La (non) riforma della PAC: il fallimento è servito

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Il Parlamento europeo ha votato a favore del compromesso sulla riforma della PAC, la Politica Agricola Comune. Partito Popolare europeo, Socialisti e democratici e Renew Europe hanno concordato una riserva di bilancio nei tre regolamenti in discussione durante la sessione plenaria della scorsa settimana. Questo voto è fondamentale per capire il futuro della transizione ecologica del Green Deal, proposto dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen. Osservare come verranno spesi i 350 miliardi di euro del prossimo bilancio settennale, un terzo dei fondi complessivi dell’UE, è importante. Greenpeace ha sentenziato la votazione, definendola come una “condanna a morte per le piccole imprese e la natura”.

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Nascita della PAC e obiettivi

Finita la seconda guerra mondiale, la scarsità alimentare dovuta alle conseguenze belliche incideva pesantemente sulla qualità della vita della popolazione europea. Garantire uno standard sufficiente a livello nazionale non risultava adeguato al risanamento dell’intero continente. Così, si decise di inserire l’agricoltura nelle competenze della Comunità Economica Europea. I target vennero sanciti nel Trattato di Roma del 1957.

Durante la Conferenza di Stresa, dal 3 al 12 luglio 1958, si gettarono le basi operative della PAC. Si decise che l’agricoltura dovesse essere considerata parte dell’economia, in modo da aumentare gli scambi intracomunitari. Riequilibrando il rapporto fra domanda e offerta agricole, si poteva consolidare il legame tra politica di mercato e politica del mercato agricola. Infine, evitando fenomeni di sovrapproduzione, sarebbe stato più facile assicurare all’agricoltura un livello di remunerazione dei capitali come negli altri settori.

Entrò in vigore nel 1962, con l’obiettivo di approvvigionare i cittadini e fornire i giusti standard di vita ai contadini, garantendo l’autosufficienza alimentare. Le sue finalità erano incentrate sull’incremento della produttività, sviluppando progresso tecnico e assicurando lo sviluppo razionale della produzione.

La policy sottostava a tre principi fondamentali. Il primo era il mercato comune, per poter commerciare all’interno dei confini comunitari beni come farina, riso, grano, zucchero, carne, vino e alcuni tipi di frutta e di verdura. Il secondo venne identificato nella preferenza o priorità comunitaria. Nel caso in cui ci fosse stato un surplus di offerta, con conseguente discesa dei prezzi, la Comunità Europea avrebbe aiutato l’equilibrio attraverso un aumento delle scorte. Infine, si stabilì la solidarietà comunitaria. Per fare ciò, si creò un Fondo europeo agricolo di orientamento e garanzia (FEOGA), così da permettere un’organizzazione meticolosa delle risorse a disposizione.

Scontri sulla PAC

Le intenzioni della PAC si scontrarono quasi subito con la frammentazione nazionale sulle politiche agricole.

Secco Leendert Mansholt, definito uno dei padri della PAC, in un suo intervento del 1970, spiegò questa differenza marcata: «sul piano nazionale, gli Stati dispensano denari che non servono a nulla, per creare imprese così piccole che condannano i propri coltivatori alla miseria mentre si espandono gli altri settori dell’economia e si accresce il livello di vita di altre categorie della produzione.

Sono stati citati esempi a sufficienza: uno Stato sovvenziona la costruzione di stalle per quindici bovini, quando una azienda redditizia deve contare su almeno quaranta capi; altri accordano facilitazioni per l’acquisto di trattori, quando la maggioranza dei trattori europei sono impiegati a poco più della metà della loro capacità reale; si sovvenziona l’acquisto delle mietitrebbie, quando il paro esistente non è utilizzato, in media, che per un terzo della sua capacità reale.»

Innumerevoli (e fallimentari) tentativi di riforma della PAC

E fu con il cosiddetto Piano Mansholt del 1968 che queste contraddizioni vennero definite chiaramente. La pubblicazione, nominata Memorandum sulla riforma dell’agricoltura nella Comunità economica europea, aveva lo scopo di riformare in modo incisivo la PAC. Da una parte, si impegnava a operare una revisione della politica di sostegno dei mercati agricoli; dall’altra, chiedeva la messa in atto di politiche socio-strutturali, per permettere a tutti gli operatori del settore di godere delle stesse opportunità lavorative e di crescita. Il suggerimento di tagliare il sostegno dei prezzi sollevò numerose critiche, tanto che il progetto venne accantonato, lasciando immutato, per tutti gli anni ’70, l’equilibrio precario su cui si mantenevano le aziende.

Non fu l’unico tentativo. Il varo del Piano Delors nel febbraio 1987 assunse un importante significato. La ratifica dell’Atto Unico, avvenuta poco tempo prima, ridava slancio alla riforma della PAC, prefiggendosi di contenere la spesa, riformare i fondi e aumentando le risorse proprie del bilancio comunitario. Mercato comune e PAC furono riassunti compresi in un più vasto pacchetto di riordino, visto l’allargamento. Affrontare le disuguaglianze regionali era necessario per aumentare la produttività e il benessere di tutto il territorio comunitario.

La riforma Fischler della PAC del 2003

La multifunzionalità, intesa come una visione ad ampio raggio di conservazione ambientale e sviluppo rurale, divenne il fulcro della nuova riforma, denominata Fischler, del 2003. Essa poneva le basi di una costruzione della PAC, che la rendesse all’avanguardia, prendendo in considerazione i diversi campi strategici di interesse. Non si poteva più prescindere da fattori quali la sicurezza alimentare, la qualità dell’ambiente e il benessere animale. Una revisione metodica degli strumenti, calcolando le conseguenze delle azioni prettamente economiche di un’UE sempre più estesa e influente a livello internazionale.

Lo stesso Commissario Fischler dichiarò durante i dibattiti del 2003 che «[la] comune aspirazione è una politica agricola coerentemente imperniata su obiettivi economici, sociali e ambientali. Questo ideale, che ancora non abbiamo raggiunto, è alla base delle proposte di riforma della Commissione. Non intendo nascondere che esistono divergenze nella valutazione e nella scelta delle misure concrete più opportune e che molti sono gli aspetti ancora da definire.»

Revisione della PAC del 2014

Nel 2014, con l’insediamento della Commissione Juncker, forte delle riforme dell’anno precedente per rendere la crescita più intelligente e inclusiva, sono stati proposti degli obiettivi strategici ancora più ambiziosi. Una produzione alimentare sostenibile, una gestione sostenibile delle risorse naturali e un’azione per il clima, attraverso uno sviluppo territoriale equilibrato sono diventati i perni della nuova riflessione europea.

La linea tracciata doveva essere implementata da strategie più complesse e articolate, adattandosi alle nuove sfide. Il 18 giugno 2018 venivano discusse al Consiglio per l’Agricoltura e la Pesca tre proposte legislative di riforma: i regolamenti sui piani strategici della Politica Agricola Comune e per il mercato comune unico, e la regolamentazione sul finanziamento, il management e il monitoraggio della PAC.

Per ripensare alla funzione della PAC sono stati elencati nove obiettivi per migliorare la qualità degli alimenti, sostenendo la produzione. Tra questi, vi sono il riequilibrio della distribuzione del potere nella filiera, la tutela dell’ambiente e il sostegno generazionale.

Le difficoltà di una vera riforma della PAC

Se ci si limitasse alla valutazione delle istituzioni europee, il quadro sarebbe confortante, se non addirittura positivo. Ma le difficoltà a raggiungere un consenso in sede sovranazionale sono marcate. Ed è per questo motivo che le riforme della PAC sono sempre state complicate da far approvare e poi attuare.

Alcune volte, proposte difficili da un punto di vista di risposta elettorale sono addossate a livello centrale europeo dai governi nazionali. Altri gruppi di interesse spingono perché si attui una legislazione che permetta loro dei benefici. Grandi associazioni nazionali, come quelle presenti in Francia e in Germania, sono riuscite, nei decenni, a imporre le proprie idee, minacciando scontri e disordini.

Se da una parte, però, la questione economica è sicuramente rilevante, dall’altra, le conseguenze dei pagamenti diretti avrebbero causato una rottura all’interno del settore agricolo, che si sentiva costretto ad accettare quelli che sembravano più una misura di welfare, che una di sostegno alla produzione. La realtà si dimostrò diversa. Proprio perché esistevano disparità enormi tra le diverse categorie di agricoltori, la nuova distribuzione dei pagamenti avrebbe, almeno in parte, colmato le enormi disuguaglianze tra piccole e grandi aziende.

Come evidenziato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA), “Le due principali sfide cui l’agricoltura si trova a far fronte in Europa sono il cambiamento climatico e il consumo di suolo, ossia la sua conversione, ad esempio, in insediamenti e infrastrutture. Il cambiamento climatico impone l’adattamento delle varietà di colture e determina fenomeni meteorologici estremi e richiede, quindi, una significativa gestione dei rischi. Il consumo di suolo si traduce in una diminuzione dei terreni agricoli, in molti regioni.”

La nuova PAC, in teoria

La proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio, per sostenere i piani strategici che gli Stati Membri devono redigere nell’ambito della PAC, doveva tenere in considerazione vari ambiti. Tra questi, sicuramente garantire la sicurezza alimentare, contribuendo a migliorare la risposta dell’UE alle nuove esigenze della società in materia di alimentazione e salute.

L’obiettivo era lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile e del benessere animale, con una nutrizione più sana ed evitando gli sprechi alimentari. La nuova PAC doveva essere inserita all’interno del piano più vasto di transizione verde, il Green Deal europeo. Attraverso una strategia comune, si sarebbe arrivati a un sistema alimentare “equo, sano e rispettoso dell’ambiente”.

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La realtà dei fatti: il compromesso al ribasso

425 voti a favore, 212 contrari e 51 astenuti. Questo è il risultato delle votazioni per appello nominale del 23 ottobre alla sessione plenaria del Parlamento europeo.

Così, mentre in Italia si dibatteva sul nome da dare ai burger vegani, la PAC si allontanava sempre più dagli obiettivi del Green Deal, svuotandosi di significato. L’attenzione social non è bastata a frenare il compromesso al ribasso. Ancora una volta, le grandi lobby del Copa-Cogeca , l’associazione dei grandi agricoltori europei, ha avuto la meglio.

Chi perde, di nuovo? La natura, la biodiversità, i piccoli agricoltori.

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PAChinermi e pappagalli

Le decisioni assunte dal Parlamento europeo si discostano dalla transizione verde. Visto che il 60% dei fondi PAC potrà essere destinato a pratiche anche non agroecologiche, non si fermerà l’utilizzo sconsiderato di fertilizzanti e pesticidi. La conversione green è, nuovamente, rallentata. Ancora una volta, le grandi aziende beneficeranno dell’80% dei sussidi.

Inoltre, i siti Natura 2000 potranno essere destinati all’aratura, diventando prati permanenti, tranne in poche eccezioni.

Infine, per affossare ancora di più la situazione già poco rosea, ecco che, a fronte di un’approvazione di un emendamento sulla connessione tra PAC e accordo di Parigi, ne sono stati bocciati dieci che auspicavano un avvicinamento ai target del Green Deal.

Nota positiva è la “condizionalità sociale”, ossia l’azzeramento dei fondi a quegli agricoltori che non concedono giusti contratti di lavoro.

E ora? Il movimento #WithdrawTheCAP, per una vera riforma della PAC

«Il cibo ci rimanda […] a tutte le questioni del giorno: ci parla del nostro rispetto per noi stessi, della nostra capacità di conversare con gli altri, della nostra attenzione verso i più deboli, dei rapporti di genere, della nostra apertura al mondo, della condizione delle nostre leggi, del nostro rapporto con il lavoro, con la natura, con il clima e con il mondo animale. Il cibo ci parla, meglio di ogni altra cosa, delle disuguaglianze tra coloro, sempre più rari, che possono ancora mangiare sano e tutti gli altri.» Così scrive Jacques Attali nel suo libro “Cibo. Una storia globale dalle origini al futuro”.

Il voto della scorsa settimana deve essere rivisto. Per questo motivo, è necessaria una mobilitazione sociale. Non si può continuare a minimizzare l’impatto che la filiera alimentare ha nella nostra società ed economia. Disinteressarsi significa non prendere posizione su un aspetto che è indispensabile per la sopravvivenza del genere umano e del pianeta terra.

Bas Eickhout, eurodeputato verde, ha sottolineato come « Le catene di approvvigionamento più corte, i pagamenti adeguati e i posti di lavoro sicuri possono rendere la politica agricola europea un modello per alimenti sani, prodotti localmente e venduti. Questa riforma della PAC impedirà ai paesi dell’UE di spendere di più per misure ambiziose per proteggere il clima e l’ambiente e migliorare il benessere degli animali. »

Associazioni di categoria, piccoli produttori e ambientalisti si sono riuniti con l’hashtag #WithdrawTheCap -ritirate la PAC- per sensibilizzare e iniziare un dialogo costruttivo. Rendere la PAC sostenibile è necessario. Non è più il tempo di tergiversare.

Green wave: quando i Verdi vincono in Europa

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È stato tempo di elezioni. In questa ultima tornata, che ha visto diversi Paesi e regioni al voto, i Verdi vincono in Europa. Sarà l’inizio della scalata green che permetterà all’Unione di mettere in pratica il Green New Deal?

Chi sono i Verdi?

Prima di addentrarci nei risultati raggiunti, è utile chiarire alcune tappe storiche del movimento ambientalista da cui poi nacque l’European Green Party.

Il primo partito dei Verdi venne fondato in Germania, nel 1979. Le battaglie politiche principali vertevano sull’organizzazione del trasporto pubblico in modo più efficiente e sul controllo dell’inquinamento e dell’energia nucleare. Divenne ufficiale a livello nazionale nel 1980: il suo programma prevedeva la smilitarizzazione dell’Europa, attraendo la componente più a sinistra del SPD (partito socialdemocratico). Nel 1984 presero il 5,6% dei seggi del Bundestag, il parlamento federale.

Anche in altri Stati l’ambiente cominciò a ricoprire un ruolo chiave all’interno del panorama politico. Così, nel febbraio 2004, i 34 partiti verdi pan-europei decisero di riunirsi all’interno del Partito Verde Europeo. Da allora, si sono impegnati a proporre manifesti innovativi per spingere l’Unione a una consapevolezza maggiore.

Nel 2019, rinnovando l’auspicio per una conversione verde, avevano affrontato temi “caldi”. L’investimento in una economia equa, la garanzia di un reddito minimo dignitoso nei Paesi membri, la protezione della salute erano solamente alcuni dei punti salienti del programma.

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I Verdi sono il vero vincitore in Nordreno-Vestfalia

Il Nordreno-Vestalia è la regione più popolosa della Germania. Circa 14 milioni di elettori sono stati chiamati alle urne il 27 settembre per scegliere i propri rappresentanti comunali.

A Colonia, Henriette Reker, sindaco uscente, ha ottenuto il maggior numero di voti. È sostenuta dai conservatori e dai verdi. Ad Aquisgrana, la candidata Sibylle Keupen ha vinto con il 67,3%, superando l’avversario della CDU, storico partito di Angela Merkel. Anche a Bonn. Katja Dörner è arrivata prima, con il 56,27%.

Dopo un testa a testa, anche a Wuppertal si è imposto -di misura- il candidato dei Grünen, Uwe Scheidewind. Il gruppo locale dei FridaysForFuture ha festeggiato la vittoria: « Ci aspettiamo una buona ed esemplare politica per il futuro di Wuppertal»

Le idee verdi spaziano in tutti i settori della vita cittadina. Non può esserci benessere senza inclusione sociale, né salute senza spazi verdi. Sembrano proposte semplici, ma, evidentemente, non ancora realizzate.

I verdi vincono in Europa: la scalata green non si ferma in Nordreno-Vestfalia. (credit: facebook/federazioneverdi)

I Verdi vincono in Europa: le ultime elezioni statali tedesche

A marzo 2020, Statista.de ha calcolato la quota ottenuta dai Verdi alle ultime elezioni statali negli stati federali fino a febbraio 2020. La ricerca della piattaforma dati ha raccolto informazioni dal 2016 all’inizio di quest’anno. Le disparità esistono. Ad Amburgo i Grünen si attestano al 24,2%, mentre nel Saarland si fermano al 4%. A Brema, in Baviera e in Assia, oscillano tra il 17 e il 19%.

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In Belgio arriva il governo “Vivaldi”

Si chiama coalizione “Vivaldi”, dalle quattro famiglie politiche che compongono quello che dopo 17 mesi è ufficialmente il nuovo governo belga. Verdi, socialisti, liberali e social-cristiani hanno, infatti, giurato davanti al Re pochi giorni fa. Un’altra vittoria per il partito ambientalista, che è tornato dopo 17 anni. I ministri green sono arrivati alla cerimonia in car sharing, con macchina elettrica.

I risultati ambiziosi sono ripresi a quasi vent’anni di distanza: l’uscita dal nucleare entro il 2025, ridurre le emissioni di un ulteriore 55% entro il 2030, portare il Paese ad avere una visione più inclusiva e sostenibile. La nuova vice-primo ministro verde del Belgio sarà Petra De Sutter, ministra della funzione pubblica. Al ministero dell’energia. fondamentale la presenza della verde Tinne Van der Straeten.

I verdi vincono in Europa: in un post Facebook, la Federazione Verdi italiana si congratula con Petra De Sutter. (credit: facebook/federazioneverdi)

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I verdi vincono in Europa…e in Italia?

In Italia, il risultato alle ultime elezioni è in crescita, ma rimane comunque contenuto. Elena Grandi, co-portavoce della Federazione dei Verdi, il 26 settembre ha confermato il passo in avanti. «In queste elezioni abbiamo ottenuto un grande risultato. Oltre ogni aspettativa. Abbiamo fatto qualcosa di straordinario: con poche forze, pochi soldi, poco tempo, nessun sostegno mediatico (al solito). Con il Covid. E con in sovrappiù la campagna per il no al referendum, che ci ha visti in prima linea.

Abbiamo fatto in molte zone percentuali ben oltre il 3%, abbiamo saputo raccontare il nostro progetto. Abbiamo contribuito a dare un segnale molto forte anche riguardo al referendum: molti italiani hanno detto no e di questo si dovrà tenere conto. […] Parliamo con tutte e con tutti, procediamo nella costruzione di Europa Verde, abbattendo muri e istruendo ponti, ma sempre consapevoli del nostro essere ecologisti e Verdi.»

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Trasformare l’ondata verde in mare di idee e azioni

Il vento sta cambiando. L’ondata di voti “verdi” sottolinea la necessità di vedere la transizione energetica e la salvaguardia climatica come perni non solo per l’attivismo, ma come obiettivi per la politica. Il Green New Deal, le riforme verso filiere produttive e alimentari sostenibili sono le nuove sfide e le impellenti necessità per cambiare abitudini e poter vivere in un ambiente sano e non a discapito di esso.

La rotta deve essere ridisegnata e ampliata. L’orizzonte verso un futuro totalmente green è ancora lontano. Possiamo festeggiare, per un attimo, perché i Verdi vincono in Europa. Ora, dobbiamo impegnare tutte le forze politiche perchè adottino azioni che non vadano contro il pianeta in cui viviamo.