Scioglimento dei ghiacciai: non domandiamoci se ma quando

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La rivista scientifica internazionale e non-profit chiamata Cryosphere si dedica alla divulgazione e discussione di argomenti ben specifici. Il focus è su tutti gli aspetti relativi all’acqua e al suolo congelati sulla Terra e in altri corpi planetari. Lo fa tramite articoli di ricerca, comunicazioni brevi e papers tecnici. Di recente, ha pubblicato i risultati della ricerca su un modello dell’università della Northumbria. I ricercatori, guidati da Sebastian Rosier, hanno riportato risultati allarmanti per quanto concerne lo scioglimento dei ghiacciai.

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L’allarme dalla ricerca

È una conferma che avremmo gradito non avere. I satelliti ci avevano già mandato osservazioni e segnali che facevano ipotizzare il peggio, eppure è grazie a questo modello che possiamo ora affermarlo. Lo scioglimento dei ghiacciai Pine Island e Thwaites ha raggiunto il punto di non ritorno. Parliamo di due tra i maggiori ghiacciai antartici. Il loro dissolvimento in acqua, unito a quello dei ghiacci nella regione sia inarrestabile e irreversibile. Qualora il modello avesse ragione, com’è ahinoi probabile, l’operazione porterebbe al collasso dell’intera piattaforma glaciale dell’Antartide occidentale. Significa che il livello dei mari si innalzerebbe in media di oltre tre metri, tanto è il ghiaccio contenuto da queste parti.

Massimo Frezzotti insegna geografia fisica a Roma Tre ed è ricercatore per ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, Energia e Sviluppo Economico Sostenibile), egli ha spiegato così ad ANSA che cosa significhi questa ricerca. “Pine Island e Thwaites sono sotto osservazione da parecchi anni. Finora i modelli glaciologici non erano riusciti a riprodurre i dati emersi con le osservazioni satellitari. Gli indicatori di allerta ricavati dalle osservazioni sono stati riprodotti in questo modello, che conferma come le soglie limite siano già superate. Ciò per via dell’ingresso di acque calde dall’oceano.”

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Foto di WikiImages da Pixabay 

“La temperatura delle acque in Antartide è di -2 gradi ma ora stanno entrando acque di 2 o 3 gradi, con grande temperatura di fusione. Dovunque i ghiacciai si stanno ritirando al contatto tra ghiaccio e oceano. Il motivo sono proprio queste acque calde.” Aggiunge Frezzotti. C’è dunque attendibilità per questa ricerca il cui risultato ci fa arrabbiare. Stando così le cose, sembrerebbe che non abbia più senso domandarci se davvero avverrà lo scioglimento dei ghiacciai, bensì dobbiamo chiederci quando.

Alla radice del problema

Sono ormai passati decenni da quando abbiamo cominciato a studiare il preoccupante fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai. La comunità scientifica si è concentrata su questo avvenimento da quando la riduzione della cortina gelata ai Poli si è resa più rapide ed evidente. Erano gli anni ’70 e già cominciavamo a capire che qualcosa non stava andando proprio nel verso giusto. Da 50 anni a questa parte tale alterazione ambientale non è più ravvisabile soltanto all’Artico oppure in Antartide. Basta infatti prendere in esame i vasti ghiacciai montani disseminati in tutto il mondo per vedere di quanto si stia riducendo la loro superficie. Ad oggi possiamo contare 15 milioni di chilometri quadrati ricoperti da ghiaccio sul nostro Pianeta. Parliamo del 69% delle risorse d’acqua dolce del globo.

È allarmante come, dalla seconda metà del ‘900, la quota di ghiacciai persa ogni anno sia aumentata a velocità sempre maggiore. La NASA, tramite le sue sofisticate rilevazioni, ci dice che ogni 12 mesi perdiamo qualcosa come 300 miliardi di tonnellate di ghiaccio al Polo Nord. Al Polo Sud, invece, rinunciamo a 130 miliardi di tonnellate ogni volta che cambiamo il calendario sulla parete. Per quanto concerne le vette montane, sono 35 i miliardi di tonnellate di ghiaccio che scompaiono annualmente. Questi dati sono in continuo peggioramento. Nel 2019 abbiamo raggiunto un massimo negativo: soltanto 3,82 milioni di chilometri quadrati sono rimasti congelati nell’Artico. È davvero molto poco.

Le cause dello scioglimento dei ghiacciai

A cosa dobbiamo tutto ciò? Le cause del disgelo sono principalmente quattro. Innanzitutto lo scioglimento dei ghiacciai si deve alla produzione di anidride carbonica dovuta alle attività umane: trasporti, allevamento, realtà industriali… che, come se non bastasse, è accompagnata da una continua deforestazione dei polmoni verdi mondiali. Questi sarebbero infatti in grado di imprigionare parte di questa CO2. Contribuiscono in maniera decisa al surriscaldamento anche i combustibili fossili, ancora troppo largamente impiegati nel settore energetico. Da questi fattori deriva la quarta causa scatenante, la principale di tutte: l’inarrestabile innalzamento delle temperature globali. È stato stimato che la media mondiale sia cresciuta di un grado dal 1800 a oggi. L’aumento potrebbe raggiungere gli 1,5 o addirittura i 2 gradi in più entro il 2050.

Effetti e conseguenze

Quel che lo scioglimento dei ghiacciai può comportare è disastroso per il Pianeta, inutile usare mezzi termini. L’ecosistema nel suo complesso corre il rischio di andare incontro ad effetti distruttivi. Ovviamente, all’interno dell’ecosistema viviamo anche noi uomini e tutti gli altri animali. Alcuni habitat naturali stanno già subendo le conseguenze del cambiamento e numerosi rappresentanti della flora e della fauna mondiale stanno scomparendo a causa di questi stravolgimenti.

Il primo effetto che potrebbe derivarne è l’innalzamento del livello dei mari. L’università inglese di Bristol portò avanti uno studio, nel 2018, rivelando come lo scioglimento completo dei ghiacciai in Antartide porterebbe a 58 centimetri in più per l’intera massa idrica globale. Si tratta ovviamente di una media, alcune aree sarebbero più a contatto con questo problema di altre. In Groenlandia, ove troviamo una delle masse ghiacciate più estese al mondo, la superficie dell’oceano potrebbe far registrare un pressoché ingestibile +7,4 metri. All’innalzamento dovuto a questo dissolvimento dobbiamo aggiungere i circa 41 centimetri di acqua in più che si dovrebbero allo scioglimento delle calotte montane.

In seguito a questo fenomeno, numerose tra le città situate su coste o lagune finirebbero sommerse, come ad esempio Venezia o Miami.

Business Insider ci mostra cosa attenderebbe l’Europa in caso di scioglimento completo dei ghiacciai.

Stravolgimenti e riduzione della biodiversità

Una massa liquida più voluminosa non potrebbe che causare grossi stravolgimenti all’ambiente marino. Pensiamo ad esempio a quali modifiche potrebbero riguardare tutte le principali correnti cicloniche, dalle quali dipende il benessere di intere comunità. Le aree più a Nord del mondo potrebbero iniziare processi di tropicalizzazione, quelle a ridosso dell’Equatore andare incontro a desertificazione e l’intero Pianeta sarebbe sempre più frequentemente vittima di uragani, trombe d’aria e incendi.

Non sottovalutiamo poi l’importanza dell’albedo terrestre. La superficie candida di neve e ghiaccio riflette instancabile le radiazioni solari, contribuendo in prima persona alla stabilità delle temperature sulla Terra. Più questa porzione si ridurrà più energia sarà assorbita dal terreno, il quale, naturalmente, non potrà che rilasciarla sotto forma di calore. In tal modo, il surriscaldamento globale si farà un problema ancor più serio. Se dunque i mari saranno più alti e le temperature più elevate, che cosa accadrà agli esseri viventi che abitano il nostro ecosistema al suo stato attuale? Le specie tropicali potrebbero migrare verso nord, per ritrovare a latitudini desuete il clima più adatto alla loro vita, sostituendo completamente le popolazioni autoctone. Per i vegetali, i quali ovviamente non si muovono, le conseguenze potrebbero essere ben peggiori. Intere popolazioni di funghi correranno il rischio estinzione a causa del caldo che le soffocherà.

Gli orsi polari sono tra le specie più minacciate dal surriscaldamento globale. Foto di emmastout da Pixabay 

Strettamente legata alla perdita di biodiversità è l’alterazione della catena alimentare la quale non potrà che coinvolgerci tutti. Sempre più specie, incapaci di nutrirsi come sapevano, andranno incontro alla riduzione del numero di esemplari. Messo a sistema, ciò significherà maggiore difficoltà a nutrirsi anche per l’essere umano, il quale ha già seri problemi a produrre il cibo necessario ad una popolazione sempre maggiore. Tutto è collegato.

Scioglimento dei ghiacciai: i più minacciati

Sono numerose le specie animali che già oggi cominciano ad accusare problemi di sopravvivenza legati agli effetti del cambiamento climatico. Anche alcune comunità umane, principalmente quelle residenti negli atolli circondati dall’Oceano Pacifico, lamentano problemi di alluvioni, inondazioni e incendi. Pensiamo soltanto a cosa avvenne in Australia, tra il 2019 e il 2020. Si stima che quei roghi innalzarono le temperature di almeno 1 grado grazie alla continua e ininterrotta emissione di nero di carbonio, il famigerato black carbon. Si tratta di un pigmento prodotto dalla combustione incompleta di prodotti petroliferi pesanti quali catrame di carbone fossile, grassi e oli vegetali.

Vi sono due popolazioni animali particolarmente sensibili al surriscaldamento globale, le quali sono particolarmente minacciate dall’innalzamento delle temperature: tartarughe e orsi polari. Questi ultimi faticano sempre più a trovare prede di cui nutrirsi. Restano dunque digiuni per diverse settimane e costretti a intraprendere a volte anche vere e proprie migrazioni per raggiungere acque pescose. Ciò comporta un dispendio energetico enorme ed è il motivo per il quale sempre più sovente vediamo orsi polari magri e affaticati nei documentari televisivi.

Per quanto riguarda le tartarughe, invece, esse soffrono particolarmente il mutamento del loro habitat naturale dovuto all’innalzamento delle temperature. Questi esemplari devono spingersi sempre più a nord per depositare le loro uova, trovandosi a dover competere con predatori spesso sconosciuti. Si verifica inoltre un problema nella distribuzione dei generi. Il sesso delle tartarughe neonate si deve infatti principalmente alla temperatura nella quale viene lasciata la covata. Da uova messe a riposo con meno di 27 gradi usciranno principalmente maschi mentre da uova lasciate a oltre 30 gradi nasceranno soprattutto femmine. Si corre così il rischio che gli esemplari femminili saranno sempre più numerosi e, dunque, incapaci di trovare un partner per la fecondazione. Lo scioglimento dei ghiacciai è una bomba a orologeria vicinissima al doppio zero; dobbiamo fare qualcosa per ritardarne – se non proprio evitarne, come sarebbe ideale – l’esplosione.

Lo scioglimento dei ghiacciai come bomba ad orologeria: il video di Fanpage dimostra quanto esso sia legato al surriscaldamento globale.

Cosa possiamo fare per arginare lo scioglimento dei ghiacciai?

Questa grave minaccia che incombe su di noi come una spada di Damocle può essere arginata? Qualora ciascuno di noi inizi in maniera seria, da oggi, a operare scelte quotidiane volte a contrastare questa crisi, siamo ancora in tempo per rallentare questo fenomeno. Devono muoversi con impegno e concretezza i governi, i quali devono implementare misure per evitare una crescita troppo incontrollata delle temperature, e devono farlo presto. Già rispettare davvero gli accordi di Parigi del 2015 sarebbe un ottimo primo passo nella giusta direzione, sfortunatamente non lo sta facendo quasi nessuno dei firmatari. Ridurre le emissioni nocive è imperativo per riuscire a mantenere l’innalzamento delle temperature entro gli 1,5/2 gradi centigradi.

Non possiamo però certo delegare tutto a chi prende le decisioni. Anche noi cittadini dobbiamo fare la nostra parte, la quale potrebbe rivelarsi persino più importante di quella politica. Proviamo ad osservare i seguenti comportamenti: se saremmo efficaci e costanti nel farlo l’ambiente ci ringrazierà e potremmo dire di aver orgogliosamente fatto la nostra parte per combattere lo scioglimento dei ghiacciai.

Iniziamo dall’ottimizzare i nostri consumi energetici, in maniera tale da evitare sprechi e ridurre l’impatto sulle emissioni di CO2 in atmosfera. Come fare? Scegliendo elettrodomestici a basso consumo, sostituendo le vecchie lampadine con impianti a led, evitando di lasciare gli elettrodomestici in stand-by e riducendo la temperatura del termostato. Dobbiamo fare in modo di ottenere l’energia di cui abbiamo bisogno da fonti rinnovabili e optare per la mobilità sostenibile, tanto sulle tratte lunghe quanto su quelle più corte. Puntando su un’alimentazione consapevole, incentrata su pietanze locali e stagionali, limiteremmo gli alti costi economici e ambientali legati agli allevamenti intensivi e consumando alimenti a chilometri zero abbatteremmo enormemente i costi di trasporto e stoccaggio.

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Estinzione: a rischio orsi polari e squali

La pesca distruttiva e insostenibile sta facendo crollare il numero di squali in molte barriere coralline e, se il riscaldamento climatico continuerà senza sosta, gli orsi polari andranno incontro ad estinzione certa entro la fine del secolo. Questo è quanto riportato in alcuni studi che mettono in luce lo stato di salute di due predatori essenziali per gli ecosistemi marini e terrestri.

Estinzione, cos’è?

Gli studiosi parlano di “annientamento biologico“, miliardi di popolazioni animali sono state perse negli ultimi decenni. L’annientamento della fauna selvatica in un così breve lasso di tempo è il risultato della sesta estinzione di massa ed è più grave di quanto si temesse.

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Gli scienziati incolpano la sovrappopolazione umana ed il consumo eccessivo di risorse. Avvertono che tutto ciò minaccia la nostra sopravvivenza, con poco tempo in cui agire.

Negli ultimi 100 anni si sono estinte quasi 200 specie di vertebrati, circa 2 specie all’anno. Pochi si rendono conto, tuttavia, che in “natura” per raggiungere questi numeri non sarebbe bastato un secolo, ma almeno 10.000 anni. La IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura) ogni anno stila una “red list“. La Lista Rossa IUCN è un indicatore critico della salute della biodiversità nel mondo. 

Molto più di un elenco di specie e del loro stato di salute, è un potente strumento per informare e catalizzare l’azione per la conservazione della biodiversità e il cambiamento delle politiche, fondamentale per proteggere le risorse naturali di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. Fornisce informazioni sulla dimensione della popolazione, habitat ed ecologia, minacce e azioni di conservazione.

Le estinzioni sono drammatiche ed a lungo termine, poiché tali perdite sono irreversibili e possono avere effetti profondi che vanno dall’esaurimento delle risorse al deterioramento della funzione e dei servizi dell’ecosistema.

Estinzione squali

Un nuovo studio ha scoperto che le pratiche di pesca insostenibili hanno portato a un calo del numero di squali nelle barriere coralline di tutto il mondo, sconvolgendo l’equilibrio ecologico degli ecosistemi marini. In effetti, gli squali sono già ” funzionalmente estinti ” dal 20 percento delle barriere coralline studiate.

Decenni di sfruttamento eccessivo hanno devastato le popolazioni di squali, lasciando notevoli dubbi sul loro stato ecologico. Tuttavia, gran parte di ciò che si sa su questi ultimi è stato dedotto dai registri delle catture della pesca industriale, mentre sono disponibili molte meno informazioni sugli squali che vivono in habitat costieri. 

Gli squali sono parte integrante delle barriere coralline. Agiscono come specie indicatrici (bio indicatori) che forniscono informazioni sulla salute a tutto tondo degli ecosistemi in cui vivono.

Gli ecologi sono preoccupati che la scomparsa degli squali potrebbe potenzialmente innescare un fenomeno chiamato “mesopredator release“, in cui popolazioni di predatori di medie dimensioni aumentano rapidamente negli ecosistemi dopo la rimozione di grandi carnivori. Tali aumenti rapidi possono forzare improvvisi cambiamenti nella struttura degli ecosistemi.

La pesca incontrollata, le ghost net e la perdita degli habitat in cui vivono hanno portato ad un drastico calo delle popolazioni mondiali di squali.

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Tuttavia, permangono opportunità per la conservazione degli squali di barriera: santuari, aree chiuse, i limiti di cattura e l’assenza di reti da pesca. Le popolazioni di squali avranno una possibilità di recupero solo se verranno intraprese risposte concrete.

Lo studio pubblicato su Nature

Lo studio ha coinvolto oltre 100 scienziati, che hanno utilizzato una rete di telecamere subacquee in 58 paesi, coprendo 371 barriere coralline, per osservare gli squali nel loro habitat naturale nell’arco di quattro anni. Le 15.000 ore di riprese video hanno mostrato che gli squali erano spariti da quasi una barriera corallina su cinque.

“In un momento in cui i coralli stanno lottando per sopravvivere in un clima che cambia, la perdita di squali di barriera potrebbe avere conseguenze terribili a lungo termine per interi sistemi di barriera. Potrebbe portare gli squali all’estinzione.”

Ciò è quanto dichiara al The Guardian il dott. Mike Heithaus del Dipartimento di Scienze Biologiche della Florida International University, che ha finanziato lo studio.

Forse non è troppo tardi

Ma non è troppo tardi. I ricercatori hanno scoperto che alle Bahamas, negli Stati Uniti, in Australia, nella Polinesia francese ed alle Maldive gli sforzi di conservazione stanno funzionando e gli squali sono in abbondanza. 

Pratiche come il divieto di determinate attrezzature da pesca e la limitazione del numero di squali che possono essere catturati hanno funzionato in queste regioni.

“Ridurre la mortalità a causa della pesca è la chiave per proteggere le popolazioni degli squali esistenti, ricostruire le popolazioni in cui sono diminuite ed evitarne così l’estinzione. Abbiamo scoperto che ci sono diverse opzioni di gestione per ricostruire efficacemente le popolazioni di squali. Tra queste, la messa al bando delle reti da imbrocco, la definizione dei limiti di cattura e la creazione di grandi aree protette o santuari. Dobbiamo davvero muoverci in modo sostanziale verso la conservazione e il recupero nel prossimo decennio, altrimenti saremo in guai seri”. 

Non esiste una soluzione unica per tutti. I paesi devono capire come affrontare al meglio i numeri in diminuzione nei loro territori, comprendendo quali fattori specifici dell’area (o combinazioni di fattori) siano responsabili del declino degli squali, per evitare la futura estinzione di uno dei predatori più importanti in natura.

Estinzione orsi polari

Secondo uno studio pubblicato sul magazine Nature Climate Change, la riduzione dei ghiacci costringerà gli orsi polari (Ursus maritimus) a terra per un periodo prolungato, privandoli della capacità di cacciare cibo e costringendoli a sopravvivere con il grasso accumulato.

Gli orsi polari saranno così costretti a digiunare per periodi più lunghi di quelli attuali mettendo a rischio la loro sopravvivenza, spiega la ricerca secondo la quale a essere maggiormente in pericolo sono i cuccioli, mentre le femmine adulte sarebbero le ultime a perire.

Il sempre più rapido scioglimento dei ghiacci provoca agli orsi polari serie difficoltà nel reperire le risorse necessarie a sopravvivere. La loro estinzione potrebbe avvenire entro il 2100.

Lo studio prende in esame 13 sottopopolazioni (l’80% della totale popolazione di orsi) e calcola l’energia necessaria a questi ultimi per sopravvivere. I dati vengono poi incrociati con le proiezioni al 2100 sui ghiacci, nel caso in cui il riscaldamento climatico procedesse ai livelli attuali.

Il risultato dello studio

Il risultato è che il lasso temporale per cui gli orsi potrebbero essere costretti a digiunare supera quello per cui sono in grado di restare senza cibo. In altre parole morirebbero di fame. Poiché non solo dovrebbero digiunare di più ma si troverebbero ad affrontare non pochi problemi nel reperire cibo quando possibile.

Nei periodi in cui vi è minor probabilità di reperire il cibo, gli orsi si muovono il meno possibile per risparmiare energia. Ma la riduzione dei ghiacci e il calo della popolazione crea problemi anche su questo fronte; allungando i tempi per trovare un compagno, costringendoli a muoversi di più ed a bruciare energia preziosa per la sopravvivenza.

Il destino degli orsi polari è da tempo al centro del dibattito sul cambiamento climatico causato dall’uomo, con gli ambientalisti da un lato e chi nega il problema riscaldamento dall’altro. Gli scienziati replicano mettendo in evidenza come nei precedenti periodi di temperature elevate gli orsi avevano accesso a fonti alternative, che ora non hanno più.

L’estinzione: un fenomeno dalla velocità mai vista

L’impatto antropico sempre maggiore che esercitiamo sul Pianeta terra, direttamente o indirettamente, sta mettendo a dura prova la gran parte delle specie che vivono al nostro fianco. I predatori all’apice delle catene trofiche sono solo un piccole esempio.

Lo sfruttamento incontrollato dei territori, l’inquinamento dei cieli, della terra e degli oceani, sta portando il fenomeno dell’estinzione ad una velocità mai vista. E’ la prima volta nella storia del Pianeta che una singola specie causa l’estinzione di altre e la distruzione del proprio habitat.

E’ necessario che le politiche mondiali inizino a prendere seriamente la crisi ambientale, in tutte le sue forme, prima che sia troppo tardi.

Perdita di metano in Antartide, scienziati preoccupati

Perdita di metano in ANtartide

La rilevazione

Andrew Thurber è uno scienziato, un ricercatore presso l’università statunitense di Oregon State. In questi giorni si è detto “molto preoccupato” in quanto ha rilevato, insieme al suo gruppo di studio e ricerca che si occupa di Antartide, una perdita di metano attiva sul fondale dell’oceano che circonda il continente ghiacciato.

Perdita di metano in Antartide Andrew Thurber
Andrew Thurber (primo piano) in Antartide. Foto: Polar Journal

La motivazione di questa fuoruscita rimane un mistero. Non siamo a conoscenza del motivo per cui il gas sia fuoriuscito. La rilevazione è avvenuta nel braccio di oceano denominato Mare di Ross, una zona che la squadra di Thurber non ritiene vittima del surriscaldamento globale, per ora. Gli scienziati, però, si basano su dati risalenti al 2016, quando si sono recati in loco. Da quell’anno in avanti, il loro lavoro si è svolto esclusivamente in università. All’interno di un laboratorio molto lontano dall’Antartide.

Disgelo e perdita di metano in Antartide, i precedenti storici

Il timore degli scienziati è che questa perdita sia riconducibile a precedenti storici poco entusiasmanti. Dodicimila anni fa, al termine della cosiddetta Era Glaciale, la ritirata improvvisa e massiccia dei ghiacciai provocò consistenti emissioni di gas metano. Ciò fu dovuto all’azione di dissolvimento delle masse solide, ghiacciate, che liberarono numerose strutture, disseminate sul fondale del mare Artico, contenenti metano. La paura è che questo rilevazione possa essere una prima fase della ripetizione di questo fenomeno.

La fuga è stata individuata ad una profondità di circa 10 metri. La localizzazione precisa riporta le coordinate di Cinder Cones, nel McMurdo Sound. Il team di Thurber alla OSU è convinto che in quelle acque siano conservate enormi quantità di gas metano. Le pareti di ghiaccio le terrebbero imprigionate a quelle latitudini. Se però esse dovessero sciogliersi a causa dell’aumento della temperatura dell’acqua, le perdite gassose aumenterebbero rapidamente.

Il Video dell’università di Oregon State sulla fuga di metano in Antartide

Nel preciso momento in cui si scrive, non si riscontra un riscaldamento così significativo, nel Mare di Ross, da poter avvalorare questa tesi. Il rilascio di gas, dunque potrebbe essere dovuto ad altre cause. Il collegamento tra la perdita e il surriscaldamento, ad oggi, è puramente teorico.

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I microbi testimoniano la sofferenza del Pianeta

Che ci fosse qualcosa che non andava, a Cinder Cones, era stato già scoperto nel 2011. Alcuni sub immersi in quelle acque, infatti, si accorsero che la concentrazione di metano nell’acqua era troppo elevata. Passarono però ben 5 anni prima che fosse assemblata una squadra di scienziati – quella guidata da Thurber – e la si inviasse a studiare dettagliatamente il fenomeno.

Le loro osservazioni non sono troppo positive. Andrew Thurber ha affermato: “La scoperta più importante è il ritardo nel consumo del metano. Non è una buona notizia. Nella maggior parte degli oceani, quando fuoriesce metano dal fondale, viene consumato dai microbi sedimentati sul fondo o nella colonna d’acqua sopra la fuga. La lenta crescita dei microbi nel sito di Cinder Cones e la sua profondità, però, significano che il metano si diffonderà quasi sicuramente nell’atmosfera.” I microbi sono fondamentali nell’indicare lo stato di un giacimento gassoso. La presenza di una distesa di microbi bianchi lunga oltre 70 metri attesta la fuoriuscita. La riserva di gas potrebbe avere migliaia di anni.

Il motivo per il quale i microbi non riescono ad arrestare la fuoriuscita sarebbe che il metano sta consumando le alghe le quali formano i sedimenti ove questi agenti bianchi si annidano. Qualunque sia però la causa, su cui anche gli scienziati si stanno interrogando, la situazione non potrà che aggravarsi se il flusso del gas non sarà arrestato.

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La perdita di metano in Antartide, i motivi di preoccupazione

“Ci sono voluti più di 5 anni prima che i microbi si manifestassero e, nonostante ciò, il metano fluiva rapidamente dal fondale marino. La grande domanda da farsi è: quanto è grande il ritardo dei microbi rispetto alla velocità con cui potrebbero potenzialmente formarsi nuove perdite?” In queste parole di Thurber ben si coglie la sua principale preoccupazione. Il timore è che la microfauna marina non riesca ad arrestare questa ed eventuali prossime esfiltrazioni gassose. “Potrebbero volerci anche 5 o 10 anni prima che una comunità di microbi si adatti completamente e inizi a consumare metano.” Ha concluso lo scienziato americano.

Perdita di metano in Antartide superficie

Dunque per un decennio il metano potrebbe trasferirsi dall’acqua all’aria, passando nell’atmosfera per evaporazione. Questo dato è molto preoccupante perché, come sappiamo, il nostro pianeta ha già un grave problema di emissioni, dovuto in larga parte alle attività umane. Mentre aumentano i motivi di preoccupazione, la comunità internazionale continua a fare troppo poco per affrontare questa battaglia che ci riguarda tutti. Chiunque voglia approfondire la ricerca di Thurber e dei suoi due assistenti, Sarah Seabrook e Rory M. Welsh, può farlo sulle pagine della Royal Society Publishing, in lingua originale.

Antartide da…record: registrati per la prima volta 20°C

“Incredibile e anormale”. Questa è la definizione fornita da un gruppo di scienziati brasiliani per descrivere quanto accaduto lo scorso 9 Febbraio in Antartide. Nell’isola di Seymour sono stati infatti toccati per la prima volta, da quando sono disponibili i dati, i 20,75 °C. Un record allarmante che non va in alcun modo sottovalutato.

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Il record che non serviva in un’Antartide già sotto stress

L’Antartide è il più grande deposito di ghiaccio esistente nel pianeta e si sta sciogliendo, è proprio il caso di dirlo, come neve al sole. Carlos Schaefer, a capo della delegazione di scienziati che lavora per l’organizzazione brasiliana Terrantar, in un’intervista rilasciata al Guardian, ha descritto uno scenario a dir poco preoccupante: “Stiamo assistendo ad un trend di aumento della temperatura nella maggior parti dei siti che stiamo monitorando ma non abbiamo mai visto una cosa del genere”.

Terrantar monitora l’impatto che il cambiamento climatico sta avendo in 23 diverse parti del continente. L’area che si sta scaldando più velocemente è quella occidentale dove l’aumento della temperatura oceanica sta mettendo a rischio la sopravvivenza degli enormi ghiacciai di Thwaites e Pine Island. Ad oggi questo non ha ancora effetti catastrofici in termini di aumento del livello dei mari ma, in caso di un ulteriore aumento della temperatura, potrebbe averne eccome.

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Le cause del triste record dell’Antartide

Le ragioni di queste anomalie sono individuabili in un cambiamento delle correnti oceaniche. Tra queste c’è anche il fenomeno climatico periodico meglio noto come El Niño. Schaefer ha infatti aggiunto che “stiamo assistendo a delle grosse oscillazioni in atmosfera, causate principalmente da delle grosse anomalie termiche che stanno subendo il permafrost, ovvero lo strato di ghiaccio sottostante la superficie, e gli oceani. Tutto ciò è strettamente intercollegato e riconducibile ai cambiamenti climatici”.

La regione più interessata è sicuramente quella della Penisola Antartica. Su un recente articolo del Guardian si legge infatti che “in un recente viaggio con Greenpeace, il Guardian ha visto ghiacciai che si sono ritirati per più di 100 metri nella Discovery Bay,oltre a larghi tratti di roccia nuda nella King George Island dove abbiamo assistito ad un massiccio scioglimento di neve in meno di una settimana”. Le colonie di Pigoscelidi Antartici, i pinguini che abitano la zona, si sono dimezzate nell’arco di pochissimo tempo.

Perché ci interessa

L’aumento del livello dei mari è forse una delle questioni più sottovalutate dall’opinione pubblica, soprattutto in un paese vulnerabile ad un simile scenario come lo è il nostro. La regione Antartica custodisce circa il 70% dell’acqua dolce dell’intero pianeta, sotto forma di neve e ghiaccio. Per intendersi, qualora si sciogliesse completamente, il livello dei mari si alzerebbe di circa 50 metri.

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Le previsioni fatte dagli scienziati ci dicono che entro la fine del secolo i mari si alzeranno di almeno 30 cm con la possibilità di arrivare fino a 1 metro e 10 rispetto al livello odierno, a seconda della velocità con cui la nostra società ridurrà le emissioni di CO2 in atmosfera. Anche nella sua versione più ottimistica un avvenimento di questo genere porterà enormi danni infrastrutturali al nostro paese. Intere città finirebbero sommerse, ed usare il condizionale è molto ottimistico, con tutte le terribili conseguenze del caso. Viene da sé che il record appena registrato in Antartide è ben più di un campanello d’allarme.

Non solo mitigazione, servono anche politiche di adattamento

Proprio in questo senso è urgente attuare delle politiche di prevenzione verso gli effetti dei cambiamenti climatici. Un’attività di cui nel nostro paese, al momento, non c’è neanche l’ombra. Per fare un esempio in Olanda, dove un’ampia fetta del territorio è sotto il livello del mare, hanno già da anni dei sistemi che sono in grado di salvare le città da eventi di questo tipo. Una chiara dimostrazione di come, con un minimo di pianificazione, alcuni effetti del cambiamento climatico possano essere contenuti.

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Se alle più che necessarie iniziative legate alla mitigazione dei cambiamenti climatici, in termini di riduzione delle emissioni, non verranno associate delle altrettanto importanti politiche di adattamento alle conseguenze che il riscaldamento globale avrà sulle nostre infrastrutture i risultati saranno catastrofici. Occorre agire, in fretta, in entrambe le direzioni, oppure, il rischio, è di fare l’ennesimo buco nell’acqua.