Le foreste e l’uomo, relazione complessa anche alla luce del cambiamento climatico

foreste

Che ruolo svolgono le foreste nel contrasto al cambiamento climatico? Il legno potrebbe costituire una valida risorsa energetica? Il tema delle foreste e della loro gestione genera sempre un acceso dibattito. Abbiamo intervistato Luca Caverni, laureato in Scienze Forestali e studioso in questo ambito. Dalle sue parole si evince come una corretta pianificazione forestale potrebbe favorire una gestione dei boschi in grado di mitigare i cambiamenti climatici.

Perché gestire le foreste italiane?

1. Luca, potresti descriverci brevemente la situazione forestale italiana e cosa significa gestione forestale?

“L’Italia è bella e nota grazie anche al suo territorio, caratterizzato da colline e montagne scarsamente popolate. La maggior parte dei lettori, probabilmente, se si affacciasse dalla finestra non osserverebbe foreste (sinonimo di boschi  – comma 1 art. 3 D.lgs 34/2018) seppure queste occupano il 38% della superficie nazionale, ma aree urbane e palazzi (anche io vi rispondo da questa situazione) questo perché le foreste si trovano prevalentemente nelle Aree Interne del Paese. Le foreste italiane sono tra le più ricche a livello europeo per diversità di specie e categorie forestali e per questo sono anche tra le più protette nel continente. Questa ricchezza è anche frutto della interazione millenaria tra l’uomo e la natura. Infatti in Italia meno di un sesto dei boschi (15.4%) non presenta tracce di interventi selvicolturali passati.

Tra i molti esempi del costante rapporto tra uomo e foresta vi è sicuramente il Codice Forestale Camaldolese, testimonianza di come per oltre 8 secoli i monaci hanno gestito i boschi, dimostrando una profonda sintonia tra ricerca spirituale e cura della foresta (oggi all’interno di un Parco Nazionale).

foreste Always Ithaka
Foto credit: AlwaysIthaka

“Il 66% delle foreste è di proprietà privata”

Gestire le foreste significa compiere delle scelte, nel rispetto della normativa vigente, conciliando, attraverso azioni concrete, gli aspetti ambientali, economici e sociali che un bosco esprime. Un fattore fondamentale, che consente di conoscere meglio le caratteristiche di ogni foresta, individuarne la vocazione, garantirne la tutela e una gestione lungimirante ed equilibrata nel tempo è la pianificazione forestale. Eppure ad oggi solo il 18% della superficie forestale nazionale è sottoposto ad un Piano di gestione forestale (livello di pianificazione più dettagliato). Grazie alla storia e alla ricerca abbiamo a disposizione conoscenze molto accurate che stimolano continuamente il miglioramento delle tecniche di pianificazione gestionali. Preme sottolineare un aspetto relativo alle foreste private: attualmente il 66% della superficie è di proprietà privata, contraddistinta da una marcata frammentazione fondiaria e dall’assenza di gestione per buona parte della superficie”.

Le foreste nel contrasto al cambiamento climatico

2. Che importanza ha la gestione forestale nel contrasto al cambiamento climatico?

Le foreste, essendo composte da alberi (organismi viventi), non sono elementi statici del paesaggio ma crescono in volume (in Italia quanto 39 piscine olimpioniche[1] ogni giorno) e superficie (un campo da calcio[2] ogni 9 minuti). Essendo vive, reagiscono agli stimoli, inclusi quelli del clima, ma con il cambiamento in atto le loro “reazioni” potrebbero compromettere i servizi ecosistemici (ovvero funzioni e beni primari) finora garantiti. Certamente le foreste vivrebbero anche senza l’uomo, tuttavia è l’uomo che non vivrebbe senza le foreste. Infatti i servizi ecosistemici che le foreste assicurano nel tempo sono di tre tipologie: regolazione e mantenimento (qualità dell’aria, depurazione dell’acqua, prevenzione incendi, protezione dal dissesto idrogeologico…), approvvigionamento (di legname, prodotti spontanei…) e culturali (benefici immateriali, spirituali, ricreativi e sanitari…).

L’IPCC prevede che i disturbi alle foreste boreali (tempeste di vento, incendi e fitopatie…)  conseguenti alle variazioni climatiche, possano diventare più intensi e frequenti. Tuttavia un recente articolo di Nature ricorda come la gestione forestale consenta di aumentare la resilienza e la stabilità delle foreste nel lungo periodo. In questo modo si può preservare o incrementare il carbonio stoccato nella foresta (beneficio evidenziato anche dall’IPCC) e mantenere la biodiversità (par. 2.2.4 Strat. UE Biodivesità 2030).

Gestire le foreste non è sinonimo di deforestare

Quindi, come spiegato al punto 1, gestire non è deforestare, cioè convertire la foresta in altro uso del suolo che rappresenta la seconda causa dei cambiamenti climatici dopo la combustione di fonti fossili. Le cause della deforestazione sono molteplici, tra queste vi è anche il commercio illegale di legname di cui l’Europa è uno dei principali importatori. Anche la deforestazione incorporata, di cui siamo “inconsapevolmente” responsabili attraverso acquisti quotidiani (alimentari, pellame…) non appropriati, contribuisce a danneggiare le foreste.

Tra le varie misure di contrasto messe in atto, l’UE ha individuato, oltre al ripristino forestale, anche la gestione forestale in grado di agevolare una bioeconomia più attenta alle dinamiche globali. L’uso del legno rappresenta comunque un elemento cui non possiamo rinunciare, perché essendo CO2 “solidificata”, materiale riciclabile e alternativo ad altri più energivori (cemento, plastica…), ci consente di mitigare i cambiamenti climatici. Un’altra azione fondamentale di mitigazione dei cambiamenti climatici è la messa a dimora e cura nel tempo del verde urbano“.

Il legno: preziosa risorsa rinnovabile?

3. Foreste e biomassa: esiste un acceso dibattito sulla possibilità di ricavare energia dal legno. Da una parte c’è chi sostiene che non si possa utilizzare il legno perché si compromette il patrimonio forestale, intaccando così la sua capacità di immagazzinare anidride carbonica. Dall’altra c’è chi sostiene che il legno possa costituire una preziosa fonte di energia rinnovabile. In questo quadro che ruolo ha la gestione forestale nel fornire combustibile necessario al Paese?

“Alcune premesse:

  • Entro il 2050 in UE non si dovranno più generare emissioni nette di gas serra.
  • Il settore energetico provoca l’80,5% delle emissioni di gas serra nazionali;
  • In Italia le energie rinnovabili soddisfano il 17,8% dei consumi finali lordi complessivi;
  • La quota di fabbisogno energetico nazionale soddisfatta da importazioni è il 75% del totale.

Precisazioni:

  • In Italia, in UE e nel mondo le bioenergie sono la principale energia rinnovabile;
  • Le biomasse sono incluse tra le fonti rinnovabili (art. 2 D.lgs 387/2003);
  • Il termine biomassa è molto ampio (qui mi riferirò solo ai prodotti e residui forestali);
  • Sulla neutralità climatica c’è un acceso dibattito scientifico, oltre che politico;
  • L’Italia è il primo importatore al mondo di legna da ardere, e quarto di pellet.
  • Dalle foreste italiane, secondo la stima più alta, si preleva solamente il 37,4% del volume che cresce annualmente mentre la media europea è del 65-67%.

Il ruolo della politica nella gestione forestale

Considerati i rischi delle importazioni e il basso tasso di prelievo, ritengo quest’ ultimo accettabile e incrementabile. Tuttavia esso non deve necessariamente soddisfare l’intero fabbisogno nazionale tenuto conto che il legno viene chiaramente impiegato anche per altri fini (tessile, strutturale…). Rispetto alla finalità energetica, vista la scarsa indipendenza nazionale e il rilevante ruolo delle bioenergie, applicando il “principio a cascata”, per cui il legno debba essere impiegato prima per i suoi fini durevoli (Strategia forestale UE e nazionale), si possono conciliare le diverse destinazioni d’uso. Ai fini energetici si destinano soprattutto i residui, così da massimizzare l’impatto positivo delle biomasse verso il clima, che comunque non devono rappresentare l’unica fonte energetica nazionale.

Le politiche dovrebbero sostenere filiere territoriali (senza distorcere il mercato) e tecnologie in grado di abbattere le emissioni. La realizzazione dell’uso a cascata del legno richiede: la pianificazione forestale, la formazione degli operatori, la conoscenza delle aree circostanti al bosco e l’attuazione di processi partecipativi. C’è tanto ancora da fare rispetto alle foreste, ma diffido da soluzioni uniche e sempre valide; la selvicoltura è una scienza, influenzata da tanti fattori nella sua applicazione, ma essenziale per orientarci nelle scelte“.

Leggi anche: “CO2 in netto calo nel 2020, eppure non basta”


[1] volume della piscina: 2500 m3

[2] dimensioni campo da calcio: 110m x75m=8.250 m2.

World Wildlife Day 2021: protagoniste le foreste del Pianeta

Oggi si celebra l’ VIII° edizione della Giornata Mondiale della Natura Selvatica; un appuntamento creato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per sensibilizzare comunità ed enti locali sull’importanza di preservare flora e fauna selvatiche a rischio estinzione. Quest’anno il tema punta sulle “Foreste e mezzi di sussistenza: sostegno delle persone e del pianeta”.

Anni difficili in un Pianeta al collasso

Le pandemie in corso negli ultimi 50 anni sono state determinate dalla violenta rottura degli equilibri biologici da parte dell’uomo, che, deforestando, trasformando violentemente e repentinamente l’habitat di molte specie, addentrandosi nei posti più remoti del pianeta, ha permesso la promiscuità di più specie. Fattore, secondo la scienza, determinante nella proliferazione di nuove forme virali.

Gli esseri umani sono sempre alla ricerca di speranza. Durante i lockdown in tutto il Pianeta, internet ha abbondato di storie di fauna selvatica che rinasceva nei luoghi urbani più sorprendenti – dai canali di Venezia ai villaggi rurali della Cina – con l’idea che il mondo naturale stesse finalmente ricevendo la tregua di cui aveva bisogno per riprendersi. 

La maggior parte di queste storie sono inventate, ma ancora più importante, agiscono come una sorta di pericoloso placebo, alimentando la convinzione che tutto ciò che serva per annullare decenni di devastazione ecologica sia l’interruzione su larga scala delle attività umane per alcune settimane.

Leggi anche il nostro articolo:”Biodiversità 2020: la strategia UE per salvare la natura”

E’ necessario che si ridefinisca il nostro rapporto con la fauna selvatica. I coronavirus esistono da anni, ma gli scienziati ritengono che quest’ultimo ceppo abbia avuto origine nei pipistrelli e sia stato trasmesso all’uomo dai pangolini che hanno agito come vettore nell’insidioso mercato della fauna selvatica (wet market) di Huanan a Wuhan, Cina. 

I wet market sono spesso potenziali focolai per epidemie.
Crediti: Jo-Anne McArthur su Unsplash,com

Il commercio di fauna selvatica finalizzato al consumo decima allo stesso tempo molti degli animali selvatici più importanti dal punto di vista ecologico del nostro pianeta, esponendoci anche a gravi problemi di salute pubblica. Per proteggere la fauna selvatica e noi stessi, è imperativo chiudere per sempre il commercio di animali selvatici ed il traffico illegale associato.

Stiamo perdendo gran parte della biodiversità mondiale

La biodiversità sta scomparendo a un ritmo allarmante negli ultimi anni, principalmente a causa di attività umane come le modifiche nell’utilizzo del suolo, l’inquinamento e il cambiamento climatico. La biodiversità è tradizionalmente definita come la varietà di tutte le forme di vita presenti sulla Terra. Essa comprende il numero di specie, le loro variazioni genetiche e l’interazione di queste forme viventi all’interno di ecosistemi complessi.

In una relazione ONU pubblicata nel 2019, gli scienziati hanno lanciato l’allarme di estinzione per 1milione di specie (su un totale stimato di 8 milioni), molte delle quali rischiano di scomparire nel giro di pochi decenni.
Alcuni ricercatori ritengono addirittura che stiamo attraversando la sesta estinzione di massa nella storia del pianeta Terra. Le precedenti estinzioni di massa hanno eliminato tra il 60 e il 95% di tutte le specie. Servono milioni di anni affinché gli ecosistemi guariscano da eventi di simile portata.

Il tasso di estinzione degli insetti sta subendo, assieme agli anfibi, una rapida accelerata dovuta all’impatto antropico sui loro habitat.
Crediti: Beatrice Martini

Gli ecosistemi in salute ci forniscono servizi essenziali che noi, troppo spesso, diamo per scontate. Le piante convertono energia dal sole rendendola disponibile ad altre forme di vita. I batteri e altri organismi viventi scompongono la materia organica in nutrienti che forniscono alle piante un terreno sano in cui crescere. Gli impollinatori sono essenziali per la riproduzione delle piante, garantendo a noi la produzione di cibo. Piante e oceani agiscono come principali pozzi di assorbimento delle emissioni di anidride carbonica.

Leggi anche il nostro articolo: “Il valore della biodiversità: perché è importante per noi”

In altre parole, la biodiversità ci assicura aria pulita, acqua potabile, terreni di buona qualità e l’impollinazione delle coltivazioni. Ci aiuta a contrastare il cambiamento climatico, ad adattarci a esso, e riduce l’impatto dei pericoli naturali. Poiché gli organismi viventi interagiscono in ecosistemi dinamici, la scomparsa di una specie può avere un impatto di vasta portata sulla catena alimentare. Non possiamo conoscere di preciso quali sarebbero le conseguenze delle estinzioni di massa per gli esseri umani, ma sappiamo che al momento è la varietà della natura a consentirci di vivere e prosperare.

Le foreste, essenziali per il Pianeta

Le foreste del Pianeta hanno un valore inestimabile; sono fondamentali per lo stoccaggio del carbonio, ospitano oltre l’80% delle specie terrestri animali e vegetali, regolano i regimi idrologici e forniscono preziosi servizi ecosistemici. Eppure stiamo distruggendo i paesaggi forestali intatti ad un ritmo vertiginoso, è quanto emerso da un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science Advances.

Le foreste in tutto il Pianeta stanno subendo drastiche perdite a causa dell’impatto antropico.
Crediti: Beatrice Martini

Secondo gli autori oltre il 7% delle aree forestali intatte sono andate perdute tra il 2000 e il 2013. Un lasso temporale estremamente breve. Rischiano inoltre di scomparire definitamente da almeno 19 paesi entro i prossimi 60 anni. Un paesaggio forestale cessa di essere “intatto” quando è frammentato da strade o da altre opere di origine antropica.

“Queste foreste rappresentano alcune delle ultime porzioni della Terra che non sono state influenzate significativamente dall’uomo. Perdere queste aree significa perdere qualcosa che è più grande di noi stessi”.

le parole di Lars Laestadius, co-autore dello studio.

Oltre la metà delle perdite di paesaggi forestali intatti si è registrata in tre paesi: Russia, Brasile e Canada. In generale sono però i paesi tropicali quelli soggetti al maggior calo. Questo non significa che le foreste stiano scomparendo del tutto nelle aree citate, in molti casi sono semplicemente frammentate in aree più piccole. Questo però aggrava semplicemente la situazione.

Leggi anche il nostro articolo: “Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce”

Un paesaggio ecosistemico frammentato vale tanto quanto uno ormai scomparso. Le specie abituate a determinate variabili, specifiche di quell’ecosistema, si trovano a fronteggiare condizioni “limite”, per le quale non hanno gli strumenti. Conseguenza? Scomparsa, impossibilità di spostamenti e della ricerca di partner sessuali.

Infografica che illustra le 10 cause della perdita di foreste nel Pianeta
© arimaslab srl per WWF Italia

Tuttavia la velocità con cui stiamo perdendo queste aree è in crescita, il tasso di riduzione dei paesaggi forestali intatti tra il 2011 e il 2013 è triplicato rispetto a quello registrato tra il 2001 e il 2003. La causa principale della drastica riduzione di aree naturali intatte potrebbe essere la continua espansione dell’uomo; le nuove strade aprono vie d’accesso agli umani consentendo loro di spingersi in aree che un tempo gli erano precluse.

Dallo studio è emerso che circa il 14% delle perdite di foreste incontaminate sono state causate da attività che hanno alterato direttamente il paesaggio, come la deforestazione. Le altre foreste sono invece state frammentate dalla costruzione di strade e infrastrutture e dall’espansione agricola.

Fondo Forestale Italiano: la ONLUS che “costruisce” boschi

fondo forestale italiano

Nove soci fondatori ed un unico fine. Preservare o, dove possibile, rimpolpare la rete boschiva sul territorio italiano. Lo scopo del Fondo Forestale Italiano è quello di “contrastare cause ed effetti dei cambiamenti climatici mediante attività di forestazione“. Uno statuto ferreo che vieta tassativamente qualsivoglia tipo di taglio a scopo economico, fondato su un principio di conservazione dello stato naturale dei boschi.

Piantumazione di ghiande a Viterbo, Ottobre 2018

Lo statuto del Fondo Forestale Italiano

Nato circa un anno e mezzo fa, il Fondo Forestale Italiano assume la forma giuridica di ONLUS. L’associazione, si legge nel loro sito, non ha infatti scopi di lucro e porta avanti la sua attività solo grazie “a donazioni di denaro e/o di terreni”.

Non è infatti permesso né vendere i terreni né tanto meno vendere le quote di CO2. Quest’ultima è una pratica ormai troppo diffusa nel mercato odierno e che, spesso, rischia di “giustificare” azioni irriguardose nei confronti dell’ambiente mettendo in pace le coscienze di chi, invece, almeno un pochino dovrebbe sentirsi in colpa.

Per fare un esempio sono tantissime le compagnie aeree che hanno inserito la possibilità di compensare le emissioni generate dal passeggero, tramite il conferimento di una piccola quota aggiuntiva al prezzo del biglietto. Si suppone che questi soldi siano poi investiti in progetti di rimboschimento, come può essere quello del Fondo Forestale Italiano senza che tuttavia, al momento, ci sia abbastanza trasparenza a riguardo.

“Il problema di questa pratica – ci spiega Emanuele Lombardi, presidente dell’Associazione e perito industriale ENEA – riguarda la mancanza di un vero e proprio effetto benefico. Noi portiamo avanti la nostra mission che ha l’obiettivo di catturare quanta più CO2 possibile dall’atmosfera per avere un effettivo positivo sull’ambiente. Se iniziassimo a vendere queste “quote” di CO2 da noi guadagnate questo effetto si azzererebbe finendo per fare a pari con l’attività di chi, invece, non si è fatto più di tanti problemi ad inquinare”.

Leggi il nostro articolo: “Più carne, più deforestazione. Il report di Greenpeace”

Un punto di vista che si distacca da quella che potrebbe essere una delle principali fonti di guadagno della ONLUS ma che la dice lunga sulla coerenza dei soci fondatori.

L’attività del FFI

Seppure di recente formazione il FFI, acronimo di Fondo Forestale Italiano, ha già ottenuto i suoi primi risultati. All’interno della sua rete può infatti già vantare quasi 40 ettari di terreni di proprietà. “L’unico modo che si ha per fare boschi in Italia è quello di avere terreni di proprietà” – prosegue Lombardi – “La terra che abbiamo a disposizione è principalmente frutto di donazioni. Dobbiamo inoltre sempre tenere in considerazione che i processi di rimboschimento sono molto lunghi. Ci possono volere decenni per creare un bosco dal nulla. Bisogna dare tempo alla natura di fare il suo decorso.

Una ghianda piantata in un terreno donato al FFI è diventata una piccola quercia

Sebbene in Italia le zone boschive siano, in generale, molto manipolate dall’attività umana, noi preferiamo lasciare che l’ecosistema si sviluppi in modo naturale. Il nostro scopo, oltre che quello di difendere la natura, è anche quello di restituire i terreni da noi utilizzati per le nostre attività alle comunità locali. Organizziamo progetti educativi e visite per rimettere in contatto chiunque lo desideri con la natura. I nostri spazi sono concepiti in modo che possano costituire un valore aggiunto per le persone che abitano nelle zone limitrofe”.

Il Fondo Forestale Italiano offre anche la possibilità, a chiunque abbia un terreno incolto, di affiliarsi al suo programma. “Stiamo pensando di fornire un servizio di assistenza a chiunque voglia affiliarsi al nostro progetto. Sebbene infatti sia sempre una buona cosa piantare un albero, la legge italiana permette solo la piantumazione di specie autoctone e tipiche della zona”.

Più boschi, meno cemento

Uno dei più grandi problemi del nostro paese riguarda l’eccessiva cementificazione, con tutte le conseguenze che questo ha sulla salvaguardia degli ecosistemi. Ed è proprio in questo senso che il Fondo Forestale Italiano assume una grande importanza. Al momento, infatti, in Italia non ci sono grossi problemi di deforestazione.

Sebbene infatti qualche area venga periodicamente disboscata, il tasso con cui ciò accade non è neanche lontanamente paragonabile a quello che si sta verificando in zone molto più a rischio come l’Amazzonia, l’Indonesia o la Romania solo per citare alcuni esempi. L’importanza potenziale che il FFI può avere nella conservazione di aree verdi che, altrimenti, rischierebbero di lasciare posto a colate di cemento non è quindi da sottovalutare.

Leggi il nostro articolo: “Romania, milioni di alberi tagliati illegalmente”

Un esempio virtuoso di come, quando ci sia la volontà, è possibile mettere da parte i profitti e l’antropocentrismo che caratterizza la nostra epoca per portare avanti progetti mirati al benessere della comunità, senza che questo debba ad ogni costo fare parte di un disegno economico più grande. Preservare la natura e, dove possibile, ristabilirne gli equilibri. Questa è, in sintesi, la filosofia del Fondo Forestale Italiano.

Un pensiero che non possiamo fare altro che condividere. Gli alberi, i boschi e le foreste sono, al momento, una delle migliori armi che abbiamo per contrastare i cambiamenti climatici. Se da una parte ci sono le grandi aziende che non si fanno scrupoli nell’abbatterli, dall’altra si stanno moltiplicando i progetti legati alla piantumazione di alberi. La battaglia sarà lunga ed estenuante. Staremo a vedere chi ne uscirà vincitore