempi concreti di attività e obiettivi, questo nuovo report fornisce ai responsabili politici una guida per integrare i sistemi alimentari nelle loro strategie nazionali sul clima», ha detto Charlotte Streck, co-fondatrice e direttrice di Climate Focus.

L’alimentazione e le diete, quindi, impattano in modo decisivo, ma vengono ampiamente ignorate, ricorda il WWF. Lo stoccaggio, il trasporto e lo smaltimento diventano anelli decisivi della catena produttiva. Pilotare e apprezzare nuovi modelli di consumo sostenibile per ridurre lo spreco e promuovere il commercio locale sono tra gli obiettivi con le conseguenze più apprezzabili.

Comprare ciò che si può produrre vicino al consumatore riduce non solo i costi di importazione, ma anche le emissioni collegate allo spostamento delle merci. Tra il 29% e il 39% dell’inquinamento da deforestazione è dovuto al commercio internazionale di beni. Di solito, i Paesi produttori si specializzano in monocolture, che distruggono la biodiversità.

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Aumentare il consumo etico e di cibo sostenibile

Invogliare al consumo alimentare incentrato sulla sostenibilità sembra un’utopia. Ma salute umana e benessere della fauna e della flora possono coesistere. Così facendo, si eviterebbero malattie dovute all’eccesso o alla scarsità di cibo, disturbi alimentari e cardiovascolari. Inoltre, si ridarebbe slancio all’economia locale e basata sui prodotti del territorio.

Informare è importante; prendere atto delle possibilità del consumatore lo è altrettanto. Le 16 strategie del WWF sono una tra le tante proposte. L’obiettivo è comune: riuscire a rendere vivibile questo pianeta per molte generazioni a venire.

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Benessere animale in allevamento: un’etichetta per certificarlo

Benessere animale: un'etichetta per certificarlo

Le firme riportate sono quelle di Legambiente, CIWF Italia – la divisione italiana dell’associazione Compassion in World Farming – e di Rossella Muroni, deputata di Liberi e Uguali. La proposta di legge è la numero 2403 ed è stata depositata lo scorso 25 maggio. La richiesta è quella di una etichettatura nazionale ed univoca sul metodo di allevamento dei capi di bestiame, la quale specifichi quale tasso di benessere animale si raggiunga nel centro di produzione da cui proviene la carne che consumiamo.

Un’iniziativa per il benessere animale

Questa proposta di legge è figlia di una battaglia che Legambiente e CIWF portano avanti da tempo. Più volte infatti, le due associazioni, hanno rimarcato l’esigenza di mettere ordine nelle informazioni trovate sulle etichette della carne. Diciture e scritte riportate sulla banda adesiva della confezione di carne, latte oppure formaggio che troviamo al supermercato possono essere fuorvianti per il consumatore. Chiunque si rechi a fare la spesa, di contro, è sempre più attento all’etichetta del prodotto in vendita. La tematica, attualissima, ha acquisito sempre maggiore importanza nel corso degli ultimi anni. Rispetto a qualche tempo, fa, sulle etichette, troviamo oggi più informazioni, le quali però sono spesso disorganizzate e grossolane. Le generiche diciture sul benessere animale, attualmente presenti sulle bande adesive, non danno infatti alcuna garanzia sulle condizione nelle quali gli esemplari siano tenuti all’interno degli allevamenti.

La proposta di legge ha anche un secondo scopo. Oltre a voler fornire informazioni corrette al consumatore, essa vuole premiare e valorizzare gli allevamenti virtuosi. Sono infatti presenti, sul territorio nazionale, centri di produzione che applicano standard di benessere animale superiori, rispetto anche a quelli che sono i minimi di legge. Il secondo intento di questa iniziativa è consentire a questi allevamenti di distinguersi, acquistando una maggiore visibilità. Naturalmente, se si riuscisse in questo, si stimolerebbero anche i centri di produzione meno attenti a migliorare nel loro operato, in modo da non perdere quote di mercato.

L’etichetta

Qualora dovesse essere approvata questa proposta di legge, ecco come sarà composta la nuova banda adesiva da apporre sulle confezioni. L’etichetta testimoniante il benessere animale sarà su base volontaria. Essa indicherà risposte a quattro principi cardine: indicazione del metodo di allevamento; utilizzo o meno di gabbie; presenza di almeno tre livelli di benessere animale per singola specie; chiarezza e comprensibilità.

Per quanto concerne gli allevamenti suini, CIWF e Legambiente hanno elaborato una serie di criteri per l’etichetta. Essi sono stati messi assieme in base ai diversi livelli potenziali di benessere animale offerti dall’allevamento; semplificando, esprimono quali comportamenti naturali il centro di produzione garantisca agli esemplari che ospita, se così possiamo dire.

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La proposta

Nello specifico, le due associazioni distinguono i metodi di allevamento per i suini su 5 livelli. Questi differenti livelli sono in ordine crescente, dallo 0 fino al 4.

Il livello 0 è il più virtuoso. Si tratta di allevamenti biologici che garantiscono il costante accesso all’aria aperta. Le scrofe restano libere durante la gestazione, il parto e l’allattamento; lo svezzamento dura oltre 40 giorni.

Il livello 1 è all’aperto. Si ritrova anche in questo caso un costante accesso all’aria aperta. Anche qui le scrofe sono in libertà durante gestazione, parto e allattamento. Lo svezzamento è comodo, oltre i 40 giorni. E’ presente una lettiera vegetale e non si ricorre mai a castrazione chirurgica.

Il livello 2 è definito al coperto. Garantisce almeno un 30% di spazio in più rispetto ai minimi requisiti di legge. Le scrofe sono libere durante la gestazione, il parto e l’allattamento. Troviamo una lettiera vegetale e non si ricorre a castrazione chirurgica.

Il livello 3 è al coperto e presenta maggiori restrizioni al benessere animale. In virtù di uno spazio maggiore rispetto al minimo di legge (sempre almeno un 30% di cubatura in più), le scrofe sono tenute in gabbia per un massimo di 6 giorni settimanali. La lettiera è in paglia, si fa uso di castrazione chirurgica, rigorosamente con l’animale in anestesia e non vi è alcun accesso all’aria aperta.

Il livello 4 è il peggiore. Si tratta di allevamenti intensivi, i quali si limitano a rispettare le generose norme di legge. Le scrofe vivono in gabbia e sono private di accesso all’aperto.

Etichettatura secondo il metodo di allevamento, elaborazione: CIWF Italia

Da queste direttive definite dall’associazione Legambiente e da CIWF, organizzazione che si occupa principalmente di benessere animale all’interno degli allevamenti, è possibile estrapolare una catalogazione completa e piuttosto ben rimarcata di quali dovrebbero essere le prerogative per potersi definire un centro di produzione virtuoso.

L’importanza di un’etichettatura attenta al benessere animale

Come ci ricorda CIWF Italia, un’etichettatura corretta e precisa è fondamentale per guidare il cittadino. Anche il consumatore di carne, infatti, negli ultimi tempi ha cominciato ad interessarsi in misura sempre maggiore di quali siano le condizioni nel quale il suo cibo viene prodotto. Quando il benessere animale è elevato, anche la qualità del prodotto cui dà origine lo è. Esemplari in salute generano carne salutare. La maggiore attenzione alle condizioni dei capi di bestiame è un valido antidoto ai numerosi problemi che gli allevamenti intensivi causano all’ambiente.

Il sistema intensivo è in grado di garantire molto più cibo, in quanto gestisce molti più animali. Naturalmente, però, ciò comporta anche un maggior consumo di suolo, più emissioni organiche generate dal bestiame e una più alta quantità di vegetali da fornire agli esemplari finché sono in vita. In un pianeta sempre più popolato e sempre più goloso di carne, diventa importante, diciamo pure fondamentale, fare in modo che essa sia prodotta nel rispetto del nostro ecosistema.

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Frutta e verdura di stagione per il mese di Aprile: cosa comprare

Nuovo mese, nuova frutta e verdura di stagione. Per una spesa più sostenibile e naturale.

Giunge il tempo di fave, asparagi, carciofi e fragole. Le arance iniziano ad essere off-limits. La lista completa

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Verdure di stagione per il mese di aprile e proprietà benefiche

  • Ravanello: contiene vitamina C, vitamine del gruppo B e sali minerali. Rilassa il sistema muscolare e aiuta contro le affezioni polmonari. Ha proprietà antisettiche e antibatteriche. Depura i reni, stimola la digestione e ha proprietà lassative.
  • Fava: ricca di proteine e fibre vegetali, che abbassano il colesterolo, ed è povera di gassi. Contiene sali minerali, ferra, vitamina B1 e vitamina A, importante per la salute della pelle. Da evitare se si soffre di favismo.
  • Asparagi: hanno proprietà diuretiche e contengono fibre, pertanto sono consigliati in caso di stipsi. I grassi sono quasi nulli. Contengono molti sali minerali come il potassio e sono un’ottima fonte di vitamina C, vitamina A e alcune vitamine del gruppo B.
  • Sedano: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E) e minerali (ferro, magnesio e potassio).
  • Piselli: legumi con una modesta quantità di proteine. Contengono moltissimo acido folico, vitamina indispensabile per il bene del feto e per prevenire patologie cardiovascolari. I piselli sono ricchi di vitamina C e di sali minerali.
  • Patata: ricca di glucidi, vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio e oligominerali (rame, ferro, cromo e magnesio).
  • Lenticchie: ricche di proteine, fibre, ferro, magnesio e potassio. Sono molto nutrienti ed energetiche, hanno proprietà antiossidanti e aiutano la concentrazione e la memoria.
  • Erba cipollina: contiene vitamina C e vitamine del gruppo B. Ha un’alta presenza di calcio, magnesio, ferro e fibre.
  • Ceci: fonte di proteine e acidi grassi insaturi come Omega 6. Contengono anche fibre, vitamine del gruppo B e minerali.
  • Verza: ricca di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio.
  • Carota: ricca in vitamina A e carotene, molto importanti per la salute della pelle. Ha una buona presenza di sali minerali e vitamine del gruppo B, D ed E.
  • Carciofo: contiene vitamina C, vitamine del gruppo B e vitamina K, utile nella prevenzione dell’osteoporosi. I carciofi sono fonte di ferro e di rame, importanti per la produzione delle cellule del sangue.
  • Cavolfiore: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio.
  • Broccolo Romanesco: ricco sia di carotenoidi sia di vitamina C, è anche una buona fonte di acqua, fibre, antiossidanti e minerali come potassio e magnesio.
  • Broccolo: contiene un’alta quantità di vitamina C e ha pertanto proprietà antiossidanti. Ha un alto contenuto di sostanze fenoliche ed è quindi un alimento con caratteristiche anti-tumorali.
  • Sedano rapa: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E), minerali (ferro, magnesio e potassio).
  • Fagioli piattoni o taccole: sono ricchi di fibre e hanno un bassissimo indice glicemico. Contengono anche sali minerali come il potassio.
  • Patate novelle: sono ricche di glucidi e pertanto favoriscono il senso di sazietà. Contengono vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio, e oligominerali come il ferro.
  • Cime di rapa: ricche di ferro, sali minerali e vitamina A.
  • Rucola: presenta vitamina C, potassio, fosforo e ferro. Favorisce la digestione ed è benefica per il fegato.
  • Indivia: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Cicoria: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Bietola: contiene fibre, vitamine e sali minerali come potassio e ferro.
  • Finocchio: è composto principalmente d’acqua. Presenta minerali come il potassio e contiene vitamina A, vitamina C e alcune vitamine del gruppo B. Aiuta nella digestione, riduce il gonfiore e ha proprietà antinfiammatorie.
  • Spinaci: sono ricchissimi di ferro il cui assorbimento è favorito dalla vitamina C. Presenta anche carotenoidi (pro-vitamina A) e vitamina E. Ha proprietà antiossidanti e ha un’azione benefica sulla salute degli occhi.
  • Aglio bianco e rosso: ha effetti positivi sull’apparato circolatorio. Aiuta a ridurre il colesterolo e a regolare la pressione.
  • Porro: ha proprietà diuretiche e lassative grazie all’alta presenza di fibre e contiene pochissimi grassi.
  • Sedano: composto principalmente da acqua (88%), la restante parte presenta minerali come ferro e potassio, oltre che vitamine antiossidanti (A,C ed E). Ha un effetto diuretico e digestivo.
  • Lattuga: ha un elevato contenuto di fibre e di vitamine (C, B2 ed E). Contiene potassio, il che rende la lattuga una buona alleata per gli sportivi
  • Cavolo cappuccio: presenta vitamine (C, B-carotene, pro-vitamina A) e per questo ha proprietà antiossidanti e anti-tumorali. L’elevato contenuto di fibre contribuisce al corretto funzionamento intestinale.
  • Cipolla: è composta in gran parte da acqua il che la rende un alimento diuretico. Ha una piccola parte di fruttosio che la rende finte id energia. I solforati e i flavonoidi le conferiscono proprietà antitumorali, specialmente per colon, stomaco e prostata.
  • Scalogno: possiede alcune molecole utili per la regolazione della pressione sanguigna, la diuresi, la riduzione del colesterolo e degli stati infiammatori.

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Frutta di stagione per il mese di Aprile

  • Cedri: contengono vitamine e sali minerali che conferiscono loro proprietà digestive, disinfettanti, lassative e anticancerogene.
  • Fragole: contengono sali minerali come potassio e magnesio, ma anche vitamina C che conferiscono proprietà antiossidanti. Hanno poi proprietà antinfiammatorie e antivirali.
  • Frutta in guscio: contiene un’alta quantità di grassi buoni (insaturi e polinsaturi) che sono fonte di Omega 6 e Omega 3. Presenta anche un’elevata percentuale di proteine e vitamine del gruppo B (B1, B2, B6). La frutta secca riduce le infiammazioni e fluidifica il sangue, pertanto è indicata contro fenomeni quali trombosi e aterosclerosi.
  • Kiwi: apporta acqua e fibre ed è un’ottima fonte di Vitamina C. Aiuta le funzioni intestinali prevenendo la stipsi.
  • Limone: ricchissimo di vitamina C, ha un’alta concentrazione d’acqua ed ottimi apporti di sali minerali e antiossidanti.
  • Mela: ha un’alta concentrazione di fibre, il colesterolo è assente. Contiene vitamina C e potassio. La sua fermentazione da parte della flora batterica intestinale può avere un effetto protettivo sullo sviluppo del cancro al colon.
  • Nespola: contiene potassio e magnesio ed è fonte di vitamina A. Ha proprietà astringenti, diuretiche e antinfiammatorie.
  • Pera: contiene vitamine e sali minerali (potassio) e ha un alto contenuto di fibre, per questo è molto saziante. Modula l’assorbimento intestinale dei lipidi e previene i disturbi dell’intestino crasso.
  • Pompelmo: è un agrume con un’elevata quantità di vitamina C e ha pertanto proprietà antiossidanti e ipocolesterolemiche. Contiene anche sali minerali, sopratutto potassio.

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Potrebbero esserci piccole variazioni in base all’esatta regione di provenienza. Per ogni dubbio ci si può sempre rivolgere al contadino di fiducia. Se non ne avete uno, trovatelo. Gli alimenti vegetali consumati in modo sostenibile sono più buoni e, spesso, costano anche meno.

Il nostro consiglio

Il modo più sostenibile di consumare prodotti alimentari è quello di conoscerne l’esatta provenienza. La soluzione migliore sarebbe quella di acquistarli direttamente dai produttori, nei mercati a chilometro zero. Per trovarli potete servirvi del sito della Coldiretti, dove sono indicate le città in cui è già presente il mercato di Campagna Amica. Altrimenti non è ormai inusuale che alcuni alimentari o qualche negozio di frutta e verdura fresca fornisca anche un servizio di consegne a domicilio, specialmente in questi tempi. Segnaliamo inoltre la possibilità di adottare un orto. Valutate anche l’idea di piantare qualche pianta aromatica nel terrazzo o sul davanzale della finestra, possono dare grande soddisfazioni. Così come anche un buon albero da frutto piantato in giardino. Buona spesa!