Le stelle marine, decimate dal riscaldamento globale, rinascono in laboratorio

Sterminate dal riscaldamento globale, le stelle marine tornano a vivere in un laboratorio statunitense all’avanguardia. Quasi scomparse del tutto sette anni fa a causa di un’epidemia che potrebbe avere una relazione con l’improvviso innalzamento della temperatura del mare, le Sunflower Sea Star (Pycnopodia helianthoides) rinascono ora all’interno dei Friday Harbor Laboratories, sull’isola di San Juan, nello stato di Washington.

Friday Harbor Laboratories e le stelle marine

Il futuristico progetto dei Friday Harbor Laboratories nello stato di Washington: far riprodurre esemplari in cattività per riequilibrare l’ecosistema minacciato dalla loro scomparsa. Il repentino crollo demografico è un danno consistente per l’intero ecosistema marino.

Difatti, senza stelle marine, hanno proliferato gli Strongylocentrotus purpuratus, i ricci viola che divorano le foreste sommerse di alghe brune, in particolare le alghe kelp (Nereocystis luetkeana), che crescono in prossimità delle coste rocciose dell’Atlantico e del Pacifico. Anche queste ultime hanno a loro volta subito un crollo vertiginoso, dal 2014, del 95%. Con conseguenze negative, naturalmente, sull’intero ecosistema e sulla fotosintesi, trattandosi di specie che trattengono grandi quantità di anidride carbonica.

Da qui, dunque, la futuristica idea di ripopolare l’oceano con stelle marine allevate in cattività, contribuendo a controbilanciare gli effetti del cambiamento climatico.

“L’intervento dell’uomo può essere risolutivo per gestire alcune delle principali conseguenze inattese causate dai cambiamenti climatici. L’estinzione di una singola specie può causare il crollo di un ecosistema, sin qui bilanciato. Con la pesca eccessiva e il riscaldamento globale stiamo rimuovendo alcune specie chiave della catena trofica. Lo abbiamo fatto con le lontre, che si nutrivano di ricci e che per decenni abbiamo cacciato, e lo abbiamo fatto indebolendo – con inquinamento e pesca eccessiva – le foreste di kelp. Ma sin qui l’ecosistema aveva retto. Ora, con il significativo ridimensionamento della popolazione di Pycnopodia helianthoides, a causa di un’epidemia legata a un innalzamento senza precedenti della temperatura, siamo prossimi al collasso”.

sottolinea Drew Harvell, docente emerita alla Cornell University e ricercatrice ai Friday Harbor Laboratories.

Per evitarlo, dunque, si lavora senza sosta a un progetto affascinante partito dal ritrovamento, nel 2015, di un primo esemplare della stella marina girasole, fortunatamente risparmiato dall’epidemia. Il team di biologi ha dovuto scandagliare i mari dello stato di Washington per trovare, in sei mesi, appena trenta esemplari di Pycnopodia helianthoides. Da quelli si è partiti per scongiurare il rischio dell’estinzione della specie e, soprattutto, gettare le basi per un riequilibrio di questo angolo del Pianeta. Creando un intrigante precedente per il futuro degli oceani: l’uomo che, in laboratorio, rimedia ai danni indiretti dell’antropocene.

I vari tentativi e l’interesse dell’Italia

Non mancano, tuttavia, le incognite.

“Abbiamo inizialmente provato a iniettare nelle gonadi delle stelle marine un ormone, inducendole alla deposizione delle uova. Poi, però, abbiamo optato per la fecondazione in vitro. Rimuovendo le uova dalle braccia delle stelle marine e fecondandole con lo sperma maschile. Non conoscevamo le condizioni in cui le stelle marine potessero crescere. Abbiamo dovuto separarle per evitare che le più grandi mangiassero le più piccole”.

La parte inferiore di una stella marina adulta di girasole alla UW Friday Harbor Laboratories. 
Crediti: Dennis Wise / Università di Washington

In attesa di comprendere il numero, la taglia e le quantità ideali per liberare in mare le stelle marine allevate in cattività, i ricercatori restano ottimisti. E’ necessario individuare l’agente patogeno che ha portato alla morìa diffusa fra le stelle marine di questa specie. Per evitare che la malattia incida brutalmente sulla loro reintroduzione rendendo vani gli sforzi dei ricercatori.

E al progetto guarda con interesse anche il mondo della ricerca italiana.

“Questo esempio proveniente dall’altra parte del mondo ha interessanti analogie con l’iconica cascata trofica del Mediterraneo che coinvolge i saraghi, i ricci e le alghe. I saraghi sono i principali predatori naturali dei ricci ed in condizioni normali ne controllano le densità. I ricci sono erbivori che quando raggiungono densità elevate possono brucare le alghe desertificando i fondali, creando i barren; ovvero porzioni di fondali completamente prive di vegetazione. Se nei mari americani è successo per via di un’epidemia delle stelle marine girasole, qui succede quando si ha una pesca eccessiva. Un fenomeno che può essere invertito riducendo la pesca. Come avviene per esempio all’interno delle aree marine protette gestite in maniera efficace, nelle quali i saraghi sono abbondanti, controllano le popolazioni di ricci e consentono alle alghe di ricoprire i fondali ed ospitare un’elevata biodiversità. Senza che l’uomo intervenga in laboratorio, dunque, per rimediare ai suoi stessi danni.”

Antonio Di Franco, che con la sede di Palermo della Stazione Zoologica Anton Dohrn si occupa di ecosistemi nelle aree marine protette

Il “Blob” Pacifico del 2013

Il Blob era una grande massa di acqua relativamente calda nell’Oceano Pacifico al largo della costa del Nord America, rilevata per la prima volta alla fine del 2013 e ha continuato a diffondersi per tutto il 2014 e il 2015. È stato un esempio di ondata di caldo marino.

A settembre 2016, il Blob è riemerso. Le sue acque calde erano povere di nutrienti e influivano negativamente sulla vita marina

Le anomalie della temperatura della superficie del mare sono un indicatore fisico che influisce negativamente sullo zooplancton nell’Oceano Pacifico nord-orientale. Le acque calde sono molto meno ricche di nutrienti rispetto alle acque di risalita fredde che erano normali fino a poco tempo prima al largo della costa del Pacifico. Ciò ha comportato una riduzione della produttività del fitoplancton con effetti a catena sullo zooplancton, che se ne alimentava, e sui livelli più elevati della catena alimentare.

Le specie più basse nella catena alimentare che preferiscono acque più fredde e tendono ad essere più grasse, sono state sostituite da specie di acque più calde con un valore nutritivo inferiore. Migliaia di cuccioli di leoni marini sono morti di fame in California, il che ha portato a spiaggiamenti forzati.

L’acqua calda fino a una profondità di 100 metri ha favorito la diffusione di una misteriosa malattia che ha ucciso quasi tutte le 20 specie di stelle marine che popolavano le foreste di kelp situate al largo della California settentrionale, fra cui anche la “Sunflower Sea Star”; che è l’unico predatore in grado di rompere il carapace estremamente duro dei ricci di mare viola, i quali si nutrono principalmente di kelp.

Scomparse queste stelle marine, i ricci di mare viola hanno cominciato a riprodursi in modo esponenziale (una femmina rilascia nell’acqua milioni di minuscole uova ricoperte di gelatina). 

L’importanza delle foreste di alghe

In alcuni casi le foreste di alghe potrebbero essere anche 400 volte più efficienti degli alberi nella rimozione della Co2. Tra il 1997 e il 2004 i nostri oceani hanno assorbito 34 gigatoni di carbonio nel mondo attraverso alghe, vegetazione e coralli; in altre parole, gli alberi potrebbero non salvarci, ma gli oceani si.

Per chi non lo sapesse, il termine “Kelp” si riferisce ad alghe giganti che possono raggiungere i 60 metri di altezza e che crescono fino a 60 centimetri al giorno formando fittissime foreste sottomarine che offrono cibo e rifugio a moltissime specie animali, non solo a pesci e invertebrati, come stelle marine, ricci e cetrioli di mare, gasteropodi marini, gamberi e tantissimi altri crostacei, ma anche a uccelli marini come gabbiani e sterne, e a mammiferi marini, come foche, otarie e trichechi.

Fino a pochi anni fa, lungo certi tratti delle coste dell’Oregon, queste foreste di Kelp erano così dense da impedire addirittura la navigazione. Si tratta infatti di uno degli ecosistemi marini più ricchi al mondo, asilo nido di numerosissime varietà di pesci e che è alla base dell’industria della pesca lungo gran parte della costa americana dell’Oceano Pacifico.

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Questi ecosistemi sono essenziali per la vita di migliaia di specie, tra cui la nostra. Con i tassi di produzione di CO2 attuali è necessario avere al nostro fianco un valido alleato per il suo smaltimento.

Estinzione: a rischio orsi polari e squali

La pesca distruttiva e insostenibile sta facendo crollare il numero di squali in molte barriere coralline e, se il riscaldamento climatico continuerà senza sosta, gli orsi polari andranno incontro ad estinzione certa entro la fine del secolo. Questo è quanto riportato in alcuni studi che mettono in luce lo stato di salute di due predatori essenziali per gli ecosistemi marini e terrestri.

Estinzione, cos’è?

Gli studiosi parlano di “annientamento biologico“, miliardi di popolazioni animali sono state perse negli ultimi decenni. L’annientamento della fauna selvatica in un così breve lasso di tempo è il risultato della sesta estinzione di massa ed è più grave di quanto si temesse.

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Gli scienziati incolpano la sovrappopolazione umana ed il consumo eccessivo di risorse. Avvertono che tutto ciò minaccia la nostra sopravvivenza, con poco tempo in cui agire.

Negli ultimi 100 anni si sono estinte quasi 200 specie di vertebrati, circa 2 specie all’anno. Pochi si rendono conto, tuttavia, che in “natura” per raggiungere questi numeri non sarebbe bastato un secolo, ma almeno 10.000 anni. La IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura) ogni anno stila una “red list“. La Lista Rossa IUCN è un indicatore critico della salute della biodiversità nel mondo. 

Molto più di un elenco di specie e del loro stato di salute, è un potente strumento per informare e catalizzare l’azione per la conservazione della biodiversità e il cambiamento delle politiche, fondamentale per proteggere le risorse naturali di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. Fornisce informazioni sulla dimensione della popolazione, habitat ed ecologia, minacce e azioni di conservazione.

Le estinzioni sono drammatiche ed a lungo termine, poiché tali perdite sono irreversibili e possono avere effetti profondi che vanno dall’esaurimento delle risorse al deterioramento della funzione e dei servizi dell’ecosistema.

Estinzione squali

Un nuovo studio ha scoperto che le pratiche di pesca insostenibili hanno portato a un calo del numero di squali nelle barriere coralline di tutto il mondo, sconvolgendo l’equilibrio ecologico degli ecosistemi marini. In effetti, gli squali sono già ” funzionalmente estinti ” dal 20 percento delle barriere coralline studiate.

Decenni di sfruttamento eccessivo hanno devastato le popolazioni di squali, lasciando notevoli dubbi sul loro stato ecologico. Tuttavia, gran parte di ciò che si sa su questi ultimi è stato dedotto dai registri delle catture della pesca industriale, mentre sono disponibili molte meno informazioni sugli squali che vivono in habitat costieri. 

Gli squali sono parte integrante delle barriere coralline. Agiscono come specie indicatrici (bio indicatori) che forniscono informazioni sulla salute a tutto tondo degli ecosistemi in cui vivono.

Gli ecologi sono preoccupati che la scomparsa degli squali potrebbe potenzialmente innescare un fenomeno chiamato “mesopredator release“, in cui popolazioni di predatori di medie dimensioni aumentano rapidamente negli ecosistemi dopo la rimozione di grandi carnivori. Tali aumenti rapidi possono forzare improvvisi cambiamenti nella struttura degli ecosistemi.

La pesca incontrollata, le ghost net e la perdita degli habitat in cui vivono hanno portato ad un drastico calo delle popolazioni mondiali di squali.

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Tuttavia, permangono opportunità per la conservazione degli squali di barriera: santuari, aree chiuse, i limiti di cattura e l’assenza di reti da pesca. Le popolazioni di squali avranno una possibilità di recupero solo se verranno intraprese risposte concrete.

Lo studio pubblicato su Nature

Lo studio ha coinvolto oltre 100 scienziati, che hanno utilizzato una rete di telecamere subacquee in 58 paesi, coprendo 371 barriere coralline, per osservare gli squali nel loro habitat naturale nell’arco di quattro anni. Le 15.000 ore di riprese video hanno mostrato che gli squali erano spariti da quasi una barriera corallina su cinque.

“In un momento in cui i coralli stanno lottando per sopravvivere in un clima che cambia, la perdita di squali di barriera potrebbe avere conseguenze terribili a lungo termine per interi sistemi di barriera. Potrebbe portare gli squali all’estinzione.”

Ciò è quanto dichiara al The Guardian il dott. Mike Heithaus del Dipartimento di Scienze Biologiche della Florida International University, che ha finanziato lo studio.

Forse non è troppo tardi

Ma non è troppo tardi. I ricercatori hanno scoperto che alle Bahamas, negli Stati Uniti, in Australia, nella Polinesia francese ed alle Maldive gli sforzi di conservazione stanno funzionando e gli squali sono in abbondanza. 

Pratiche come il divieto di determinate attrezzature da pesca e la limitazione del numero di squali che possono essere catturati hanno funzionato in queste regioni.

“Ridurre la mortalità a causa della pesca è la chiave per proteggere le popolazioni degli squali esistenti, ricostruire le popolazioni in cui sono diminuite ed evitarne così l’estinzione. Abbiamo scoperto che ci sono diverse opzioni di gestione per ricostruire efficacemente le popolazioni di squali. Tra queste, la messa al bando delle reti da imbrocco, la definizione dei limiti di cattura e la creazione di grandi aree protette o santuari. Dobbiamo davvero muoverci in modo sostanziale verso la conservazione e il recupero nel prossimo decennio, altrimenti saremo in guai seri”. 

Non esiste una soluzione unica per tutti. I paesi devono capire come affrontare al meglio i numeri in diminuzione nei loro territori, comprendendo quali fattori specifici dell’area (o combinazioni di fattori) siano responsabili del declino degli squali, per evitare la futura estinzione di uno dei predatori più importanti in natura.

Estinzione orsi polari

Secondo uno studio pubblicato sul magazine Nature Climate Change, la riduzione dei ghiacci costringerà gli orsi polari (Ursus maritimus) a terra per un periodo prolungato, privandoli della capacità di cacciare cibo e costringendoli a sopravvivere con il grasso accumulato.

Gli orsi polari saranno così costretti a digiunare per periodi più lunghi di quelli attuali mettendo a rischio la loro sopravvivenza, spiega la ricerca secondo la quale a essere maggiormente in pericolo sono i cuccioli, mentre le femmine adulte sarebbero le ultime a perire.

Il sempre più rapido scioglimento dei ghiacci provoca agli orsi polari serie difficoltà nel reperire le risorse necessarie a sopravvivere. La loro estinzione potrebbe avvenire entro il 2100.

Lo studio prende in esame 13 sottopopolazioni (l’80% della totale popolazione di orsi) e calcola l’energia necessaria a questi ultimi per sopravvivere. I dati vengono poi incrociati con le proiezioni al 2100 sui ghiacci, nel caso in cui il riscaldamento climatico procedesse ai livelli attuali.

Il risultato dello studio

Il risultato è che il lasso temporale per cui gli orsi potrebbero essere costretti a digiunare supera quello per cui sono in grado di restare senza cibo. In altre parole morirebbero di fame. Poiché non solo dovrebbero digiunare di più ma si troverebbero ad affrontare non pochi problemi nel reperire cibo quando possibile.

Nei periodi in cui vi è minor probabilità di reperire il cibo, gli orsi si muovono il meno possibile per risparmiare energia. Ma la riduzione dei ghiacci e il calo della popolazione crea problemi anche su questo fronte; allungando i tempi per trovare un compagno, costringendoli a muoversi di più ed a bruciare energia preziosa per la sopravvivenza.

Il destino degli orsi polari è da tempo al centro del dibattito sul cambiamento climatico causato dall’uomo, con gli ambientalisti da un lato e chi nega il problema riscaldamento dall’altro. Gli scienziati replicano mettendo in evidenza come nei precedenti periodi di temperature elevate gli orsi avevano accesso a fonti alternative, che ora non hanno più.

L’estinzione: un fenomeno dalla velocità mai vista

L’impatto antropico sempre maggiore che esercitiamo sul Pianeta terra, direttamente o indirettamente, sta mettendo a dura prova la gran parte delle specie che vivono al nostro fianco. I predatori all’apice delle catene trofiche sono solo un piccole esempio.

Lo sfruttamento incontrollato dei territori, l’inquinamento dei cieli, della terra e degli oceani, sta portando il fenomeno dell’estinzione ad una velocità mai vista. E’ la prima volta nella storia del Pianeta che una singola specie causa l’estinzione di altre e la distruzione del proprio habitat.

E’ necessario che le politiche mondiali inizino a prendere seriamente la crisi ambientale, in tutte le sue forme, prima che sia troppo tardi.

Ghost net: le reti da pesca che soffocano gli oceani

reti da pesca

Negli ultimi giorni è divenuta popolare la notizia di un capodoglio, “Furia”, completamente intrappolato in una spadara (rete illegale in molti paesi) nei pressi delle isole Eolie. Non è la prima volta che notizie del genere giungono alle orecchie della stampa nazionale e mondiale; le reti da pesca abbandonate, perse o illegali ogni anno mietono migliaia di vittime negli oceani e prendono il nome di ghost net.

Ghost net, cosa sono?

Per ghost net, o reti fantasma, si intendono tutte quelle reti andate perse o lasciate in mare perchè danneggiate durante le battute di pesca. Quasi invisibili nella penombra, possono essere lasciate aggrovigliate su una scogliera o alla deriva in mare aperto. Possono intrappolare pesci di varie dimensioni, mammiferi, uccelli e altre creature, incluso l’occasionale subacqueo.

Furia, il capodoglio imprigionato in una spadara nel pressi delle isole Eolie. Le ghost net mietono vittime di tutte le dimensioni.
Crediti: Carmelo Isgrò

Le reti impediscono il movimento, causando fame, lacerazioni cutanee, infezioni e soffocamento in coloro che devono tornare in superficie per respirare.

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Alcuni pescatori usano reti da posta; queste sono sospese nel mare grazie a boe di galleggiamento lungo un bordo. In questo modo formano una parete della morte verticale lunga centinaia di metri, dove è possibile catturare qualsiasi tipo di animale, indiscriminatamente, in base alle sue dimensioni.

Reti da posta

Se le reti non vengono recuperate in tempo rischiano di dar vita ad un ciclo infinito: difatti, una volta piene, affondano a causa dell’eccessivo carico, avendo superato la capacità di galleggiamento delle boe, e dopo essersi depositate sul fondale il pesce diviene una risorsa per animali bentonici come i crostacei. Una volta alleggerito il carico, i galleggianti sollevano nuovamente la rete e il ciclo continua.

I pescatori spesso abbandonano le reti logore perché è il modo più semplice per sbarazzarsene. Si stima che l’equipaggiamento fantasma rappresenti il ​​10% (640.000 tonnellate) di tutti i rifiuti marini.

Bycatch

Ovunque vi sia la pesca, esiste una cattura accidentale, detta bycatch, di specie non bersaglio, ovvero non di interesse commerciale, come i delfini, le tartarughe e gli uccelli marini. 

Le attuali attrezzature da pesca, spesso quasi invisibili ed estremamente efficienti, catturano le specie di pesci desiderate così come qualsiasi altra cosa sul proprio cammino. Una quantità immensa di biodiversità marina, tra cui molti organismi giovani, viene trasportata con il pescato e poi scartata in mare morta o morente.

Bycatch: tonnellate di pesce catturato involontariamente dalle reti vengono gettate in mare ogni anno.

I leader del settore della pesca comprendono sempre più la necessità di ridurre questo fenomeno. Esistono soluzioni comprovate, come la modifica degli attrezzi da pesca in modo che un numero minore di specie non bersaglio sia catturato o possa sfuggire. In molti casi, queste modifiche sono semplici ed economiche e spesso provengono dagli stessi pescatori.

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Nonostante le nuove tecnologie e il riconoscimento del problema da parte dell’industria ittica, le catture accidentali rappresentano ancora un grave problema. Non solo provocano morti e lesioni perenni, ma i metodi di pesca possono essere dannosi per gli ambienti marini in cui vengono impiegati.

La seconda vita delle reti da pesca

Healthy Seas, in collaborazione con l’Aeolian Islands Preservation Fund (AIPF), Blue Marine Foundation (BLUE) e la Ghost Fishing Foundation, si fa promotore di una missione di recupero delle reti da pesca perse o abbandonate nei fondali marini al largo delle isole Eolie. La missione è interamente sponsorizzata da Aquafil.

Healthy Seas opera nel Regno Unito, in Italia, in Grecia, nei Paesi Bassi e in Belgio. In cinque anni, con la collaborazione di subacquei volontari e pescatori, ha raccolto oltre 375 tonnellate di reti da pesca, l’equivalente del peso di 2 balenottere azzurre.

Crediti: Econyl

Una volta recuperate, le reti da pesca vengono ripulite ed inviate all’azienda Aquafil che si occupa di trasformarle in nylon rigenerato ECONYL®, il nylon riciclabile all’infinito. Il progetto, realizzato inoltre in collaborazione con la Capitaneria e il Comune di Lipari, interessa i diving e pescatori locali che sono direttamente coinvolti nel recupero delle reti.

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Questa iniziativa raggiunge anche le scuole; gli studenti hanno l’opportunità di incontrare i subacquei e toccare con mano il problema dei rifiuti marini, approfondendo il tema dell’economia circolare e dell’inquinamento da plastiche. Tale iniziativa ha l’obiettivo di contribuire alla sensibilizzazione e responsabilizzazione della comunità locale verso la salvaguardia dell’ambiente marino (aree marine protette etc.).

Molti brand di fama mondiale, come Gucci, hanno iniziato ad avvicinarsi a questo genere di filato 100% derivato da reti e plastiche raccolte negli oceani.

Un piccolo passo che, unito a sensibilizzazione ed istruzione, potrà fare la differenza per la salvaguardia degli oceani ed attuare un reale cambiamento nel futuro di tutti noi.

Nuova mattanza alle isole Fær Øer: uccisi quasi 300 cetacei in un giorno

Nemmeno l’epidemia da covid-19, che ha colpito e messo in ginocchio il mondo intero, ha impedito il massacro di globicefali e delfini che ogni anno si consuma alle isole Fær Øer. Una pratica secolare che, al mondo d’oggi, non trova giustificazione e, soprattutto, rischia di arrecare seri danni alla salute della popolazione locale. La causa? Il mercurio.

Grindadràp: cos’è?

La caccia alle balene, o Grindadràp, alle isole Fær Øer è praticata fin dal 1584. Un tempo utilizzata come fonte di cibo e denaro, in una regione arsa dal vento e dalle condizioni climatiche avverse, ad oggi è considerata dai molti inutile ed una mera barbarie, perpetrata a discapito di specie già di per sé ampiamente stressate dall’impatto antropico.

Nel periodo estivo a cavallo tra giugno e settembre le meravigliose acque di alcune baie locali si tingono di rosso. I cetacei presi di mira dalla Grindadràp sono i Globicefali (Globicephala melas), animali sociali, come i delfini, nei quali vi è una forte coesione all’interno dei pod (“branchi”).

Globicefalo. Foto di Barney Moss

La caccia si svolge in vari passaggi: avvistamento, inseguimento, spiaggiamento, uccisione e lavorazione.

Gli elementi che costituiscono la caccia alla balena sono ami, funi e strumenti per la misurazione delle balene. Quando i cacciatori avvistano una balena hanno la possibilità di spostarla solo se questa è in prossimità di fiordi e baie.

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Per condurre il branco di balene verso la riva, le barche formano un semicerchio. Al segnale del caposquadra del gruppo di cacciatori, delle pietre vengono lanciate nell’acqua dietro il branco. I rumori spingono i pod a dirigersi nella direzione opposta al frastuono, la spiaggia. Lo spostamento di un branco di cetacei deve sempre avvenire sotto la supervisione di un’autorità del luogo.

Dopo aver arenato le balene sulla spiaggia comincia una vera lotta a mani nude, carica di violenza, alla quale interi villaggi e turisti assistono emozionati, spesso con i bambini in prima fila. I cacciatori, dopo aver arpionato l’animale dallo sfiatatoio, tagliano il dorso delle prede presso la spina dorsale con uno speciale coltello. Questo è considerato il miglior modo per uccidere l’esemplare, perché induce una morte “rapida”. Naturalmente non è quasi mai così.

Negli ultimi anni si è cercato di spiegare agli abitanti delle isole il concetto di bioaccumulo delle sostanze tossiche come il mercurio nei tessuti degli animali all’apice della catena alimentare. Neppure il timore di malformazioni e degenerazioni del sistema nervoso hanno rallentato o scoraggiato questa pratica, la quale continua ad essere perpetrata.

La prima mattanza del 2020

Il capitano Paul Watson, il fondatore di Sea Sheperd, il 16 luglio ha denunciato la ripresa della caccia alle balene in queste isole. L’ultima Grindadràp risale all’agosto 2019, durante la quale vennero massacrati un centinaio di globicefali.

https://www.facebook.com/captpaulwatson/posts/10158122835045932
La notizia pubblicata dal Capitano Paul Watson, fondatore della Sea Shepherd Conservation Society.

Questa volta il numero è pari a 252 Globicefali e 35 delfini bianchi.

Il ruolo dell’Europa?

Le isole Fær Øer non fanno parte dell’Unione Europea, bensì del Regno di Danimarca. Ottennero l’autonomia nel 1948 e nel corso degli anni hanno acquisito il controllo su quasi tutte le questioni di politica interna, come la gestione della caccia ai cetacei. Non hanno però il controllo dell difesa e gli affari esteri, Con l’eccezione di una piccola forza di polizia e guardia costiera. La forza militare organizzata rimane responsabilità della Danimarca.

L’Europa ha una legislazione rigorosa per la protezione di tutti i cetacei, ma purtroppo le Isole Fær Øer non fanno parte di quest’ultima, quindi il diritto comunitario lì non è applicabile. La Convenzione di Bonn, la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES) e la Convenzione sulla conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale europea (Convenzione di Berna) non si applicano alle Isole Fær Øer. 

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La caccia alle balene pilota (ed altri cetacei) è legale nelle Isole Fær Øer e la Commissione europea ha limitate possibilità di intervenire direttamente e non ha identificato alcuna legge comunitaria che potrebbe essere stata violata dalle attività svolte nelle Isole dalla marina e dalla polizia della Royal Danish in relazione a questa caccia.

Non solo alle Fær Øer

Al mondo, purtroppo, certe mattanze sono all’ordine del giorno e avvengono in molti Paesi.

Per esempio a Taiji, in Giappone, vi è una baia nella quale in certi periodi dell’anno avviene la medesima mattanza. La tecnica di caccia è molto simile, ma i cetacei sono diversi. Ogni anno vengono brutalmente massacrati centinaia di delfini; coloro che non vengono arpionati sono destinati ad una sorte forse ben peggiore: i delfinari.

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Per maggiori chiarimenti circa la baia giapponese di Taiji vi rimandiamo alla visione del documentario : The cove.

Ripristinare gli oceani entro il 2050: la sfida della scienza

Secondo la ricerca Rebuilding marine life, pubblicata il 1° aprile 2020 sulla rivista scientifica Nature, sarebbe possibile recuperare gli oceani entro il 2050. Permettere il ripristino della vita marina rappresenta una grande sfida per l’umanità; un obbligo etico ed, economicamente, una scelta intelligente per il raggiungimento di un futuro sostenibile.

Qualche dato sugli oceani

L’oceano copre i 3/4 della superficie terrestre e rappresenta il 99% dello spazio vitale del pianeta in volume; contiene circa 200.000 specie identificate, molte delle quali minacciate di estinzione, ma i numeri effettivi potrebbero trovarsi a milioni. Circa il 40% dell’oceano è pesantemente colpito dall’inquinamento, dal depauperamento delle risorse ittiche, dalla perdita di habitat costieri e da altre attività antropiche.

Anemoni di mare. Molte regioni bentoniche dei nostri oceani ospitano questi affascinanti animali .

Attualmente, almeno 1/3 degli stock ittici è sovra sfruttato ed 1/3 degli habitat marini vulnerabili completamente perso. Una buona parte dell’oceano costiero soffre di eutrofizzazione, riduzione dell’ossigeno ed è stressato dal riscaldamento delle acque. Gli oceani assorbono anche circa i 2/3 dell’anidride carbonica prodotta dall’uomo; inoltre, stiamo assistendo ad un aumento del 26% dell’acidificazione degli oceani dall’inizio della rivoluzione industriale.

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L’acqua piovana, l’acqua potabile e il clima sono tutti regolati dalle temperature e dalle correnti dell’oceano. Il 20% delle barriere coralline è distrutto ed un altro 24% è a rischio di collasso. Circa 1 mln di uccelli marini, 100.000 mammiferi marini e annualmente un numero sconosciuto di pesci viene ferito o muore, a causa delle attività umane.

L’inquinamento da plastiche è divenuto ormai un problema mondiale; si stima che circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica entrino globalmente negli oceani ogni anno. Più di 3 miliardi di persone dipendono dalla biodiversità marina e costiera per il proprio sostentamento. Il valore di mercato delle risorse e delle industrie marine e costiere è stimato a 3 trilioni di dollari all’anno; circa il 5% del PIL globale.

Ricordando l’obiettivo 14: vita sott’acqua

Il 25 settembre del 2015 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, composta da 17 obiettivi; il 14° afferma che si debba “preservare e usare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per lo sviluppo sostenibile”. Il raggiungimento di questo obiettivo richiederà la ricostruzione dei sistemi marini, i quali offrono numerosi benefici alla società.

Una drastica riduzione delle popolazioni di predatori, come gli squali, può squilibrare fortemente gli ecosistemi degli oceani.

Nella ricerca pubblicata su Nature si documenta il recupero di molte popolazioni marine, habitat ed ecosistemi a seguito di interventi di conservazione negli anni passati. I tassi di ripresa suggeriscono che entro il 2050 si potrebbe raggiungere un sostanziale recupero dell’abbondanza, della struttura e della funzione della vita negli oceani; sempre se le pressioni maggiori, incluso il cambiamento climatico, saranno mitigate.

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Il conflitto tra la crescente dipendenza dell’uomo dalle risorse oceaniche e il declino della vita marina, focalizza l’attenzione sulla connessione tra conservazione dell’oceano e benessere umano.

Gli interventi sugli oceani

  • La regolamentazione della caccia: la protezione delle specie attraverso la “Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione” (CITES, 1975) e la Moratoria globale sulla caccia commerciale alla balena, sono esempi importanti di azioni internazionali per proteggere la vita marina. Queste sono state integrate da iniziative nazionali per ridurre la pressione di caccia sulle specie in pericolo e proteggere i loro habitat di riproduzione.
L’IWC è l’organismo globale incaricato della conservazione delle balene e della gestione della caccia alle balene.
  • Gestione della pesca: l’incremento nel numero delle popolazioni ittiche depauperate è avvenuto su scala locale e regionale, attraverso azioni di gestione comprovate, tra cui restrizioni di cattura, zone chiuse, regolamentazione della capacità degli attrezzi da pesca. Questi interventi richiedono un’attenta valutazione delle circostanze socioeconomiche, con soluzioni adattate al contesto locale. Le sfide includono povertà e mancanza di lavoro alternativo, pesca illegale e non regolamentata, non dichiarata e gli impatti ecologici che le attività di pesca causano.
  • Miglioramento della qualità dell’acqua. Le politiche per ridurre le immissioni di nutrienti, e fognature per ridurre l’eutrofizzazione delle coste e l’ipossia (assenza di ossigeno – anche dette “zone morte”), sono iniziate quattro decenni fa negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, portando oggi ad importanti miglioramenti. Molti inquinanti pericolosi sono stati regolamentati o eliminati gradualmente attraverso la Convenzione di Stoccolma e, in particolare nell’oceano, dalla Convenzione MARPOL, spesso rafforzato dalle politiche nazionali e regionali. L’attenzione recente si è concentrata sulla riduzione e la prevenzione dell’inquinamento da plastica proveniente dall’oceano.
  • Protezione e ripristino degli habitat; La necessità di proteggere meglio gli habitat sensibili ha ispirato le Aree Marine Protette (MPA), come strumento di gestione globale. Nel 2000, solo lo 0,9% dell’oceano era sotto protezione, ma le MPA ora ne ricoprono il 7,4%. La copertura delle MPA continua a crescere dell’8% all’anno. Il ventunesimo secolo ha visto anche un’ondata globale di protezione attiva dell’habitat e iniziative di ripristino. Questi sforzi hanno portato a molti benefici, come il miglioramento delle risorse idriche a seguito del ripristino della barriera corallina.

Gli obiettivi raggiunti

  • Recupero degli stock ittici: gli stock ittici disponibili al mondo sono gestiti in maniera sempre più sostenibile. Molti stock ittici, soggetti a valutazioni a livello globale, suggeriscono un rallentamento del loro esaurimento, sebbene questa tendenza non possa essere verificata per la maggior parte degli stock che non dispongono di valutazioni scientifiche. Inoltre, i 2/3 degli stock ittici commerciali su larga scala sono sfruttati a tassi sostenibili, sebbene, ancora una volta, questa cifra non tenga conto di stock più piccoli, che spesso sono in cattive condizioni. Gli stock valutati in modo scientifico, hanno generalmente una migliore probabilità di recupero grazie al miglioramento dello stato di gestione e regolamentazione rispetto a quelli non valutati, i quali rappresentano ancora la maggior parte degli stock ittici sfruttati, specialmente nei paesi in via di sviluppo.
  • Riduzione dell’inquinamento: Le analisi mostrano che gli inquinanti organici persistenti sono diminuiti anche negli ambienti marini ,che tendono ad accumularli (ad esempio, l’Artico). La transizione verso la benzina senza piombo dagli anni ’80 ha ridotto le concentrazioni di quest’ultimo negli oceani tra il 2010-2016. Il miglioramento delle norme di sicurezza ha anche portato ad una riduzione di 14 volte le grandi fuoriuscite di petrolio dalle petroliere tra il 2010-2019.
  • Ripristino dell’habitat: Le prove che il ripristino della mangrovia può essere ottenuto su larga scala sono venute dalla foresta di mangrovie sul delta del Mekong, probabilmente il più grande restauro di habitat fino ad oggi. Da allora la perdita globale delle foreste di mangrovie è rallentata allo 0,11% all’anno, con popolazioni di mangrovie stabili lungo la costa del Pacifico di Colombia, Costa Rica e Panama e popolazioni in aumento nel Mar Rosso, nel Golfo Arabico e in Cina. Anche i tentativi di ripristino degli ecosistemi di alghe e barriera corallina stanno aumentando a livello globale, sebbene siano spesso di piccola scala.
  • Riduzioni del rischio di estinzione: La percentuale di specie marine valutata nella Lista rossa IUCN come “minacciata di estinzione” è diminuita dal 18,0% nel 2000 all’11,4% nel 2019, con tendenze relativamente uniformi nei bacini oceanici. Tuttavia, molte specie hanno migliorato il loro stato di minaccia nell’ultimo decennio. Per i mammiferi marini, il 47% di 124 popolazioni valutate ha mostrato un aumento significativo negli ultimi decenni, con solo il 13% in calo. Le megattere che migrano dall’Antartide all’Australia orientale sono aumentate dal 10% al 13% all’anno, da poche centinaia di animali nel 1968 alle oltre 40.000 attuali. Pur essendo ancora in pericolo, la maggior parte delle popolazioni di tartarughe marine, per le quali sono disponibili dati, stanno aumentando.

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In conclusione

Gli sforzi per ripristinare la vita marina non possono mirare a riportare l’oceano a un particolare punto di riferimento passato. L’oceano nel tempo è cambiato considerevolmente e – in alcuni casi – irreversibilmente, per mano dell’uomo; basti pensare all’estinzione di almeno 20 specie marine.

L’attenzione dovrebbe essere rivolta all’aumento dell’abbondanza degli habitat/specie “chiave” ed al ripristino della complessità degli ecosistemi bentonici. Il ripristino della struttura ecologica, delle funzioni, della resilienza e dei servizi ecosistemici marini, aumentano la capacità del biota marino di soddisfare le crescenti esigenze di altri 2-3 miliardi di persone entro il 2050.

Per raggiungere tali obiettivi dovrebbero essere intraprese azioni rapide e mirate per evitare eventuali punti di non ritorno, oltre i quali il collasso potrebbe essere irreversibile. Lo studio di Nature indica che il tasso di recupero delle specie e degli habitat marini ad oggi saranno possibili nel caso in cui siano mitigate, o eliminate, le maggiori pressioni, incluso il cambiamento climatico.

La “ristrutturazione” sostanziale degli oceani entro il 2050 è una grande sfida realizzabile per la scienza e la società. Ciò richiederà perseveranza e l’impiego di risorse finanziarie, ma i vantaggi ecologici, economici e sociali saranno di vasta portata. Il successo richiede il lavoro di politiche coordinate, adeguati meccanismi economici e di mercato, progressi scientifici e tecnologici che permettano gli interventi.

Affrontare la sfida della ricostruzione degli oceani entro il 2050 sarebbe una pietra miliare storica nella ricerca dell’umanità, per raggiungere un futuro sostenibile a livello globale.