Pesticidi: residui trovati nel 70% della frutta

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Non è certo una novità che nella maggior parte della frutta e la verdura presente sulle nostre tavole siano stati utilizzati pesticidi e fertilizzanti chimici. Questo perché, per la legge italiana ed europea, l’utilizzo di fitofarmaci sui prodotti ortofrutticoli è totalmente legale, anche se entro certi limiti quantitativi e qualitativi. Legambiente, però, nel nuovo report Stop Pesticidi, ha rivelato che molti prodotti superano la soglia massima di residui che garantirebbero la salvaguardia della salute e dell’ambiente.

I dati di Legambiente sui pesticidi

Il rapporto di Legambiente parla chiaro: quasi la metà dei campioni dei prodotti “analizzati contiene residui di pesticidi”. Nella frutta si arriva a oltre il 70%. Al di là dei numeri assoluti, però, il dato più disarmante è quello per cui soltanto l’1,2% del totale dei prodotti analizzati risulta contenere valori che siano considerati fuori legge. il 46,8% di campioni regolari, però, presentano uno o più residui di pesticidi.

Come spiega Legambiente il problema vero è il multiresiduo. La legislazione europea non considera infatti un prodotto irregolare se ogni singolo livello di residuo non supera il limite massimo consentito. Non è considerata invece la totalità di questi additivi, benché sia noto da anni che le interazioni di più e diversi principi attivi tra loro possano provocare effetti maggiori o addirittura sinergici a scapito dell’organismo umano.

Un po’ di chiarezza sui pesticidi

Il termine “pesticidi” è molto ampio e comprende tipi diversi di agenti chimici usati sulle colture. Per esempio ci sono i biocidi, che servono a debellare organismi nocivi e che portano malattie, come insetti, ratti e topi. Questi non rientrano però nell’ambito di competenza dell’EFSA, ovvero l’ente europeo per la sicurezza del cibo. Vi sono poi i prodotti fitosanitari, che servono per tenere in buona salute le colture e impedire loro di essere distrutte da malattie e infestazioni. Questi comprendono erbicidi, fungicidi, insetticidi, acaricidi, fitoregolatori e repellenti. I prodotti fitosanitari, per svolgere la loro funzione, contengono almeno una sostanza attiva. Tali sostanze possono anche consistere in microrganismi e virus, i quali possono così difendere la pianta da altri agenti aggressivi.

I pesticidi vengono utilizzati in agricoltura con l’obiettivo di rendere più efficienti le colture, aumentandone gli standard qualitativi e quantitativi. I prodotti fitosanitari, infatti, liberano facilmente i prodotti agricoli da piante e altri organismi infestanti, rendendo la coltura più adatta a una distribuzione di massa. Come si legge sul report di Legambiente, però, questo metodo non solo non ha contribuito in maniera significativa alla riduzione della fame nel mondo, ma ha avuto effetti negativi sulla salute dell’uomo e degli ecosistemi. Gli additivi chimici infatti contaminano l’aria, le acque, il suolo e, appunto, il nostro stesso cibo. In un’Europa che ha appena sottoscritto il Green New Deal, quindi, è necessario cambiare metodi di coltura e incentivare altre soluzioni che abbiano a cuore sì l’efficienza agricola, ma anche il benessere dell’ambiente.

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La situazione dei pesticidi in Italia

L’Europa già dal 2009 chiede agli Stati Membri un Piano di Azione Nazionale (PAN) sull’utilizzo sostenibile dei prodotti fitosanitari. Anche grazie a queste rilevazioni è emerso che l’Italia nel 2018 fosse la terza nazione in Europa per consumo di pesticidi, preceduta da Francia e Spagna (leggi qui l’articolo). Legambiente lamenta il fatto che nell’ultimo PAN italiano non siano stati presi in considerazione molti fattori, come il multiresiduo nominato precedentemente. Un altro fattore che dovrebbe comparire nel nuovo PAN sarebbe la distanza dei terreni agricoli dalle abitazioni e dalle scuole in via preventiva, proprio per evitare che gli esseri umani (sopratutto i bambini) entrino in contatto con acqua e terra contaminata.

Infine si dovrebbe integrare il PAN con un monitoraggio dell’ecosistema rurale e degli effetti nocivi sulla biomassa vivente nella zona. Un’azione importante come misura preventiva, ma anche atta a rendere consapevoli i governi dei potenziali danni, indirizzandoli così verso il divieto assoluto di queste sostanze. Senza pesticidi, però, cosa rimarrebbe?

Agricoltura biologica: l’alternativa ai pesticidi

Come suggerisce il report di Legambiente, l’alternativa migliore all’utilizzo di pesticidi è lo sviluppo dell’agricoltura biologica. Un tipo di agricoltura, cioè, che non prevede l’utilizzo di fitofarmaci o fertilizzanti chimici. Piuttosto, si utilizzano metodi naturali (ovvero elementi già presenti nel terreno) per contrastare le erbe e gli organismi infestanti. Un esempio sono le piante “purificanti” come il macerato di ortica.

Non solo, l’agricoltura biologica mette al primo posto la stagionalità e, quindi, le rotazioni colturali. In questo modo è possibile sfruttare la naturale fertilità del terreno nei giusti periodi dell’anno, evitando di dover utilizzare additivi per la crescita di altri prodotti ortofrutticoli. La rotazione stagionale si lega anche a un concetto più ampio, ma altrettanto importante, che caratterizza la coltivazione biologica. Il fatto cioè che l’agricoltura biologica non riguardi solo pratiche agricole sostenibili e rispettose dell’ambiente, ma tende a rivoluzionare l’intero sistema produttivo agricolo, designando la salute e l’equità dei lavoratori come punti fermi della sua politica.

A questo punto, ancora una volta, siamo tenuti a chiamare in causa la coscienza di ogni individuo perché prenda la giusta decisione ogni qualvolta sia chiamato al voto. Non solo, la propria coscienza deve essere determinante anche nella quotidianità. Se una persona sceglie di acquistare i prodotti agricoli da una piccola azienda indipendente e biologica può fare una piccola differenza. Se questa scelta viene effettuata da tutti, la differenza sarà immensa.

L’Italia è il secondo esportatore di pesticidi illegali in UE

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https://anchor.fm/lecopost/episodes/Italia-secondo-esportatore-UE-di-pesticidi-ejlfnh

A volte, da bambina, quando un adulto mi imponeva il divieto di fare qualcosa, mi bastava uscire dal suo radar visivo per continuare indisturbata la mia attività. Lo stesso atteggiamento infantile è proprio delle aziende chimiche produttrici di pesticidi; e quella mancanza di attenzione, voluta o non voluta, da parte degli adulti è paragonabile alle indulgenti leggi dell’Unione Europea. Un’indagine di Greenpeace UK, Unearthed, e dalla ONG svizzera Public Eye ha messo a nudo l’esportazione, da parte di alcune nazioni europee, di pesticidi che sono già stati dichiarati illegali all’interno dell’Unione. Insomma, invece che terminare il gioco, le aziende chimiche lo hanno proseguito lontano dagli occhi degli adulti.

Perché i pesticidi erano illegali

Nei primi dieci anni del nuovo millennio l’Unione Europea ha deciso di vietare l’utilizzo di alcuni prodotti fitosanitari. Tra questi il Trifluralin e l’Alachlor, erbicidi utilizzati sin dagli anni ’60 e rivelatosi tossici per gli organismi acquatici, oltre che per la loro lunga persistenza nel suolo. Un altro famigerato erbicida ormai vietato in UE è l’Atrazina. Secondo L’EPA (Environmental Protection Agency) l’esposizione ad Atrazina è collegata al cancro alla prostata, oltre ad avere effetti neuroendocrini con conseguenze sia a livello riproduttivo che di sviluppo.

Vi sono poi i pesticidi, che non hanno caratteristiche migliori. L’ 1,3-dicloropropene e la Propargite, per esempio, sono considerati probabilmente cancerogeni per operatori e consumatori, oltre che per i mammiferi che vi entrano in contatto.

Etica? No grazie

Alla luce di questo, le aziende chimiche e chi gestisce i loro rapporti commerciali non si sono poste alcun problema etico, ma hanno deciso di esportare questi pesticidi ed erbicidi dannosi per gli uomini e l’ambiente dove la legge lo consentiva, ovvero fuori dall’Unione Europea. E le cose sono anche peggiori di così. Oltre agli Stati Uniti, l’Australia, il Canada e il Giappone, l’UE esporta i pesticidi anche in nazioni del mondo più povere, come Marocco, Sud Africa, India, Messico, Iran e Vietnam.

In totale, nel periodo dei 9 mesi di indagini, sono state contate 81.615 di tonnellate di prodotti fitosanitari vietati destinati all’esportazione. Di queste, il 12% (pari cioè a 9.500 tonnellate di pesticidi) provenivano dall’Italia. Questo dato rende il Bel Paese il secondo esportatore europeo di queste sostanze. Poi, quando il Regno Unito reciderà i suoi legami con l’Unione Europea, l’Italia si aggiudicherà il primato.

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Il caso dell’Alto Adige

Non stupisce quindi la recente e triste notizia del processo a Karl BärAlexander Schiebel. I due attivisti si sono infatti schierati contro l’uso intensivo dei pesticidi in agricoltura, in particolare in Trentino Alto Adige. Sono stati poi portati in giudizio dall’Assessore all’Agricoltura bolzanino Arnold Schuler.

I due, però, non avrebbero torto, visto che i dati parlano chiaro: la vendita di pesticidi in rapporto alla superficie trattabile supera di oltre sei volte la media nazionale. Il processo contro Bär inizierà oggi, 15 settembre. In caso di condanna egli rischia la pena detentiva e la rovina personale a causa dell’astronomica spesa di risarcimento per aver “recato danno all’immagine dell’Alto Adige”. Fermo restando che entrambi gli attivisti stanno già sostenendo delle ingenti spese legali. 

La coltivazione delle mele, diffusa soprattutto nella valle dell’Adige e in Val di Non, porta le province di Bolzano e Trento al triste primato di regione italiana con la maggiore distribuzione di pesticidi.

Le contraddizioni dell’esportazione di pesticidi

Le contraddizioni legate all’uso e all’esportazione di pesticidi, se non sono evidenti, la sveliamo di seguito. Innanzi tutto, l’abbiamo detto, esiste un problema etico alla base di questa attività. Proteggere da sostanze cancerogene gli abitanti dell’Unione Europea soltanto perché in possesso di un documento che ne sancisca la cittadinanza e non farlo con altri esseri umani che hanno semplicemente una nazionalità differente non ha alcun senso logico.

In più, l’Unione Europea importa dai Paesi sopra elencati una grandissima quantità di prodotti agricoli e, quindi, cibo che finisce direttamente sulle nostre tavole. La vendita di pesticidi a queste Nazioni, quindi, ci si ritorcerebbe contro, rappresentando perfettamente quel fenomeno che ormai va di moda chiamare karma.

Infine, vi è sempre il problema del riscaldamento globale che incombe sul pianeta (e sopratutto sui paesi più poveri) ormai da decenni. Il quale ancora non spaventa chi lucra sulla produzione, trasporto, vendita e smaltimento di prodotti che l’hanno causato. Non basta quindi questo infausto fenomeno a minacciare l’ambiente, gli ecosistemi e l’essere umano. I pesticidi non riescono ad uscire dalla scacchiera e si uniscono agli innumerevoli strumenti di tortura cui la Terra è già sottoposta.

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L’appello di Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura di Greenpeace Italia, è quindi rivolto all’UE, che deve porre fine a questa ipocrisia vietando per sempre la produzione e l’esportazione di tutti i pesticidi vietati.

Glifosato Killer? Era tutto uno scherzo!

Un agricoltore sparge pesticidi sui suoi campi

Il glifosato

Il glifosato è un diserbante sistemico e non selettivo. E’ una sostanza solida ed inodore che viene assorbita per via fogliare (per tal motivo è sistemico) e poi dislocato in ogni altra parte della pianta tramite floema. Il diserbante viene assorbito in 5 o 6 ore e in una decina di giorni è già visibile il disseccamento della vegetazione. Il glifosato interrompe le vie metaboliche plantari, responsabili di sintetizzare fenilalanina, tirosina e triptofano, inibendo l’enzima denominato 3-fosfoshikimato 1-carbossiviniltransferasi. Tale enzima dal nome complicato è necessario alla sopravvivenza della pianta. Il glifosato, in sintesi, per chi non mastica molto di botanica, è un analogo aminofosforico della glicina.

Semplificando ancor di più si tratta di un composto chimico, sviluppato in laboratorio, noto ai più come l’erbicida totale. Il brevetto di produzione è scaduto nel 2001, rendendo il composto una libera produzione. Fino a quell’anno, a partire dal 1970, esso è appartenuto alla Monsanto Company.

Il diserbante a base di glifosato, originariamente brevetto Monsanto, è tra i pesticidi più utilizzati al mondo.

Cenni storici

Il composto tecnicamente denominato N – (fosfonometil)glicina, in formula C3H8NO5P, fu scoperto nel 1950. Lo compose per primo un chimico chiamato Henry Martin, dipendente della Cilag, la quale però non lo rese oggetto di pubblicazione.

Tra il termine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, nell’ambito di una ricerca sull’addolcimento idrico a partire da analoghi dell’acido aminometilfosforico, la Monsanto lo riscoprì. Alcuni di questi addolcitori mostrarono di possedere un blando potere erbicida. Interessata a produrre un diserbante efficace, la compagnia incaricò il suo capace chimico John E. Franz, di ricercare analoghi con il maggior potenziale erbicida. Il glifosato fu il terzo ad essere scoperto. Da quel momento, il mondo ha conosciuto il principe dei diserbanti.A seguito del suo lavoro sul glifosato, John Franz ha ricevuto onoreficenze importanti.

La questione glifosato

L’impiego di questo diserbante è al centro di vicende giudiziarie – anche complesse – da anni. L’eco di alcune di queste sentenze, soprattutto di quelle che, effettivamente, hanno condannato la multinazionale, ha originato anche ricerche scientifiche. Recentemente, il glifosato è stato dichiarato non cancerogeno, dopo che per anni il suo stato era invece quello di sostanza cancerogena.

In realtà, nonostante buona parte dell’opinione pubblica lo considerasse pericoloso, l’agricoltura ha sempre continuato ad utilizzarlo. Spesso e volentieri se n’è addirittura abusato, impiegandolo in maniera massiccia. Come si è scritto infatti, l’efficacia della sostanza è senza pari.

La IARC, agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, inserì nel 2015 il glifosato tra i prodotti “probabilmente cancerogeni”. Sconsigliandone l’uso ma non proibendolo, lasciando una porta socchiusa al legislatore e, soprattutto, all’enorme multinazionale Bayer – Monsanto. Nel biennio 2015 – 2017, il gruppo di ricerca sui pesticidi della FAO/OMS conferma la pericolosità del prodotto e, nei soli Stati Uniti, una class action di agricoltori intenta circa 18mila cause alla multinazionale. Le accuse sono che il loro prodotto a base di glifosato, denominato Roundup, li avrebbe esposti a rischio tumorale. Una stima del Sole 24 Ore, risalente ad agosto, certifica che la vicenda abbia comportato una perdita di valore aziendale pari al 31%. In soldoni, dato il non trascurabile fatturato di Bayer – Monsanto, parliamo di circa 30 miliardi di capitalizzazione.

Il RoundUp, uno degli erbicidi più utilizzati al mondo, è a base di glifosato, Foto: Agweek

La svolta

Tutto è però cambiato, poche settimane fa, in seguito all‘assoluzione della EPA (Environmental protection agency), l’agenzia statunitense per la tutela ambientale. I suoi studi non avrebbero identificato alcun rischio per la salute umana, né alcun rischio alimentare, dovuto all’esposizione al glifosato. Anche esperti italiani si sono schierati con la EPA, affermando come l’insorgenza di problemi, a seguito dell’utilizzo del glifosato, per l’uomo sia prossima allo 0.

La sede della EPA a Washington, Foto: QualEnergia

Angelo Moretto, il direttore del Centro Internazionale per gli Antiparassitari e la Prevenzione Sanitaria e Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche dell’Università degli Studi di Milano, ha sostenuto come il glifosate sia certamente tra le molecole meno dotate di tossicità per i vertebrati, tra quelle utilizzate nei prodotti fitosanitari. Gli ha fatto eco Donatello Sandroni, giornalista e dottore in ecotossicologia. Secondo Sandroni, il margine di confidenza tra la quantità di composto assorbita dall’essere umano che consuma alimenti trattati con glifosato e la pericolosità del prodotto sarebbe astronomico. Donatello Sandroni ha condotto uno studio approfondito sul glifosato ed i suoi effetti. Il giornalista è tra i maggiori esperti italiani in merito.

Glifosato: un buono o un cattivo?

A quanto sembra, dunque, la questione sembrerebbe essersi risolta. La Bayer è riuscita ad evitare di tornare a processo, per il glifosato, in tempi recenti. Dopo l’assoluzione di cui abbiam parlato ora, sembrerebbe possibile, per la multinazionale, chiudere la questione con perdite all’interno dei 10 miliardi di dollari, ben meno di quanto stimava il Sole 24 Ore. Almeno stando ai numeri aziendali. La strategia degli avvocati della multinazionale, infine pare poter davvero pagare.

Ciò non toglie che sono arrivate a 18.400 le cause aperte negli USA contro il Roundup, prodotto sviluppato da Monsanto e diventato ora proprietà di Bayer. Il colosso tedesco acquisì infatti il leader mondiale di sementi e OGM tra il 2017 e il 2018, per una cifra vicina ai 65 miliardi di dollari, in uno degli accorpamenti più chiacchierati del decennio scorso. Alcune di queste cause, sono state perse dal gigante chimico. Inoltre, non mancano certo scienziati fortemente contrari all’impiego di glifosato. Tra questi segnaliamo il tossicologo francese Christopher Portier. Egli ha condotto uno studio sugli effetti cancerogeni del prodotto, per conto della rivista Environmental Health, dal quale emergono risultati ben diversi da quelli esaminati. Nelle cavie sottoposte a test, infatti, sarebbero state riscontrate insorgenze tumorali. Secondo Portier, il composto alla base del pesticida aumenterebbe le possibilità di contrarre ben 37 forme di cancro.

Dunque la scienza appare divisa, seppure il piatto della bilancia pesi più dalla parte favorevole all’impiego di glifosato. Dunque, che fare?

https://www.youtube.com/watch?v=SM7nw-65lgw
Approfondimento RAI sul glifosato, tratto dalla trasmissione Indovina chi viene a cena

L’inchiesta del Guardian

All’infuori di quali possano essere le personali convinzioni riguardo all’industria chimica e farmaceutica – di cui non ci occuperemo in queste righe poiché avremmo bisogno di uno spazio dedicato solo per tracciare un confine tra realtà e complottismo – la Monsanto non ha operato in trasparenza, per difendere il suo prodotto. Una recente inchiesta portata avanti dal Guardian ha infatti rivelato che l’azienda, nel 2017, ancora non controllata da Bayer, mise pressione ai ricercatori incaricati di accertare la pericolosità del composto. Monsanto finanziò una ricerca parallela, finalizzata ad indicare come il divieto di utilizzare Roundup avrebbe avuto un impatto molto grave su agricoltura e ambiente. Tale ricerca è poi stata impugnata dalla National Farmers Union, e altri organismi impegnati nel mondo dell’agricoltura, per chiedere il ritiro di una misura della UE datata 2017. L’Europa, con quel provvedimento, aveva vietato l’utilizzo del glifosato.

A seguito di questo deciso schieramento lobbista, però, la UE ritirò la misura, delegando la decisione ai singoli Stati membri. La NFU ha ora dichiarato, sui suoi canali, quale sia la fonte della ricerca su cui basa le sue convinzioni in merito al glifosato.

Bayer ha affermato prontamente che un simile comportamento viola i propri principi. Gli autori dello studio hanno dichiarato come il finanziamento non abbia in alcun modo influenzato il loro lavoro.

A seguito dell’acquisizione di Monsanto, nel 2018, Bayer è diventata una tra i principali attori, se non il principale, nel settore chimico

Dal glifosato al Dicamba

A questo punto è importante sottolineare un aspetto importante: come scrive anche Damian Carrington sul Guardian, è ampiamente riconosciuta, nella ricerca sulla tossicità chimica, una certa tendenza da parte dei risultati di studi scientifici a favorire comunque i loro finanziatori. Tale elemento va sempre tenuto presente, quando discerniamo informazioni basate su dati provenienti dalla ricerca.

Prima di chiudere, evidenziamo come la multinazionale Bayer – Monsanto abbia ricevuto, nel mese di febbraio, una missiva poco piacevole dal tribunale del Missouri. La corte sanzionava l’azienda per una cifra intorno ai 15 milioni di dollari e, contestualmente, recapitava una multa per danni punitivi pari a 265 milioni di dollari. Il motivo della condanna non sarebbe legato al glifosato, bensì a Dicamba. Si tratta di un’erbicida molto più giovane e utilizzato da meno tempo. Un coltivatore di pesche americano, residente nel sud-est del Missouri, ha dichiarato di aver ricevuto ingenti danni alle sue colture. I campi circostanti il suo frutteto, adibiti a piantagioni di cotone OGM (la legge statunitense consente tale coltivazione), sarebbero stati inondati con questo prodotto in quanto il cotone chimico è robusto e resistente agli erbicidi. Il Dicamba depositato ma non assorbito ha, letteralmente, avvolto il pescheto, seccandone le foglie e uccidendone gli alberi.

Una confezione dell’erbicida Dicamba

Chissà se davvero possa ritenersi chiusa la questione glifosato. E chissà se ora non se ne aprirà una Dicamba.

Parlamento Europeo per l’ambiente: voto a favore delle api

Senza le api, il mondo come noi lo conosciamo non esisterebbe. Un fatto che non ha impedito alla Commissione Europea e agli Stati Membri di proporre l’indebolimento di una legge che tutelava le api. Fortunatamente a fermarli ci ha pensato il nostro Parlamento Europeo. Con 533 voti a favore, 67 contro e 100 astensioni ha bloccato la proposta.

api

Le linee guida per i pesticidi

Nella mozione di protesta viene chiamata in causa l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare, che ha sede a Parma) che nel 2013 aveva elaborato alcune linee guida riguardo all’utilizzo di pesticidi sulle piante. L’Autorità sottolineava l’importanza di testare tutti i prodotti fitosanitari, al fine di proteggere le api dall’esposizione a sostanze per loro dannose. Se queste sostanze fossero state trovate nei prodotti testati, sarebbe subito scattato il divieto di commercializzazione. Secondo la Commissione Europea e alcuni Stati membri però questa regolamentazione era troppo rigida e andava modificata.

È inaccettabile che gli Stati Membri si oppongano alla piena attuazione delle linee guida delle api dell’EFSA del 2013“, si legge nella risoluzione parlamentare adottata mercoledì. Il progetto “non introduce modifiche per quanto riguarda la tossicità acuta per le api mellifere, ma rimane in silenzio sulla tossicità cronica, nonché sulla tossicità per bombi e api solitarie“. Inoltre, il testo della Commissione “non considera gli sviluppi più recenti delle conoscenze scientifiche e tecniche”, afferma il testo. 

Un problema mondiale

Nella mozione dei parlamentari si fa anche riferimento al problema del declino delle api in tutto il mondo. Come ben sappiamo, numerose specie di impollinatori sono infatti a rischio estinzione e purtroppo alcune sono già estinte. Durante lo scorso inverno, gli apicoltori statunitensi hanno perso il 37% delle colonie di api, registrando il maggior declino in tredici anni di monitoraggio. Il nuovo sistema di localizzazione potrebbe mostrare come i pesticidi danneggiano le colonie di api

Oltre a cause naturali come i parassiti, l’uomo ha contribuito in grande parte a questa enorme perdita. Il riscaldamento globale e la perdita degli habitat, ma anche e soprattutto l’utilizzo di prodotti chimici su fiori e piante hanno rappresentato una potente minaccia, non solo per le api, ma per l’intero ecosistema. 

Leggi anche il nostro articolo: “L’estinzione delle Api sarà l’inizio della Fine”

Nella sola UE, circa l‘84% di frutta e verdura coltivate e il 78% delle specie di fiori selvatici dipendono, almeno in parte, dall’impollinazione. Gli insetti impollinatori quindi rappresentano un introito annuale di quasi 15 miliardi di euro, parte del quale è già stato ampiamente perduto. Non svanisce, però, la speranza, specialmente quando una forza politica di tale importanza quale il Parlamento Europeo fa sentire la propria voce in difesa delle api e, quindi, del nostro intero pianeta. 

Articolo scritto in collaborazione con Make You Greener