Il nesso fra l’emergenza climatica e l’emergenza Coronavirus esiste, in un cortocircuito di cause e conseguenze dagli effetti a dir poco paradossali. Molti hanno infatti sostenuto che il Coronavirus sia stato in qualche modo “agevolato” dal cambiamento climatico. Viceversa, i decreti di restrizione per contenere la pandemia stanno riducendo sensibilmente l’inquinamento atmosferico in Italia. Le nuove immagini ESA lo confermano. C’è un aspetto che però dovrebbe spingerci a riflettere: perché l’emergenza Covid-19 è sentita e temuta dalla popolazione italiana, mentre la percezione della crisi climatica risulta ancora drammaticamente falsata? Ecco alcune riflessioni, con il contributo di eminenti esperti.
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L’emergenza climatica e la lunga durata
Una prima spiegazione fu data nel famoso trattato I limiti dello sviluppo del 1972. Gli esperti del MIT misero in luce che il cervello umano, per quanto straordinario, non fosse capace di tenere assieme le molteplici interazioni che compongono la realtà del mondo. I nostri pensieri sono principalmente concentrati nel breve termine, nell’arco della prossima settimana o dei prossimi anni, e sono principalmente rivolti a chi ci circonda: la nostra famiglia, la nostra comunità, la nostra impresa, il nostro vicinato. Pochissime persone esprimono preoccupazione per ciò che accade alla nazione nel suo insieme, o addirittura al mondo. E un numero ancora inferiore riesce ad estendere questi pensieri nel tempo, considerando l’arco di una vita intera o il futuro delle prossime generazioni.

Quindi, tendiamo ad ignorare la crisi climatica perché siamo perlopiù concentrati nel “qui e ora”. È molto difficile astrarci e inglobare nella nostra sfera delle priorità persone che non conosciamo, che abitano lontano da noi o che addirittura non esistono ancora. Lo ha scritto bene Danny Chivers in The no-nonsense guide to climate change: “la questione climatica non accende il nostro bottone delle emergenze”.
I sistemi di difesa della mente e delle nazioni
In relazione al Coronavirus, il professor Bagliani dell’Università di Torino ha spiegato così la differenza della percezione del rischio in un’intervista a La Stampa: «L’epidemia del coronavirus si sviluppa su una scala temporale breve e rispetta i tempi tipici dell’attenzione, mentre il cambiamento climatico varia su una scala temporale più lunga. Parlando di spazi, l’epidemia ha una sua collocazione: le città, gli ospedali, una nave in quarantena, mentre la crisi del nostro pianeta non si sviluppa per forza sotto i nostri occhi».
In secondo luogo, proprio per le dimensioni dilatate della crisi climatica nello spazio-tempo, è impossibile trovare un singolo nemico a cui dare la colpa. Perciò è altrettanto impossibile distribuire il fardello delle soluzioni da adottare. Tutti colpevoli, nessun colpevole. Tutti responsabili, nessun responsabile. Questo gioco di rimbalzi è ben visibile nello scacchiere politico attuale: gli Stati occidentali continuano ad accusare i paesi emergenti quali Cina e India per il picco di emissioni degli ultimi due decenni, sebbene in termini storici e pro-capite proprio gli Stati Uniti e molte nazioni europee riempiano i primi posti della classifica mondiale dei paesi più inquinanti.
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L’emergenza climatica mette a rischio il nostro sistema mentale
Gli studiosi hanno apportato anche altre teorie per spiegare il deficit nella percezione del rischio del cambiamento climatico. La celebre attivista Naomi Klein ha ripreso la teoria della “cognizione culturale” dal gruppo della Yale Law School guidato da Dan Kahan, secondo cui il nostro cervello permetterebbe di integrare solamente quelle nuove informazioni che non costituiscono una minaccia per il nostro sistema di valori, di credenze, di convinzioni. Si sostiene cioè che la mente umana filtri le informazioni per difendere la propria visione di mondo: quando il costo di integrazione è troppo alto, dal punto di vista emozionale, intellettuale o finanziario, prevale la tendenza a rigettare le nuove informazioni come se fossero corpi estranei.
La differenza fra le due emergenze è anche in questo caso evidente. Il Coronavirus sta sì imponendo grossi sacrifici agli italiani, ma sono sacrifici che hanno un costo definito e quantificato nel tempo. Il limite temporale del 3 aprile potrà essere posticipato ancora, eppure siamo ben consapevoli che la quarantena non durerà per sempre. La crisi climatica, d’altra parte, richiede sacrifici a lungo termine, e quindi una costanza di pensiero che ci spinge a scompaginare e rivedere le nostre abitudini e i nostri valori. Una volta che ci verrà restituita la libertà di scegliere, riusciremo a limitare i viaggi all’estero, lo shopping nei centri commerciali, gli spostamenti in macchina? Oppure tornerà tutto come prima?
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Solidarietà e resilienza a lungo termine
Il caporedattore di Materia Rinnovabile, Emanuele Bompan, si augura che tutti questi sacrifici non siano fatti invano e si domanda: “Possiamo rendere una tragedia la più grande opportunità per fermare una tragedia più grande e più difficile da cogliere? Il presente offre a chi è visionario una grande possibilità per mutare radicalmente un’economia, una gestione della nostra casa comune, mettendo al centro la salute delle persone e del pianeta”. La solidarietà e la resilienza di queste settimane possono tornarci utili per riallineare la percezione distorta delle nostre priorità e capire che l’emergenza climatica è già realtà, qui e ora.
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