Capri-Revolution, un film che aiuta a capire l’ambientalismo

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Isola di Capri, inizi del ‘900. Famiglie di pastori, pochi abitanti, un solo medico inviato dallo Stato, ricordatosi miracolosamente di questo luogo nascosto e dominato dalla natura selvaggia. Già a pochi minuti dall’inizio del film, però, il regista Mario Martone distrugge il velo di Maya e la sua banalità. Infatti, sul palcoscenico della pur sempre meravigliosa isola amalfitana, compare prima un gruppo di hippie nudisti, totalmente in contrasto con lo stile di vita modesto degli isolani. Poi, l’orrore di un radicato e violento maschilismo da parte della famiglia di pastorelli capresi. Infine l’ombra della guerra che non risparmia nessuno nel mondo, nemmeno questa piccola, insignificante isola. La natura, nel frattempo, viene idealizzata, mistificata, sottovalutata, male interpretata dai vari personaggi del film, che formano uno spettro di umanità molto vario e spaventosamente attuale.

Lo sguardo di Lucia

Il regista ci accompagna tra la moltitudine di questi temi attraverso lo sguardo e, quindi, il punto di vista di Lucia, la protagonista. In questo modo Martone ha creato molta suspense e colpi di scena che rendono la pur lunga pellicola piacevole e scorrevole. Lucia è una ragazza di quasi vent’anni che vive con la madre, il padre malato e i fratelli, in una minuscola casetta su un’altura defilata dal mare. Il suo lavoro è pascolare le capre, oltre che aiutare la madre con le faccende di casa. Durante le sue peregrinazioni con il gregge, Lucia entra piano piano in contatto con un gruppo di artisti hippie provenienti dalle più disparate nazioni europee. Essi amano stare nudi, in gruppo, cantando, ballando, dipingendo e mettendo in scena strane esibizioni di arte contemporanea.

Inizialmente, agli occhi di Lucia e ai nostri, sembrano invadenti, boriosi, irrispettosi della tranquilla e rurale vita caprese. È quest’ultima infatti a dare l’impressione di essere “dal lato giusto” della storia: semplice e in armonia con la natura. Con il passare del tempo e non senza una buona dose di innocente curiosità da parte della pastorella, iniziamo a conoscere il gruppo di stranieri. Allo stesso modo entriamo anche nella casa di Lucia per scoprirne l’oscurità che si cela dietro a quella vita apparentemente semplice e innocente.

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Fishing off the coast of Capri, Bernard Hay

Capri-Revolution mostra le contraddizioni della società

Nel corso del film vengono evidenziate le enormi differenze tra due mondi opposti e che rispecchiano anche le problematiche della società attuale. Una società che come allora comprende da un lato una élite un po’ piena di sé, in auto-isolamento dalla “plebe”, che utilizza metodi di comunicazione molto astratti e incomprensibili ai più, quasi avesse un proprio linguaggio in codice. Dall’altro le persone con pochi mezzi, meno cultura e uno stile di vita più concreto. Nessuno dei due stili di vita, dal punto di vista ambientale e sociale, è totalmente corretto. Così come nessuna delle due parti commette errori madornali.

Gli “hippie” di Capri-revolution, per esempio, non mangiano carne, o “cadaveri”, come li chiamano loro, e questa è chiaramente una buona abitudine. Essi non sono però ben informati su come integrare le proteine, fondamentali per uno stile di vita sano. Questa carenza avrà conseguenze anche gravi su alcuni membri del gruppo. Oppure utilizzano soltanto la medicina naturale, ma in alcuni casi questa non basta, e impone di scendere a patti con una modernità ben più cruda e “reale” di come viene dipinta nel loro mondo idealizzato. Per non parlare delle deviazioni fanatiche di alcuni membri del gruppo, che portano con sé tutto tranne che un messaggio di pace ed ecologia.

Per quanto riguarda la famiglia di Lucia, questa, certo, vive in modo molto modesto. Mangiano prodotti (carne compresa) locali, pascolano le loro capre e dedicano del tempo alla spiritualità, non cedendo alle dinamiche della frenesia e dell’ingordigia borghese. Lucia però è maltrattata e comandata dai fratelli solo perché donna. Inoltre la carne viene consumata ad ogni pasto. Infine, quando arriva l’elettricità a Capri, essi ne sono felicissimi, senza giustamente considerarne le conseguenze ambientali e sociali.

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I mediatori: la chiave della società?

Tra gli estremi di questi due gruppi esiste una fiumana di altre persone, rappresentate, genericamente parlando, dalla media borghesia. Queste spesso possono davvero fare la differenza. Da un lato la classe media è stata in grado di scatenare una guerra mondiale, di dare l’avvio alla combustione fonti fossili per ricavare energia ottenibile in altro modo, e di rendere la rincorsa ai beni materiali un bisogno insaziabile. Dall’altro, alcune persone appartenenti a questa categoria, possono diventare il tramite positivo tra i due poli sopracitati i quali, forse, non sono poi così opposti.

In Capri-revolution i mediatori sono rappresentati dal medico del villaggio e da Seybu, leader del gruppo hippie. Il momento più interessante del film infatti è il dialogo tra questi due personaggi. Questi sono gli unici (oltre a Lucia) ad aver avuto il coraggio e l’umiltà di confrontarsi. In questo modo hanno compreso sia il punto di vista dell’altro, sia ciò che li accomuna, aprendo una strada verso la giustizia sociale (e ambientale), forse più tortuosa ma sicuramente più efficace.

Il dialogo rivelatore di Capri-revolution

Seybu: Tutte le attività umane vanno considerate alla luce dell'energia.
Medico: l'energia è quella attraverso cui l'isola è stata appena illuminata. e a produrla è la scienza, lo studio, il progresso.
Seybu accende una lampadina solo tramite il contatto di due cavi che passano attraverso un limone.
Seybu: il problema non è l'elettricità in quanto tale, ma come viene prodotta e come la useremo nel futuro. l'elettricità ha a che fare con le forze condensatrici del centro della terra, con la gravitazione e il magnetismo. non potrei mai considerare l'elettricità come qualcosa di negativo. La questione dell'energia deve essere discussa e capita, perché c'è qualcosa di molto più ampio da imparare. Molto più di quanto possono insegnarci la fisica e il materialismo.
Medico: Non penserà di migliorare il mondo con questi trucchi?
Seybu: e lei, con i suoi idealismi, lo migliorerà? Gli uomini non sono al mondo con la vocazione di essere migliorati, ma semmai di diventare se stessi. Dovremmo riflettere su questo, specialmente ora che stiamo andando contro un muro. Abbiamo tutti gli strumenti per distruggerci e stiamo per usarli.
Medico: questa guerra, dal momento che avviene, può essere utile.
Seybu: una guerra utile?
Medico: sì. La classe lavoratrice potrà piegarla a suo vantaggio se obbligherà il potere ad assumersi le proprie responsabilità. E' una guerra voluta dal capitale, perciò va portata a estreme conseguenze. Bisogna che salti tutto per rifondare nuovi equilibri.
Seybu: sulla critica al capitale la seguo. La crescita economica, il capitale, non renderanno il mondo più produttivo. L'arte è il vero capitale e le persone devono prenderne coscienza. 
Medico: vuole prendermi in giro?
Seybu: niente affatto. Il mio concetto non è un'utopia, è la realtà. L'agricoltura è una questione di arte. Si può fare agricoltura solo occupandosi del terreno e delle condizioni climatiche. Insomma, se si comprende lo spirito delle sostanze; le sostanze umane sono creatività e intenzione. Questi sono i veri valori economici, nient'altro. Non il denaro. Quella di cui parliamo non è vera crescita: progredisce come un tumore che distrugge ogni cosa. Non è produttiva, è un processo letale e fuori controllo. Ma noi possiamo controllarlo, dipende tutto da noi; è inutile prendersela con il potere se le cose vanno male. Bisogna accusare solo se stessi. La rivoluzione siamo noi.

Capri Revolution è un film del 2018 ed è stato presentato in concorso alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. È fruibile su Netflix, Youtube, Prime Video e Google Play.

Michael Moore e il film contro le rinnovabili

Michael Moore film

Michael Moore film

Con il suo nuovo film Planet of the Humans Michael Moore l’ha fatta grossa, ancora una volta. Il documentario è infatti una manna dal cielo per chi cerca di ostacolare il passaggio dall’economia tradizionale basata sull’estrazione di carbone a quella fatta di energia pulita. Ed è un peccato, perché la teoria che sta alla base del documentario non è del tutto errata. Vediamo perché.

L’occasione sprecata del film di Michael Moore

In anni recenti si è finalmente dato un nome a quel fenomeno per cui le compagnie, grandi o piccole che siano, sfruttano la causa ambientale per ingraziarsi i clienti ed attrarne di nuovi. Il fenomeno in questione si chiama green washing e talvolta può essere quasi più deleterio delel compagnie che non si fingono amanti dell’ambiente.

Un esempio piccolo e forse banale è quello delle bottigliette di plastica. Molte volte capita di leggere sull’etichetta “100% riciclabile”, magari su sfondo verde e decorato con qualche fogliolina. Il problema è che, potenzialmente, tutte le bottigliette di plastica sono riciclabili, se la persona le ricicla. In più, una amministratore delegato che avesse davvero a cuore l’ambiente, rinuncerebbe totalmente alla produzione di bottigliette di plastica usa e getta. Oppure, un caso ancora più grave in quanto frode a tutti gli effetti è quello che ha interessato la compagnia petrolifera Eni. L’azienda è stata infatti denunciata da Legambiente per aver definito il loro Diesel “green”, ingannando di fatto i consumatori e incentivandoli, una volta messa loro a posto la coscienza, a farne un uso spropositato. Ne abbiamo parlato in questo articolo.

E così via fino ad arrivare ai piani altissimi della piramide aziendale mondiale. Le cosiddette “Big Green” sono compagnie di dimensioni e fatturato enormi che, se in teoria utilizzano i loro soldi per progetti “green”, come le energie rinnovabili, quei soldi vengono di fatto dalle aziende dei combustibili fossili che le finanziano e con le quali mantengono un rapporto fiduciario e pacifico.

Una critica non scientifica alla scienza

Quindi, la mentalità per cui il consumismo estremo e il profitto infinito siano giustificati se questi provengono da progetti virtuosi è molto pericolosa. Ma da lì a screditare totalmente le energie rinnovabili passa molta acqua sotto i ponti. Ed è quello che Michael Moore ha fatto col suo documentario: accusare di “green washing” le nuove tecnologie per l’energia rinnovabile, alimentando lo scetticismo già dilagante riguardo a una transizione energetica che, se vogliamo ridurre le emissioni, deve necessariamente essere attuata..

Moore, per esempio, critica le energie rinnovabili per la quantità di materiali ed energia necessari a produrle. Non guarda, però, al guadagno futuro in termini di energia. Mark Diesendorf, un esperto di sistemi energetici e sostenibilità, ha affermato che i pannelli solari recuperano l’energia utilizzata in soli due anni e il loro ciclo di vita è di circa 20 anni. I pannelli solari, quindi, ci forniscono energia pulita per ben 18 anni, senza doverla costantemente estrarre e bruciare tramite le industrie del fossile.

Michael Moore film

In più, un film che si prodiga di criticare le tecnologie moderne dovrebbe essere il più moderno e aggiornato possibile. Invece, molti esperti hanno fatto notare come le riprese e i dati a disposizione di Moore fossero molto datati. Parlando di macchine elettriche, per esempio, Moore mostra un modello di 10 anni fa. Oppure critica un “campo” di pannelli solari costruito nel 2008. Come dice lo scrittore energetico ketan Joshi, 10-12 anni sono un’eternità nello sviluppo del solare, così come nell’elettrico

Michael Moore critica la biomassa

Moore critica anche la biomassa come fonte di energia, prodigandosi per la difesa degli alberi. Ricavare energia dalla biomassa, però, è molto differente che ricavarla dai combustibili fossili. Questi infatti liberano carbonio che è stato rimosso dal ciclo terrestre milioni di anni fa, che si aggiunge quindi a quella già abbondantemente presente in atmosfera. Gli alberi, invece, riportano la CO2 nella biosfera che è stata rilasciata solo negli ultimi decenni.

In ogni caso, la combustione non è mai la soluzione migliore. E di questo ne è consapevole anche Bill McKibben, un attivista che nel 2009 aveva difeso la combustione della biomassa a fini energetici. Moore, però, mostra soltanto questo lato della medaglia, mostrando un McKibben ipocrita ed ingenuo. Peccato che nel 2016 lo stesso McKibben abbia rettificato la sua posizione, denunciando la combustione di alberi e scusandosi per le sue idee passate. Di tutto questo, ovviamente, nel documentario non vi è traccia.

Il film di Michael Moore delega le soluzioni

Michael Moore, quindi, invece che sostenere chi sta cercando di trovare soluzioni che davvero conterrebbero la crisi climatica, non fa altro che contrastarli, fomentando i negazionisti e coloro che ostacolano le rinnovabili.

Jeff Gibbs, produttore del film, ha apertamente dichiarato il loro intento: “innescare una discussione e sollevare molte domande. Ma noi non abbiamo tutte le risposte“. Direi che questa frase è sufficiente per accostarsi a una visione critica del film il quale è stato reso pubblico e gratuito su YouTube.

Il film Downsizing mostra che la tecnologia non è la soluzione

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È molto difficile che un film di poco più di due ore riesca a coprire un tema tanto vasto quanto complesso quale è la crisi climatica e le sue possibili soluzioni. Downsizing, la pellicola fantascientifica del 2017 diretta da Alexander Payne e con protagonista Matt Damon, ce l’ha quasi fatta.

La trama di Downsizing

Il film è ambientato negli Stati Uniti in un tempo che potrebbe essere quello odierno. Forse anche leggermente più avanti nel futuro, quando la crisi climatica sarà un problema riconosciuto ormai in tutto il mondo, anche se nel film ancora in pochi se ne rendono conto o sono disposti a fare sacrifici in merito.

Rimpicciolirsi per evitare gli sprechi

Uno di questi sacrifici sarebbe quello di rimpicciolire la propria stazza, diventando esseri umani minuscoli e vivere in un mondo appositamente costruito per gli small, come vengono chiamati coloro che accettano di sottoporsi al downsizing.

Questa nuova scoperta viene osannata come la soluzione definitiva alla crisi climatica. I motivi sono piuttosto semplici: vi sarebbero più risorse e più spazio per tutti.

Per esempio, all’inizio del film, lo scienziato fautore del downsizing mostra in conferenza stampa un sacco nero pieno di spazzatura, che afferra comodamente con una sola mano. Una quantità che, per capirci, potrebbe essere prodotta da una famiglia di quattro persone in circa una settimana. Quella quantità, rivela poi lo scienziato, è stata prodotta da un gruppo di 35 mini-persone in quattro anni.

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Dalla vita mediocre al lusso sfrenato

Paul Safranek (Matt Damon), un fisioterapista con una vita alquanto mediocre, decide di sottoporsi al downsizing. Certo non senza remore, ma sicuramente con molte speranze ed eccitazione. Il downsizing è infatti pubblicizzato come la porta del paradiso, all’interno del quale gli small possono vivere con tutti gli agi e i lussi che hanno sempre sognato.

Questo perché, appunto, un qualunque prodotto proveniente dal mondo dei big costa molto meno ed è disponibile in maggiore quantità. Safranek si ritrova quindi a vivere, in un primo momento, in una villa gigantesca, con giardino, piscina, e tutto ciò che lui, esponente della classe media americana, non avrebbe mai potuto permettersi.

Una scena del film, in cui uno dei ricchi small ammira la rosa di dimensioni reali del vicino di casa Paul Safranek

I lati oscuri del downsizing

Il downsizing, però, ha anche i suoi lati negativi. Tranquilli, non è uno spoiler. Si capisce sin dall’inizio che qualcosa potrebbe andare storto. A cominciare dal fatto che la colonia dei mini-umani, detta Leisureland (letteralmente “la terra del piacere”) è dipinta come troppo perfetta, e noi sappiamo bene che le realtà perfette non esistono, se non nelle pubblicità.

Se è bello come dicono, perché non lo fa anche lei?

Si può capire però anche da un dettaglio della sceneggiatura, quando la moglie di Paul pone questa domanda, tanto innocente quanto significativa all’impiegata che si occupa della burocrazia del downsizing: “Perché, se è tanto bello come dicono, non lo fa anche lei?”. Lei risponde, tentennando, che il marito è affetto da alcune patologie che renderebbero la procedura medica del downsizing pericolosa, se non impossibile.

Ecco che qui inizia a rivelarsi il primo lato negativo: la pericolosità e l’umiliazione cui gli uomini vengono sottoposti durante la trasformazione da “grandi” a “piccoli”. Passaggi che, ovviamente, vengono sempre taciuti fino al momento della firma, durante il quale, sappiamo anche questo, è ormai difficile tirarsi indietro.

Una scena del fim, durante la procedura medica del “downsizing”.

Vi è poi un altro aspetto negativo, anche questo intuibile da subito, ovvero il distacco dalla società, o meglio, dai propri affetti. Diventare piccoli è infatti un processo irreversibile e rende impossibile, per ovvie ragioni, vivere nel mondo reale. Per questo gli small, seppur abbiano il permesso di viaggiare, dovranno vivere per il resto della loro vita in una comunità appartata, appositamente costruita per loro.

Il downsizing non è una soluzione, ma una fuga

Il terzo e più importante lato negativo del downsizing è anche il tema che conduce alla morale finale. La quale, secondo il mio personalissimo parere, poteva essere dichiarata in modo più deciso.

Il downsizing non è una soluzione alla crisi climatica, bensì una fuga codarda dal problema. Sembra infatti logico che i mini-umani possano condurre una vita lussuosa anche senza preoccuparsi dell’ambiente. Ma è altrettanto logico che non conta la quantità di risorse disponibili, bensì il modo in cui vengono utilizzate e distribuite. O meglio, le quantità contano, ma spesso diventano un capro espiatorio per sviare i problemi reali e più impellenti. Ecco perché.

Non solo aumento demografico

Nel film Downsizing viene più volte additata come causa principale del riscaldamento globale l’aumento della popolazione, senza invece fare riferimento allo sfruttamento sbagliato delle risorse, al loro consumo eccessivo e alla loro distribuzione iniqua.

Certo, quello della crescita demografica è un aspetto che ha contribuito alla crisi climatica e per cui è necessario fare qualcosa. Ma, oltre a non essere l’unico problema, non è nemmeno facilmente risolvibile nel breve periodo.

In più, le risorse che la Terra ci dà sarebbero comunque più che sufficienti per sfamare tutti i 7 miliardi di maxi-umani quali siamo. Quello che però la Terra non può fare è sfamarci tutti con gli standard di vita del mondo occidentale. Ed è proprio questa la causa della crisi climatica attuale: non quanti esseri viventi hanno utilizzato le risorse del pianeta, ma in che modo lo hanno fatto.

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Come si legge in un articolo dell’Huffpost, la fame nel mondo sarebbe causata più da povertà e disuguaglianze e, aggiungerei, dall’utilizzo sbagliato delle risorse, più che dalla scarsità di queste ultime.

Negli ultimi due decenni, il tasso di produzione alimentare globale è aumentato più rapidamente del tasso di crescita della popolazione. Infatti ad oggi il mondo produce abbastanza cibo per nutrire 10 miliardi di esseri umani. Se così non fosse non potrebbe nemmeno spiegarsi l’obiettivo di sviluppo sostenibile fissato dall’ONU “zero fame nel mondo” entro il 2050.

Perché esiste la fame nel mondo

I problemi sono principalmente due. In primo luogo, molte persone non possono permettersi di acquistare questo cibo. In secondo luogo, la maggior parte del grano prodotto industrialmente è destinato ai biocarburanti e ai mangimi per gli allevamenti intensivi, invece che ai milioni di persone affamate. Le quali, con il riscaldamento globale, la mancanza di acqua, i disastri naturali, lo stanno diventando sempre di più. Il tutto per permettere all’occidentale medio di godersi la grigliata domenicale.

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La famosa foto di Kevi Carter “L’avvoltoio e la bambina”, scattata in Sudan nel 1993. Carter ha immortalato un bambino (allora si credeva fosse una bambina) che cerca di raggiungere il centro ONU a pochi chilometri di distanza. Alle sue spalle l’inquietante presenza di un avvoltoio che attende la potenziale preda. Il bambino alla fine ce l’ha fatta, ma il fotografo si è tolto la vita quattro mesi dopo aver vinto il premio Pulitzer per questa fotografia.

Nessuno è disposto a cambiare abitudini

Infatti, anche se a Leisureland i mini-uomini hanno a disposizione una grandissima quantità di cibo, i problemi della società dei big sono rimasti, poiché alle vecchie abitudini conseguano i vecchi problemi. O, come diceva Einstein, non possiamo pretendere che le cose cambino, se facciamo sempre le stesse cose.

Una società in miniatura, non solo letteralmente

Leisureland quindi non è altro che una società in miniatura, non solo letteralmente. Vi sono infatti anche aree della cittadina poverissime, sovraffollate, dove le persone sono sfruttate e costrette ai lavori più umili per permettere ai ricchi nullafacenti di vivere la loro vita agiata.

Troviamo molti altri dettagli della vita a Leisureland che sono tipici anche della nostra società. Per esempio la beneficenza. I ricchi rifilano i loro scarti ai più poveri pensando di fare un’opera di bene. In realtà, però, questa nasconde soltanto un atto di pietà per sentirsi meglio con se stessi e le loro sporche abitudini.

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Il Dio denaro non è cambiato

Il denaro è il protagonista di Leisureland, come lo è della Terra. Se in un primo momento nel piccolo-mondo il valore dei beni potrebbe sembrare minore, in realtà è solo proporzionato. Il valore di una villa, per esempio, è minore dal punto di vista di un maxi-umano, ma per chi vive a Leisureland inizierà, col tempo, a crescere. Per i mini-poveri, infatti, quella villa varrà comunque tantissimo.

In più, il dowsizing non è gratuito. Paul Safranek ha dovuto pagare una certa somma prima di sottoporsi alla procedura, in base ai vantaggi che avrebbe voluto una volta sbarcato a Leisureland. Chi paga di più, ha più vantaggi (villa, piscina etc.). Chi paga meno ne ha meno. Paul Safranek, avendo investito tutti i suoi risparmi, è diventato un privilegiato. Il downsizing, quindi, non farebbe altro che creare nuovi ricchi, nuovi speculatori, nuovi evasori, nuovi mafiosi, con una veloce scorciatoia.

Insomma, una società capitalistica, per quanto piccola sia, rimane una società capitalistica. Se al suo interno vi sono poche persone che hanno tutto, che fanno troppe feste, che mangiano troppo cibo, che sprecano troppe risorse, vi saranno anche altri che, per forza di cose, avranno meno, che puliscono la loro sporcizia, che mangiano i loro avanzi.

Altre tecnologie possibili

Il downsizing è un scoperta scientifico-tecnologica ovviamente improbabile nella realtà. Ciò non toglie che scienziati e investitori hanno già cercato di mettere a punto nuove tecnologie per fermare il riscaldamento globale velocemente ma soprattutto senza sforzi.

Una di queste è quella promossa da Bill Gates di “oscurare il sole“. Questo fenomeno avviene già naturalmente ogni qualvolta un vulcano erutta, poiché rilascia solfati nell’atmosfera che fungono da minuscoli specchietti i quali riflettono i raggi solari. Di conseguenza, dopo ogni eruzione vulcanica, vi è un abbassamento delle temperature. La soluzione “tecnologica” quindi sarebbe quella di spruzzare solfati in un intero emisfero, così da creare una gigantesca barriera per i raggi solari.

Il vucano Pinatubo, nelle Flippine, eruttò nel 1991 e causò migliaia di morti per i problemi ambientali che ne derivarono.

Ma, senza contare la tristezza di non poter più vedere un cielo terso e azzurro sopra le nostre teste, questa soluzione non agirebbe sulle cause del riscaldamento globale, ma soltanto sul riscaldamento globale. In poche parole, le estrazioni petrolifere e il carbonio nell’atmosfera continuerebbero ad aumentare, provocando morti per malattie polmonari, acidificazione degli oceani, disuguaglianze sociali ed economiche, guerre e così via. Proprio come in Downsizing.

In più vi sono altre conseguenze negative per il clima, ad esempio il fatto che un abbassamento repentino della temperatura comporterebbe il blocco della stagione dei monsoni nelle zone equatoriali e, quindi, ancora più siccità e carestie.

Quale soluzione, allora?

L’unica soluzione è, come sempre, la via più lunga, ma spesso anche la meno tortuosa. Ovvero il cambiamento radicale delle nostre abitudini di vita, dei nostri sistemi economici, del nostro background culturale. Un’altra verità che Downsizing rivela è che la mentalità per cui essere ricchi significa avere soldi è profondamente sbagliata.

Molte delle persone che stanno intraprendendo le più fiere battaglie contro le estrazioni petrolifere sono, secondo i parametri tradizionali, povere. Tuttavia, sono decise a difendere una ricchezza che la nostra economia non ha ancora trovato modo di quantificare.

“Le nostre cucine sono piene di marmellate e di conserve fatte in casa, sacchi di noci, ceste di miele e formaggio, tutti prodotti da noi” ha raccontato a un giornalista Doina Dediu, una paesana rumena che protestava contro il fracking. “Non siamo neanche così poveri. Forse non abbiamo soldi, ma abbiamo acqua pulita e siamo in salute e vogliamo solo essere lasciati in pace”.

Un equilibrio prezioso

La Terra ha un equilibrio prezioso, che comprende una miriade di componenti che devono essere rispettati, che hanno uguale valore e che costituiscono un anello della catena esattamente come gli altri. Non vi sono, nella logica della natura, i privilegiati e i non. Le società umane, grandi o piccole che siano, non sono altro che uno spaccato del mondo. Per questo devono seguire le sue stesse regole e non vi è altra via d’uscita se non l’estinzione della specie.

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