Le città italiane più inquinate

L’inquinamento atmosferico è un problema complesso che dipende da molteplici fattori: in primis traffico, riscaldamento domestico, agricoltura e industria. Tutte queste attività umane emettono nell’atmosfera una certa quantità di composti inquinanti, come le polveri sottili (il Pm10 e Pm2.5), gli ossidi di azoto (in particolare l’NO2) e l’ozono troposferico (O3), i quali influiscono negativamente sulla salute delle persone, provocando l’insorgenza di patologie respiratorie, cardiovascolari, metaboliche e neurologiche. Oltre ai problemi legati alla salute ci sono inoltre delle enormi complicazioni dal punto di vista ambientale.

Ma quali sono le città italiane più inquinate in cui vivere?

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Città che superano i limiti giornalieri di PM10

Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, in Europa circa il 90 % degli abitanti delle città europee è esposto a concentrazioni di inquinanti superiori ai livelli di qualità dell’aria ritenuti dannosi per la salute. Per esempio, si stima che il particolato sottile (Pm2.5) riduca l’aspettativa di vita nell’UE di più di 8 mesi.

Se guardiamo la situazione del nostro paese, i dati sono ancora più preoccupanti. Ogni anno in Italia sono oltre 50 mila le morti premature dovute all’esposizione eccessiva ad inquinanti atmosferici. Un impatto che dal punto di vista economico arriva a diverse decine di miliardi all’anno tra spese sanitarie e giornate di lavoro perse, per la precisione tra i 47 e i 142 miliardi di euro/anno.

Secondo l’ultimo report di Legambiente sull’inquinamento atmosferico, nel 2020 più di un terzo delle città italiane analizzate (35 su 96) hanno superato i limiti giornalieri di legge per il Pm10 (stabilito in 35 giorni in un anno solare con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi di polveri sottili per metro cubo). Addirittura sono undici le città nelle quali si sono avuti più del doppio dei giorni di superamento dei limiti.

A Torino il valore peggiore in assoluto: 98 giorni di superamenti, quasi tre volte sopra il limite dei 35 giorni. Quindi Venezia con 88 giorni, Padova 84, Rovigo 83, Treviso 80, Milano 79, Avellino e Cremona 78, Frosinone 77, poi Modena e Vicenza che con 75 giorni di superamento dei limiti, chiudono le 10 peggiori città italiane.

Città che superano le medie annuali di PM10

I superamenti giornalieri rappresentano però solo un “campanello d’allarme” che rileva i periodi più critici dello smog durante l’anno. Le medie annuali di polveri sottili, invece, danno un’idea migliore sulla cronicità dell’inquinamento e sono il parametro di riferimento per la tutela della salute, come indicato dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che stabilisce in 20 microgrammi per metro cubo la media annuale per il Pm10 da non superare.

Secondo il report, sono 60 le città italiane (il 62% del campione analizzato) che hanno fatto registrare una media annuale superiore a quanto indicato dall’OMS. Anche in questo caso le città del nord Italia sono quelle con le rilevazioni più preoccupanti. Sempre in testa Torino con 35 microgrammi/mc come media annuale, seguita da Milano, Padova e Rovigo (34µg/mc), Venezia e Treviso (33 µg/mc), Cremona, Lodi, Vicenza, Modena e Verona (32 µg/mc).

Oltre alle città del nord però hanno superato il limite suggerito dall’OMS anche città come Avellino (31µg/mc), Frosinone (30 µg/mc), Terni (29 µg/mc), Napoli (28 µg/mc), Roma (26 µg/mc), Genova e Ancona (24 µg/mc), Bari (23 µg/mc), Catania (23 µg/mc) solo per citarne alcune.

Nel complesso, si può notare che le città del nord Italia e del bacino padano hanno i dati più allarmanti. Al sud invece i dati sono migliori, ma preoccupano Roma e la Campania, quest’ultima con alcune città in lista rossa.

Cosa è cambiato con il Covid?

In assoluto, i valori di inquinamento atmosferico dell’anno appena trascorso non sono diminuiti rispetto alle rilevazioni precedenti. Considerando le restrizioni applicate a causa dell’emergenza da Covid19, chi legge si starà chiedendo: come mai?

Durante il periodo del lockdown del marzo/aprile/maggio scorso, la diminuzione della concentrazione di polveri sottili (Pm10) e biossido di azoto (No2) è stata rispettivamente di circa il 20%, e tra il 40% e 60%. Quindi un lieve beneficio dal blocco del traffico c’è stato. Ma i valori di inquinamento complessivi non sono diminuiti principalmente per due motivi:

  • La prima spiegazione è che le misure hanno avuto il loro effetto benefico, ma che il danno era stato sostanzialmente già fatto. Infatti il periodo critico dell’inquinamento è quello compreso tra i mesi gennaio/febbraio e novembre/dicembre, dove si registrano i picchi più alti di inquinamento, con marzo e ottobre che invece sono, da un punto di vista delle concentrazioni e dei superamenti, mesi di transizione.
  • L’altro, e più importante, elemento di cui tener conto è che in realtà da tempo ormai, grazie ai parziali miglioramenti nei settori tradizionali (mobilità, industria e riscaldamento domestico), le concentrazioni di polveri sottili, in particolare in area Padana, sono sostenute in modo molto limitato da queste emissioni di fonte primaria, ovvero rilasciate al punto di scarico in atmosfera.

Ad essere sempre più prevalenti sono infatti le polveri di formazione secondaria, cioè quelle derivanti da reazioni chimiche che si verificano direttamente in atmosfera. Spesso le polveri di formazione secondaria sono formate da microcristalli di sali d’ammonio la cui fonte prioritaria è l’allevamento del bestiame, attività che non ha avuto alcuna limitazione con il lockdown. Questo spiega le ragioni dell’invariabilità del dato medio annuo, che ha visto una scarsa o nulla riduzione delle concentrazioni medie di polveri sospese, a fronte della sensibile riduzione dell’inquinamento da NO2 (la cui fonte prevalente è il traffico).

L’analisi

Per Legambiente i dati allarmanti sono il frutto di tre ragioni. In primis la “mancanza di pianificazione e di ambizione dei Piani nazionali e regionali”. Poi si è notato che i pochi accordi di programma raggiunti, nella realtà dei fatti, “sono stati puntualmente elusi e aggirati grazie al ricorso sistematico alla deroga”. Il riferimento più lampante è al blocco degli Euro4 nelle città che sarebbe dovuto entrare in vigore dal primo ottobre 2020 e che è stato prima posticipato al gennaio 2021 e poi all’aprile successivo.

Infine, la classe dirigente italiana non ha mai preso in considerazione l’opportunità di rinnovare profondamente settori cruciali come la mobilità, l’agricoltura, la zootecnia, le aree portuali, rendendo l’emergenza smog ormai cronica.

È chiaro che la classe politica del nostro paese non ha saputo affrontare in maniera strutturale il problema dell’inquinamento atmosferico. Lo testimoniano i dati in questione e le due procedure di infrazione comminate all’Italia per il mancato rispetto dei limiti europei previsti per il Pm10 e gli ossidi di azoto, a cui si è aggiunta una nuova lettera di costituzione in mora da parte della Commissione europea in riferimento alle eccessive concentrazioni di Pm2,5.

Alla luce di tutto ciò, e dei danni dei composti inquinanti alla salute dei cittadini, ci chiediamo quando la politica italiana cambierà rotta e agirà in maniera decisa e con obiettivi chiari per contrastare l’inquinamento atmosferico.

Italia: da 10 anni superiamo i livelli limite di inquinamento

italia inquinamento

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

In concomitanza con la fine dell’anno e del decennio arriva, puntuale e severa, la pagella. La Commissione dell’Unione Europea ha rimandato agli anni venturi uno dei suoi studenti meno ligi, l’italia, nelle materie ambientali. Ma abbiamo ancora un buon margine di tempo e, oserei dire, un’ennesima clemente chance prima della bocciatura definitiva. Questa si concretizzerà in una punizione monetaria di cui il Bel Paese non ha affatto bisogno in questo periodo di grande crisi sociale ed economica legata al Covid.

L’Italia e l’inquinamento radioattivo

A fine ottobre la Corte di Giustizia UE ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia in merito alla gestione dei rifiuti radioattivi. Nonostante nel nostro Paese le centrali nucleari siano state definitivamente chiuse nel lontano 1990, l’Italia non ha ancora avviato un programma di gestione degli scarti. Questi sono, di fatto, bombe a orologeria pericolose per l’ambiente e la popolazione, ma la quantità di questi oggetti nel nostro paese è sconcertante.

Secondo l’ ISIN (Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare) in Italia vi sono 30 mila metri cubi di rifiuti nucleari sparsi in 7 regioni. Questi sono solo una parte del quantitativo iniziale in quanto circa il 99% del combustibile esaurito, utilizzato nelle quattro centrali nucleari nazionali dismesse, è stato già inviato in Francia e in Gran Bretagna. Qui verrà riprocessato e solo in un secondo momento tornerà in patria. Sempre l’Isin però avverte che nei prossimi 50 anni i rifiuti nucleari potrebbero raggiungere i 78mila metri cubi. Da biasimare, però, non saranno soltanto i vecchi impianti nucleari in via di smantellamento. 28mila di questi infatti saranno i residui dalla ricerca, della medicina nucleare e dell’industria.

Proprio per arginare la possibilità che si creassero enormi discariche radioattive, nel 2013 è stata emanata una direttiva in merito alla gestione di questi rifiuti. Le Nazioni avevano a disposizione ben due anni per presentare le loro virtuose soluzioni. Il tempo, però, è trascorso e l’Italia, insieme ad Austria e Croazia, ha riconsegnato la verifica in bianco. L’UE ha lasciato a questi Paesi ancora due mesi per rimediare, dopodiché passerà al secondo stadio del richiamo, ovvero quello del “parere motivato”.

Italia oltre i livelli di particolato da più di 10 anni

Il “parere motivato” è invece già arrivato da parte dell’Ue in merito ai livelli di particolato in atmosfera sia pm 2,5 sia pm 10. Per capire più nel dettaglio il significato di queste sigle vi rimandiamo al nostro articolo in merito alle polveri sottili. Quel che è certo è che l’Italia sia uno dei paesi più inquinati d’Europa e, secondo la Commissione, tra il 2008 e il 2017 avrebbe violato il diritto dell’Unione “in maniera sistematica e continuata”. Inoltre “non ha manifestamente adottato, in tempo utile, misure adeguate per garantire il rispetto dei valori limite fissati dalle norme Ue sull’inquinamento dell’aria. 

L’area d’Italia che maggiormente presenta livelli di inquinamento oltre il limite della legalità è la Pianura Padana, con Lombardia e Veneto ai massimi livelli di PM10. Città particolarmente imputate sono MIlano, Brescia e Venezia. Non esenti da una valutazione negativa della qualità dell’aria sono però molte altre regioni tra cui Toscana, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Campania, Marche, Molise, Puglia, Lazio e Sicilia.

Alla luce di dati inconfutabili l’Italia non ha potuto fare altro che far leva “sulla diversità delle fonti d’inquinamento dell’aria, alcune delle quali sarebbero influenzate dalle politiche europee di settore. Oppure ha puntato sulle particolarità topografiche e climatiche di alcune zone interessate come la Pianura Padana, un’area con conformazione “a conca” e quindi poco soggetta al ricambio dell’aria.

Le possibili soluzioni

La procedura di infrazione avviata dalla Commissione Europea è uno dei provvedimenti che mirano alla realizzazione del Green Deal europeo (di cui parliamo qui). Secondo i piani, infatti, l’UE dovrebbe diventare il primo continente a emissioni zero entro il 2050. Un patto che vede favorevole l’attuale ministro dell’ambiente italiano Sergio Costa. Egli infatti non si è lasciato abbattere dagli scarsi risultati ottenuti dall’Italia negli ultimi anni in fatto di inquinamento. Costa ha affermato quanto segue: “Fin dal mio insediamento, nel 2018 ho messo in campo tutti gli strumenti possibili, in accordo con le Regioni, per affrontare il tema della qualità dell’aria”.

“Il decreto legge Clima dello scorso novembre – continua il ministro – ha poi individuato una serie di iniziative, come l’acquisto di scuola bus green per cui abbiamo stanziato 20 milioni in due anni, o la riforestazione urbana, finanziata con 30 milioni. Importante anche il buono mobilità per incentivare una mobilità elettrica e sostenibile nelle grandi città, stanziando a tal fine i proventi delle cosiddette ‘aste verdi’ del Ministero dell’Ambiente”. 

Non sappiamo se questi provvedimenti riusciranno ad allontanare le numerose spade di Damocle che pendono sul nostro paese. L’Italia è infatti il Paese europeo con il numero più alto di procedure aperte (oltre 20) a tema ambiente. Quello che sappiamo, però, è che possiamo contribuire anche nel nostro piccolo alla realizzazione del sogno di un’Europa a emissioni zero e, sopratutto, un’Italia senza più particolato nell’aria. Possiamo, per esempio, attuare questi piccoli accorgimenti:

  • Scegliere, quando possibile, di non utilizzare la macchina per gli spostamenti
  • Sfruttare i servizi di car-sharing o bike-sharing della nostra città
  • Investire in un mezzo di trasporto a emissioni zero (bicicletta, monopattino elettrico, auto elettrica)
  • Utilizzare i mezzi pubblici
  • Usufruire il più possibile dello smart working
  • Evitare (in futuro) i voli aerei
  • Usufruire, se possibile, dei servizi che si trovano nei pressi della nostra abitazione (panificio, cinema, parrucchiere, banca, scuola e lavoro)
  • Ottimizzare il consumo energetico della nostra abitazione
  • Votare politici che abbiano a cuore l’ambiente

Polveri sottili: cosa sono e quali effetti hanno

polveri sottili

Le polveri sottili sono l’insieme di micro particelle, sia solide che liquide, presenti nell’aria. Il termine tecnico è particolato atmosferico ed è costituito da pulviscoli di origine sia naturale che antropica, in grado di minare la nostra salute.

Composizione delle polveri sottili

Le polveri sottili possono essere costituite da diversi componenti chimici quali metalli pesanti, solfati, nitrati, ammonio, carbonio organico, idrocarburi aromatici policiclici, diossine/furani. In particolare, il particolato costituito da ossidi di azoto (NOx) e biossidi di zolfo (SO2) si formano tramite processi di combustione di materiali che contengono impurità. Le maggiori responsabili di questo tipo di particolato sono le industrie.

Il particolato costituito da ammonio, invece, deriva dall’ammoniaca la cui presenza in atmosfera è dovuta principalmente dalle attività agricole. Il carbonio organico (OC) è un composto di origine sia naturale che antropogenica ed è prodotto principalmente da traffico, riscaldamento, industrie, combustione di biomasse. I metalli possono essere sia di origine naturale come le polveri sahariane e la risospensione di materiale crostale, che antropogenica. In questo caso le polveri sottili derivano dalla combustione, dalle industrie, dal traffico, dall’usura dei freni e della strada).

Quanto sono grandi?

Le due categorie principali di polveri sottili sono il particolato grossolano, che è costituito da particelle con un diametro di più di 10 micron, e il particolato fine. Di quest’ultimo si divide in due tipi:

  • PM10 (PM = Particulate Matter): è anche detto particolato grossolano. Si tratta di particelle con un diametro di 10 micron o inferiore.
  • PM2.5 : è anche detto particolato fine. Si tratta di particelle con un diametro di 2.5 micron o inferiore.

Il diametro di un capello è di circa 70 micron. Queste particelle, quindi, sono molto fini e pertanto inalabili. Il particolato grossolano è in genere trattenuto dalla parte superiore dell’apparato respiratorio (naso e laringe). Il PM10 è in grado di penetrare nel tratto respiratorio superiore e oltre (naso, faringe e trachea). Il PM2.5 può penetrare profondamente nei polmoni, specialmente con la respirazione dalla bocca. Il particolato ultra fine penetra fino agli alveoli, mentre quello costituito da particelle con un diametro misurabile in nanometri (1 nanometro corrisponde a PM 0,001) può arrivare a raggiungere il nucleo delle cellule. Il particolato ultra-fine, misurabile in nanometri (fino a 600nm) rappresenta più dell’80% del numero totale nm) di particelle, mentre diminuisce notevolmente passando alle dimensioni maggiori.

Gli effetti negativi delle polveri sottili sulla salute

L’esposizione acuta al particolato può causare difficoltà respiratorie. Quella prolungata è associata a un aumento di malattie respiratorie quali bronchiti croniche, asma e riduzione delle funzionalità respiratorie. L’esposizione cronica, specialmente alle polveri più fini che penetrano in profondità nel sangue, è associata a un incremento del rischio di tumore delle attività respiratorie.

Secondo Legambiente, sono oltre 412 mila all’anno le morti premature in Europa dovute a un’eccessiva esposizione alle polveri sottili. L’Italia si trova al primo posto di questa classifica. Solo nel 2019 sono morte 60 mila persone per malattie respiratorie acute, patologie polmonari ostruttive, ischemia, tumore ai polmoni e infarto. Dei 3,9 milioni di persone che in Europa sono minacciate da Pm2,5 e 10, ben il 95% vive in Nord Italia, in particolare nella Pianura Padana, che è tra le aree più inquinate d’Europa. La legge prevede che per il PM10 non si superino i 50 microgrammi per metro cubo. A Gennaio 2019, però, è Milano sono stati registrati 90 microgrammi per metro cubo, a Torino 94 microgrammi per metro cubo.

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E quelli sull’ambiente

Il particolato è dannoso anche per l’ambiente. Essendo infatti le particelle molto fini, vengono facilmente trasportate su lunghe distanze dal vento e posarsi su acque e terreni. A seconda della loro composizione chimica, gli effetti sull’ambiente possono includere:

  • Acidificazione dei corsi d’acqua
  • Alterazione dell’equilibrio nutrizionale delle acque costiere e dei grandi bacini fluviali
  • Esaurimento dei nutrienti del suolo
  • Danneggiamento delle foreste e delle colture
  • Compromissione della varietà ecosistemica
  • Acidificazione delle piogge

I possibili rimedi per l’inquinamento da polveri sottili

La principale causa della presenza di particolato nell’aria è il riscaldamento domestico. Non a caso la concentrazione di polveri sottili nell’aria nella zona di Miano, per fare un esempio, è molto più alta nel periodo invernale. Anche i veicoli a motore giocano la loro parte. Tutti i combustibili fossili utilizzati per far funzionare le automobili sono additabili come colpevoli. Il peggiore, in questo senso, è la benzina. Ma anche il Diesel che, oltretutto, è la peggiore alternativa in termini di emissioni di CO2. Un ruolo primario è anche giocato, più in generale, dall’inquinamento derivante dalle fabbriche.

I possibili rimedi sono dunque individuabili in tutte quelle alternative a basse emissioni: riscaldamento alimentato da pompe di calore, veicoli elettrici o, più in generale, mobilità sostenibile ed una conversione olistica del sistema economico. Tutte alternative già esistenti, la cui implementazione deve essere stimolata tanto dallo Stato quanto dalla volontà dei cittadini. Le polveri sottili causano, solo in Italia, 80.000 morti premature all’anno. È ora di correre ai ripari.

Fonti:

United States Environmental Protectiion Agency

Ministero della salute

Report Mal’Aria di città 2020 di Legambiente

Il Post