L’eredità politica di Bernie Sanders

Alla fine ha ceduto. Bernie Sanders ha annunciato la sospensione della sua campagna per le presidenziali 2020. Lo ha fatto con un annuncio in diretta sui suoi canali, dichiarando di sostenere Joe Biden per sconfiggere “il presidente più pericoloso nella storia degli Stati Uniti d’America”. Abbiamo voluto riportare parte del suo discorso e riconoscergli il merito di aver messo l’ambiente al primo posto della sua agenda politica, costringendo gli altri candidati a fare lo stesso.

Bernie-Sanders

Il discorso di Bernie Sanders

“Vorrei poter dare notizie migliori, ma penso che voi conosciate la verità. E cioè che siamo attualmente 300 delegati dietro il Vice Presidente Joe Biden e la vittoria è praticamente impossibile. Quindi, anche se stiamo vincendo la battaglia ideologica e il supporto di così tanti giovani e lavoratori lungo tutto il paese, sono arrivato alle conclusioni che questa battaglia per la Nomination democratica non avrà successo. E quindi, oggi, annuncio la sospensione della mia campagna.

Priorità all’emergenza Coronavirus

Per favore sappiate che non ho preso questa decisione alla leggera. Infatti, è stata una decisione difficile e dolorosa. Nelle scorse due settimane, Jane ed io, in consultazione con lo staff e molti dei miei sostenitori principali, abbiamo fatto una valutazione delle prospettive di vittoria. Se credessi che ci sia una strada percorribile per la nomination, continuerei di certo la campagna, ma semplicemente non c’è. So che ci saranno forse alcuni nel nostro movimento che non sono d’accordo con questa decisione, che vorrebbero che combattessimo fino all’ultima votazione della Convention Democratica. Comprendo quella posizione. Ma mentre vedo la crisi assalire la nazione, esacerbata da un presidente poco propenso o incapace di esercitare qualsiasi tipo di leadership credibile, e mentre vedo il lavoro che deve essere fatto per proteggere le persone nell’ora più buia, non posso in tutta onestà continuare ad organizzare una campagna che non posso vincere. E che interferirebbe con l’importante lavoro richiesto ad ognuno di noi in questo difficile momento.

L’endorsement a Biden e la battaglia contro Trump

Oggi mi congratulo con Joe Biden, un uomo molto rispettabile, con cui lavorerò per portare le nostre idee progressiste avanti. Sul piano pratico, lasciatemi dire anche questo, rimarrò sulla scheda elettorale in tutti gli stati rimanenti e continuerò a raccogliere delegati. Se da una parte Joe Biden sarà il candidato democratico, dall’altra dobbiamo continuare a mettere insieme il maggior numero possibile di delegati alla Convention Democratica, dove saremo in grado di esercitare un’influenza significativa sul partito.

Dopodiché insieme, stando uniti, andremo avanti per sconfiggere Donald Trump, il presidente più pericoloso nella storia americana moderna. E combatteremo per eleggere forti candidati progressisti ad ogni livello, dal Congresso ai consigli scolastici. Come spero che tutti voi sappiate, questa corsa non ha mai riguardato me. Mi sono candidato alle presidenziali perché credevo che, come Presidente, avrei potuto accelerare e istituzionalizzare i cambiamenti progressisti che stiamo costruendo insieme. E se continuiamo a organizzarci e a combattere, non ho dubbi che ciò sarà esattamente quel che succederà. Anche se ora il percorso potrebbe subire qualche rallentamento, cambieremo questa nazione e, assieme agli amici che condividono le stesse idee in tutto il pianeta, cambieremo il mondo intero”.

Leggi il nostro articolo: “Trump e le lobby del fossile all’attacco durante il Coronavirus”

Bernie Sanders e la battaglia climatica

Noi ambientalisti non possiamo fare altro che ringraziare Bernie, così come lo chiamano amichevolmente tutti i suoi giovani sostenitori, per aver spostato l’asse del possibile un po’ più in là, anche se dall’altra parte del pianeta. La sua battaglia si giocava negli Stati Uniti, ma con un occhio sempre aperto verso gli altri continenti. La questione climatica, purtroppo o per fortuna, non bada a confini geografici e le emissioni americane, in cima alle classifiche storiche e pro-capite, sono anche nostre. Così come dovrebbero essere anche nostre le soluzioni proposte nel Green New Deal del suo programma. Perciò Bernie Sanders rappresentava una speranza anche per noi e la sua ritirata rappresenta fonte di grande tristezza, in un momento già delicato della storia americana e mondiale.

Per chi vuole vedere comunque il bicchiere mezzo pieno, ricordiamo che la forza della campagna politica di Bernie Sanders stava proprio nella non-personificazione. Dal suo motto “NotMeUs” si evince la forza di un movimento costruito dal basso, dove non importa tanto la sua persona ma il risveglio di una società americana fatta di insegnanti, infermiere, giovani di ogni etnia. Il Senatore del Vermont, nonostante i suoi 78 anni, ha portato una ventata d’aria fresca, galvanizzando le giovani generazioni e coinvolgendo persone che non si erano mai appassionate alla politica. Bernie ha lanciato personaggi come Alexandria Ocasio-Cortez, la quale con ogni probabilità raccoglierà il suo testimone. Inoltre, grazie a lui, l’America sta finalmente parlando di crisi climatica, mettendo in campo soluzioni progressiste inimmaginabili fino a poco tempo fa.

Leggi il nostro articolo: La destra italiana contro la scienza: “rinviare il Green New Deal”

Bernie Sanders, discorso completo in cui annuncia il ritiro dalle presidenziali del 08/04/20

Il Green New Deal al centro dei programmi

Franz Foti, che ha tradotto il manifesto politico di Sanders per People con il titolo La sfida più grande, ha commentato con queste parole il ritiro del Senatore del Vermont dalle Presidenziali: “Quattro anni fa Sanders ottenne 13 milioni di voti alle primarie democratiche grazie a un’ottima campagna, ma anche in virtù del fatto che era l’unico candidato a rappresentare gli ideali di uguaglianza e giustizia sociale, economica, razziale e climatica. Questa volta, chi più chi meno, quasi la maggioranza dei candidati in campo era di ispirazione progressista. (…)

Sostenevano quasi tutti il college gratuito, un forte intervento sui debiti di studio, la legalizzazione della cannabis, l’introduzione di un sistema sanitario universalistico, l’aumento delle tasse ai redditi più alti, l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora, il Green New Deal di Alexandria Ocasio-Cortez. Tutte battaglie storiche di Bernie Sanders, che fino a qualche anno fa erano considerate di nicchia, marginali. Tutte battaglie che prima o dopo sono state poste al centro dei dibattiti tra i candidati, al centro del discorso pubblico”.

Bernie Sanders ha vinto in ogni caso

Possiamo quindi dire, in un certo senso, che Bernie Sanders ha vinto in ogni caso. “La campagna finisce – ha detto Bernie – ma la battaglia per la giustizia continua”. La giustizia climatica, in particolare, è ormai al centro delle piattaforme politiche in tutto il mondo e i movimenti ambientalisti sono più vivi che mai, anche se momentaneamente impossibilitati a riempire le piazze per le restrizioni della pandemia. Bernie Sanders potrà pur aver interrotto la corsa alla Casa Bianca, ma la sua attività politica non finisce qui, soprattutto perché milioni di giovani in tutto il mondo hanno ereditato le sue idee politiche. Lo slogan NotMeUs era molto più di uno slogan.

Leggi anche: “Cattive acque al cinema. Il film sui due volti dell’America”

Primarie USA: Sanders favorito. Una speranza per il clima

*Aggiornamento 24/02/2020: Sanders è arrivato primo a pari merito con Buttigeg in Iowa, conquistando il 26,2% dei voti. Ha vinto in New Hampshire con il 25,7% e ha stravinto in Nevada con il 47, 1% (88% dei voti scrutinati). Il 29 febbraio si voterà in South Carolina e il 3 marzo in ben 14 stati, in occasione del Super Tuesday.

Ieri, lunedì 23 febbraio, si è svolta la prima tornata delle primarie negli Stati Uniti. È infatti iniziata la fase dei caucus, le assemblee dei cittadini che esprimono la propria preferenza per i candidati dei due rispettivi partiti. Si è votato nel piccolo stato dell’Iowa, a cui seguiranno gli altri stati fino alle convention nazionali di luglio. Solo allora si sapranno i nomi ufficiali dei due sfidanti per la Casa Bianca. Per il partito repubblicano la vittoria di Trump in Iowa era scontata. Il risultato del voto del partito democratico invece non è ancora stato ufficializzato, ma il favorito risulterebbe il senatore Bernie Sanders. Si tratta solo del primo caucus, è vero, ma se Sanders diventasse presidente degli Stati Uniti sarebbe una grande notizia per il clima.

Bernie Sanders on Instagram. Photo Credit: Eric Kelly

L’ambiente al centro delle primarie democratiche

Le elezioni americane sono un processo lungo e complesso. Per capire cosa sono i caucus, può tornarvi utile il recente Dataroom di Milena Gabanelli. Nella scorsa notte è avvenuta la prima votazione nello stato dello Iowa e già ci sono state parecchie polemiche per il ritardo dei risultati. Gli unici dati finora disponibili corrispondono al 40% dei voti e provengono dallo staff di Sanders: il senatore del Vermont sarebbe in testa con il 29,66% dei voti, seguito da Buttigieg col 24,59%, Elizabeth Warren al 21,24% e Biden al 12,37%.

Ciò che interessa al nostro blog è capire quali di questi candidati abbiano dato priorità alla tematica ambientale. Infatti, aldilà di chi sarà il vincitore, è fondamentale sottolineare che la crisi climatica è diventata una questione fondamentale nei programmi del partito democratico. Tutti i favoriti hanno incluso nei loro programmi ingenti somme da investire in questa direzione. Buttigieg ha proposto un piano da 550 miliardi di dollari per tre fondi di conversione energetica. Il piano di Biden prevede 1.7 trilioni di dollari con l’obiettivo di rendere l’America a zero emissioni entro il 2050.

Leggi il nostro articolo: “Fine. il libro pauroso che ci spinge ad avere coraggio”

Sanders e il clima: una battaglia decennale

Sanders e Warren si sono spinti oltre, aderendo all’idea di un “Green New Deal” che trasformi l’America in chiave ambientale. A onor di cronaca però, è bene sottolineare che Sanders ha intenzione di investire 16,3 trillioni di dollari, a fronte dei 3 trillioni annunciati dalla Warren. Inoltre, Sanders è l’unico candidato che parlava di crisi ambientale quando ancora nessuno sapeva cosa fosse. Già negli anni Ottanta, quando correva per diventare sindaco della sua città, Sanders reclamava la necessità per un “ambiente pulito e sicuro”. Fra le altre cose, è bene ricordare che Sanders nelle elezioni 2016 ha avuto anche il coraggio di parlare apertamente della crisi idrica di Flint, uno scandalo che ha macchiato la presidenza Obama e che è stato documentato nell’ultimo film di Michael Moore Fahrenheit 11/9. Moore sta attivamente facendo campagna elettorale a fianco di Sanders, assieme ad altri eminenti attivisti ambientali come Naomi Klein.

Il movimento Sunrise Movement appoggia ufficialmente Bernie Sanders

Sanders ha anche ricevuto l’appoggio ufficiale del Sunrise Movement, il corrispettivo di Fridays For Future in America. Il Sunrise Movement, in maniera simile a quanto fatto da GreenPeace, ha attentamente vagliato i piani dei tre principali candidati alle primarie democratiche – Sanders, Warren e Biden – e ha assegnato un punteggio per l’impegno di ognuno riguardo la tematica ambientale. I candidati sono stati comparati analizzando i seguenti criteri: il modo in cui parlano della crisi climatica, quanto ne parlano, il piano logistico con cui intendono portare avanti l’agenda climatica e le singole sezioni del Green New Deal abbracciate da ognuno di loro.

Leggi il nostro articolo: “USA, proposto un patto per l’ambiente: il New Green Deal”

Clima, istruzione, sanità: Sanders conquista le giovani generazioni

Nella classifica del Sunrise Movement, Bernie Sanders ha vinto la sfida, seguito da Elizabeth Warren. Joe Biden è nettamente distaccato dagli altri due: fra le altre cose, l’ex vice di Obama ritiene irrealistico fermare l’estrazione di gas e petrolio tramite il fracking. Anche la Warren è stata cauta su questo tema, mentre Sanders ritiene che sia indispensabile fermare qualsiasi nuova infrastruttura legata alle fonti fossili. Il Washington Post sottolinea che l’appoggio del popolare movimento ambientalista americano è rilevante. Sanders è considerato il candidato che con maggior tenacia rivendica l’urgenza di affrontare la crisi climatica. Molti elettori democratici considerano la battaglia climatica una vera e propria sfida intergenerazionale.

Infatti, Bernie Sanders, più di tutti gli altri, è riuscito a mobilizzare la fascia dei giovani sotto i 30 anni, da sempre restii al voto nella politica americana. Il messaggio di Sanders è chiaro e semplice, perché cerca di trasmettere una visione complessiva verso una società più giusta: nel suo piano sono infatti compresi anche il “Medicare For All”, il piano sanitario universale, e la cancellazione dei debiti universitari, che costringe molti giovani del paese ad essere indebitati prima ancora di entrare nel mondo del lavoro. Nel suo piano, condiviso costantemente con la giovane Alexandria Ocasio-Cortez, il clima viene visto come una tematica intersezionale: che interessa cioè, ambiente, educazione, salute e società nel suo insieme.

Leggi anche: “Blackrock si schiera: la sostenibilità sia lo standard della finanza”

L’appoggio degli scienziati

Il piano di Sanders è sicuramente ambizioso, poiché prevede un’America a zero emissioni entro il 2030. Biden lo ha spesso deriso dichiarando che “neppur un singolo scienziato pensa che questo piano possa funzionare”. In tutta risposta, Sanders ha riunito attorno a sé eminenti scienziati da tutto il paese, che hanno firmato e supportato il suo piano con queste parole: “non solo il tuo Green New Deal rispetta i limiti temporali dell’IPCC, ma le soluzioni che stai proponendo per risolvere la crisi climatica sono realistiche, necessarie e supportate dalla scienza. Dobbiamo proteggere l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il pianeta che chiamiamo casa”.

Molti scienziati hanno voluto supportare Sanders anche singolarmente, tramite i loro account social. Ad esempio, Peter Kalmus della NASA ha dichiarato: “Il piano climatico di Bernie è ambizioso? Si. È costoso? Si. Ma l’alternativa è perdere…bè, tutto. Dal mio punto di vista, la cosa che non è fattibile è non fare niente”.

Dall’America una speranza per tutto il mondo

In definitiva, quello di ieri è stato solo il primo round. La partita è ancora aperta e soprattutto, non è detta che chi vincerà le primarie democratiche sarà altrettanto capace di vincere la Casa Bianca nelle elezioni del 3 novembre prossimo. Eppure, osservando queste evoluzioni da un’ottica ambientalista, possiamo affermare che le elezioni americane stanno finalmente alzando il tiro sulla crisi climatica e sulla necessità di affrontarla il più velocemente possibile.

Non sappiamo se sarà Bernie Sanders a vincere, ma sicuramente gli va riconosciuto il merito di aver portato la questione ambientale al centro della programmazione democratica del paese più responsabile al mondo in termini di emissioni storiche e pro-capite. Di fronte alla realtà che abbiamo oggi, con un presidente americano che ritiene il cambiamento climatico una “bufala” e che ha sottratto l’America dagli impegni dell’Accordo di Parigi, possiamo aspettare speranzosi i risultati dell’Iowa, augurandoci che sia solo l’inizio di una rivoluzione climatica. Per l’America e per tutto il mondo.

Leggi il nostro articolo: “UE stanzia mille miliardi per un’Europa carbon free”

“Fine”. Il libro pauroso che ci spinge ad avere coraggio

Fine, una sola parola. È il titolo del libro di Giuseppe Civati e Marco Tiberi, edito da People, che racconta la storia delle nostre paure, della nostra indifferenza verso un futuro che ci aspetta e che tutti stiamo ignorando. È una storia breve, 113 pagine da leggere in un pomeriggio, ma è sufficiente per farci specchiare con la parte peggiore di noi: quella che ogni giorno convive pacificamente con il cambiamento climatico, senza fare nulla per fermare la catastrofe.

Pippo Civati e la casa editrice People

Il nome di uno dei due autori potrà sembrarvi famliare. Giuseppe Civati è infatti il noto politico, parlamentare dal 2013 al 2018 e fondatore del partito Possibile. Conosciuto da tutti con il nomignolo “Pippo”, Civati non venne riconfermato alle elezioni politiche del 2018, ma vinse l’anno successivo alle elezioni europee con la lista Europa Verde. Aveva però ritirato la sua candidatura un mese prima come segno di protesta per la presenza di esponenti di destra nella stessa lista. La sua carriera politica è dunque finita due anni fa, e da allora Civati ha orientato la sua passione verso il settore dell’editoria. A novembre 2018 fonda People, una casa editrice nata per “raccontare e indagare il cambiamento nella società”.

Civati e i suoi colleghi Stefano Catone e Francesco Foti decidono di sfidare i grandi colossi dell’editoria italiana per affrontare dei temi “scomodi”, come l’immigrazione, la politica e soprattutto la crisi climatica. Loro stessi definiscono lo stile di People “pop”, perché ritengono che i libri debbano essere accessibili a tutti: non troppo lunghi e con un lessico chiaro. Soprattutto quando si parla di un tema così complicato e pesante come il cambiamento climatico, lo stile gioca un ruolo fondamentale. La semplicità che gli editori rincorrono è ben riscontrabile nel libro “Fine”, qui di seguito recensito per voi dal nostro blog.

Giuseppe Civati presenta “Fine” al PolitiCamp 2019

La trama di “Fine”: la crisi climatica presente e futura

L’inizio del libro è ambientato nel 1942: racconta di una ragazza, Sara, che rincorre un’ancora di salvezza in un pianeta ormai insalvabile. I capitoli successivi sono un racconto a ritroso per capire come si sia arrivati al punto di non ritorno. Sara e la sua famiglia appartenevano a quella fascia della popolazione che poteva ancora ignorare i segnali di allarme, perché i ricchi si sa, hanno più mezzi per sopravvivere. Fino a quando la situazione è diventata talmente insostenibile da far scoppiare la guerra civile. Sara è stata così costretta a scappare e a rifugiarsi in una bolla d’indifferenza e cinismo che lascia il lettore senza parole.

Leggi il nostro articolo: “Esiste il punto di non ritorno? Tutti ne parlano e nessuno passa all’azione”

Il viaggio di Sara continua, fra vecchie amicizie che si infrangono davanti all’egoismo dello spirito di sopravvivenza e nuovi amori che riaccendono la speranza, per poi ricadere nel senso di impotenza e nell’attesa della fine. Lo scopo dei due autori non è appunto alimentare la speranza: di quella si sono già riempiti la bocca molti politici di oggi, che stanno inneggiando ai piani verdi, al New Deal Europeo, alla transizione energetica, senza però fare niente di concreto per fermare la crisi climatica.

Leggi il nostro articolo: “Ue stanzia mille miliardi per un’Europa carbon-free”

Il coraggio di raccontare la paura

Gli autori hanno invece il coraggio di parlare del dramma, della paura di ciò che sta accadendo e che potrebbe accadere. Questo libro parla di noi, dell’indifferenza in cui ci siamo rifugiati per non far sì che quella paura ci rovini la quotidianità:

“Parlavamo di tutto, a vanvera, in un chiacchiericcio pasticciato e senza senso, senza fare nulla. Era come se fossimo già su questa nave, un sabato del villaggio senza domenica. Eravamo tutti ammalati di ritardo, e di panico, e di presente. Vivevamo nell’ “emergenza” e facevamo finta che fosse normale.

Isole di plastica di dimensioni continentali, orsi polari alla deriva su zollette di ghiaccio, alluvioni ovunque, bombardamenti di grandine, animali stremati in cerca di pozze che non avrebbero trovato. Le chiamavano “Breaking News”: avevano rotto il mondo, ma non la nostra indifferenza”.

La speranza di People: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez

Non è certamente un libro da lieto fine. Ma proprio per questo arriva al cuore del lettore: parla di noi, di quello che sta avvenendo nei nostri cervelli e nei nostri cuori per sopravvivere giorno dopo giorno. È un libro semplice, reale, disarmante. Il pessimismo dei due autori viene controbilanciato dagli altri scritti di People, come per esempio La sfida più grande o La giovane favolosa.

In questi due libri trova spazio la speranza, quella che si prova guardando le due stelle verdi della politica americana: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Un aspirante presidente e la sua instancabile deputata che stanno remando contro tutte le lobby storiche della Casa Bianca per portare al centro l’ambiente e le persone. Scorrendo le pagine di questi due libri si ha la sensazione opposta a quella che si ha leggendo Fine: viene voglia di sperare che non sia ancora troppo tardi, che ci siano soluzioni attuabili da oggi stesso.

Alexandria Ocasio-Cortez spiega al Guardian perchè ha deciso di sostenere Bernie Sanders alle presidenziali americane del 2020

Leggi il nostro articolo: “USA, proposto un patto per l’ambiente: il Green New Deal”

Fine: lo specchio di noi stessi

Pippo Civati e la sua People ci offrono quindi un mondo di riflessioni, “un punto di vista laterale sul presente e sul suo divenire”, uno spettro di possibilità di quello che il futuro potrebbe essere. Hanno il coraggio di parlare della crisi climatica e chiedono al lettore di essere altrettanto coraggioso, perchè è una crisi che potrebbe essere arginata oppure diventare molto peggio. Ci offrono uno specchio per le emozioni contrastanti che stiamo provando. Paura. Speranza. Fine.

La crisi climatica è la nostra guerra. L’unica per cui dobbiamo mobilitarci

Il clima belligerante di questi giorni ci ricorda una cosa fondamentale: in tempi di guerra, gli stati sono in grado di mobilitare delle risorse che prima non c’erano. Risorse monetarie, temporali, emotive. Quando si alza la tensione e scoppia un conflitto, i governi tirano fuori miracolosamente i soldi, riescono a mobilitare la popolazione e a convertire l’intero sistema statale in un arco di tempo molto breve. La storia ce l’ha dimostrato con le due guerre mondiali del Novecento e durante la Guerra Fredda. Come mai, allora, nessuno sta considerando la crisi climatica come una guerra mondiale che necessita di una celere mobilitazione su larga scala?

Otto anni per salvare il pianeta: troppi o troppo poco?

Abbiamo otto anni per salvare il pianeta. Sembrano pochi, per altri sono troppi. Il dibattito sul cambiamento climatico viene polarizzato da queste voci contrastanti: da una parte ci sono i rassegnati, quelli che dicono che non c’è più tempo. Dicono che, se anche cambiassimo tutto e smettessimo di emettere oggi stesso, sarebbe già troppo tardi. Il loro pessimismo si basa sul fatto che, effettivamente, la catastrofe è già davanti ai nostri occhi. Dalle fiamme dell’Amazzonia all’acqua alle caviglie di Venezia, dall’Australia in fiamme all’Indonesia inondata. Il mondo sembra ormai ribellarsi e dimostrare che non c’è più spazio di manovra.

Ricordiamo per esempio, che la maggior parte del calore sprigionato negli ultimi 150 anni è stato intrappolato dagli oceani, che fungono da enorme serbatoio a lento rilascio. Ce lo ricorda anche l’ONU nell’obbiettivo 14 dell’Agenda 2030: “gli oceani assorbono circa il 30% dell’anidride carbonica prodotta dagli umani, mitigando così l’impatto del riscaldamento globale sulla Terra”. Usando la parola “mitigazione”, sembra quasi un effetto positivo. Bisogna però tener conto che un aumento della temperatura oceanica provoca conseguenze irreparabili anche sulla terra ferma, perché aumenta l’umidità e quindi l’intensità e la frequenza degli uragani.

Leggi il nostro articolo: “Gli oceani sono ammalati”

Zero emissioni entro il 2030: una guerra già persa in partenza?

Dall’altra parte del dibattito sul cambiamento climatico ci sono i conservatori dello status quo; coloro cioè, che ritengono sia impossibile modificare l’intero sistema mondiale nel giro di un decennio. Queste le motivazioni principali addotte: l’industria fossile sfama migliaia di famiglie, sarebbe contro la crescita economica, solo i pazzi della “decrescita felice” sono in grado di immaginarsi un mondo a zero emissioni nel 2030. E difatti tutti i piani di transizione verde fin’ora elaborati fissano i loro obiettivi ad un minimo di venti anni; ad esempio, il piano appena varato dalla Commissione Europea prevede la “neutralità climatica dell’UE entro il 2050”. Solo il Green New Deal di Alexandria Ocasio-Cortez ambisce a una società zero-emissioni entro il 2030. La giovane deputata americana si pone così fuori dai due spettri, per lei non è né troppo tardi né troppo presto: bisogna agire ora.

Leggi il nostro articolo: “Usa, proposto un patto per l’ambiente: il Green New Deal”

I paragoni con le guerre precedenti

La potenza del messaggio di Alexandria Ocasio-Cortez sta nella dimostrazione che in passato è stato fatto. La mobilitazione della Grande Guerra, così come il New Deal di Roosevelt, la conversione bellica della Seconda Guerra Mondiale e il Piano Marshall, ci offrono esempi tangibili della possibilità di cambiare tutto e in fretta. Durante la Seconda Guerra Mondiale, tutte le industrie vennero rapidamente convertite e il personale si adattò al cambiamento, passando dalla produzione di saponi a quella di armi, dalla produzione di vestaglie da notte a quella di divise militari. I modelli di consumo vennero totalmente reindirizzati perché servivano combustili e cibo per le truppe schierate.

Nel frattempo, tramite l’utilizzo di radio e televisioni, i personaggi famosi e la Walt Disney ripetevano giorno e notte degli slogan per sostenere lo sforzo bellico. Come scrive Foer nel suo ultimo libro (recensito di recente sul nostro blog), durante la seconda guerra mondiale ogni singolo americano contribuì alla vittoria grazie a dei piccoli gesti: fu chiesto loro, per esempio, di spegnere le luci dopo le 19 di sera, così da risparmiare energia e indirizzarla ai bisogni della guerra. Sempre per risparmiare, un altro messaggio diffuso dai media spronava gli americani a viaggiare in gruppo, anticipando quello che oggi viene chiamato “car-pooling”: “se viaggi da solo, viaggi con Hitler!”, recitava lo slogan.

Una mobilitazione di massa

Naomi Klein riporta i seguenti dati: “tra il 1938 e il 1944 l’utilizzo dei trasporti pubblici salì dell’87 per cento negli Stati Uniti e del 95 per cento in Canada. Nel 1943 negli Stati Uniti venti milioni di famiglie, tre quinti della popolazione, avevano in giardino un ‘orto della vittoria’ in cui crescere ortaggi freschi, che ammontarono al 42 per cento del totale consumato quell’anno”.

Allo stesso tempo, la giornalista canadese ci mette in guardia dal pericolo di fare comparazioni con il passato: “Le mobilitazioni in tempo di guerra e gli enormi sforzi postbellici per la ricostruzione furono sicuramente ambiziosi, ma furono anche trasformazioni fortemente centralizzate, imposte dall’alto. Se deleghiamo in questo modo ai governi centrali la lotta alla crisi climatica, possiamo solo aspettarci misure fortemente inficiate dalla corruzione, che concentrerebbero ancora di più il potere e la ricchezza nelle mani di pochi grandi protagonisti, per non parlare delle aggressioni sistematiche ai diritti umani”.

Leggi il nostro articolo: “Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima”

Le giovani generazioni ci stanno guardando

Quindi, le guerre del passato non sono certamente da prendere da esempio. Non abbiamo bisogno di una guerra ed è bene ribadirlo, in questi giorni belligeranti. La guerra ci serve come metro di paragone per rispondere a tutti coloro che dicono che è troppo presto, o troppo tardi. La crisi climatica “è la nostra guerra, la nostra Seconda Guerra Mondiale”, dice la Ocasio-Cortez. “Le giovani generazioni ci stanno guardando e urlano a gran voce: il mondo finirà in 20 anni e la vostra più grande questione è dove troveremo i soldi?”.

L’unica guerra che ha il diritto di esistere

Come detto pochi giorni fa, se si compisse la transizione verde di cui stiamo parlando, molti dei conflitti oggi presenti sulla Terra non avrebbero più ragione di esistere. Perciò vogliamo sottolineare ancora una volta che le uniche truppe che hanno diritto di marciare sono quelle che scendono in piazza il venerdì: se solo prendessimo sul serio i loro slogan, se le televisioni e i social fossero invasi ogni minuto in ogni nazione, con la stessa capillarità usata durante la Seconda Guerra Mondiale, forse le persone farebbero lo sforzo di consumare meno, usare i trasporti pubblici, avere un orto dentro il giardino. Si convincerebbero che l’unica guerra da combattere è quella contro la crisi climatica. Smetterebbero di parlare di terza guerra mondiale perchè sarebbero finalmente consapevoli che nessuna altra guerra sarebbe possibile senza un pianeta su cui combattere.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”