Moda sostenibile: tra etica e rispetto per l’ambiente

moda sostenibile

La moda sostenibile è quella branca dell’industria dell’abbigliamento che rispetta l’ambiente e i diritti umani. Molto sinteticamente si può parlare di un connubio tra moda ecosostenibile e moda etica, due concetti troppo spesso confusi e mercificati dalle grandi aziende del settore. Perché un capo possa essere considerato sostenibile, deve:

  • essere prodotto con materiali ecologici
  • avere un basso impatto ambientale
  • essere stato creato e commercializzato da lavoratori pagati equamente e trattati con dignità.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

L’impatto ambientale della moda non sostenibile: alcuni dati

L’industria dell’abbigliamento e delle scarpe produce un’altissima quantità di gas a effetto serra, superando il trasporto aereo e navale globale messi insieme. Le emissioni della moda rappresentano l’8% di quelle totali, ammontando a 1,2 miliardi di tonnellate all’anno. L’industria nel suo complesso, compresa di trasporti e commercializzazione, produce 3,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno, pari a quella che produce nello stesso arco di tempo l’intero continente europeo. In più, questa cifra non sta facendo altro che aumentare. La Ellen MacArthur Foundation stima che la moda potrebbe assorbire il 25% del carbon budget globale entro il 2050.

L’impatto ambientale così alto della moda è dovuto sia alla produzione dei capi stessi, ma anche ai comportamenti non sostenibili dei consumatori. Questi ultimi sono ovviamente anche influenzati dalle più recenti tecniche di marketing di aziende e influencer, che incentivano l’acquisto frenetico e il consumo quasi “usa e getta” dei capi vestiari. Si pensi che nel 2015 i consumatori hanno comprato il 60% dei prodotti in più rispetto all’anno 2000. Si stima inoltre che, se i Paesi dei mercati emergenti raggiungessero i livelli di consumo delle nazioni occidentali, le emissioni di anidride carbonica della moda aumenterebbero del 77%, il consumo di acqua del 20% e quello di suolo del 7%.

La moda ecosostenibile rispetta l’ambiente

I materiali sintetici

Nessun oggetto che non sia la materia prima stessa è a impatto zero. Infatti, una moda veramente rispettosa dell’ambiente sarebbe quella che non esiste, il che ovviamente sarebbe impossibile nella società odierna. Vi sono però materiali meno sostenibili di altri.

  • Per esempio, il poliestere, così come la lycra e l’acrilico sono derivati del petrolio. SI potrebbe dire che un capo composto dal 100% di poliestere sia un capo “di plastica”. Questo materiale è contenuto nel 65% di tutti i capi di abbigliamento, poiché il suo costo è molto basso e le fibre sono abbastanza resistenti. La creazione artificiale di questo materiale produce ogni anno emissioni pari a quelle rilasciate da 185 centrali elettriche a carbone, raggiungendo i 700 miliardi di Kg di gas serra.
  • Il nylon, ugualmente, è un materiale sintetico che viene utilizzato principalmente per la biancheria intima, grazie alla sua elasticità. Anch’esso proviene dalla lavorazione chimica del petrolio e del carbone, e questo porta con sé non pochi problemi ambientali. Oltre a supportare alcune delle industrie più sporche del mondo, la produzione di nylon genera protossido di azoto, un gas a effetto serra 300 volte più potente dell’anidride carbonica. Per raffreddare le fibre dopo il processo, inoltre, sono necessarie ingenti quantità di acqua. Infine, tutti questi procedimenti richiedono un grande dispendio di energia e, quindi, un ulteriore sfruttamento di fonti non rinnovabili.

Le fibre sintetiche, nel corso della loro lunga vita, ma anche e sopratutto alla fine di essa, producono microplastiche, che danneggiano i mari, l’ambiente e anche l’uomo. Inoltre questi materiali non sono biodegradabili. Pertanto, o vengono inceneriti nelle discariche contaminando l’aria che respiriamo, oppure rimangono nell’ambiente per centinaia di anni, emettendo sostanze tossiche.

I materiali naturali poco sostenibili

Per quanto esistano aziende virtuose, che utilizzano poliestere e nylon riciclato e che per le loro industrie sfruttino soltanto energia rinnovabile, il vero fulcro della moda sostenibile sono i materiali di origine naturale. Anche qui, però, troviamo diversi livelli di sostenibilità ambientale. Il cotone, per esempio, è una fibra naturale e quindi teoricamente biodegradabile. Talvolta, però, i fili delle cuciture sono in poliestere, oppure il capo può contenere coloranti o composti chimici che provengono da fonti non rinnovabili o che sono addirittura tossici. In più, secondo il Water Footprint Network, l’impronta idrica media del tessuto di cotone è di circa 10.000 litri per chilogrammo, che lo rende il più grande consumatore di acqua nella filiera dell’abbigliamento. Il cotone biologico ovviamente può essere un’alternativa migliore, specialmente se porta la certificazione GOTS (Global Organic Textile Standard).

Vi sono poi altri materiali naturali di origine animale, come la lana, la pelliccia, la seta e la pelle. Anche questi, se lavorati senza il supporto di materiali sintetici, sono biodegradabili e la loro filiera può potenzialmente essere molto corta. Esiste però un lato molto oscuro che riguarda questi materiali. Oltre a costituire un problema etico per il maltrattamento degli animali da cui le fibre provengono, gli animali in questione emettono metano, un gas serra 20 volte più riscaldante dell’anidride carbonica. Inoltre gli allevamenti richiedono un consumo enorme di suolo e acqua e sono spesso causa di deforestazione. Anche qui, è fondamentale informarsi sull’origine di questi materiali. Per esempio, Ragioniamo con i piedi è un’azienda che produce calzature di pelle sostenibile. Abbiamo intervistato il fondatore Gigi Perinello in questo articolo.

I materiali naturali nella moda etica e ecosostenibile

Veniamo quindi a quei materiali che sono universalmente considerati più sostenibili, ovvero quelli di origine vegetale e che non consumano così tanta acqua come il cotone. Questi sono:

  • juta
  • lino
  • canapa
  • agave
  • kapok
  • ramié
  • cocco
  • ananas
  • ginestra
  • ortica

Questi materiali richiedono un minore utilizzo del suolo, un basso consumo di acqua e resistono naturalmente contro parassiti e malattie. Tra questi, la canapa è una delle migliori alternative al cotone.

La pianta di canapa, infatti, necessita di poca acqua per crescere e può essere coltivata in molti diversi ambienti in tutto il mondo, senza bisogno di compiere lunghe tratte, come accade invece per le fibre di ananas e cocco. In più, prospera senza bisogno di pesticidi. Le sue fibre sono molto resistenti e durano nel tempo, riducendo, di fatto, il bisogno di acquisto continuo di capi di bassa qualità.

Leggi anche: la pianta di canapa è sostenibile e potrebbe salvarci.

Fibra di canapa

Mai abbassare la guardia

Come abbiamo accennato nei paragrafi precedenti, non è detto che un capo composto da fibre naturali sia totalmente sostenibile. Per trattare i tessuti talvolta si ricorre all’utilizzo di sostanze chimiche tossiche come i coloranti, solventi, oppure a fibre sintetiche per le cuciture. Questi composti sono stati trovati nelle acque reflue, ma è stato dimostrato che possono apportare danni anche a chi indossa i capi stessi. Il fenomeno viene chiamato bioaccumulo, ovvero quel processo attraverso il quale le sostanze tossiche si agglomerano sulla pelle causando l’insorgere di gravi patologie.

Come avere un guardaroba sostenibile: i 4 step

Nella vita frenetica che conduciamo potremmo non avere molto tempo per controllare le etichette di ogni singolo capo o per indagare sull’enorme mole di brand di abbigliamento che sono nati negli ultimi anni. Per questo esistono delle piattaforme di e-commerce o di valutazione dei marchi che fanno il lavoro per noi. Good on You, che si trova anche sotto forma di App, e The Good Shopping Guide valutano e confrontano il grado di sostenibilità dei brand. Per quanto riguarda gli e-commerce, ne riportiamo alcuni come ViPresentoItalia, Ethica, Maison de Mode, Reve en vert e l’italiano Altra moda. Un e-commerce cui siamo particolarmente affezionati è Staiy, nato da quattro ragazzi italiani a Berlino. In questo articolo abbiamo intervistato uno di loro.

Per quanto riguarda i siti monomarca, esiste veramente l’imbarazzo della scelta e sarebbe difficile riportare in questa sede un’accurata selezione. Alcuni dei brand sostenibili più famosi sono People Tree, Reformation, Barbour, Patagonia e Stella McCartney. Abbiamo poi Elizabeth Suzanne, Amorilla (creato da una green influencer molto competente di nome Camilla Mendini) e Komodo e infine Veja per quanto riguarda le calzature. Tra il Made in Italy troviamo Par.co Denim, specializzato in jeans, Rebello e Laura Strambi.

1) Minimalismo e boicottaggio della fast fashion

La moda sostenibile, però, non riguarda soltanto i diversi tessuti di cui sono costituiti i capi che compriamo. Avere un armadio sostenibile è più che altro uno stile di vita la cui condizione sine qua non è quella di comprare meno vestiti possibili. Questa filosofia ricorda un po’ il minimalismo, che è un grande alleato dell’ambiente, poiché prevede che ogni essere umano compri soltanto ciò di cui realmente ha bisogno. E’ infatti doveroso menzionare che, nonostante in linea generale il cotone biologico certificato sia un materiale migliore del poliestere a basso costo, nel momento in cui compriamo 10 capi di cotone biologico al mese questo non soddisferà più la logica della sostenibilità. Infatti il pianeta non potrebbe letteralmente sostenere un tale comportamento da parte di tutti gli acquirenti del mondo.

Un altro vantaggio del comprare meno è che, spesse volte, significa anche comprare meglio. I capi della fast fashion vengono prodotti con materiali scadenti e cuciti in maniera sommaria da persone poco motivate poiché pagate una miseria. Queste persone, inoltre, sono spesso costrette a lavorare sotto pressione per soddisfare l’immensa richiesta di abbigliamento da parte delle grandi catene low cost. Pensiamo al crollo della fabbrica di vestiti di H&M in Bangladesh, che ha causato la morte di 1100 persone. L’edificio non era in sicurezza e i lavoratori erano esposti ai rischi e agli orari più disumani possibili. Questa tragedia ha dato l’avvio alla ricerca di maggiore attenzione, da parte delle aziende e degli acquirenti, riguardo alla sostenibilità anche etica dell’industria della moda.

2) Le certificazioni della moda sostenibile

Per questo, comprare abiti da piccole aziende locali di cui si conosce l’operato può essere un modo per comporre il proprio armadio in modo più sostenibile. Oppure è possibile ricorrere a marchi più grandi che però si sono prodigati di ottenere una certificazione per i loro prodotti. Esistono molte e diverse certificazioni, che possiamo prediligere a seconda di ciò che per noi è più importante nell’ambito della sostenibilità. Per esempio, possiamo voler comprare solo capi con fibre riciclate. Il Global recycle standard certifica proprio che un capo contenga soltanto fibre riciclate. Per qualcuno può invece essere più importante che le fibre provengano da agricoltura biologica. In merito a ciò, oltre alla certificazione già nominata per il cotone (GOTS), esiste anche la Organic content standard e la Ecocert, che accertano la natura biologica dei tessuti.

Per quanto riguarda le sostanze tossiche, una certificazione che ne attesta l’assenza è OEKO-TEX®. Naturtextil ed Ecolabel invece certificano la totale natura ecologica e rispettosa dell’ambiente dei tessuti e in generale del ciclo di vita dei prodotti. Forest stewardship council (Fsc) invece attesta che la materia prima provenga da foreste gestite in maniera responsabile nel totale rispetto dei lavoratori, degli abitanti e del territorio. Sul fronte della moda etica, Fairtrade Textile Standard ha lo scopo di dare maggior peso alle richieste dei lavoratori delle fabbriche tessili. Get It Fair inoltre fornisce al compratore una valutazione dei rischi reali di una fabbricaNew Merino invece certifica che il processo per ricavare la lana rispetti gli animali e l’ambiente in cui vivono.

3) Abiti usati, vintage e fai-da-te

Un altro modo per non danneggiare l’ambiente durante lo shopping è quello di acquistare abiti usati o vintage. Nel mondo esiste una enorme quantità di vestiti ormai già prodotti che possono soddisfare le esigenze di miliardi di persone e di cui possiamo allungare la vita, evitando di comprarne di nuovi. DannyRu vintage, per esempio, vende capi provenienti da vecchi fondi di magazzino. Troverete outfit per ogni gusto e occasione, ma sempre con un tocco retrò. Avete anche la possibilità customizzarli con i dettagli che più vi piacciono, come per esempio delle stampe colorate. Da poco tempo è anche possible acquistarli online.

A proposito di allungare la vita degli abiti con modifiche personalizzate, è importante cercare di non gettare i capi vestiari non appena questi risultano danneggiati. Vi sono infatti moltissimi metodi per riparare e reinventare i vestiti. Per esempio si possono coprire i buchi con delle toppe divertenti, che peraltro sono molto in voga. Oppure si possono trasformare dei pantaloni dismessi in pantaloncini, così da evitare di comprare degli shorts nuovi per l’estate.

4) Non smettere mai di imparare

Infine, se si hanno le possibilità e le competenze, una valida alternativa allo shopping tradizionale è la creazione di vestiti a partire da zero, o meglio, da ago filo e stoffa. Esistono moltissimi corsi online che potrebbero, chissà, trasformare una passione in lavoro, oppure semplicemente in passatempo sano, che impone la lontananza dagli schermi e l’espressione della creatività. In questo modo è possibile controllare in prima persona la provenienza e la qualità dei materiali.

Informarsi, informarsi, informarsi

In generale, quindi, l’informazione è fondamentale ed è forse la prima cosa da implementare se si vuole diventare più sostenibili. Consigliamo quindi di leggere libri e guardare documentari sul tema della moda che rispetta l’ambiente. Per quanto riguarda la prima categoria, “Fashion Change” è definito “la bibbia” della moda sostenibile, mentre “La rivoluzione comincia dal tuo armadio” contiene anche una sorta di manuale su come cambiare radicalmente il proprio guardaroba. Per conoscere i lati oscuri della moda, invece, consigliamo il libro “Siete pazzi a indossarlo!” Per quanto riguarda i documentari, The true cost è una pietra miliare che ha risvegliato la consapevolezza sull’industria marcia della moda. Recentemente, poi, è uscito il documentario “Intrecci etici” che tratta il tema la moda sostenibile in Italia.

Armani contro la fast-fashion: “È immorale”

armani

Uno dei pilastri della moda mondiale ha detto basta alla moda. O almeno a quella che ormai ci siamo abituati a conoscere, molto ben racchiusa nella locuzione inglese “fast fashion”.

Armani contro la fast-fashion

Giorgio Armani, lo stilista italiano fondatore dell’omonima casa di moda, si è recentemente espresso contro il concetto imperante della fast fashion in una lettera alla rivista WWD (Women’s Wear Daily). Di seguito alcune delle sue parole.

Leggi anche: “La fast fashion è il patibolo del pianeta”

Il declino del sistema moda, per come lo conosciamo, è iniziato quando il settore del lusso ha adottato le modalità operative del fast fashion con il ciclo di consegna continua, nella speranza di vendere di più… Io non voglio più lavorare così, è immorale.

Armani si riferisce al fatto che ormai, anche nel settore del lusso, si è diffuso il concetto della “moda veloce”, che scade dopo ogni stagione e che si rinnova forzatamente alimentando però, di fatto, il susseguirsi di fugaci mode del momento, perdendo quindi le caratteristiche di unicità e personalità. E questo cerchio è stato iniziato per creare, finiamo sempre lì, più introiti. Anche l’alta moda, sia chiaro, segue il profitto, che sappiamo essere molto alto. Ma questa non nasce avendo il profitto come unico obiettivo, o almeno non ai livelli della moda low-cost. L’alta moda è quasi sempre nata in seguito a una passione, e alla volontà di creare capi che durassero nel tempo, sia dal punto di vista della qualità, sia dal punto di vista del “trend” in sé.

“La cultura usa e getta ci sta uccidendo”

Già nel lontano 2011 Tom Ford, un altro grande stilista, aveva espresso in un’intervista cosa fosse per lui il lusso e una delle caratteristiche era proprio quella di discostarsi da una moda che cambia “ora per ora”.

“Il lusso oggi significa qualità e autenticità. Io sto creando un prodotto che non sia vuoto. In un’epoca in cui la cultura usa e getta ci sta letteralmente uccidendo, un prodotto deve essere intriso di integrità. Noi stiamo costruendo un portfolio di cose realizzate per durare e non che siano “alla moda” o che abbiano una scadenza, il che è un drastico cambiamento che sta avvenendo nel settore”.

Questo era quindi un problema già sentito nel 2011, quando il termine fast fashion ancora non era stato coniato. Oggi, forse, abbiamo raggiunto quello che possiamo definire un estremo, un picco, o almeno questo è ciò che Armani auspica nella sua lettera, che continua così.

Oggi un mio capo diventa obsoleto dopo tre settimane in una inaccettabile corsa contro il tempo. Inoltre è assurdo che d’inverno vengano esposti capi estivi e d’estate capi invernali.

Negli ultimi anni infatti non basta più “essere alla moda” nel mese corrente. Vi è invece una smania irrefrenabile di sapere quali siano i trend della stagione successiva e, addirittura, quelli dell’anno successivo, così da farci trovare pronti non appena un nuovo mese bussa alla nostra porta. L’intenzione di arrivare prima degli altri ed essere quindi “unici” viene così spazzata via dalla realtà dei fatti, ovvero che ormai tutti conoscono i nuovi trend e tutti arrivano prima di tutti, credendosi speciali. In questo modo, però, si sta creando un fenomeno di uniformità che è diametralmente opposto all’intenzione originaria.

Il danno ambientale della moda

Se l’erroneità che l'”ultima moda” porta con sé è un concetto troppo astratto, forse quello del danno ambientale che lo stesso concetto comporta, è più visibile. Aspettare 12 mesi perché un trend sia di moda, per poi indossare quei capi per poco più di uno, crea uno spreco delle risorse senza precedenti.

L’industria della moda è responsabile del 10 percento di tutta l’anidride carbonica emessa dalla razza umana. Questa quantità corrisponde a più di tutti i voli internazionali e tutte le spedizioni via mare messi insieme. Per non parlare dell’impronta idrica dei tessuti: per produrre una maglietta sono infatti necessari circa 700 litri d’acqua; per un paio di jeans i litri raggiungono i 7000. Infine, lo sfruttamento dei dipendenti perché lavorino di più e più in fretta per il fatto che le persone comprano sempre più e sempre più spesso, è poi profondamente ingiusto.

Dopo la crisi ridefinire tutto, anche la moda

Giorgio Armani sembra esserne consapevole e incoraggia le industrie della moda ad esporre, dopo questa crisi, soltanto la collezione invernale, non quella dell’anno a venire, mettendo quindi le persone di fronte ai loro bisogni reali, non ai loro capricci.

Armani spiega di essere già al lavoro con i suoi team per ridefinire tutto: i capi saranno in boutique nelle stagioni in corso, basta alla spettacolarizzazione, agli sprechi di denaro, all’inquinamento. E conclude: Questa crisi è una meravigliosa opportunità per rallentare tutto, per riallineare tutto, per disegnare un orizzonte più autentico e vero. Il momento che stiamo attraversando è turbolento, ma ci offre la possibilità, unica davvero, di aggiustare quello che non va, di togliere il superfluo, di ritrovare una dimensione più umana… Questa è forse la più importante lezione di questa crisi.

Come abbiamo imparato in questi giorni di quarantena, quello che conta davvero sono le cose semplici. Al primo posto vi è ciò che ci permette di sopravvivere, ovvero cibo, acqua e un tetto sopra la testa. Ma vi sono anche le nostre passioni autentiche e poi, ovviamente, le relazioni con le altre persone. La moda dovrebbe riflettere questo stile di vita: soddisfare il bisogno primario del coprirsi, aggiungendo un tocco di stile che possa esprimere la nostra personalità e le nostre passioni. La moda deve infine dare valore alle persone, e non il contrario.

Cosa sta facendo Armani?

Uno dei modi per capire se un brand sia sostenibile è quello di controllare sul sito ufficiale. Se infatti il brand ha a cuore l’ambiente, non vi sarebbe motivo di nasconderlo. Sul quello di Armani c’è, anche se non è messo particolarmente in evidenza. Armani dichiara di utilizzare materie prime di qualità, come il cotone organico, oppure di usare materiali riciclati per i packaging o addirittura per il design delle sedi lavorative.

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Nei suoi uffici, poi, Armani dice di differenziare i rifiuti, di educare i dipendenti riguardo alle tematiche ambientali e promuove la mobilità elettrica e il car/scooter sharing. Di recente Armani ha anche collaborato con Fiat e Earth Alliance, la fondazione di Leonardo di Caprio per combattere il cambiamento climatico, creando la storica Fiat 500 nella sua versione elettrica.

Una piccola riserva

Tutto molto bello, ovviamente. Noi per ci riserviamo una piccola parte di dubbio e scetticismo in quanto, prima di tutto, Armani produce capi di abbigliamento, accessori e cosmetici spesso inutili o superflui. Non è quindi un marchio i cui prodotti sono da prendere d’assalto, anche se l’intera casa diventasse 100% sostenibile. In più, stando al Report 2019 del Fashion Transparency Index, che indica il livello di trasparenza dei brand di moda, Armani si trova al livello più basso. E, anche a causa dell’impossibilità di tracciare, per esempio, la sua filiera produttiva e le sue emissioni, il sito “Good on You“, che si occupa di valutare i livello di sostenibilità dei brand, categorizza Armani come “non buono abbastanza”.

Abbiamo però riportato le parole di Giorgio Armani perché riteniamo siano un buon concetto da tenere a mente quando tutto questo sarà finito, ovvero di dare più importanza all’aspetto umano delle cose invece che a quello materiale. In più ci ricorda di attingere meno dalla fast fashion e comprare invece capi più qualitativi e più duraturi.

La fast-fashion è il patibolo del pianeta

Cambio di stagione significa cambio degli armadi. Una miniera d’oro per i negozi di fast-fashion. Significa infatti che ci libereremo di più della metà di tutti quelle magliette e vestitini estivi pagati meno di 10 euro e ormai già sgualciti o sformati. Vuol dire che ci lanceremo nuovamente nei negozi attratti dalle vetrine inamidate e spinti dalle temperature più basse. Significa acquistare dieci, forse venti nuovi capi che al termine dell’inverno saranno nuovamente sgualciti e sformati. Ma, dopo tutto, potremo darli in beneficenza, e ci sentiremo bene. 

Leggi il nostro articolo: “The true cost, quanto costa davvero la moda?”

Emissioni: un dato scioccante

Lunedì mattina il giornale di finanza americano Businessinsider ha pubblicato un articolo nel quale l’autore elenca gli impatti ambientali della cosiddetta fast-fashion. La scelta di pubblicarlo a ottobre durante, appunto, il cambio di stagione, è molto significativa e si spera possa sensibilizzare il maggior numero di persone possibili.

Il dato sicuramente più scioccante che emerge dall’articolo, poiché meno percepibile nella vita di tutti i giorni è quello relativo alle emissioni: l’industria della moda è responsabile del 10 percento di tutta l’anidride carbonica emessa dalla razza umana. Questa quantità corrisponde a più di tutti i voli internazionali e tutte le spedizioni via mare messi insieme. Una delle cause è il fatto che i capi della fast-fashion sono spesso in poliestere, un materiale economico, facile da reperire e da lavorare. Queste fibre si stima siano presenti nel 60% degli indumenti in commercio. La produzione di poliestere rilascia da due a tre volte più emissioni rispetto al cotone.

Il lato oscuro del cotone

Tuttavia, anche la produzione del cotone, sopratutto quella industriale, non è priva di lati oscuri. Per produrre una maglietta di cotone sono infatti necessari circa 700 litri d’acqua. Quantità più che sufficiente perché una persona possa bere almeno otto tazze al giorno per tre anni e mezzo. Per produrre un paio di jeans, invece, sono necessari 7000 litri di acqua, che permetterebbe a un uomo adulto di dissetarsi per almeno dieci anni.

La spiegazione è molto semplice: il cotone è una pianta che richiede una grande quantità di acqua per crescere, tanto che l’impronta idrica media globale per 1 kg di cotone è di 10.000 litri. Nei paesi dove si produce il cotone a basso prezzo e che viene poi venduto alla grande distribuzione, questa impronta è ancora maggiore, a causa dell’ulteriore costo idrico dell’esportazione.

Secondo il Water Footprint Network, in India si consumano 22.500 litri di acqua ogni kg di cotone. L’acqua consumata per far crescere le esportazioni di cotone dell’India nel 2013 sarebbe stata sufficiente per fornire all’85% della popolazione 100 litri di acqua ogni giorno per un anno. Nel frattempo, oltre 100 milioni di persone in India non hanno accesso all’acqua potabile.

Un altro esempio è quello dell’Uzbekistan, dove l’agricoltura del cotone ha consumato così tanta acqua che il Mar d’Aral, un tempo uno dei quattro laghi più grandi al mondo, si è quasi totalmente prosciugato. Questo causa a sua volta siccità e carestie, che graveranno poi sulle popolazioni limitrofe.

Il lago di Aral dal 1986 al 2016. Fonte: www.earthtime.org

Spesso a risentirne sono le stesse popolazioni che producono i nostri vestiti senza però usufruirne, e alle quali spediamo i nostri capi dismessi pensando di fare un’ opera di bene. La vera opera di bene sarebbe invece quella di boicottare l’ industria della fast-fashion, di utilizzare il più possibile i vestiti che compriamo, di acquistarne altri principalmente nei negozi dell’usato o vintage, oppure di scegliere i marchi che producono i loro abiti responsabilmente, rispettando l’ambiente e i diritti dei lavoratori.

Leggi il nostro articolo: “Moda sostenibile, i brand più famosi impegnati per l’ambiente”

Acqua contaminata

Ma la lista degli effetti negativi sull’ambiente che l’industria della moda produce non finisce qui. L’industria della moda è il secondo più grande fattore di inquinamento di acqua al mondo, responsabile del 20% della contaminazione idrica mondiale. Innanzi tutto questo deriva dal processo di tintura dei tessuti, che richiede la quantità di acqua necessaria per riempire due milioni di piscine olimpiche ogni anno. Inoltre, l’acqua tinta e ormai contaminata dai colori chimici viene spesso scaricata in fossi, corsi d’acqua o fiumi.

Inoltre lavare i capi contenenti poliestere rilascia nell’oceano 500.000 tonnellate di microfibre ogni anno, l’equivalente di 50 miliardi di bottiglie di plastica. Un rapporto del 2017 dell’International Union for Conservation of Nature (IUCN) ha stimato che il 35% di tutte le microplastiche – pezzi di plastica molto piccoli e non biodegradabili – nell’oceano proviene dal lavaggio di tessuti sintetici. Si stima inoltre che le microplastiche compongano 31% della plastica presente nell’oceano

Leggi il nostro articolo: “Trovate microplastiche nell’aria. Probabilmente le respiriamo”

Cosa accade dopo?

Vi e‘ infine il problema dello smaltimento di tutti questi capi. Alcuni li doniamo appunto in beneficenza, anche se in ogni caso non possono essere utilizzati a lungo vista la scarsa qualità della maggior parte dei capi di fast-fashion. Gli altri vengono bruciati, generando ancora più inquinamento. Oppure vengono gettati in discarica e questa è la fine riservata all’85% dei vestiti. Soltanto il 20% di questi viene riciclato, il resto rimane lì, a decomporsi lentamente per più di 200 anni, rilasciando nell’aria metano, un gas più potente del carbonio.

Ecco la fine che farà quella nuova, caldissima felpa che stai per comprare per la nuova stagione, facente parte di una delle 30 collezioni autunnali di Zara. “Una per ogni occasione”. Le occasioni per il pianeta però sono ormai terminate.

The true cost: quanto costa davvero la moda?

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Sei convinto che quella maglietta ti stia bene. Il modello va di moda, la taglia è giusta, il colore è originale. Un mese dopo sei convinto che quella maglietta ti stia male. Non va più di moda, si è ristretta, il colore non ti sta bene. Oppure ti sta ancora bene, e proprio per quello ne vuoi un’altra. E allora ne compri un’altra, che tanto costa poco.

Ma qual è il vero costo dei vestiti che compriamo? Il documentario The true cost pone sotto i riflettori una delle industrie più inquinanti e meno etiche del mondo: quella della moda. La moda è infatti la seconda industria più inquinante dopo quella del petrolio, a causa sia dello sfruttamento delle risorse naturali, sia dei metodi di lavorazione dei tessuti.

Il nuovo schiavismo della moda

Prima di tutto, però, The true cost mostra come questa inutile e superficiale catena produttiva pesi sulle vite di milioni di persone, sfruttate ai limiti dello schiavismo da grandi aziende con sedi in India e in generale nel sud dell’Asia.

Le compagnie di moda, soprattutto quelle della cosiddetta “fast fashion”, richiedono alle fabbriche tessili enormi quantità di vestiti in pochissimo tempo, senza prendersi la responsabilità delle conseguenze. Non essendo infatti le fabbriche di loro proprietà e non operando sul suolo nazionale, i magnati della moda non possono controllare ciò che in queste fabbriche succede: condizioni di lavoro precarie, orari lavorativi fuori dal limite umano, instabilità degli edifici, rifiuti tossici dispersi nell’ambiente. Ecco il vero prezzo da pagare per quella maglietta che tanto ci piaceva.

Leggi anche: “La fast fashion è il patibolo del pianeta”

https://www.youtube.com/watch?v=QPMU1VHgmEo

Cotone OGM e pesticidi

Lo scopo del documentario, comunque, non è quello di denigrare totalmente il mondo della moda, bensì quello della moda non sostenibile. I vestiti e gli accessori possono essere considerati una forma di creatività, un modo di esprimere la propria personalità oltre che, ovviamente, espletare la loro funzione primaria, quella del coprirsi. Ma tutto ciò deve essere fatto in modo consapevole, comprando quello che poi effettivamente si usa, informandosi sulla sua provenienza e sul modo in cui il materiale è stato trattato.

Anche i tessuti prodotti in Occidente non sono sempre sostenibili. Molto del cotone in commercio è infatti OGM, ovvero modificato geneticamente in modo che possa crescere sempre, senza dipendere dai cicli naturali. Questo tipo di cotone chimico richiede l’utilizzo di pesticidi altrettanto chimici e il bombardamento di sostanze tossiche che ne deriva è spesso causa di malattie mortali per i contadini. Acquistare vestiti fatti con cotone biologico, quindi, è una scelta sicuramente più consapevole.

Leggi anche: “Armani contro la fast fashion: è immorale”

the true cost moda

The true cost svela l’ombra oscura della moda

Un’altra ombra oscura dietro al mercato della moda e che il film mette in luce è quella dei rifiuti. I tessuti infatti non si decompongono se non dopo oltre 200 anni, rilasciando nell’aria gas dannosi per noi e per l’ambiente. Ogni americano butta circa 37 chili di tessuti in un anno, per un totale di 11 milioni tonnellate.

Inoltre, i vestiti donati in beneficenza sono molti di più rispetto a quelli che effettivamente vengono consegnati ai paesi più poveri e spesso vengono inviati proprio nei paesi produttori di vestiti. Vestiti che, però, non sono per loro, bensì per gli occidentali, che poi li scarteranno e li manderanno a chi quei vestiti li ha cuciti. Un circolo vizioso che comprende tutto, dal trasporto delle merci, all’inquinamento, allo sfruttamento. E il suo motore siamo noi, che compriamo incessantemente e inconsapevolmente quantità di vestiti di cui nessuno ha davvero bisogno.

Leggi anche: “Quei vestiti delle feste messi una volta. Come evitare lo spreco”

Per maggiori informazioni e per scaricare il film visita il sito ufficiale

Il documentario è disponibile sulla piattaforma Amazon Prime Video.

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