Fondo Forestale Italiano: la ONLUS che “costruisce” boschi

fondo forestale italiano

Nove soci fondatori ed un unico fine. Preservare o, dove possibile, rimpolpare la rete boschiva sul territorio italiano. Lo scopo del Fondo Forestale Italiano è quello di “contrastare cause ed effetti dei cambiamenti climatici mediante attività di forestazione“. Uno statuto ferreo che vieta tassativamente qualsivoglia tipo di taglio a scopo economico, fondato su un principio di conservazione dello stato naturale dei boschi.

Piantumazione di ghiande a Viterbo, Ottobre 2018

Lo statuto del Fondo Forestale Italiano

Nato circa un anno e mezzo fa, il Fondo Forestale Italiano assume la forma giuridica di ONLUS. L’associazione, si legge nel loro sito, non ha infatti scopi di lucro e porta avanti la sua attività solo grazie “a donazioni di denaro e/o di terreni”.

Non è infatti permesso né vendere i terreni né tanto meno vendere le quote di CO2. Quest’ultima è una pratica ormai troppo diffusa nel mercato odierno e che, spesso, rischia di “giustificare” azioni irriguardose nei confronti dell’ambiente mettendo in pace le coscienze di chi, invece, almeno un pochino dovrebbe sentirsi in colpa.

Per fare un esempio sono tantissime le compagnie aeree che hanno inserito la possibilità di compensare le emissioni generate dal passeggero, tramite il conferimento di una piccola quota aggiuntiva al prezzo del biglietto. Si suppone che questi soldi siano poi investiti in progetti di rimboschimento, come può essere quello del Fondo Forestale Italiano senza che tuttavia, al momento, ci sia abbastanza trasparenza a riguardo.

“Il problema di questa pratica – ci spiega Emanuele Lombardi, presidente dell’Associazione e perito industriale ENEA – riguarda la mancanza di un vero e proprio effetto benefico. Noi portiamo avanti la nostra mission che ha l’obiettivo di catturare quanta più CO2 possibile dall’atmosfera per avere un effettivo positivo sull’ambiente. Se iniziassimo a vendere queste “quote” di CO2 da noi guadagnate questo effetto si azzererebbe finendo per fare a pari con l’attività di chi, invece, non si è fatto più di tanti problemi ad inquinare”.

Leggi il nostro articolo: “Più carne, più deforestazione. Il report di Greenpeace”

Un punto di vista che si distacca da quella che potrebbe essere una delle principali fonti di guadagno della ONLUS ma che la dice lunga sulla coerenza dei soci fondatori.

L’attività del FFI

Seppure di recente formazione il FFI, acronimo di Fondo Forestale Italiano, ha già ottenuto i suoi primi risultati. All’interno della sua rete può infatti già vantare quasi 40 ettari di terreni di proprietà. “L’unico modo che si ha per fare boschi in Italia è quello di avere terreni di proprietà” – prosegue Lombardi – “La terra che abbiamo a disposizione è principalmente frutto di donazioni. Dobbiamo inoltre sempre tenere in considerazione che i processi di rimboschimento sono molto lunghi. Ci possono volere decenni per creare un bosco dal nulla. Bisogna dare tempo alla natura di fare il suo decorso.

Una ghianda piantata in un terreno donato al FFI è diventata una piccola quercia

Sebbene in Italia le zone boschive siano, in generale, molto manipolate dall’attività umana, noi preferiamo lasciare che l’ecosistema si sviluppi in modo naturale. Il nostro scopo, oltre che quello di difendere la natura, è anche quello di restituire i terreni da noi utilizzati per le nostre attività alle comunità locali. Organizziamo progetti educativi e visite per rimettere in contatto chiunque lo desideri con la natura. I nostri spazi sono concepiti in modo che possano costituire un valore aggiunto per le persone che abitano nelle zone limitrofe”.

Il Fondo Forestale Italiano offre anche la possibilità, a chiunque abbia un terreno incolto, di affiliarsi al suo programma. “Stiamo pensando di fornire un servizio di assistenza a chiunque voglia affiliarsi al nostro progetto. Sebbene infatti sia sempre una buona cosa piantare un albero, la legge italiana permette solo la piantumazione di specie autoctone e tipiche della zona”.

Più boschi, meno cemento

Uno dei più grandi problemi del nostro paese riguarda l’eccessiva cementificazione, con tutte le conseguenze che questo ha sulla salvaguardia degli ecosistemi. Ed è proprio in questo senso che il Fondo Forestale Italiano assume una grande importanza. Al momento, infatti, in Italia non ci sono grossi problemi di deforestazione.

Sebbene infatti qualche area venga periodicamente disboscata, il tasso con cui ciò accade non è neanche lontanamente paragonabile a quello che si sta verificando in zone molto più a rischio come l’Amazzonia, l’Indonesia o la Romania solo per citare alcuni esempi. L’importanza potenziale che il FFI può avere nella conservazione di aree verdi che, altrimenti, rischierebbero di lasciare posto a colate di cemento non è quindi da sottovalutare.

Leggi il nostro articolo: “Romania, milioni di alberi tagliati illegalmente”

Un esempio virtuoso di come, quando ci sia la volontà, è possibile mettere da parte i profitti e l’antropocentrismo che caratterizza la nostra epoca per portare avanti progetti mirati al benessere della comunità, senza che questo debba ad ogni costo fare parte di un disegno economico più grande. Preservare la natura e, dove possibile, ristabilirne gli equilibri. Questa è, in sintesi, la filosofia del Fondo Forestale Italiano.

Un pensiero che non possiamo fare altro che condividere. Gli alberi, i boschi e le foreste sono, al momento, una delle migliori armi che abbiamo per contrastare i cambiamenti climatici. Se da una parte ci sono le grandi aziende che non si fanno scrupoli nell’abbatterli, dall’altra si stanno moltiplicando i progetti legati alla piantumazione di alberi. La battaglia sarà lunga ed estenuante. Staremo a vedere chi ne uscirà vincitore

Romania, milioni di alberi tagliati illegalmente

romania

Se l’Amazzonia è il polmone del mondo, la Romania è quello dell’Europa. E sono entrambi minacciati dal disboscamento illegale delle foreste.

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Una pratica che dura da anni

Il taglio illecito di alberi in Romania non è cosa nuova. È infatti da quando questa nazione, che si trova poco al di là del confine italiano, si è unita all’Unione Europea che la domanda per il suo legname da parte degli stati membri è cresciuta esponenzialmente. E la Romania stessa ha visto nel mercato del legno una grande opportunità economica.

Quando si tratta di soldi, si sa, gli uomini ne rimangono accecati, tanto da volerne sempre di più. La quantità massima di alberi da tagliare imposta dall’Unione Europea, quindi, non bastava più. Secondo un report di Romania Insider, ogni anno vengono tagliati illegalmente 20 milioni di metri cubi di bosco, con un profitto illecito di un miliardo di euro.

Morte a chi difende i boschi

Una delle conseguenze più terribili della deforestazione illegale è la minaccia a chiunque cerchi di fermarla. Negli ultimi anni, sei silvicoltori sono stati uccisi, mentre 650 sono stati picchiati, attaccati con asce, coltelli e pistole dopo aver colto sul fatto taglialegna illegali.

Secondo la Forestry Union romena, due rangers sono stati uccisi soltanto a settembre. Raducu Gorcioaia aveva 50 anni e tre figli quando è stato picchiato a morte vicino a una delle foreste che tentava di proteggere. Liviu Pavel Pop era un giovane di soli 30 anni, anch’egli con tre figli. La sua sola colpa è stata quella di criticare pubblicamente il disboscamento.  Per questo gli hanno sparato senza pietà.

Corruzione dilagante

Con questo clima di violenza i magnati del legno sono in grado di corrompere la popolazione e addirittura le guardie forestali. Talvolta non devono nemmeno ricorrere alle maniere forti. Semplicemente promettono ai taglialegna e ai ranger denaro extra.

Come si legge sul Guardian la guardia forestale Gheorghe Oblezniuc, che opera nella contea di Suceava, non ha nascosto la sua passata collaborazione con compagnie di disboscamento illegale della zona. Gli era infatti stato chiesto di tagliare più di quanto mostrato dai documenti ufficiali in cambio di un bonus di circa 30 lei (6.30 euro) per metro cubo. “Durante una spedizione – dice Oblezniuc – avevamo il permesso di tagliare 400 metri cubi, ma ne abbiamo tagliati 2.400”.

La corruzione è un problema dilagante in Romania e, con gli anni, non sembra migliorare. Dopo la caduta del regime comunista di Nicolae Ceausescu nel 1989, la Romania è stata governata da una serie di politici populisti. Anche questi, però, hanno palesemente fallito nel mantenere le loro promesse di standard di vita più elevati. Hanno invece fatto spesso ricorso alla corruzione e alla frode.

Secondo un recente studio, ogni anno in Romania si perdono oltre 38 miliardi di euro a causa della corruzione, che equivale al 15,6% del suo PIL. A questo clima corrotto hanno contribuito anche famose multinazionali come Ikea. Il giornale inglese The Sunday Times ha denunciato l’azienda svedese per aver recentemente acquistato un’intera foresta su territorio rumeno per assicurarsi i rifornimenti di legna per i suoi famosi mobili.

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Addio alla biodiversità

Un’altra conseguenza della deforestazione illegale è la minaccia alla biodiversità. Le foreste della Romania contengono il 30% di tutti i grandi carnivori d’Europa, con grandi popolazioni di orsi, lupi e linci. L’antichissimo pedigree delle foreste romene le rende poi particolarmente preziose.

Inoltre le gli alberi, come sappiamo, sono importanti per la loro attività di trasformazione dell’anidride carbonica in ossigeno. E a chi dice che al posto loro potrebbero anche venire piantati altri alberi da frutto, risponde Mihai Zotta della Conservation Carpathia: “Le foreste naturali hanno più resistenza delle monocolture piantate”.

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Aumentano le proteste

Fortunatamente negli ultimi mesi l’opinione pubblica sta prendendo una posizione sempre più netta contro il disboscamento. Nei mesi scorsi infatti centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza, sia in Romani sia in alcune capitali europee. E i politici non hanno più potuto voltare loro le spalle.

Robert Ghement/EPA

Il presidente della Romania Klaus Iohannis, recentemente rieletto, ha espresso i suoi buoni propositi in una conferenza stampa: “Voglio essere personalmente coinvolto nel risolvere questo problema, perché il disboscamento illegale deve essere fermato. Abbiamo bisogno di politiche solide e azioni forti affinché vengano prevenute azioni di disboscamento illegale”.

Buoni propositi. Serviranno?

Per il momento il parlamento romeno ha solo approvato una legge che consente a tutti i ranger di portare armi. Il neo ministro dell’ambiente Costel Alexe ha affermato di stare lavorando per diminuire a quantità di alberi tagliati illegalmente, dopo che per diversi anni il governo ha negato la presenza di attività illecite nella nazione. Ha poi promesso una azione da parte di tutti i ministeri del governo per salvare la foresta.

Ma la strada è ancora lunga. Come ha infatti denunciato Ciprian Galusca di Greenpeace Romania “Le autorità dovrebbero usare satelliti, droni, e ogni altro sistema di sorveglianza smart, intelligente e tecnologico, e non lo fanno”. Le promesse dei politici, ancora una volta, si stanno dimostrando parole lanciate al vento che forse non toccheranno mai terra. Quella terra che presto sarà brulla, libera dalle foreste e dei loro abitanti. Ma le nostre case, almeno, saranno piene di mobili Ikea.

Cosa è rimasto della strage di alberi nel Nord Italia. Un anno dopo

È passato un anno dalla strage di alberi più imponente avvenuta nel Nord Italia. Fra il 29 e il 30 ottobre 2018, la tempesta Vaia, con venti fino a 280 chilometri orari, ha raso al suolo milioni di alberi che da secoli o decenni rivestivano le vette dei nostri monti in Trentino, Friuli e Veneto. Dico “nostri” perché ognuno di noi almeno una volta nella vita ha trascorso qualche giorno immerso nella bellezza delle Alpi, per una vacanza in famiglia o un weekend di sci con gli amici. Ed è per questo che le immagini con interi versanti di alberi abbattuti hanno fatto il giro della penisola, creando un moto di commozione e sbalordimento collettivo. Oggi, ad un anno da quella strage, viene da chiedersi che fine abbiamo fatto tutti quegli alberi: Sono ancora lì? Oppure sono stati raccolti? E a beneficio di chi? Ma soprattutto, quanto tempo ci vorrà perché la situazione torni come prima?

Parco Naturale Paneveggio Pale di San Martino. Foto dell’autrice, Settembre 2019

14 milioni di alberi abbattuti. Il ruolo del cambiamento climatico

8 milioni di metri cubi di alberi. Questa la cifra indicativa di alberi abbattuti dopo il passaggio della tempesta Vaia. Per quanto i negazionisti proveranno ad obiettare, è difficile non riconoscere anche in questo disastro naturale il contributo del cambiamento climatico. Le tempeste violente si sono sempre verificate, ma in questo caso si sta parlando di una quantità di legname pari a sette o otto anni di taglio normale annuo. Una quantità che porta con sé allo stesso tempo un’inaspettata forma di mercato nel breve termine e conseguenze molto negative in una visione ad ampio raggio.

Il mancato governo e il mercato di legname

Infatti, se si guarda all’immediato, la strage di alberi dello scorso ottobre ha spalancato la porta ai mercanti di legname. Ottimo legno a prezzi stracciati. È così che si sono affacciati sul nostro mercato acquirenti stranieri, perlopiù austriaci, sloveni, ma anche cinesi. Come biasimarli. La colpa non è di certo loro, che fanno il loro mestiere. Né è delle autorità e delle imprese locali, che preferiscono vendere al ribasso piuttosto che lasciare a terra quantità enormi di ottimo legno. Resta quindi da chiedersi cosa abbia fatto il governo italiano: “è mancata una regia complessiva”, ha affermato Emanuele Orsini, presidente di FederLegno Arredo, in un’intervista al Sole 24 Ore.

E continua: «Sarebbe servita una task force centrale a supporto delle aziende nella rimozione degli alberi e nello stoccaggio in aree collettive, attraverso un consorzio nazionale sostenuto dalle banche e con la garanzia del governo». La strategia del governo è stata invece quella di stanziare fondi di emergenza e derogare alle singole Regioni o Province Autonome il compito di gestire la situazione. Per il resto è stata creata una “filiera solidale” in mano a Pefc, l’ente certificatore delle foreste italiane; l’invito è rivolto alle aziende di legname del nostro paese, che attraverso il logo Pefc possono riconoscere il legno proveniente dalle zone delle Dolomiti e preferirlo all’importazione di legno straniero.

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Una corsa contro il tempo per “salvare” gli alberi

Perché quel legno non rimarrà ottimo per sempre. Si parla di un lasso di tempo che va dai sei mesi ai due anni per poter usufruire del legno degli alberi abbattuti. Dopodiché il legname perde di valore o diventa inutilizzabile a causa dell’arrivo di parassiti che proliferano nel legno morto. Ed è per questo motivo che la strage di alberi rappresenta un pericolo anche nel lungo termine: il legno abbandonato intaccato da parassiti potrebbe contaminare tutte le piante adiacenti rimaste ancora in piedi. Un altro rischio per la zona è costituito dallo sradicamento delle enormi radici su cui poggiavano quegli alberi. In caso di forti nevicate, le radici estirpate o mal ancorate potrebbero causare colate di fango o valanghe, così mettendo in pericolo le valli sottostanti.

In una recente inchiesta de L’Espresso, si stima che il 50% del legname sia stato rimosso e che il mercato sia ora prevalentemente gestito da imprese dell’Est Europa. Difficile constatare se quella cifra sia reale o un po’ troppo ottimistica. Un servizio del Tg2 parla infatti di un misero 20%. Nel mio recente viaggio in Trentino, precisamente nel parco naturale Paneveggio Pale di San Martino, ho potuto constatare che pochissimi alberi sono stati rimossi, a fronte di interi versanti ancora ricoperti da migliaia di tronchi. Uno scenario spettrale. Si percorrono sentieri totalmente al sole dove fino all’anno scorso c’era solo ombra. Gli abitanti locali raccontano che non hanno mai vissuto nulla di paragonabile a quella notte, con il vento forte e l’acqua che si abbatteva alle finestre. Sono rimasti isolati per tre giorni a causa delle strade interrotte; anche loro fanno riferimento all’arrivo dei cinesi per accaparrarsi il legno ad un prezzo stracciato.

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Nuovi alberi crescono

È stato stimato che ci vorranno cento anni, come minimo, per far tornare la situazione come prima. Molti si stanno prodigando per riparare ciò che la strage di alberi ha spazzato via in una sola notte. Aveva fatto notizia, ad esempio, il colossale sforzo della Magnifica Comunità di Fiemme: 400mila baby alberi coltivati nei vivai per diventare le future cime delle Dolomiti. Un lavoro di estrema cura, che necessita di un’osservazione costante per un periodo di 4 anni prima della piantumazione nelle aree previste. Come ci testimonia Ilario Cavada, tecnico forestale della Magnifica Comunità di Fiemme, “quando sono piccoli, anche un filo d’erba rappresenta una minaccia”.

Una storia di premura che ci ricorda il famoso racconto francese intitolato L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono. Narra di un pastore che con la sua sola costanza decise di riforestare un’intera zona delle Alpi francesi. Così recita il breve racconto allegorico: “Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione”.

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Una strage di alberi, la crisi climatica è qui e ora

Ritengo che questa ultima frase debba rimanere impressa nelle nostre menti. È opportuno sottolineare una volta ancora che la strage di alberi delle Dolomiti non può essere considerato un fenomeno naturale. Fa parte invece delle ormai quotidiane testimonianze che la crisi climatica esiste. Una crisi climatica che ognuno di noi ha contribuito a creare. Gli scienziati ammettono che è complicato trovare una diretta correlazione fra il cambiamento climatico e ogni singolo evento meteorologico estremo. D’altra parte però, in un convegno organizzato a Dicembre 2018 per analizzare cause e conseguenze della tempesta Vaia, tutti hanno convenuto che il primo e principale fattore a scatenarla sia stato il cambiamento climatico, che porta ad eventi sempre più frequenti ed estremi nelle Alpi.

In definitiva, ci teniamo a far presente che diviene sempre più urgente riconoscere l’emergenza climatica a livello nazionale, con un piano verde e di transizione energetica coraggioso e mirato. La piantumazione di alberi, in questo caso, deve essere una priorità assoluta. Ce l’hanno ricordato Greta Thunberg e il giornalista George Monbiot alla vigilia dell’ultimo Climate Strike: “Esiste una macchina magica che aspira il carbonio dall’aria, costa pochissimo e si costruisce da sola. Si chiama albero”. Come ci ricorda il racconto sopracitato, l’essere umano è stato bravissimo a distruggere, ma potrebbe essere altrettanto efficace per riparare, ripristinare, rigenerare. Cominciamo dagli alberi.

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