Rifiuti spaziali: cosa sono e perché si producono

Pensiamo al cielo come a un luogo incontaminato, abitato da stelle e pianeti. Ma questa visione romantica non tiene conto delle centinaia di migliaia di detriti, che ogni anno vengono immessi nell’orbita terrestre. I rifiuti spaziali sono perlopiù costituiti da frammenti di dispositivi ormai non funzionanti. Il numero di apparecchiature è in costante crescita, come le esplosioni e le collisioni, anche a migliaia di chilometri orari. Nuovi studi, condotti dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA), hanno l’intenzione di renderne più sostenibile il traffico, inventando degli “spazzini”.  

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Collisioni in orbita tra rifiuti spaziali

Immaginare un mondo senza satelliti è impossibile: nessun GPS, niente TV satellitare, rallentamento di internet. Insomma, tutto il mondo digitale sarebbe compromesso. Quando, nel 1957, fu lanciato Sputnik 1, non si pensò alle conseguenze degli apparecchi in disuso. Ma con l’accumulo decennale, lo spazio di transito è stato occupato da quelle che potremmo definire carcasse, che continuano a viaggiare. In questo sistema, però, sorge un problema fondamentale. L’Università di Warwick ha notato come sia molto difficile schivare i pezzi, che vagano, non essendo catalogati.  L’ESA ha monitorato che, ogni anno, si verificano, in media, dodici delle cosiddette “frammentazioni accidentali”. Queste sono dovute a esplosioni, problemi elettrici o, addirittura, distacco di componenti.

Gli operatori satellitari, che hanno il compito di condurre i veicoli, non hanno una visione completa. Per questo, la pericolosità aumenta, nonostante le piccole dimensioni. Come spiegato dagli esperti, un pezzo di detrito può muoversi a diversi chilometri al secondo. «A queste immense velocità, anche oggetti minuscoli hanno abbastanza energia per neutralizzare un satellite operativo.» Così, come in un incidente a catena, la situazione può peggiorare a ogni schianto.

Nuove regole, vecchi satelliti

Non tutti i satelliti sono attualmente conformi alle linee guida internazionali. Ma esistono delle regole di “mitigazione dei detriti”, per riuscire a ridurre il numero degli oggetti. In questo modo, nel 2018, il 35% è riuscito a compiere il de-orbiting, ossia quel movimento, che permette al rifiuto spaziale di uscire dall’orbita.

«L’ESA sta lavorando attivamente per sostenere le linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali del Comitato delle Nazioni Unite per gli usi pacifici dello spazio, incluso il finanziamento della prima missione al mondo per rimuovere un pezzo di detriti dall’orbita, contribuendo a creare un rating internazionale di sostenibilità spaziale e sviluppando tecnologie per automatizzare la prevenzione delle collisioni e ridurre l’impatto sul nostro ambiente dalle missioni spaziali.» afferma l’Agenzia, sul suo sito.

Arriva lo spazzino spaziale

Non è facile seguire i detriti. Ci prova il Dipartimento di Difesa degli Stati Uniti, attraverso la rete Space Surveillance Network, con il compito di rilevare e catalogare i rifiuti spaziali. Ma non è l’unica soluzione trovata a livello internazionale. Se pensiamo alla spazzatura nelle nostre città, ecco che subito ci viene in mente il servizio di nettezza urbana, che ha il compito di lasciare le strade pulite. Per lo spazio, ecco che entrerà in funzione ClearSpace, un vero e proprio spazzino, che si occuperà di rimuovere il mare di immondizia che gira intorno alla Terra. Così, nel 2025 inizierà la prima missione, per raccogliere un detrito specifico del 2013. L’investimento è notevole, di 86 milioni di euro. «Il nostro progetto di ‘camion da rimorchio’ sarà pronto a ripulire le orbite chiave che potrebbero altrimenti risultare non utilizzabili per future missioni, eliminando il rischio crescente e le perdite per i loro proprietari, a vantaggio di tutta l’industria spaziale. Il nostro obiettivo è di costruire servizi in orbita convenienti e sostenibili.» ha affermato Luc Piguet, amministratore delegato del progetto.

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La “nuova frontiera” dei rifiuti spaziali

Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per la sostenibilità. Sembrerebbe così, anche se i danni sono già vistosi. Lo scopo di queste missioni è proprio evitare di creare ulteriori detriti e rimuovere quelli esistenti. Dallo studio delle collisioni è emerso che i satelliti si sono spezzati in modo catastrofico, generando nuvole di rifiuti spaziali. Il fine di tutte le strategie è trovare un modo per risolvere le debolezze di sistemi come quello del CleanSpace, che riesce a prendere solo un detrito alla volta e brucia insieme a lui. Altri strumenti utilizzabili sono un laser, che permetterebbe di colpire da terra, ma senza la certezza di riuscita.

 Un’ulteriore possibilità è una sorta di veicolo, che aggancerebbe il bersaglio e lo porterebbe a rientrare nell’atmosfera. Se, idealmente, i residui si schianterebbero nell’oceano, è difficile prevedere con certezza dove atterrino. Insomma, pericoloso per l’uomo e per l’ecosistema marino. Siamo riusciti a inquinare anche lo spazio. Solamente sulla Luna, rimangono 190mila chilogrammi di materiale. È fondamentale, fin da ora, capire come ripulire tutti questi rifiuti spaziali e cercare di trovare una strategia che funzioni.

Luca Parmitano dallo spazio: “Il nemico numero uno sono i cambiamenti climatici”

Spesso quando si parla di cambiamento climatico, scioglimento dei ghiacciai e desertificazione si tende a percepire il problema come lontano. C’è invece chi guarda la Terra dall’alto, ogni giorno, riuscendo così ad avere una visione d’insieme dello stato di salute del pianeta. Tra questi c’è Luca Parmitano. Durante un suo intervento in diretta, in cui ha risposto ad alcune domande dei giornalisti mentre era a bordo della Stazione Spaziale Internazionale da lui capitanata, l’astronauta italiano ha rilasciato dichiarazioni allarmanti su ciò che lui stesso ha potuto constatare nel corso della sua lunga carriera.

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Un trend preoccupante

Luca Parmitano è tornato a bordo dell’ISS a distanza di qualche anno. Ed è proprio questo, insieme ad un costante monitoraggio delle fotografie scattate dai colleghi, che gli ha permesso di notare come il riscaldamento globale stia avanzando in maniera più che visibile: “Ho assistito in prima persona a tutti i cambiamenti di cui parlano gli scienziati del clima. I ghiacciai si stanno sciogliendo a vista d’occhio e i deserti avanzano inesorabilmente. Dalla Stazione ci occupiamo principalmente di questo: osservare il trend dei cambiamenti climatici. Le foto mie e dei miei colleghi non lasciano spazio a nessun altro tipo di interpretazione”.

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Parole forti che, purtroppo, non sorprendono.  Sono ormai 20 anni che gli scienziati cercando di dirci in tutti i modi che il problema esiste e che è molto più serio di quanto percepito dall’opinione pubblica. Ma per i più diffidenti, ancora una volta, la testimonianza di chi ha potuto vedere con i propri occhi gli effetti di quello che stiamo facendo al pianeta non può essere soggetta ad alcun tipo di trasposizione.

L’appello di Luca Parmitano: “La politica faccia qualcosa”

“Serve dare una spinta ai nostri leader, a chi ha le redini dei nostri paesi, per fare tutto il possibile per cercare di migliorare la situazione, se non invertirla. Dobbiamo fare tutto ciò che è possibile per fermare il riscaldamento globale”. Queste alcune delle parole di Parmitano che non ha esitato a dare una tirata d’orecchio alla classe politica, rea di non intervenire quanto dovrebbe, e potrebbe, sul problema. La scienza del clima ha uno spazio limitato all’interno del dibattito politico, in particolar modo nel nostro paese. E questo non può certo aiutare a sconfiggere ciò che viene definito anche dall’astronauta come il nemico numero uno: il cambiamento climatico.

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“Spero che le nostre parole e le nostre osservazioni possano allarmare la gente e creare più consapevolezza”. Parole che dunque fanno da eco a quanto già sostenuto sia dagli scienziati del clima sia da tutti i movimenti ambientalisti che lottano, giorno dopo giorno, per garantire un futuro al pianeta e, quindi, a tutti gli esseri viventi che vi abitano. Noi compresi.

La scienza non mente

Quella che arriva dallo spazio è dunque una voce che si unisce al coro di chi, da anni, prova in ogni modo a dare risalto al problema all’interno dell’opinione pubblica. La scienza, lo ripetiamo con il rischio di annoiare, è da anni unanime sull’esistenza dei cambiamenti climatici e gli attribuisce un’ormai incontestabile natura antropogenica.

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Peccato però che la scienza, grazie al suo metodo rigoroso, è una materia non soggetta ad interpretazioni. Non rappresenta un’opinione. Così come i cambiamenti climatici. Non si tratta di punti di vista. Non si tratta di qualcosa che succederà tra 50 o 100 anni. Il problema c’è e va affrontato. A dirlo è, anche, chi ci sta guardando da 400 chilometri di altezza.

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50 anni di Luna, sogni e rifiuti

Sono passati 50 anni dalla prima passeggiata sulla Luna, dal primo piede, quello di Neil Armstrong, che toccò la superficie lunare e che fece emozionare milioni di persone attaccate agli schermi. Forse si trattò dell’unico evento che vide formarsi una vera e propria unione planetaria che rese tutti vincitori, forse un po’ meno i russi. Questa impresa di portata fantascientifica lasciò un segno indelebile nella storia recente e diede vita ad un nuovo corso di esplorazioni: l’uomo pioniere dello spazio.

50 anni di luna

Sino ad ora nessuna missione ha avuto una partecipazione così sentita come quella che spinse Apollo 11 sul nostro satellite. La speranza è che magari un domani, seppur non troppo prossimo, qualcosa di simile possa ripetersi. Si pensa infatti che ci vorranno almeno altri dieci anni prima che possa ripetersi un’impresa tanto titanica come fu quella dell’allunaggio, i riflettori sono puntati tutti su Marte come indiziato principale. Colonizzeremo quindi un altro pianeta? Questo non si sa ma gli esperti sono al lavoro per far sì che almeno una missione con equipaggio possa realizzarsi nel breve-medio periodo, vedere il progetto della SpaceX capitanata da Elon Musk, oppure i piani d’azione delle eterne rivali USA e Russia, fino ad arrivare alle nuove contendenti nel campo come Cina, India e Europa. Insomma, ci sarà da divertirsi e da fare il tifo.

Il sogno che diventa realtà

Quello che è certo per ora, e che pare sia realizzabile nel breve termine, sono i viaggi turistici sulla Luna. Ebbene si, chi vorrà potrà prenotarsi una vacanza, un viaggio di nozze, o quel che sarà sul nostro benamato satellite. Le cifre sono così assurde che a permettersi una cosa del genere potrebbe essere giusto qualche milionario desideroso di spendere qualche spiccio in altro che non siano gli ormai noiosi e “umani” svaghi. Ma cosa porteranno questi viaggi? Le direzioni possono essere tante: potremmo abituarci a vedere delle storie Instagram su un cratere lunare; oppure, un grande afflusso comincerebbe a portare degrado. Sicuramente tutto ciò spegnerebbe semplicemente quel fascino che avvolge questi posti quasi inarrivabili. Il più positivo potrebbe pensare che magari parte del corposo ricavato di queste iniziative potrà servire per future missioni. Forse è sin troppo presto per fare previsioni anche di questo tipo.

Oltre 170 milioni di detriti nello spazio

Ciò che dobbiamo ritenere importante in questo momento è lo stato in cui versa la nostra orbita, ovvero intrisa da milioni di rifiuti che fluttuano allegramente intorno alla Terra. Tutto ciò a soli 50 anni dall’arrivo sulla Luna. Forse ancora per poco potremo chiamare il nostro pianeta Terra visti gli ormai sconcertanti numeri di altre materie che lo popolano, sulla superficie e non.

Oggi, nel cinquantennale dell’epica impresa di Apollo 11 festeggiamo anche quello che si nasconde dietro le quinte, o meglio quello che si lasciano dietro questi affascinanti viaggi verso nuovi orizzonti. Chi più chi meno tende ad interessarsi a questo argomento, grazie anche agli straordinari contributi dei recenti film come Interstellar, Gravity o The Martian che hanno fatto tornare in auge la voglia di scoperta. Pensare che National Geographic ha addirittura creato una docuserie su un’avveniristica missione su Marte, originale e molto formativa. Purtroppo, c’è anche da dire che si parla poco o niente di quello che lasciano lungo la strada queste missioni con equipaggio e non. Per farsi un’idea di ciò basta prendere in esame i dati forniti in un breve servizio di Rai 3 Geo. Ebbene i numeri dei rifiuti presenti nello spazio sono incredibili. Si stimano oltre 170 milioni di detriti più grandi di un millimetro e un cimitero di circa 5.000 satelliti che orbitano sopra le nostre teste senza più alcun segno vitale.

Due occhi su ciò che disseminiamo lungo il percorso

Forse viene da chiederci, perché dovremmo rovinarci con le nostre mani? Potremmo semplicemente essere più accorti nelle pulizie di casa senza non dover per forza andare a cercare nuove dimore tirate a lucido altrove. A parte l’ironia, ben vengano milioni e milioni di altre spedizioni che ci fanno sognare e ci tengono con il fiato sospeso, ma un occhio di riguardo, facciamo pure due, andrebbero messi a vigilanza su ciò che disseminiamo lungo il percorso di queste avventure spaziali. Sarebbe un atto più che dovuto dopo 50 anni dalla prima visita sulla Luna. Quindi dovremmo cercare dei sistemi con ciò che oggi ci offre di meglio la tecnologia per rimediare a l’intasamento di spazzatura che abbiamo anche sopra la testa. Al vaglio degli scienziati ci sono diversi progetti: dalle braccia meccaniche alle reti acchiappa rifiuto ma sono ancora in via di progettazione.

Alla fine dobbiamo sbagliare per crescere ed imparare, dobbiamo reinventarci per raggiungere ciò che sembra irraggiungibile. Restiamo puliti dentro e fuori, e arriveremo umani e puri dove vorremmo. Noi popolo di sfide e di esploratori.