L’eredità politica di Bernie Sanders

Alla fine ha ceduto. Bernie Sanders ha annunciato la sospensione della sua campagna per le presidenziali 2020. Lo ha fatto con un annuncio in diretta sui suoi canali, dichiarando di sostenere Joe Biden per sconfiggere “il presidente più pericoloso nella storia degli Stati Uniti d’America”. Abbiamo voluto riportare parte del suo discorso e riconoscergli il merito di aver messo l’ambiente al primo posto della sua agenda politica, costringendo gli altri candidati a fare lo stesso.

Bernie-Sanders

Il discorso di Bernie Sanders

“Vorrei poter dare notizie migliori, ma penso che voi conosciate la verità. E cioè che siamo attualmente 300 delegati dietro il Vice Presidente Joe Biden e la vittoria è praticamente impossibile. Quindi, anche se stiamo vincendo la battaglia ideologica e il supporto di così tanti giovani e lavoratori lungo tutto il paese, sono arrivato alle conclusioni che questa battaglia per la Nomination democratica non avrà successo. E quindi, oggi, annuncio la sospensione della mia campagna.

Priorità all’emergenza Coronavirus

Per favore sappiate che non ho preso questa decisione alla leggera. Infatti, è stata una decisione difficile e dolorosa. Nelle scorse due settimane, Jane ed io, in consultazione con lo staff e molti dei miei sostenitori principali, abbiamo fatto una valutazione delle prospettive di vittoria. Se credessi che ci sia una strada percorribile per la nomination, continuerei di certo la campagna, ma semplicemente non c’è. So che ci saranno forse alcuni nel nostro movimento che non sono d’accordo con questa decisione, che vorrebbero che combattessimo fino all’ultima votazione della Convention Democratica. Comprendo quella posizione. Ma mentre vedo la crisi assalire la nazione, esacerbata da un presidente poco propenso o incapace di esercitare qualsiasi tipo di leadership credibile, e mentre vedo il lavoro che deve essere fatto per proteggere le persone nell’ora più buia, non posso in tutta onestà continuare ad organizzare una campagna che non posso vincere. E che interferirebbe con l’importante lavoro richiesto ad ognuno di noi in questo difficile momento.

L’endorsement a Biden e la battaglia contro Trump

Oggi mi congratulo con Joe Biden, un uomo molto rispettabile, con cui lavorerò per portare le nostre idee progressiste avanti. Sul piano pratico, lasciatemi dire anche questo, rimarrò sulla scheda elettorale in tutti gli stati rimanenti e continuerò a raccogliere delegati. Se da una parte Joe Biden sarà il candidato democratico, dall’altra dobbiamo continuare a mettere insieme il maggior numero possibile di delegati alla Convention Democratica, dove saremo in grado di esercitare un’influenza significativa sul partito.

Dopodiché insieme, stando uniti, andremo avanti per sconfiggere Donald Trump, il presidente più pericoloso nella storia americana moderna. E combatteremo per eleggere forti candidati progressisti ad ogni livello, dal Congresso ai consigli scolastici. Come spero che tutti voi sappiate, questa corsa non ha mai riguardato me. Mi sono candidato alle presidenziali perché credevo che, come Presidente, avrei potuto accelerare e istituzionalizzare i cambiamenti progressisti che stiamo costruendo insieme. E se continuiamo a organizzarci e a combattere, non ho dubbi che ciò sarà esattamente quel che succederà. Anche se ora il percorso potrebbe subire qualche rallentamento, cambieremo questa nazione e, assieme agli amici che condividono le stesse idee in tutto il pianeta, cambieremo il mondo intero”.

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Bernie Sanders e la battaglia climatica

Noi ambientalisti non possiamo fare altro che ringraziare Bernie, così come lo chiamano amichevolmente tutti i suoi giovani sostenitori, per aver spostato l’asse del possibile un po’ più in là, anche se dall’altra parte del pianeta. La sua battaglia si giocava negli Stati Uniti, ma con un occhio sempre aperto verso gli altri continenti. La questione climatica, purtroppo o per fortuna, non bada a confini geografici e le emissioni americane, in cima alle classifiche storiche e pro-capite, sono anche nostre. Così come dovrebbero essere anche nostre le soluzioni proposte nel Green New Deal del suo programma. Perciò Bernie Sanders rappresentava una speranza anche per noi e la sua ritirata rappresenta fonte di grande tristezza, in un momento già delicato della storia americana e mondiale.

Per chi vuole vedere comunque il bicchiere mezzo pieno, ricordiamo che la forza della campagna politica di Bernie Sanders stava proprio nella non-personificazione. Dal suo motto “NotMeUs” si evince la forza di un movimento costruito dal basso, dove non importa tanto la sua persona ma il risveglio di una società americana fatta di insegnanti, infermiere, giovani di ogni etnia. Il Senatore del Vermont, nonostante i suoi 78 anni, ha portato una ventata d’aria fresca, galvanizzando le giovani generazioni e coinvolgendo persone che non si erano mai appassionate alla politica. Bernie ha lanciato personaggi come Alexandria Ocasio-Cortez, la quale con ogni probabilità raccoglierà il suo testimone. Inoltre, grazie a lui, l’America sta finalmente parlando di crisi climatica, mettendo in campo soluzioni progressiste inimmaginabili fino a poco tempo fa.

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Bernie Sanders, discorso completo in cui annuncia il ritiro dalle presidenziali del 08/04/20

Il Green New Deal al centro dei programmi

Franz Foti, che ha tradotto il manifesto politico di Sanders per People con il titolo La sfida più grande, ha commentato con queste parole il ritiro del Senatore del Vermont dalle Presidenziali: “Quattro anni fa Sanders ottenne 13 milioni di voti alle primarie democratiche grazie a un’ottima campagna, ma anche in virtù del fatto che era l’unico candidato a rappresentare gli ideali di uguaglianza e giustizia sociale, economica, razziale e climatica. Questa volta, chi più chi meno, quasi la maggioranza dei candidati in campo era di ispirazione progressista. (…)

Sostenevano quasi tutti il college gratuito, un forte intervento sui debiti di studio, la legalizzazione della cannabis, l’introduzione di un sistema sanitario universalistico, l’aumento delle tasse ai redditi più alti, l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora, il Green New Deal di Alexandria Ocasio-Cortez. Tutte battaglie storiche di Bernie Sanders, che fino a qualche anno fa erano considerate di nicchia, marginali. Tutte battaglie che prima o dopo sono state poste al centro dei dibattiti tra i candidati, al centro del discorso pubblico”.

Bernie Sanders ha vinto in ogni caso

Possiamo quindi dire, in un certo senso, che Bernie Sanders ha vinto in ogni caso. “La campagna finisce – ha detto Bernie – ma la battaglia per la giustizia continua”. La giustizia climatica, in particolare, è ormai al centro delle piattaforme politiche in tutto il mondo e i movimenti ambientalisti sono più vivi che mai, anche se momentaneamente impossibilitati a riempire le piazze per le restrizioni della pandemia. Bernie Sanders potrà pur aver interrotto la corsa alla Casa Bianca, ma la sua attività politica non finisce qui, soprattutto perché milioni di giovani in tutto il mondo hanno ereditato le sue idee politiche. Lo slogan NotMeUs era molto più di uno slogan.

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Il Super-Tuesday in America. La corsa a due e l’alternativa Trump

I risultati del Super-Tuesday non sono ancora completi ma già si conoscono i nomi dei due grandi vincitori: Joe Biden e Bernie Sanders. Fuori gioco Mike Bloomberg, che si aggiudica solamente il territorio delle Samoa, nonostante l’immenso capitale investito in campagna elettorale nelle ultime settimane. Altrettanto negativi i risultati di Elizabeth Warren, che ha perso nel suo stesso stato, il Massachusetts. Pete Buttigieg, dopo il sorprendente risultato in Iowa, si è ritirato pochi giorni fa per gli scarsi risultati ottenuti negli altri stati. A prescindere da chi sarà il vincitore, il fronte democratico sembra essere unito nella lotta al cambiamento climatico, mentre l’alternativa Trump non arresta le politiche anti-ambientali. I prossimi mesi e i prossimi quattro anni saranno decisivi per il clima.

I risultati del Super-Tuesday

Le stime sono ancora parziali, mancano ancora i risultati del Maine, ma sembrerebbe che il Super-Tuesday ha ridotto la corsa per la Casa Bianca sul fronte democratico a soli due contendenti. Joe Biden ha incassato il miglior risultato, soprattutto rispetto alle previsioni. L’ex vice di Obama si è aggiudicato Alabama, Arkansas, Carolina del Nord, Massachusetts, Minnesota, Oklahoma, Tennessee, Texas e Virginia. Bernie Sanders ha vinto nel suo Vermont, in Colorado, in Utah e soprattutto in California. Ricordiamo infatti che non contano il numero di stati vinti, poiché ogni stato ha un numero di delegati in proporzione alle proprie dimensioni.

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La crisi climatica in California

La California, per esempio, è uno stato chiave per il più alto numero di delegati in palio (415). È uno stato chiave anche per la crisi climatica: i sondaggi degli scorsi mesi hanno constatato che la questione climatica fosse la priorità assoluta nel voto alle primarie democratiche. I cittadini californiani dunque, hanno orientato la loro scelta verso il candidato che ha maggiormente posto l’attenzione su questa tematica, Bernie Sanders. In California non si può più parlare degli effetti che il riscaldamento globale porterà fra venti o trent’anni, poiché nell’attualità avvengono fenomeni eccezionali che testimoniano come il cambiamento climatico sia già una realtà innegabile. Soprattutto gli incendi, sempre più prolungati e sempre più potenti a causa dell’estrema siccità, hanno messo a dura prova lo stato della West Coast: dal 2017, le fiamme inarrestabili hanno ucciso 150 persone e distrutto più di 35000 strutture.

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I piani di Biden e Sanders per l’ambiente

Per questo, i candidati democratici hanno dato grande attenzione allo stato della California. Tutti loro hanno promesso di fermare le operazioni di ricerca di energie fossili sul territorio californiano per abbattere drasticamente le emissioni. Nel concreto, Joe Biden ha focalizzato la sua attenzione sul sovrappopolamento urbano. Il suo piano prevede delle modifiche per rallentare l’espansione urbana e favorire la collaborazione con le agenzie assicurative, al fine di tutelare quelle famiglie che vivono nelle aree a rischio incendi. Il piano specifico di Sanders per la California prevede invece la rinazionalizzazione dei gestori di acqua ed energia, forti incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici e 18 miliardi di investimento per rafforzare il corpo antincendio.

Come già segnalato dal nostro blog, in linea generale il piano climatico di Joe Biden è molto meno ambizioso di quello del suo competitor, con un investimento di 5 trillioni di dollari a fronte dei 16.3 previsti da Bernie Sanders. Biden prevede una transizione pluridecennale, con il raggiungimento del target zero-emissioni nel 2050. Egli ritiene irrealistico poter fermare le attività di fracking nell’immediato. Sanders invece punta alla piena decarbonizzazione degli Stati Uniti entro il 2030, con il 100% delle energie provenienti dalle fonti rinnovabili.

Il Super-Tuesday è solo l’inizio. La vera sfida sarà a novembre

D’altra parte, bisogna tenere a mente che la competizione in corso, di cui il Super-Tuesday rappresenta l’evento cardine, è solo la prima fase di quella che sarà la vera corsa alla Casa Bianca a novembre 2020. Per quanto si possano sottolineare le differenze dei piani promossi dai candidati, il fronte democratico sembra perlomeno unanime sul fatto che esista una crisi climatica e che sia necessario implementare coraggiose riforme di transizione ed adattamento. Ricordiamo che Joe Biden, assieme al presidente Barack Obama, promosse nel 2009 il Recovery Act, che conteneva il più grande investimento nelle energie pulite mai avvenuto nella storia degli Stati Uniti.

La controparte repubblicana, invece, continua a ignorare la crisi climatica. Anzi, ad aumentarla. A dicembre, l’amministrazione Trump ha approvato nuove esplorazioni per le trivellazioni petrolifere in California. Una mossa che si inserisce in un piano ormai consolidato, dove le compagnie di estrazione vengono favorite enormemente, con affitti a tassi agevolati ed incentivi per nuove estrazioni. Lo stesso stato della California è passato alle vie legali contro l’amministrazione centrale. Allo stesso modo, Trump ha favorito nuove estrazioni in Utah, nei parchi protetti di Grand Staircase-Escalante e Bear Ears.

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L’importanza dei prossimi quattro anni

I prossimi mesi saranno quindi molto importanti, perché sveleranno il nome ufficiale della candidatura democratica. Altrettanto cruciali sono i prossimi quattro anni, dato che gli scienziati hanno ridotto ad otto anni l’arco temporale in cui finirebbe il bugdet di carbonio per rimanere sotto un innalzamento di 1.5 gradi. Con un rinnovo dell’amministrazione Trump, questo limite non potrebbe che essere anticipato ulteriormente. Con un’amministrazione democratica, specialmente se fortemente ambiziosa sul fronte ambientale, si potrebbe arginare la crisi climatica e trasformare la società in chiave ecologica. Per l’ennesima volta, ricordiamo che gli Stati Uniti sono il primo paese al mondo per emissioni storiche e pro-capite. A ragion veduta, gli occhi del mondo sono puntati sull’America.

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Cattive Acque al cinema. Il film sui due volti dell’America

È uscito al cinema Cattive Acque. Il film di Todd Haynes è tratto da una storia vera e ha già creato forte dibattito. Infatti, esistono numerose storie simili in America e nel mondo, dove il potere di pochi ha rovinato la salute di molti, ambiente compreso. Questo film si inserisce con forza nella corsa alle presidenziali del 2020: la crisi idrica di Flint è ancora scandalosamente irrisolta e pochi candidati hanno il coraggio di parlarne.

La trama di Cattive Acque

Il film è ambientato negli anni Novanta. Mark Ruffalo riveste i panni di un avvocato che ha sempre difeso gli interessi dei grandi industriali. Questa volta accetta di schierarsi dalla parte degli abitanti del West Virginia contro la corporation DuPoint, creando forti preoccupazioni nella moglie, interpretata da Anne Hathaway. Gli agricoltori si sono accorti dell’inquinamento delle acque grazie a delle mutazioni nel proprio bestiame. L’avvocato Rob Bilott (che esiste realmente) inizia quindi una battaglia legale ventennale per dimostrare gli effetti devastanti delle sostanze chimiche usate dalla Dupoint a difesa dei cittadini e dell’ambiente. Cattive Acque potrebbe sembrare un film di semplice inchiesta giornalistica. Dietro alla pellicola però, si nasconde una narrazione più ampia, con forti risvolti nell’attualità.

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I legami con l’attualità. Lo scandalo idrico di Flint

Intervistato da The View, è lo stesso Mark Ruffalo a dichiarare che il film parla di un fatto avvenuto in West Virginia, ma allo stesso tempo parla di tutti i casi in cui l’interesse dei potenti è stato spregiudicatamente anteposto al bene della maggioranza delle persone. Il film rivendica il diritto all’acqua sicura e potabile per tutti. Ruffalo si riferisce per esempio alla crisi idrica di Flint, iniziata nel 2010 e ancora priva di soluzione.

Come ci mostra il film di Michael Moore Fahrenheit 11/9, un’intera popolazione è stata soggetta ad avvelenamento da piombo a causa di un cambiamento nell’approvvigionamento idrico della città. Il governatore Snyder decise di costruire un nuovo acquedotto per beneficiare gli investitori della sua campagna e le banche. I cittadini, da sempre riforniti dalla riserva glaciale del Lago Huron, videro da un giorno all’altro cambiare il colore dell’acqua, poichè durante i lavori la principale fonte idrica divenne il fiume Flint, enorme bacino di liquami industriali.

Cattive Acque e i messaggi impliciti per le presidenziali 2020

Purtroppo la crisi idrica di Flint non mise in luce solamente i secondi fini del governatore repubblicano. Infatti, nel 2016 il Presidente Obama fece visita ai cittadini, ma al posto di portare soluzioni e dichiarare lo stato d’emergenza, bagnò le labbra con un sorso d’acqua e rassicurò le persone dicendo che non ci fossero rischi. Il documentario di Moore sottolinea che casi come questo hanno danneggiato fortemente il Partito Democratico, aprendo la strada all’elezione di Donald Trump.

Infatti, a quei tempi la politica ignorò il caso di Flint e casi affini per non compromettere i forti interessi in gioco a sostegno delle rispettive campagne politiche. L’influenza delle corporations nelle elezioni è tutt’oggi oggetto di forte dibattito. Fra i candidati alle primarie democratiche, Bernie Sanders è l’unico a non aver accettato soldi dalle grandi aziende. La media delle sue donazioni è di circa 18$ e proviene dalla classe medio-bassa.

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Ruffalo sostiene Bernie Sanders

Sanders è anche l’unico ad aver preso una netta posizione su Flint, dando voce ai suoi abitanti e definendo la situazione “una delle più serie crisi di sanità pubblica della storia”. Per questi motivi Mark Ruffalo, il protagonista di Cattive Acque, ha esplicitamente dato il suo supporto a Bernie Sanders nella corsa alla Casa Bianca attiva in questi mesi. Capiamo quindi che la scelta di interpretare questo film non è certamente avvenuta per caso, in un momento così delicato per la politica americana e mondiale.

Il diritto all’acqua potabile prima di qualsiasi profitto

In conclusione, il film Cattive Acque presenta uno spaccato della società americana. Da una parte le grandi corporations, che hanno deliberatamente causato danni enormi per arricchire una fascia sempre più piccola della popolazione. La stessa fascia di popolazione favorita dalle riforme fiscali e antiambientali di Trump. Dall’altra i cittadini comuni, che vogliono alzare la voce e dire basta, perchè la salute e l’ambiente sono strettamente collegati e la politica non deve più permettersi di favorire progetti che intralcino queste priorità. Il diritto all’acqua potabile e ad un ambiente sicuro viene prima di qualsiasi profitto.

*In alcune città il film Cattive Acque non è ancora uscito a causa dell’emergenza Coronavirus. Durante l’attesa, consigliamo a tutti la visione del documentario Fahrenheit 11/9, disponibile gratuitamente sul sito di La7

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Primarie Democratici USA: Sanders vince in New Hampshire

L’11 Febbraio, 8 giorni dopo le votazioni dell’Iowa che hanno inaugurato le primarie dei Democratici negli USA. in cui Sanders ha ottenuto il 26,1 % dei voti, si è votato anche in New Hampshire. I risultati, pubblicati nella giornata di ieri, hanno sostanzialmente confermato il trend della settimana precedente in Iowa, con Sanders e Buttigieg a contendersi il primato e, più dietro, tutti gli altri, compreso quel Joe Biden che alla vigilia tutti davano come favorito.

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I risultati delle primarie dei Democratici USA in New Hampshire

Bernie Sanders è stato il candidato più votato con il 25,8% dei voti, tallonato da Pete Buttigieg con il 24,5%. A seguire, con il 19,9%, Amy Klobuchar mentre tutti gli altri candidati si sono attestati sotto il 10%. Per il momento, considerando anche i risultati dell’Iowa, le primarie del partito Democratico americano sembrano ridursi ad una lotta a 2 tra Sanders e, un po’ a sorpresa, Buttigieg. Due dei candidati che ai nastri di partenza sembravano poter dare filo da torcere a Sanders, ovvero l’ex vice-presidente di Barack Obama Joe Biden ed Elizabeth Warren, non stanno infatti rispettando le aspettative e potrebbero essere ben presto tagliati fuori dai giochi.

A questi primi caucus non ha partecipato però un altro candidato che inizierà la sua corsa solo a partire dal 3 marzo: Michael Bloomberg. Il multimiliardario, ex-sindaco di New York, non prenderà parte alle prima quattro votazioni. Una scelta singolare, le cui conseguenze negative potranno essere compensate dal suo strapotere economico e mediatico. Insomma, quella che ad oggi potrebbe sembrare la più classica delle corse a due potrebbe presto avere un ulteriore contendente da non sottovalutare.

I giovani sono con Sanders

C’è un minimo comune denominatore nei risultati di Sanders in questi primi due caucus: il voto dei giovani. Secondo un exit-poll condotto da Edison Media Research, Bernie avrebbe ottenuto il 51% dei voti dei giovani dell’Iowa. Per intenderci Buttigieg è il secondo di questa nicchia con il 20%. Una vittoria schiacciante, quindi, nella fascia di età che va dai 18 ai 29 anni. In Iowa la percentuale è stata lievemente minore ma ha comunque sfiorato il 50%.

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Il motivo? Sanders è il candidato con il più ambizioso Green New Deal del partito Democratico. Bernie è riuscito a mobilitare quella fascia di età che, negli USA, è storicamente più restia a votare, ovvero quella dei giovani. Parte del merito va dato anche all’esplicito appoggio della sua candidatura da parte di Alexandria Ocasio-Cortez. Insieme, i due rappresentanti della fascia più “estremista”, se così si può definire, del partito si sono apertamente schierati soprattutto sulle tematiche ambientali che, ci auguriamo, potrebbero essere l’arma vincente di queste elezioni.

La svolta che aspettiamo

È inutile nascondersi. Le elezioni americane che si terranno alla fine del 2020 potrebbero segnare il futuro dell’umanità. Gli Stati Uniti sono storicamente il paese che ha emesso più CO2 in atmosfera e sono quindi il più diretto responsabile dell’avanzare dei cambiamenti climatici. Qualora Donald Trump, il più celebre negazionista climatico su scala mondiale, si ritrovasse a governare per un altro mandato, le speranze di mantenere la temperatura media globale al di sotto della soglia di 1,5/2 °C rispetto all’era pre-industriale, come auspicato dagli scienziati dell’IPCC, si assottiglierebbe non di poco.

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In un momento in cui l’Unione Europea ha già preso una chiara posizione in termini di politiche ambientali ed in cui anche la Cina sta iniziando ad investire pesantemente nel settore dell’energia rinnovabile, un’ulteriore inversione di rotta da parte degli Stati Uniti, che negli ultimi anni di presidenza Trump hanno spalancato le porte dei palazzi di potere ai lobbisti del settore fossile, potrebbe davvero essere una svolta epocale. Se anche gli USA riprenderanno la strada battuta da Barack Obama, momentaneamente bloccata dall’amministrazione trumpiana, riuscendo inoltre ad alzare l’asticella delle ambizioni sui temi ambientali, come sta facendo proprio Bernie Sanders, la battaglia contro i cambiamenti climatici potrebbe davvero essere vinta. A 8 mesi dalle elezioni è presto per sapere come andrà a finire. Ma, di certo, gli ambientalisti sanno per chi fare il tifo.

Primarie USA: Sanders favorito. Una speranza per il clima

*Aggiornamento 24/02/2020: Sanders è arrivato primo a pari merito con Buttigeg in Iowa, conquistando il 26,2% dei voti. Ha vinto in New Hampshire con il 25,7% e ha stravinto in Nevada con il 47, 1% (88% dei voti scrutinati). Il 29 febbraio si voterà in South Carolina e il 3 marzo in ben 14 stati, in occasione del Super Tuesday.

Ieri, lunedì 23 febbraio, si è svolta la prima tornata delle primarie negli Stati Uniti. È infatti iniziata la fase dei caucus, le assemblee dei cittadini che esprimono la propria preferenza per i candidati dei due rispettivi partiti. Si è votato nel piccolo stato dell’Iowa, a cui seguiranno gli altri stati fino alle convention nazionali di luglio. Solo allora si sapranno i nomi ufficiali dei due sfidanti per la Casa Bianca. Per il partito repubblicano la vittoria di Trump in Iowa era scontata. Il risultato del voto del partito democratico invece non è ancora stato ufficializzato, ma il favorito risulterebbe il senatore Bernie Sanders. Si tratta solo del primo caucus, è vero, ma se Sanders diventasse presidente degli Stati Uniti sarebbe una grande notizia per il clima.

Bernie Sanders on Instagram. Photo Credit: Eric Kelly

L’ambiente al centro delle primarie democratiche

Le elezioni americane sono un processo lungo e complesso. Per capire cosa sono i caucus, può tornarvi utile il recente Dataroom di Milena Gabanelli. Nella scorsa notte è avvenuta la prima votazione nello stato dello Iowa e già ci sono state parecchie polemiche per il ritardo dei risultati. Gli unici dati finora disponibili corrispondono al 40% dei voti e provengono dallo staff di Sanders: il senatore del Vermont sarebbe in testa con il 29,66% dei voti, seguito da Buttigieg col 24,59%, Elizabeth Warren al 21,24% e Biden al 12,37%.

Ciò che interessa al nostro blog è capire quali di questi candidati abbiano dato priorità alla tematica ambientale. Infatti, aldilà di chi sarà il vincitore, è fondamentale sottolineare che la crisi climatica è diventata una questione fondamentale nei programmi del partito democratico. Tutti i favoriti hanno incluso nei loro programmi ingenti somme da investire in questa direzione. Buttigieg ha proposto un piano da 550 miliardi di dollari per tre fondi di conversione energetica. Il piano di Biden prevede 1.7 trilioni di dollari con l’obiettivo di rendere l’America a zero emissioni entro il 2050.

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Sanders e il clima: una battaglia decennale

Sanders e Warren si sono spinti oltre, aderendo all’idea di un “Green New Deal” che trasformi l’America in chiave ambientale. A onor di cronaca però, è bene sottolineare che Sanders ha intenzione di investire 16,3 trillioni di dollari, a fronte dei 3 trillioni annunciati dalla Warren. Inoltre, Sanders è l’unico candidato che parlava di crisi ambientale quando ancora nessuno sapeva cosa fosse. Già negli anni Ottanta, quando correva per diventare sindaco della sua città, Sanders reclamava la necessità per un “ambiente pulito e sicuro”. Fra le altre cose, è bene ricordare che Sanders nelle elezioni 2016 ha avuto anche il coraggio di parlare apertamente della crisi idrica di Flint, uno scandalo che ha macchiato la presidenza Obama e che è stato documentato nell’ultimo film di Michael Moore Fahrenheit 11/9. Moore sta attivamente facendo campagna elettorale a fianco di Sanders, assieme ad altri eminenti attivisti ambientali come Naomi Klein.

Il movimento Sunrise Movement appoggia ufficialmente Bernie Sanders

Sanders ha anche ricevuto l’appoggio ufficiale del Sunrise Movement, il corrispettivo di Fridays For Future in America. Il Sunrise Movement, in maniera simile a quanto fatto da GreenPeace, ha attentamente vagliato i piani dei tre principali candidati alle primarie democratiche – Sanders, Warren e Biden – e ha assegnato un punteggio per l’impegno di ognuno riguardo la tematica ambientale. I candidati sono stati comparati analizzando i seguenti criteri: il modo in cui parlano della crisi climatica, quanto ne parlano, il piano logistico con cui intendono portare avanti l’agenda climatica e le singole sezioni del Green New Deal abbracciate da ognuno di loro.

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Clima, istruzione, sanità: Sanders conquista le giovani generazioni

Nella classifica del Sunrise Movement, Bernie Sanders ha vinto la sfida, seguito da Elizabeth Warren. Joe Biden è nettamente distaccato dagli altri due: fra le altre cose, l’ex vice di Obama ritiene irrealistico fermare l’estrazione di gas e petrolio tramite il fracking. Anche la Warren è stata cauta su questo tema, mentre Sanders ritiene che sia indispensabile fermare qualsiasi nuova infrastruttura legata alle fonti fossili. Il Washington Post sottolinea che l’appoggio del popolare movimento ambientalista americano è rilevante. Sanders è considerato il candidato che con maggior tenacia rivendica l’urgenza di affrontare la crisi climatica. Molti elettori democratici considerano la battaglia climatica una vera e propria sfida intergenerazionale.

Infatti, Bernie Sanders, più di tutti gli altri, è riuscito a mobilizzare la fascia dei giovani sotto i 30 anni, da sempre restii al voto nella politica americana. Il messaggio di Sanders è chiaro e semplice, perché cerca di trasmettere una visione complessiva verso una società più giusta: nel suo piano sono infatti compresi anche il “Medicare For All”, il piano sanitario universale, e la cancellazione dei debiti universitari, che costringe molti giovani del paese ad essere indebitati prima ancora di entrare nel mondo del lavoro. Nel suo piano, condiviso costantemente con la giovane Alexandria Ocasio-Cortez, il clima viene visto come una tematica intersezionale: che interessa cioè, ambiente, educazione, salute e società nel suo insieme.

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L’appoggio degli scienziati

Il piano di Sanders è sicuramente ambizioso, poiché prevede un’America a zero emissioni entro il 2030. Biden lo ha spesso deriso dichiarando che “neppur un singolo scienziato pensa che questo piano possa funzionare”. In tutta risposta, Sanders ha riunito attorno a sé eminenti scienziati da tutto il paese, che hanno firmato e supportato il suo piano con queste parole: “non solo il tuo Green New Deal rispetta i limiti temporali dell’IPCC, ma le soluzioni che stai proponendo per risolvere la crisi climatica sono realistiche, necessarie e supportate dalla scienza. Dobbiamo proteggere l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il pianeta che chiamiamo casa”.

Molti scienziati hanno voluto supportare Sanders anche singolarmente, tramite i loro account social. Ad esempio, Peter Kalmus della NASA ha dichiarato: “Il piano climatico di Bernie è ambizioso? Si. È costoso? Si. Ma l’alternativa è perdere…bè, tutto. Dal mio punto di vista, la cosa che non è fattibile è non fare niente”.

Dall’America una speranza per tutto il mondo

In definitiva, quello di ieri è stato solo il primo round. La partita è ancora aperta e soprattutto, non è detta che chi vincerà le primarie democratiche sarà altrettanto capace di vincere la Casa Bianca nelle elezioni del 3 novembre prossimo. Eppure, osservando queste evoluzioni da un’ottica ambientalista, possiamo affermare che le elezioni americane stanno finalmente alzando il tiro sulla crisi climatica e sulla necessità di affrontarla il più velocemente possibile.

Non sappiamo se sarà Bernie Sanders a vincere, ma sicuramente gli va riconosciuto il merito di aver portato la questione ambientale al centro della programmazione democratica del paese più responsabile al mondo in termini di emissioni storiche e pro-capite. Di fronte alla realtà che abbiamo oggi, con un presidente americano che ritiene il cambiamento climatico una “bufala” e che ha sottratto l’America dagli impegni dell’Accordo di Parigi, possiamo aspettare speranzosi i risultati dell’Iowa, augurandoci che sia solo l’inizio di una rivoluzione climatica. Per l’America e per tutto il mondo.

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“Fine”. Il libro pauroso che ci spinge ad avere coraggio

Fine, una sola parola. È il titolo del libro di Giuseppe Civati e Marco Tiberi, edito da People, che racconta la storia delle nostre paure, della nostra indifferenza verso un futuro che ci aspetta e che tutti stiamo ignorando. È una storia breve, 113 pagine da leggere in un pomeriggio, ma è sufficiente per farci specchiare con la parte peggiore di noi: quella che ogni giorno convive pacificamente con il cambiamento climatico, senza fare nulla per fermare la catastrofe.

Pippo Civati e la casa editrice People

Il nome di uno dei due autori potrà sembrarvi famliare. Giuseppe Civati è infatti il noto politico, parlamentare dal 2013 al 2018 e fondatore del partito Possibile. Conosciuto da tutti con il nomignolo “Pippo”, Civati non venne riconfermato alle elezioni politiche del 2018, ma vinse l’anno successivo alle elezioni europee con la lista Europa Verde. Aveva però ritirato la sua candidatura un mese prima come segno di protesta per la presenza di esponenti di destra nella stessa lista. La sua carriera politica è dunque finita due anni fa, e da allora Civati ha orientato la sua passione verso il settore dell’editoria. A novembre 2018 fonda People, una casa editrice nata per “raccontare e indagare il cambiamento nella società”.

Civati e i suoi colleghi Stefano Catone e Francesco Foti decidono di sfidare i grandi colossi dell’editoria italiana per affrontare dei temi “scomodi”, come l’immigrazione, la politica e soprattutto la crisi climatica. Loro stessi definiscono lo stile di People “pop”, perché ritengono che i libri debbano essere accessibili a tutti: non troppo lunghi e con un lessico chiaro. Soprattutto quando si parla di un tema così complicato e pesante come il cambiamento climatico, lo stile gioca un ruolo fondamentale. La semplicità che gli editori rincorrono è ben riscontrabile nel libro “Fine”, qui di seguito recensito per voi dal nostro blog.

Giuseppe Civati presenta “Fine” al PolitiCamp 2019

La trama di “Fine”: la crisi climatica presente e futura

L’inizio del libro è ambientato nel 1942: racconta di una ragazza, Sara, che rincorre un’ancora di salvezza in un pianeta ormai insalvabile. I capitoli successivi sono un racconto a ritroso per capire come si sia arrivati al punto di non ritorno. Sara e la sua famiglia appartenevano a quella fascia della popolazione che poteva ancora ignorare i segnali di allarme, perché i ricchi si sa, hanno più mezzi per sopravvivere. Fino a quando la situazione è diventata talmente insostenibile da far scoppiare la guerra civile. Sara è stata così costretta a scappare e a rifugiarsi in una bolla d’indifferenza e cinismo che lascia il lettore senza parole.

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Il viaggio di Sara continua, fra vecchie amicizie che si infrangono davanti all’egoismo dello spirito di sopravvivenza e nuovi amori che riaccendono la speranza, per poi ricadere nel senso di impotenza e nell’attesa della fine. Lo scopo dei due autori non è appunto alimentare la speranza: di quella si sono già riempiti la bocca molti politici di oggi, che stanno inneggiando ai piani verdi, al New Deal Europeo, alla transizione energetica, senza però fare niente di concreto per fermare la crisi climatica.

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Il coraggio di raccontare la paura

Gli autori hanno invece il coraggio di parlare del dramma, della paura di ciò che sta accadendo e che potrebbe accadere. Questo libro parla di noi, dell’indifferenza in cui ci siamo rifugiati per non far sì che quella paura ci rovini la quotidianità:

“Parlavamo di tutto, a vanvera, in un chiacchiericcio pasticciato e senza senso, senza fare nulla. Era come se fossimo già su questa nave, un sabato del villaggio senza domenica. Eravamo tutti ammalati di ritardo, e di panico, e di presente. Vivevamo nell’ “emergenza” e facevamo finta che fosse normale.

Isole di plastica di dimensioni continentali, orsi polari alla deriva su zollette di ghiaccio, alluvioni ovunque, bombardamenti di grandine, animali stremati in cerca di pozze che non avrebbero trovato. Le chiamavano “Breaking News”: avevano rotto il mondo, ma non la nostra indifferenza”.

La speranza di People: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez

Non è certamente un libro da lieto fine. Ma proprio per questo arriva al cuore del lettore: parla di noi, di quello che sta avvenendo nei nostri cervelli e nei nostri cuori per sopravvivere giorno dopo giorno. È un libro semplice, reale, disarmante. Il pessimismo dei due autori viene controbilanciato dagli altri scritti di People, come per esempio La sfida più grande o La giovane favolosa.

In questi due libri trova spazio la speranza, quella che si prova guardando le due stelle verdi della politica americana: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Un aspirante presidente e la sua instancabile deputata che stanno remando contro tutte le lobby storiche della Casa Bianca per portare al centro l’ambiente e le persone. Scorrendo le pagine di questi due libri si ha la sensazione opposta a quella che si ha leggendo Fine: viene voglia di sperare che non sia ancora troppo tardi, che ci siano soluzioni attuabili da oggi stesso.

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Fine: lo specchio di noi stessi

Pippo Civati e la sua People ci offrono quindi un mondo di riflessioni, “un punto di vista laterale sul presente e sul suo divenire”, uno spettro di possibilità di quello che il futuro potrebbe essere. Hanno il coraggio di parlare della crisi climatica e chiedono al lettore di essere altrettanto coraggioso, perchè è una crisi che potrebbe essere arginata oppure diventare molto peggio. Ci offrono uno specchio per le emozioni contrastanti che stiamo provando. Paura. Speranza. Fine.