Tagli alle emissioni dell’1%: gli Stati non rispettano gli accordi

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Iniziamo la settimana con un bilancio generale sull’impegno degli stati a favore dell’ambiente. Una piccola anticipazione: la valutazione è molto negativa. Lo svela un rapporto dell’Unfccc, l’agenzia dell’Onu per la lotta al cambiamento climatico, redatto in vista della Cop26, che si terrà a novembre. Il report, pur necessitando di un’integrazione, è molto chiaro: i Paesi hanno ridotto solo dell’1% le loro emissioni rispetto al 2010. Per mantenere gli accordi di Parigi, però, tutti gli Stati firmatari dovrebbero ridurle del 45% entro il 2030. Come sempre, comunque, è necessario attribuire i giusti pesi e misure, soprattutto considerando quali e quanti stati hanno presentato i loro obiettivi.

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Tagli alle emissioni: obiettivi mancati

Al termine della storica Cop21 del 2015, 196 Nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi. L’impegno era quello di mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali. Negli anni successivi, questo obiettivo si è inasprito e gli scienziati hanno ritenuto doveroso abbassare l’asticella climatica a 1,5°. Per farlo, sarebbero necessari dei tagli alle emissioni nette mondiali del 45% entro il 2030 e del 100% entro il 2050. Per monitorare i risultati e anche in vista della Conferenza sul clima, che si terrà a Glasgow a novembre 2021, le Nazioni Unite hanno chiesto agli stati di inviare le loro Nationally Determined Contributions (NDC). Si tratta semplicemente di un insieme di documenti che dichiarano il modo in cui il governo che li presenta contribuirà alla limitazione del riscaldamento globale. La scadenza era stata fissata al 31 dicembre 2020.

Meno della metà degli Stati (40%) ha però presentato i dati. Come se non bastasse, dai pochi analizzati emerge che l’impatto combinato di questi Paesi avvierebbe il mondo sulla strada per ottenere una riduzione delle emissioni inferiore all’1% entro il 2030 rispetto al 2010. Un numero che stride con il 45% sopra accennato. A questo proposito, il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha mostrato la sua preoccupazione: “Il 2021 è un anno decisivo per affrontare l’emergenza climatica globale. […] Il rapporto provvisorio di oggi dell’Unfccc è un allarme rosso per il nostro pianeta. Mostra che i governi non sono neanche lontanamente vicini al livello di ambizione necessario per limitare il cambiamento climatico a 1,5 gradi e a raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”.

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I silenzi che parlano

Gli obiettivi di tagli alle emissioni non sono sufficienti

Probabilmente, alcune delle Parti che hanno consegnato i loro NDC nel 2020 erano anche abbastanza orgogliose. La maggior parte ha infatti aumentato i livelli individuali di ambizione per ridurre le emissioni. Gli ultimi NDC sono inoltre più chiari e più completi del primo ciclo. Per esempio contengono più informazioni sull’adattamento e un maggiore allineamento con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Alla luce di questo, quindi, perché l’obiettivo non è stato centrato?

I dati più eloquenti, come spesso accade, sono quelli nascosti. Solo il 40% dei firmatari dell’Accordo ha presentato gli obiettivi aggiornati e questi contribuiscono solo al 30% delle emissioni globali. Anzi, senza la presenza di Regno Unito e Unione Europea, che sono stati diligenti nel rispettare la consegna, l’elenco sarebbe composto da nazioni davvero poco inquinanti rispetto ai livelli mondiali. Questo ovviamente non giustifica il loro mancato raggiungimento dei target emissivi, che rappresenta un’altra causa dello scarto rilevato. Sicuramente, però, il loro sforzo (o non sforzo) non è determinante nella lotta al riscaldamento globale.

I grandi assenti

Una lotta che sarebbe sicuramente più semplice da vincere se le nazioni più inquinanti, che sono responsabili del 75% delle emissioni, contribuissero alla riduzione delle stesse. Invece, soltanto due delle diciotto nazioni più inquinanti hanno presentato gli NDC. Tra i grandi assenti troviamo gli Stati Uniti, la Cina, l’India, l’Australia e il Brasile. Qualcuno potrebbe muovere due riflessioni per difenderli. Innanzi tutto, queste grandissime realtà potrebbero aver bisogno di più tempo per riorganizzare l’economia e la società. Il 2020, poi, ha rallentato se non bloccato qualunque possibile iniziativa a causa dell’epidemia di Covid. Anche la Segretaria esecutiva dell’Ufccc, Patricia Espinosa, ha chiarito come il Rapporto di sintesi sia “solo un’istantanea, non un quadro completo degli NDC, perché nel 2020 il Covid-19 ha posto sfide significative a molte nazioni rispetto al completamento dei report loro richiesti”.

L’obiettivo dei tagli alle emissioni, però, era stato fissato nel 2015, ovvero ben cinque anni fa, quando la pandemia era ancora un evento ben nascosto tra i piani dell’universo. Allora, poi, il margine di tempo per rivoluzionare il mercato dell’energia era più ampio. Certo, sappiamo che gli Stati uniti hanno attraversato la presidenza di Donald Trump, il quale nel 2017 si è addirittura sfilato dagli Accordi di Parigi. Questo fatto però non rappresenta una scusante, bensì una aggravante che mette in luce come l’elezione dei giusti politici possa cambiare le sorti del mondo. Si potrebbe poi pensare che, essendo questo report soltanto un frammento del quadro, noi non possiamo sapere se gli stati non presenti abbiano o meno un piano per ridurre le emissioni. Si può rispondere a questa semplicistica obiezione con un’altra domanda, ancora più semplice. Se fosse davvero tutto in regola, cosa avrebbero da nascondere?

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Il futuro degli accordi per i tagli alle emissioni

Per quanto riguarda le nazioni che già hanno presentato il piano, queste dovranno puntare le loro frecce più lontano. Come ha affermato Ester Asin, direttrice dell’European Policy Office del Wwf, l’Unione Europea ha concordato un National Climate Action Plan aggiornato più ambizioso. Non risulta però essere sufficiente per affrontare adeguatamente l’emergenza climatica. Ridurre le emissioni nette del 55% entro il 2030 per un Paese così inquinante è un obiettivo ancora lontano da ciò che sarebbe necessario. Per compensare la sua impronta carbonica e quindi la sua responsabilità climatica, l’Europa dovrebbe ridurre i gas serra del 65%. Mostrerebbe così agli altri Paesi che “l’azione climatica, l’uguaglianza sociale e la prosperità economica possono andare di pari passo”.

Il direttore esecutivo di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio, ha affermato che “nella partita del clima anche l’Unione europea è chiamata a giocare un ruolo decisivo, e così tutti i Paesi membri. L’Italia, in particolare, deve aggiornare profondamente il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima che risponde ai vecchi e ormai superati obiettivi comunitari. Il governo Draghi porti l’ambizione europeista e ambientalista dalle parole ai fatti e utilizzi l’occasione storica del Piano di ripresa e resilienza per portare il nostro Paese all’avanguardia della lotta alla crisi climatica”.

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Riguardo invece all’assenza di molti stati degli stati, Patricia Espinosa ha affermato che un secondo rapporto sarà pubblicato prima della COP26. Ha quindi invitato “tutti i Paesi, in particolare i principali emettitori che non l’hanno ancora fatto, a presentare le loro richieste il prima possibile, in modo che le loro informazioni possano essere incluse nella relazione aggiornata”. Guterres, dal canto suo, ha tentato di vedere una luce nel buio. La pandemia di Covid-19, seppur tragica, ha dato il via allo stanziamento di fondi e piani recupero che offrono l’opportunità di ricostruire un ambiente più verde e pulito. E da qui, secondo il segretario generale dell’Onu, bisogna ripartire per accompagnare le promesse “ad azioni immediate per avviare il decennio di trasformazione di cui le persone e il pianeta hanno così disperatamente bisogno”.

Esiste il punto di non ritorno? Tutti ne parlano e nessuno passa all’azione

In materia ambientale, tutti parlano del punto di non ritorno. Anche il titolo del film di Leonardo di Caprio è stato tradotto così: “Il punto di non ritorno”, mentre nella versione originale si intitolava Before the flood. Sono parole sempre più utilizzate, che descrivono la crisi climatica per quello che è: un processo che anno dopo anno sta diventando irreversibile. Ma come si fa a misurare il punto di non ritorno? Come fanno gli scienziati a stabilire che esiste un punto in cui il sistema terrestre smetterà definitivamente di avere un equilibrio? Abbiamo veramente solo otto anni per salvare il pianeta?

I fatti inconfutabili sulla crisi climatica

Partiamo dalle certezze. La temperatura terrestre si è alzata di un grado a livello globale rispetto ai livelli preindustriali, di cui 0.8 soltanto negli ultimi 40 anni. La NASA attesta che la maggior parte delle ricerche riconduce questo innalzamento al fattore umano. Si parla di sesta estinzione di massa perché la biodiversità ha subito perdite catastrofiche, sempre nell’arco di pochi decenni. Soltanto con gli incendi in Australia degli ultimi mesi, si è stimata una riduzione della popolazione dei koala del 30%.

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Questo è quello che è successo fino ad oggi. Certezze. Fatti. Solo pochi pazzi possono mettere in discussione questi dati. Il dibattito diventa più complicato quando si parla del futuro. Cosa succederà negli anni a venire? Gli scenari variano dalle stime più ottimistiche, che si augurano di rimanere entro la soglia di 1.5 o 2 gradi, a quelle più catastrofiche, nelle quali si prevede un aumento di temperatura fino a 4.6 entro fine secolo. Il nuovo rapporto UNEP ci offre delle cattive e delle buone notizie a questo riguardo.

La “buona notizia” è che lo scenario più pessimistico sembra ora molto più improbabile: grazie alle politiche ambientali adottate negli ultimi dieci anni e al crollo di prezzi delle energie pulite, lo scenario di 4.6 gradi è diventato “considerevolmente meno probabile”. Al momento saremmo quindi sulla strada di 3.2 gradi entro fine secolo. Non vi sembra una buona notizia? Non lo è infatti, perché aumentare di altri due gradi la temperatura media globale porterebbe a conseguenze inimmaginabili. E se questa viene venduta come “buona notizia”, qual è la cattiva?

Il punto di non ritorno: il budget di carbonio e i confini planetari

Il nuovo rapporto UNEP mette in guardia su come sia praticamente impossibile rimanere entro la soglia di 1.5 gradi. Il limite di 1.5 era stato adottato dall’IPCC nel 2018, rivedendo al ribasso le stime di qualche anno prima perché considerate troppo ottimistiche. Da quel rapporto era nata la famosa frase: “Abbiamo 10 anni per salvare il pianeta”. Seguendo i calcoli del nuovo rapporto UNEP, gli anni si sarebbero ridotti a 8. Avremmo cioè solamente otto anni con un budget di emissioni pari a quelle attuali per raggiungere una temperatura media globale di 1.5 gradi in più rispetto ai livelli preindustriali. Che siano dieci o otto, il tempo a nostra disposizione è di fatto un battito di ciglio paragonato alla vita della Terra, iniziata più di tre miliardi di anni fa.

Esistono anche altri modelli per calcolare il punto di non ritorno. Fra quelli più utilizzati, ci sono certamente i “confini planetari” (planetary boundaries) di Johan Rockstrom. Il gruppo dello Stockholm Resilience Centre da lui guidato cercò di individuare i principali settori dell’equilibrio terrestre e di stabilire uno “spazio operativo sicuro” oltre il quale si avrebbero conseguenze catastrofiche. Al momento della sua elaborazione nel 2009, tre settori su nove risultavano già oltre la soglia: il cambiamento climatico (inteso nel senso stretto di effetto serra e aumento della temperatura), il ciclo dell’azoto e del fosforo e la perdita di biodiversità.

La perdita di biodiversità

Il modello dei confini planetari ci offre una visione innovativa rispetto al calcolo di budget di carbonio: infatti, questo modello sottolinea come l’effetto serra, e il conseguente aumento di temperatura, sia solo uno spicchio di un sistema molto più complesso. Per esempio, dallo schema dei confini planetari si evince che attualmente il problema più grave consiste nella perdita di biodiversità (recentemente rinominata “integrità della biosfera”). È quindi la perdita di biodiversità che ci porterà al “punto di non ritorno”?

Rockstrom stesso ha rigettato il concetto di “punto di non ritorno”, ammettendo che è praticamente impossibile stabilire come e quando il mondo cesserà di avere un equilibrio. Egli sostiene però che, con i livelli attuali di perdita di biodiversità, rischiamo di avvicinarci “ad un punto critico”: “la composizione degli alberi, delle piante, dei microbi nel suolo, del fitoplancton negli oceani, dei grandi predatori negli ecosistemi…tutto questo costituisce uno dei fattori fondamentali che contribuiscono a regolare lo stato del pianeta”.

A cosa serve parlare del punto di non ritorno?

Non mancano anche in questo caso le critiche. Il ricercatore José Montoya sostiene per esempio che il modello dei confini planetari stia facendo più male che bene al fine di salvare il pianeta. Nella sua opinione, indicare dei livelli di irreversibilità dà l’impressione che ancora sia concesso emettere e danneggiare il sistema Terra, fintanto che non superiamo il limite. Quindi, il modello dei confini planetari promuoverebbe un atteggiamento “business-as-usual”, distraendoci dall’attuare azioni che sono urgentemente necessarie.

Il dibattito rimane aperto. Così come gli scenari sul futuro prossimo verranno nuovamente rivisitati e aggiornati. Resta un quesito che va oltre le dispute accademiche e che riguarda tutti noi: parlare del punto di non ritorno ci aiuta a passare all’azione? Infatti, se continuiamo a parlare del tempo che abbiamo a disposizione, rischiamo di finire sul serio il tempo che abbiamo a disposizione. Il modo in cui discutiamo della crisi climatica è cruciale: il messaggio chiave che dovrebbe passare non è tanto quando e come il mondo finirà, bensì quando e come iniziamo ad agire.

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Ciò che serve è passare all’azione

Il presente che abbiamo davanti agli occhi è già una prova inconfutabile che l’equilibrio terrestre si sta deteriorando. Fare ipotesi sul futuro è compito degli scienziati. La politica e l’opinione pubblica dovrebbero consultare questi scenari solo al fine di passare immediatamente all’azione nel presente. Altrimenti finiremo come nella famosa immagine di Cordal: con l’acqua fino al collo, a dibattere di ipotesi che sono già realtà, senza avere più tempo per agire.

Credit: Cordal, “Follow the leaders,” Berlin, Germany, April 2011

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OMM: “Nel 2018 la concentrazione di gas serra è aumentata ”

L’ONU ha lanciato l’ennesimo campanello d’allarme. Secondo l’ultimo report dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, un ente delle Nazioni Unite, la quantità di gas ad effetto serra presenti in atmosfera nel 2018 è nuovamente aumentata rispetto al dato dell’anno precedente. L’ultima volta che il nostro pianeta ha visto una tale concentrazione di gas climalteranti è stato 3-5 milioni di anni fa.

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I dati sull’aumento della concentrazione di gas ad effetto serra

Le rilevazioni pubblicate dall’OMM ci dicono che la concentrazione globale media di CO2 ha raggiunto le 407,8 parti per milione nel 2018. Un dato in aumenti di 2,3 punti rispetto al 2017, anno in cui questo dato si attestava alle 405,5 parti per milione. Una situazione che va in netta controtendenza rispetto a quelle che dovrebbero essere le ambizioni dell’Accordo di Parigi, in cui tutti i paesi aderenti si sono impegnati a ridurre le emissioni per mantenere l’innalzamento della temperatura mondiale al di sotto di 1,5 C°.

Responsabile di tutto ciò è, neanche a dirlo, un aumento nella combustione di petrolio, carbone e gas. Rispetto ai confronti con gli anni precedenti quello appena trascorso segna un aumento ancora più rapido delle emissioni. Non si tratta solo di CO2 ma anche altri gas ad effetto serra come, ad esempio, il metano (CH4) e l’ossido di diazoto (N2O).

Un trend che va invertito

Quando, tra 3 e 5 milioni di anni fa, la quantità di gas ad effetto serra aveva la stessa concentrazione di oggi il livello del mare era più alto di 15 metri circa e la temperatura media globale era di 2/3 C° più alta rispetto a quella odierna. Vi lasciamo immaginare cosa potrebbe accadere oggi se uno scenario del genere si verificasse.

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Il segretario generale dell’OMM Petteri Taalas, durante la conferenza stampa per la presentazione dei risultati del report, non ha lasciato spazio ad equivoci: “Non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo, nella concentrazione di gas serra nell’atmosfera nonostante tutti gli impegni previsti dall’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Dobbiamo tradurre gli impegni in azioni e aumentare il livello di ambizione per il bene del futuro benessere dell’umanità”.

L’aumento della concentrazione di gas ad effetto serra ci porterà a +3,3 C°

Le stime fatte da diversi istituti scientifici ci dicono che con il trend attuale il pianeta si sarà scaldato di 3,3°C nel 2100. Allo stesso modo svariati report dell’IPCC, e quindi dell’ONU, hanno più volte specificato che, affinché il cambiamento climatico non abbia conseguenze devastanti sulla nostra società, l’aumento della temperatura va arrestato a 1,5 o massimo 2°C. A questo ritmo aumenterebbe di circa il doppio.

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Le conseguenze? Sempre le stesse con la variabile della loro intensità e della frequenza in rapporto a quanto aumenterà il dato sopra citato. Aumento delle temperature, della desertificazione e degli eventi estremi, tanto in frequenza quanto in intensità. Tutto ciò si tradurrà in un calo della produttività dell’agricoltura, una diminuzione nella disponibilità di acqua potabile, un aumento delle migrazioni da paesi che, di fatto, diventeranno inabitabili, ingenti danne alle infrastrutture – quelli a cui stiamo assistendo oggi sono una barzelletta rispetto a ciò che potrebbe accadere in futuro – o, più in generale, in una crisi di una portata tale da mettere in ginocchio il pianeta intero.

Come evitare la catastrofe

Secondo l’UNEP, un altro ente dell’ONU, per rispettare gli accordi di Parigi le emissioni a livello globale dovrebbero calare del 7,2% ogni anno per i prossimi 10 anni. Un obiettivo che al momento è pura utopia considerando proprio che l’anno scorso sono aumentate. Eppure le tecnologie ci sono. E miglioreranno ulteriormente col passare del tempo.

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Il cambiamento netto di cui necessitiamo deve avvenire, oltre che nelle nostre scelte di tutti i giorni, anche nella volontà delle istituzioni. Per aiutarle ad effettuare questa svolta epocale dobbiamo continuare a scendere in piazza. La recente notizia dello stop, a partire dal 2021, di ogni finanziamento a progetti legati al fossile da parte della BEI dimostra che il modo più efficace che abbiamo per orientare questo tipo di decisioni è manifestare la volontà collettiva di cambiamento come sta accadendo da circa un anno a questa parte. Ma non è concesso fermarsi.

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