Acqua inquinata in Veneto: c’è una zona rossa

Acqua inquinata in Veneto

È allarme acqua inquinata in Veneto: gli abitanti delle province di Vicenza, Padova e Verona lamentano patologie inusuali, in un numero di casi alto e inconsueto. La causa sembrerebbe essere l’inquinamento dell’acqua della falda locale, causato da una società chimica che ha operato per oltre 50 anni in provincia di Vicenza.

Acqua rubinetto

L’azienda chimica Miteni

La Miteni era una importante società chimica italiana. La sede aziendale era a Trissino, un centro abitato da circa 8700 persone nel vicentino. La società fu fondata nel 1965 come centro di ricerca al servizio dell’azienda tessile Marzotto. Il suo primo nome, infatti, fu RiMar (Ricerche Marzotto). Il suo principale lavoro era la produzione di acidi carbossilici perfluorurati, utilizzati per impermeabilizzare i tessuti. I processi chimici per produrre questi acidi sono lo scambio di alogeno (HALEX) – che impiega cloro e trifluoruro di antimonio, il cosiddetto reagente di Swarts – o l’impiego di sali di diazonio.

Nel 1988 la società viene rilevata da Mitsubishi ed EniChem (oggi Syndial, la petrolchimica del gruppo ENI) e acquisisce il nome Miteni, il quale non è altro che una crasi delle due aziende controllanti: Mitsubishi ed Eni. Da quel momento la società si concentra sulla produzione di intermedi contenenti fluoro. I suoi clienti di riferimento sono gli attori del settore agrochimico e farmaceutico. Pochi anni dopo, nel 1996, il gruppo Mitsubishi acquisisce il 100% della proprietà delle azioni di Miteni, diventandone proprietario unico. Ricordiamo che la società giapponese non è solo un grande produttore di automobili e condizionatori; si tratta infatti della principale holding finanziaria del Paese orientale, nonché di una delle più importanti al mondo.

Il fallimento

Nel 2009, un nuovo cambio al vertice ha visto il gigantesco gruppo ICIG acquisire l’azienda di Trissino. La Miteni fu collocata nel gruppo di aziende di chimica raffinata del gruppo, raggruppate sotto l’egida di WeylChem. Alcuni anni dopo si monitorò la contaminazione della falda freatica di Trissino. Nell’acqua, furono ritrovati depositi di tensioattivi perfluorurati (PFAS) pericolosamente alti; tracce di sostanze nocive come PFOA, GenX e C6O4 furono rinvenute all’interno della riserva locale di acqua potabile. Il 26 ottobre del 2018 il cda di Miteni deliberò il deposito di un’istanza di fallimento. Un paio di settimane dopo, con una sentenza risalente al 9 novembre 2018 la Miteni S.p.A. è stata dichiarata fallita. Le sue scorie, però, galleggiano ancora nelle acque di Trissino.

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Acqua inquinata in Veneto: veleno da bere

L’8 giugno scorso, presso il tribunale di Vicenza. si è tenuta l’udienza preliminare del processo contro la Miteni. L’accusa mossa all’azienda è quella di inquinamento colposo. Un gruppo di genitori era davanti al tribunale, facilmente riconoscibile per via delle magliette indossate. Sulle t-shirt era scritto “State avvelenando i nostri figli”. Oltre a questo grido di rabbia, che è simultaneamente anche una richiesta di aiuto, era stato stampato un nome e il referto di un’analisi del sangue.

L’iniziativa è del comitato Mamme no PFAS, nato 3 anni fa con lo scopo di proteggere il diritto di tutti all’acqua pulita. L’inviato in Italia della testata francese Libération, Eric Jozsef, le ha incontrate e ne ha intervistato una fondatrice: Michela Piccoli, infermiera. Essa ha affermato: “Mia figlia Maria ha 18 anni. Nel sangue ha un tasso di acido perfluoroottanoico (PFOA) di 86,9 nanogrammi per millilitro. Normalmente, tale tasso varia tra 1,5 e 8 ng/ml.”

La falda freatica interessata dalle scorie della Miteni si estende per circa 700 chilometri quadrati, l’ampiezza del Lago di Garda. Essa fornisce acqua dolce alle province di Verona, Vicenza e Padova. Secondo le campionature, risulterebbe completamente contaminata. La Miteni avrebbe riversato, in un fiume che scorre nella zona di Trissino, sostanze perfluoroalchiliche(PFAS) fino ad una concentrazione di 1,2 milioni di nanogrammi per litro. Gli intossicati a causa dell’acqua inquinata in Veneto ammonterebbero a 350mila persone.

Acqua inquinata in Veneto

PFAS nell’acqua

Che cosa sono i PFAS? Per quale motivo sono così pericolosi? Gli acidi perfluoroacrilici sono una famiglia di composti chimici. Il loro impiego prevalente è nel campo dell’industria. Si tratta di catene alchiliche idrofobiche fluorurate, per semplificare, sono acidi molto forti. Vengono utilizzati allo stato liquido e la loro struttura chimica è in grado di conferirli stabilità termica e resistenza ai principali processi naturali di degradazione. Per questi motivi sono pericolosi inquinanti e hanno contaminato completamente la falda acquifera veneta in questione.

Hanno caratteristiche di impermeabilizzazione notevoli. I PFAS sono oleo e idrorepellenti. Vengono impiegati nella filiera di concia delle pelli, nel trattamento dei tappeti, nella produzione di carta e cartone per uso alimentare, nel rivestimento di padelle antiaderenti e nella produzione di abbigliamento tecnico. Allo stato attuale della ricerca medica, si ritiene che gli acidi perfluoroacrilici agiscano sul sistema endocrino – compromettendo crescita e fertilità – e che siano cancerogeni. La lunga esposizione a PFAS può favorire l’insorgenza di tumori (a reni e testicoli), sviluppare malattie tiroidee, dare origine a ipertensione gravidica e coliti ulcerose.

Come avviene la contaminazione delle acque

In caso di smaltimento non corretto nell’ambiente o, ancor peggio, di sversamento illegale, i PFAS penetrano facilmente nelle falde acquifere. Giunti nell’acqua, la inquinano e, attraverso essa, raggiungono campi e prodotti agricoli. Dunque gli alimenti di cui ci nutriamo. Un’alta concentrazione di queste sostanze non è tossica solo per l’uomo, bensì anche per ogni altro organismo vivente. Gli acidi perfluoroacrilici, infatti, si accumulano nell’organismo attraverso un processo di bioamplificazione. Tale fenomeno avviene quando gli organismi al vertice della piramide alimentare ingeriscono quantità inquinanti superiori a quelle diffuse nell’ambiente. Prendiamo ad esempio l’uomo che si nutre di animali e vegetali già imbevuti di PFAS, esso resterà vittima di bioamplificazione.

A partire da ottobre 2018, la Giunta Regionale del Veneto ha imposto limiti stringenti alla presenza di sostanze perfluoroalchiliche nell’acqua. Sembra però proprio uno di quei proverbiali casi nei quali si serra la stalla soltanto dopo la fuga dei buoi.

Acqua inquinata in Veneto: le accuse

“Per il numero degli abitanti coinvolti e la dimensione della falda freatica, la seconda più grande d’Europa, si tratta di una vicenda eccezionale. L’azienda era al corrente da molto tempo della contaminazione. Aveva l’obbligo di segnalarla alle autorità ma non lo ha fatto. Solo nel 2017 abbiamo saputo della gravità della situazione, all’esito delle prime analisi del sangue.” Afferma Matteo Ceruti, avvocato di decine di mamme no PFAS che si sono costituite parte civile nel processo a Miteni.

Lo scandalo ha cominciato ad assumere le proporzioni attuali nel 2013. Durante uno studio commissionato dall’Unione Europea sulla presenza di sostanze perfluorate nei fiumi, è stato individuato l’inquinamento dell’acqua in Veneto causato da Miteni. A seguito delle ultime rilevazioni, il commissario per la crisi PFAS in Veneto, Nicola Dell’Acquanomen omen – ha ammesso: “Per decenni l’acqua, così com’è, non potrà essere utilizzata.”

All’interno della zona rossa già descritta, il 90% delle persone riporta valori anomali di PFAS nel sangue. La media locale è di 78 nanogrammi per millilitro di sostanze perfluoroalchiliche nel sangue. Un dato agghiacciante, se consideriamo che gli abitanti dell’Ohio, contaminati dai PFAS dell’azienda DuPont, registrano valori più bassi di due terzi, in media. “Le sostanze accumulate possono restare nell’organismo anche più di 10 anni.” Specifica Carlo Foresta, endocrinologo all’Università di Padova. Sui territori interessati si stanno costruendo 60 chilometri di tubazione per bypassare il problema dell’acqua inquinata in Veneto utilizzando le riserve montane. Ogni rubinetto è stato dotato di filtri per la purificazione idrica.

Acqua potabile rubinetto

Veneto in Cattive Acque

A febbraio è uscito anche in Italia il film Cattive Acque, interpretato da Mark Ruffalo. Racconta la storia dell’avvocato Robert Bilott, il quale portò in tribunale la DuPont a seguito dell’inquinamento delle acque di Parkersburg, causato dalle emissioni aziendali di PFAS. Al termine di una lunghissima battaglia, la quale lo provò duramente anche nella sfera privata, Bilott riuscì ad ottenere un importante risultato. Obbligò l’azienda a rimborsare ben 671 milioni di dollari per risolvere la class action nella quale l’avvocato coinvolse ogni singola vittima di quell’acqua inquinata.

Trailer italiano del film Cattive Acque. La vicenda raccontata somiglia molto a quella veneta di cui si occupa l’articolo

Come spesso accade nei film, la vicenda della DuPont ha avuto un lieto fine. Anche nella realtà l’industria chimica di Wilmington ha dovuto sborsare tale cifra. Non sappiamo che cosa avverrà all’interno delle aule del tribunale di Vicenza ma ci auguriamo che anche per la Miteni si possa arrivare ad una simile soluzione. Il precedente statunitense sarà sicuramente incluso tra le carte processuali.

Nessun rimborso, neppure il più insperato, potrà ripulire il sangue ai veneti. L’acqua inquinata in Veneto significherà malessere e patologie per i locali ancora per molto tempo. È tempo di cominciare a prendere atto di come stiamo distruggendo le nostre riserve idriche e del male che ci stiamo causando autonomamente. La falda freatica inquinata avanza verso Venezia al ritmo di un chilometro e mezzo all’anno. Come dice Nicola Dell’Acqua: “In Europa ci sono altre Miteni. Se si fissano limiti soltanto in una regione, le industrie chimiche si sposteranno in un’altra.”

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Virus: lo sfruttamento ambientale li fa esplodere

La deforestazione lascia fauna e batteri senza più una casa

Il Covid-19 è la notizia del momento. Tutti conosciamo perfettamente questo nome che indica il coronavirus esploso in Cina e poi diffusosi in tutto il mondo. In Italia abbiamo avuto un focolaio in Lombardia, come ben sappiamo, che poi si è allargato a macchia d’olio nel resto della penisola. Come solitamente accade per questo tipo di patogeni, il virus si sta ora diffondendo, in maniera instancabile seppure difforme, in tutto il mondo. Senza dilungarci troppo in una descrizione della patologia virale, dal momento che non ci sono le competenze per farlo su questo blog e che, comunque, la rete e i giornali non fanno altro che parlarne, in questi giorni, concentriamoci sull’aspetto più pertinente del virus con le tematiche affrontate dall’Ecopost.

Rielaborazione di un coronavirus. Il nome si deve al fatto che tale virale, esaminato a microscopio, ricordi la sagoma di una corona, Foto: Shutterstock

I danni all’ambiente e la proliferazione dei virus

Partiamo da un imprescindibile antefatto, un concetto che non è legato al Covid-19, bensì ad ogni virus, in quanto assioma sempre valido: per prenderci cura della nostra salute dobbiamo difendere il nostro pianeta. In questi giorni di emergenza, di misure severe per evitare la diffusione incontrollata del coronavirus e di disagi diffusi in tutto il Paese, non vogliamo certo ragionare sul nesso tra la patologia e la scriteriata tutela del nostro habitat. Eppure dobbiamo farlo. Difficilmente qualcuno di noi si sarà fermato a considerare quale legame possa esserci tra i danni che quotidianamente apportiamo all’ambiente e le epidemie di Ebola, Sars, Zika, Mers e H1N1. Tutti questi ceppi virali si sono diffusi prima del Covid-19. Tutti questi ceppi virali presentano un minimo comun multiplo con il virus che ormai è compagno della nostra quotidianità.

Cosa sappiamo del coronavirus

In base a cosa possiamo fare queste considerazioni? Su cosa basiamo l’assunzione che la diffusione di virus di questo tipo vada a braccetto con i mala tempora ambientali cui noi umani costringiamo il nostro ecosistema? Ragioniamo assieme, basandoci su un ottimo articolo uscito qualche giorno fa sulla Stampa, a firma Mario Tozzi.

Punto di partenza è la riconduzione al primo tratto in comune dei virus citati e del coronavirus esploso nella provincia cinese dello Hubei: la trasmissione animale. Circa il 70% delle malattie infettive emergenti (EID secondo l’acronimo inglese), deriva dall’interazione tra animali selvatici, addomesticati ed esseri umani. In determinate situazioni ed in determinati ambienti, si riscontrano fattori aggravanti e/o scatenanti, dovuti ai contatti tra questi attori. Nelle aree urbane che presentano un’alta densità di popolazione, tali rischi sono più elevati. Molti uomini in uno spazio piccolo significa anche molti animali domestici in uno spazio piccolo, dal momento che oramai, com’è risaputo, circa una persona su 2 possiede (almeno) un cane; sempre più persone sostituiscono l’animale da compagnia ad un figlio vero, magari senza neppure ammetterlo a sé stessi o agli altri.

https://www.youtube.com/watch?v=eup3_i_5uaw
Una semplice spiegazione video del virus. Audio in inglese.

L’importanza della qualità dell’aria

Prima della proliferazione dei sapiens, le tribù antiche di cacciatori-raccoglitori correvano molto meno il rischio di contrarre virus. Sicuramente, tali popolazioni – spesso nomadi – non sviluppavano e diffondevano epidemie virali. Qualora qualcuno di essi avesse contratto una simile patologia, era ben più probabile che il virus morisse dopo averlo ucciso, piuttosto che si diffondesse ad altre persone. I principali due focolai del Covid-19, la città di Wuhan con la sua provincia e la pianura padana hanno un tratto che le accomuna: sono zone piuttosto degradate dal punto di vista della qualità ambientale. In particolare, la qualità dell’aria che si respira a tali latitudini non è certo delle migliori. Per quanto non inquadrabile scientificamente con stime esatte e precise, tale considerazione può estendersi anche alla ultraurbanizzata Corea del Sud e al nucleo abitato di Teheran, in Iran; altri due importanti focolai, nel momento in cui scrivo, del coronavirus.

In Europa non sono molte le aree che possono vantare un’aria inquinata come quella della pianura padana. Tale aspetto è stato forse troppo trascurato, nell’analisi di questa patologia.

In pianura padana, l’aria è tra le più inquinate in Europa, foto: Pixabay

Eccessivo sfruttamento

Un contributo importante, diciamo pure importantissimo, all’intensificazione dei rapporti tra uomo e fauna, selvatica e domestica, si deve allo sfruttamento eccessivo del terreno. Cambiamenti di uso del suolo e aumento incontrollato dell’allevamento intensivo, specialmente in regioni cruciali per la tutela della biodiversità, sono attori protagonisti in tale fenomeno. La deforestazione, poi, è la madre di tutti i problemi, in un simile contesto. Nel 1998, in Malesia, comparve per la prima volta il virus Nipah. Tale patologia fu causata dall’intensificazione dell’allevamento di suini al limite delle foreste. In sostanza, per crear spazio all’allevamento intensivo di maiali, si disboscavano ampi settori forestali; devastando l’habitat del pipistrello della frutta, l’originario portatore del virus.

Anche l’origine di Sars ed Ebola è dovuta a comportamenti simili. Nelle aree metropolitane asiatiche è piuttosto comune trovare pipistrelli e scimmie, specie portatori dei due virus. I primi convivono con i sapiens, mentre le seconde sono prede abituali di bracconaggio e vendita illegale.

Il salto di specie dei virus

Ogni sindrome virale presenta la possibilità di spillover, ovvero il salto di specie. Tale passaggio, però, sarebbe ampiamente favorito laddove le attività umane impongono grandi modifiche ambientali. Impiantare improvvisamente monocolture e allevamenti intensivi ove la natura ha posto una foresta tropicale, non è certo un comportamento foriero di benessere e salute. Nelle foreste vergini, infatti, la fauna selvatica è molto più importante che in altre zone, tanto per numero di specie quanto per numero di individui. Conseguentemente a ciò, naturalmente, anche i patogeni sono maggiormente diffusi. Ogni animale porta con sé un corredo di microrganismi che potrebbe essere dannoso per l’uomo e non sempre ci è conosciuto. La caccia, i disboscamenti selvaggi, la desertificazione agricola e la crescita, spesso terribilmente sproporzionata, delle aree urbane, non possono che causare imponenti migrazioni della fauna che abitava quei luoghi. Tutto questo si deve ad una sola causa: la sconsideratezza umana.

Una volpe volante, noto anche come pipistrello della frutta (nome scientifico: Pteropus Giganteus), questi grandi chirotteri sono ritenuti responsabili della diffusione del Covid-19, foto: Wikipedia

L’illegalità che favorisce i virus

Il contrabbando e lo smercio illegale di alcuni esemplari di animali rari giocano un ruolo di primo piano nella diffusione di batteri. In questo preciso momento, la specie più contrabbandata al mondo è il pangolino cinese. La circolazione illegale di questo animale è stata una delle cause che ha agevolato la diffusione del Covid-19. La corazza del pangolino è in cheratina, come le unghie umane, ed è abitualmente utilizzata nella medicina orientale. Numerose superstizioni asiatiche, infatti, parlano della corazza di questo tenero mammifero come una sorta di panacea ad ogni male, alla stregua delle ossa di tigre o del corno di rinoceronte. A ciò va aggiunto che la carne di pangolino è considerata una prelibatezza, in numerose zone della Cina. Negli ultimi sessant’anni, il numero di esemplari della specie è diminuito del 90%.

Il genoma del virus 2019 nCoV (tale è il nome utilizzato in laboratorio) rinvenuto nelle persone infette è pressoché identico a quello rinvenuto nei pangolini. Si suppone che l’animale sia stato contagiato da esemplari di pipistrello. Il commercio incontrollato di animali, o di loro parti del corpo, può essere veicolo di zoonosi, ovvero patologie della fauna. Nel 2003, forse qualcuno ricorderà, la SARS apparve per la prima volta in un mercato cinese dove si vendevano, senza alcun tipo di controllo, esemplari di civetta delle palme.

Una mamma di pangolino con il suo cucciolo, Foto: Repubblica

La prevenzione parte dal rispetto degli ecosistemi

Il capitalismo contemporaneo più sfacciato e disumano – sovente sostenuto, finanziato ed incoraggiato da potentissime multinazionali di cui conosciamo bene i nomi – comprende tutta una serie di pratiche, assolutamente contro natura, tese solo ed esclusivamente alla massima resa del terreno nel minor tempo possibile. Questo modus operandi, naturalmente, non tiene minimamente conto dell’impoverimento dell’habitat e, dunque, della vita di chiunque lo abiti, che va a creare. Le difese naturali di un ecosistema sfruttato allo stremo si indeboliscono, ciò è comprensibile persino da un bimbo. Se questi sfruttamenti, se questi beceri crimini contro l’ambiente avvengono dentro un incubatore come quello del terzo mondo, povero e minacciato in prima persona dal riscaldamento globale, come possiamo ostacolare la proliferazione virale?

Deforestazione e sfruttamento dei suoli agevolano la diffusione di batteri, stravolgendo l’habitat delle specie viventi in quei luoghi e costringendole a migrare altrove, assieme al loro corredo di microrganismi, Foto: Pixabay

Il legame tra virus e surriscaldamento globale

In clima caldo ed umido le zanzare anofeli, portatrici della malaria, trovano un habitat perfetto per lo sviluppo di cui la larva necessita. Infatti si stanno riproducendo a ritmi che appaiono quasi inarrestabili, colonizzando regioni che non avevano mai conosciuto tale patologia. Teniamolo ben presente, poiché corriamo il rischio di trovarci tra i prossimi della lista. Similmente. la specie di zanzara denominata Aedes aegypti si è già spostata dalle calde temperature egiziane, ove storicamente proliferava, per spingersi fino ad alture oltre i 1300 metri in Costa Rica e vicine ai 2000 in Colombia, Kenya, Uganda, Etiopia e Ruanda. In tutti questi luoghi, nei quali si è stabilita, la specie non ha mancato di portare i suoi omaggi di dengue e febbre gialla. Le recenti invasioni di locuste in Africa sono riconducibili a questi stravolgimenti.

Se qualcuno ha ancora bisogno di stimoli per convincersi di quanto sia necessario ed urgente rivedere il nostro modello di sviluppo economico, e fermare la distruzione degli habitat naturali, ci auguriamo di aver portato qualche stimolo, in questo articolo, su cui riflettere, in queste giornate nelle quali i luoghi di aggregazione sono chiusi. C’è un legame concausale tra epidemie ed ambiente e la strada giusta per giungere alla limitazione, quando non alla sconfitta vera e proprio di queste patologie, passa da qui. Come ci ricorda Tozzi, chiudendo il suo articolo: “Stavolta a indicare la via non sono i soliti ambientalisti ma i medici.”