Autoconsumo: è l’alba di una nuova energia?

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Il decreto

Qualche giorno fa – la giornata del 15 settembre 2020 – è stata una data potenzialmente fondamentale per l’usufrutto energetico in Italia. Stefano Patuanelli, Ministro dello Sviluppo Economico, ha firmato il decreto attuativo definendo con quale tariffa si incentivi l’autoconsumo collettivo. Nello stesso documento si promuovono anche le comunità energetiche da fonti rinnovabili, in modo da favorire una transizione energetica ed ecologica riguardante il sistema elettrico del nostro Paese. Esso è piuttosto impattante e la riconversione porterebbe benefici ambientali, economici e sociali per i cittadini,

Con questo atto, il MISE dà ufficialmente il via libera alle comunità energetiche e all’autoconsumo collettivo. Esse potranno impiegare anche i sistemi di accumulo. D’ora in avanti più soggetti potranno unirsi, omogenei od eterogenei che siano: enti pubblici, PMI, normali cittadini… Lo scopo è quello di creare comunità energetiche le quali condividano tra loro l’energia prodotta al loro interno. Questo modo di sfruttamento energetico si definisce, appunto, autoconsumo collettivo. L’energia non appartiene ad un soggetto ma alla sua comunità. Ogni membro della stessa ne può beneficiare.

I principali benefici della misura saranno quelli della massima resa ed efficienza energetica. Tramite l’autoconsumo eviteremo perdite di rete, evitando di incappare nello stress energetico cui la stessa rete è sottoposta durante i momenti di massimo utilizzo. Sarà anche un modo di incentivare la filiera italiana di stoccaggi e il demand – response energetico; servizi e prodotti in cui si contano numerose aziende italiane leader. I costi si abbasseranno per ogni attore coinvolto: singolo aderente, comunità e sistema Italia, poiché il costo dell’energia sarà strutturalmente ridotto.

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Foto: database Pixabay

Tariffe vantaggiose

Ogni comunità energetica creata potrà godere di un incentivo compatibile con il superbonus del 110% per i primi 20 kW di impianto e una detrazione pari al 50% per sistemi fino a 200 kW. La tariffa per l’energia autoconsumata si attesta attorno ai 100 € per MegaWatt/ora sulle configurazioni di autoconsumo collettivo e 110 €/ MWh per le comunità energetiche rinnovabili. C’è poi un altro considerevole vantaggio. La burocrazia connessa ad ogni comunità energetica è davvero bassissima. Non esistono bandi, né liste, né aste; questa attività non è ritenuta commerciale, speculativa o finanziaria ma soltanto improntata al risparmio. Le bollette saranno tagliate a privati e imprese. Lo scambio energetico è stato definito da Gianni Girotto (Movimento 5 Stelle), il promotore dell’iniziativa legislativa presentata e Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, come una vera e propria rivoluzione” e il “risultato di un grande lavoro di partecipazione e condivisione.”

Sono quasi 30 anni che in Italia si parla di autoconsumo e comunità energetiche, fin dalla legge 10/91, la quale sollecitava già in tempi meno sospetti la necessità di generazione distribuita dell’energia, in particolare quella elettrica. In occasione della più recente liberalizzazione del mercato dell’energia si è cominciato a pensare ad una applicazione della condivisione di energia tra le comunità presenti sul territorio ma non strutturate. Condomini, centri commerciali con più attività e operatori, attività con partecipazione di enti locali; tutti questi attori non erano tenuti in considerazione dalla legge abbastanza primitiva, in termini di innovazione energetica, del 1991.

https://www.youtube.com/watch?v=9_KwLbjELsk
Gianni Girotto espone i vantaggi dell’autoconsumo delle comunità energetiche in una intervista rilasciata ad Askanews

Quali possibilità apre l’autoconsumo

Il piano energetico che punta forte su autoconsumo e comunità energetiche è un intervento che rientra nella Direttiva Europea 2018/2021, la quale si impegna ad incentivare produzione e condivisione di energia pulita e rinnovabile, producendo ricadute che non riguardino solo aspetti economici, bensì anche sociali e, soprattutto, ambientali. Come sappiamo, infatti, l’UE si è impegnata a raggiungere obiettivi importanti entro il 2050, per tutelare e custodire meglio il nostro Pianeta, severamente minacciato dall’azione poco rispettosa dell’uomo.

Il quadro normativo che autorizza e incentiva la creazione di comunità energetiche finalizzate all’autoconsumo apre interessanti possibilità. Dal momento che si potrà scegliere di vendere l’energia prodotta ma non utilizzata, sarà possibile massimizzare l’istallazione di pannelli fotovoltaici negli spazi condominiali, in quanto essi non saranno più onere di un unico privato ma dell’intero condominio. Così facendo, si ridurrà la necessità di riconvertire campi agricoli a sede di centrali fotovoltaiche; operazione che porta a un considerevole consumo di suolo.

L’autoconsumo, poi, finirà per educare le comunità al mutuo servizio. Lo spiego con un esempio: nel caso di un edificio a utilizzo misto residenziale/produttivo, le attività sfrutteranno durante la settimana l’energia prodotta ma non utilizzata dai privati, perché fuori casa durante la giornata; mentre nel fine settimana saranno i cittadini a fare uso di quanto stoccato durante i cicli produttivi aziendali. Gli italiani diverranno prosumer, ovvero non soltanto cittadini che consumano, passivamente, il prodotto energia, bensì attivi partecipanti nella sua produzione, grazie ai loro impianti condominiali. Non si può trascurare, inoltre, l’importanza di produrre e consumare nello stesso luogo l’energia necessaria. In tal modo, si azzera ogni eventuale costo di trasporto, gestione e distribuzione.

Un luminoso futuro?

Ad oggi, tutto quel di cui si è scritto è in fase embrionale. Gran parte degli aspetti positivi, a livello economico, ambientale e sociale, del ricorso all’autoconsumo delle comunità energetiche sarà compreso appieno soltanto dopo che si saranno completate le istallazioni. Sarà infatti necessario eseguire test di sforzo, consumo e produzioni all’interno delle comunità prima di poter parlare di numeri concreti. Non abbiamo ancora neppure avuto modo di leggere e studiare le regole operative e di installazione che sottostanno ad una comunità energetica. È però sotto gli occhi di chiunque segua da vicino il settore l’entusiasmo profuso da tecnici, progettisti e installatori per questo cambiamento imminente che potrebbe anche rivoluzionare il concetto di energia come noi lo intendiamo oggi. Naturalmente, tutte le categorie ora citate hanno anche importanti interessi economici legati all’indotto del rinnovabile.

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Elaborazione di Unionearchitetti.it

Questo punto non va sottovalutato. L’EcoPost è una testata web che si occupa di sostenibilità e tutela ambientale, dunque quotidianamente porta all’attenzione di chi gentilmente ci legge tutte le principali problematiche – e le loro relative soluzioni quando ve ne sono – legate alla scottante questione climatica. Non vediamo però solo l’aspetto onirico della medaglia, non commettiamo l’errore di sottovalutare i contro, oltre ai numerosi pro del rinnovabile. Anche nelle notti di luna piena, il nostro satellite conserva una faccia scura e invisibile all’occhio.

Naturalmente, questi rischi non sono legati agli impianti rinnovabili di per sé, ma alle persone che costituiscono le aziende del settore. Come c’insegna la saggezza popolare, l’occasione fa l’uomo ladro, da che mondo è mondo.

Autoconsumo, bisognerà ridurre gli oneri di sistema

Quello che non ci viene mai detto da chi si occupa di energie rinnovabili – probabilmente perché troppo preso nel dar forza alle sue argomentazioni per far vedere l’intero quadro all’interlocutore meno ferrato – è che l’indotto dietro alla produzione di energia pulita ha costi di sistema elevati. Le stime di quanto costerebbe al contribuente la sovrastruttura delle comunità energetiche sono in conflitto, consideriamo però che ad oggi spendiamo per la rete nazionale già circa 12 miliardi di euro ogni anno. Quando consultate la vostra bolletta della luce, come si suol dire, trovate sempre una voce oneri di sistema – i quali vanno esplicitati per legge -incidente per una percentuale non troppo alta dell’ammontare dell’importo che dobbiamo pagare.

Consideriamo però le decine di milioni di consumatori nel nostro Paese e ci accorgeremo che non parliamo di noccioline. I cosiddetti conti energia sono delle convenzioni tra il governo e le aziende produttrici che stabiliscono a quanto debbano ammontare questi oneri. Gli ultimi accordi risalgono al 2014 e sono state rinnovati dall’ex premier Matteo Renzi, forse il peggior Primo Ministro della storia repubblicana per quanto concerne la tematica ambientale, fino al 2039. Sostanzialmente, la lobby dei produttori di energia, si è garantita il suo guadagno – indipendentemente da quale sia la strada che l’Italia intraprenderà nei prossimi due decenni per disporre dell’energia che le occorre.

Una sgradevole coesistenza

Oltre a ridurre gli oneri di sistema, o comunque a regolamentarli in maniera più trasparente, bisognerà inseguire una vera alternativa green. L’autoconsumo nelle comunità energetiche, non la garantisce ancora. Infatti, per evitare che gli oltre 600mila impianti rinnovabili i quali, da previsione, verranno istallati nel nostro Paese, finiscano per sbilanciare la rete – ad oggi il fotovoltaico è allacciato alle rete elettrica nazionale – occorrerà mantenerla costante, evitando cali di flusso o interruzioni capaci di dar luogo a blackout, con 49 GW di energia sempre disponibile.

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Foto: database Pixabay

Questo risultato sarà ottenuto tramite impianti convenzionali a gas in grado di produrre una quantità di energia così elevata. Per chi non riuscisse a dare un valore a 49 GW, gli basti pensare che corrispondono al 60% della potenza nazionale istallata. Attenzione dunque a riempirci la bocca di parole come rivoluzione o nuova era. L’autoconsumo e le comunità energetiche sono un piccolo passo, nella direzione giusta, la strada però resta lunga.

Un buon inizio

Da qualche parte bisogna pur cominciare. In fin dei conti, non possiamo attenderci da un giorno all’altro un balzo ad una produzione energetica totalmente pulita. Una fase di transizione tra un sistema e l’altro va messa in conto. Dobbiamo essere pronti ad accettarla, pur mantenendo la consapevolezza di tutti quegli aspetti che ho voluto mettere in luce poc’anzi. La riconversione energetica italiana ci riguarda tutti. Ora che il decreto è stato approvato, dobbiamo attendere la sua effettiva messa in pratica. A quel punto saremmo chiamati in causa noi.

Quel che possiamo fare noi è attivarci per ottenere quante più informazioni possibili relativamente all’autoconsumo e alle comunità energetiche, dopodiché valutare sul lungo periodo i cambiamenti che tale sistema potrebbe portare nel quotidiano utilizzo che facciamo dell’energia. E poi perché no, magari essere tra i primi ad entrare a farne parte, di una di queste comunità. Potrebbe veramente essere una nuova alba.

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L’ambiente dopo il COVID: come ripartire?

Fase 2: nella ripartenza ricordiamoci dell'ambiente

Aspettavamo il 4 maggio con ansia, lo attendevamo da quando il premier lo segnalò come data per l’alleggerimento delle misure restrittive dovute alla pandemia, e finalmente è arrivato. Ora un primo livello dell’agognata normalità è tornato e ne siamo lieti. Naturalmente, l’emergenza non è passata e si corre il rischio di dover tornare indietro, nella sventurata ma realistica ipotesi di una risalita del contagio. Visti i dati comunque incoraggianti, relativamente alla curva del virus, riscontrati negli ultimi giorni, chissà che ora non si possa riprendere a parlare di ambiente, a recuperare il discorso da dove lo avevamo interrotto, a causa del nuovo coronavirus.

Comincia la Fase 2, l’economia spera di ripartire. Illustrazione: Vector

Ambiente e COVID

I due concetti sono legati e lo sono in maniera evidente, anche se in pochi ne parlano. L’EcoPost già ne ha scritto, come ricorderà chi legge con maggior frequenza. Se lo sfruttamento ambientale ha agevolato la diffusione dell’agente patogeno, è inevitabile pensare che l’ecosistema non possa essere trascurato nella fase di ripartenza, quella nella quale ci auspichiamo di lasciarci la pandemia alle spalle.

Un apprezzabile effetto della quarantena forzata è stata, come ben sappiamo, la riduzione pressoché omogenea, a livello globale, delle emissioni inquinanti. Prova tangibile di questo trend è stata, ovviamente, la picchiata dei prezzi del petrolio, giunto in territorio negativo per la prima volta nella storia. Ciò ci ha fatto subito sperare in una concreta riduzione della produzione dell’oro nero, per il futuro almeno più prossimo. Sfortunatamente non è affatto detto che le cose vadano così.

Petrolio: l’impatto sul futuro

Non è affatto semplice ridurre bruscamente la produzione petrolifera, o addirittura interromperla. Consideriamo che la gran parte dei depositi di petrolio sono contenuti all’interno di rocce porose. Per riuscire ad estrarre il greggio occorre forzarne, è il caso di dirlo, la fuoriuscita tramite una costante pressione. Più invecchia il pozzo, più diventa costoso estrarne petrolio. L’atto pratico della chiusura di un pozzo è molto caro. L’operazione poi rischia di diventare un vero e proprio salasso, anche per un signore del petrolio, qualora si dovesse chiudere un pozzo per poi magari doverlo riaprire poco dopo, causa nuovo aumento della domanda. Siamo tristemente a conoscenza del fatto che la nostra società, in nome di una crescita che non guardi in faccia niente e nessuno, è più che disposta a sacrificare l’ambiente sull’altare economico – finanziario.

Barili di petrolio. Foto: Key4biz

Almeno fino all’inizio dell’allarme COVID, lo status quo è dipeso dal petrolio. A sua volta, il settore petrolifero è dipeso da generose iniezioni di capitale, le quali hanno finanziato esplorazione e produzione. Auspichiamo almeno che questa fastidiosa pandemia ci serva da insegnamento, portandoci a riflettere sugli errori dovuti al voto che l’umanità ha fatto al petrolio.

Ipotesi e speranze ambientali

Circola una tesi che ci piace molto. Alcuni sociologi ritengono che i cambiamenti nel nostro comportamento, introdotti dal nuovo coronavirus, potrebbero restare con noi, donandoci nuova sensibilità e regalando al mondo una duratura riduzione dell’inquinamento. Per Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’investimento mondiali, al calo della domanda di petrolio nel 2020 seguirà un brusco aumento del prezzo dell’oro nero nel 2021. L’industria petrolifera, secondo questo rapporto, potrebbe non essere in grado di tenerne il passo. Il vuoto causato dai petrolieri potrebbe essere presto riempito dalle rinnovabili, indirizzando il pianeta verso un futuro energetico più pulito e rispettoso dell’ambiente. C’è però anche chi pensa il contrario.

E’ credenza molto diffusa quella che le emissioni risaliranno non appena la domanda di viaggi aerei tornerà a crescere, specialmente nei paesi emergenti. Per LGIM – Legal & General Investment Management, una compagnia di investimenti londinese – l’attuale crollo del prezzo del petrolio sarà un doloroso boomerang, in quanto gli automobilisti saranno stimolati ad acquistare autovetture di cilindrate maggiori, esattamente come avvenne quando i SUV divennero più accessibili. Tali veicoli si diffusero a macchia d’olio, anche nelle città e altri luoghi nei quali, francamente, hanno davvero poca praticità ed utilità, se non quella di appagare un gusto estetico. Ancora una volta, un capriccio umano va a danneggiare l’ambiente. E, in questo caso particolare, il capriccio non è di una multinazionale, un imprenditore senza scrupoli o una corporate venture che deve proteggere ed incrementare un fatturato gigantesco, bensì del privato cittadino.

Lo studio di Goldman Sachs

E’ interessante approfondire lo studio riportato qualche riga fa. Goldman Sachs, nell’individuare uno spiraglio per le energie rinnovabili, ci porta anche a conoscenza di una verità poco piacevole ma della quale dobbiamo cominciare a prendere atto.

Gli analisti della banca d’investimenti affermano: “Il 2020 è fin qui testimone del più massiccio declino delle emissioni globali di anidride carbonica di sempre. C’è possibilità di un ulteriore calo a seconda della durata dell’impatto sul settore trasporti e sull’attività industriale.” Le crisi di ampia portata avute in precedenza, però, hanno sempre portato ad un rimbalzo di emissioni energetiche al loro termine. Gli esempi portati sono quelli del 2008 (fallimento della banca Lehman Brothers) e 1979 (crisi petrolifera). Diversamente dagli altri due casi, però, questa volta le emissioni sono in calo da più tempo. Nel 2019 avevamo già riscontrato una loro flessione, che ora è diventata più netta. Per proseguire la via virtuosa che abbiamo intrapreso, comunque, occorrerà mantenere il percorso nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

Lo schema di Goldman Sachs illustra bene come le fonti rinnovabili siano state via via più utilizzate nel corso degli ultimi 20 anni

I governi dovranno evitare di incentivare le industrie operanti nel fossile, evitando di dar loro supporto se si vuole davvero tagliare questo cordone ombelicale che ci tiene legati a loro. Lo faranno o invece si appelleranno ai posti di lavoro che corrono il rischio di andar perduti? Governi ed investitori saranno finalmente pronti ad investire in maniera decisa e continuativa su forme di energia diverse dal fossile? Ci si presenta di fronte un’opportunità, al termine di questa crisi. Dobbiamo sfruttarla al meglio, per la tutela dell’ambiente ed il bene del nostro Pianeta.

Ambiente: siamo in forte ritardo

Il ritardo è tale che potremmo aver definitivamente perso il treno. Nel dicembre 2015, alla celeberrima conferenza di Parigi, ci eravamo dati un obiettivo ambizioso. L’accordo sottoscritto in quella sede da 195 Paesi si poneva l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale e mantenerlo al di sotto dei 2 gradi Celsius a lungo termine. Tale obiettivo, oggi, ci appare pressoché irraggiungibile. Il calo delle emissioni di cui abbiamo or ora parlato rende più agevole il cammino, senza dubbio, eppure l’obiettivo appare ancora decisamente fuori portata. Per concretizzare quello scenario dovremmo mantenere il calo delle emissioni costante tra il 3,5 e il 6,5% da qui al 2050. Le stime per il 2020 dicono che quest’anno ce la faremo, dato che si prevede una riduzione intorno al 5,4% sui dodici mesi. Per i prossimi 30 anni però?

Il grafico mostra chiaramente il calo delle emissioni dovuto al nuovo coronavirus. Gli altri rettangoli negativi rappresentano la crisi petrolifera e quella seguita al fallimento della banca Lehman Brothers

“Gli sforzi complessivi per ridurre le emissioni di anidride carbonica potrebbero non essere sufficienti per raggiungere l’obiettivo dei 2 gradi.” E’ la lapidaria affermazione degli esperti di Standard & Poor, autori di uno studio similare a quello analizzato e realizzato da Goldman Sachs. “Affinché si realizzi lo scenario ci vorrebbe una riduzione di emissioni equivalente a quella provocata dal COVID – 19 ogni anno, per i prossimi tre decenni.”

Le speranza nelle rinnovabili

In definitiva, il futuro prossimo energetico appare nebuloso, esattamente come quello sanitario. Eppure dovrebbe apparire abbagliante, ora più che mai, la necessità di impegnarsi seriamente sul fronte delle energie rinnovabili. Ci si presentano davanti mesi in cui occorreranno scelte importanti. Se l’assenza di liquidità resetterà il settore petrolifero, lasciando in salute solo le compagnie maggiori, quelle in grado di assorbire lo shock economico e finanziario, con chi si schiereranno società e politica? Con le aziende del fossile o con quelle del rinnovabile? Non è il momento giusto per stilare programmi di supporto e aiuto all’energia pulita?

Interessante approfondimento di Super Quark riguardante le energie rinnovabili

Numerosi istituti finanziari hanno già iniziato, prima della pandemia, a dirottare capitali sui settori della cattura di anidride carbonica o dello sfruttamento di green energy. I giovani ricchi, una categoria di cui poco si parla ma che rappresenta una fetta consistente di investitori, frequentemente desiderano impegnare il proprio denaro in sostenibilità e tecnologie verdi. La Banca d’Inghilterra e altri attori del mondo economico e finanziario hanno cominciato ad integrare, nelle loro stime di rischio, le conseguenze del cambiamento climatico. Di fatto, ciò significa gli investimenti legati alle rinnovabili saranno considerati meno rischiosi, e dunque agevolati, a dispetto di quelli ancora legati al settore petrolifero. Il sentiero è stato preparato e la strada è ora chiaramente indicata da questi enti. E’ un ottimo percorso da imboccare all’uscita del tunnel COVID – 19, resta solo da vedere se sarà seguito.

Il costo della transizione energetica? Il 10% dei fondi destinati al fossile

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La notizia ha dell’incredibile. La tanto agognata transizione energetica, quella che potrebbe dare un taglio netto alle emissioni su scala globale, è un traguardo più che raggiungibile. Come riportato dal Guardian, testata capofila sulle questioni ambientali, se solamente il 10% dei sussidi pubblici destinati alle fonti fossili fosse reindirizzato per degli investimenti sulle energie rinnovabili potremmo soppiantare in un ragionevole arco di tempo i combustibili fossili. Ad affermarlo è un report dell’International Institute of Sustainable Development (IISD) pubblicato il 17 Giugno scorso, intitolato  “Reforming Subsidies Could Help Pay for a Clean Energy Revolution”.

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I dati del report

370 miliardi di dollari. Questa è l’ammontare, su scala globale, dei fondi pubblici destinati al settore dei combustibili fossili ogni anno, contro i soli 100 miliardi messi a disposizione per le rinnovabili. Un paragone che lascia di stucco se si pensa all’urgenza con la quale dovremmo ridurre le emissioni per rispettare i target degli accordi di Parigi. Ma la cosa più sconcertante è che se solo una cifra tra il 10% ed il 30% dei fondi destinati alla produzione di energia inquinante fosse trasferita alle energie rinnovabili una rivoluzione energetica sarebbe possibile, eccome.

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Una questione che non è passata inosservata agli occhi del Segretario dell’Onu Antonio Guterres che ha rilasciato queste dichiarazioni: “Quello che stiamo facendo è usare i soldi dei contribuenti – ovvero i nostri – per alimentare uragani, diffondere siccità, sciogliere i ghiacciai e uccidere coralli. In poche parole: per distruggere il mondo”.

Le tecnologie per la transizione energetica ci sono già

Richard Bridle dell’ ISSD, co-autore del report, sottolinea come “quasi ovunque le rinnovabili sono ormai vicinissime ad essere competitive, a livello di prezzo, con le fonti fossili. Uno spostamento dei sussidi di questa portata potrebbe far pendere la bilancia dall’altro lato rendendo una tecnologia che sta crescendo lentamente la più credibile per le future generazioni con effetto quasi immediato. Dall’essere un’opzione marginale potrebbe subito diventare una scelta palesemente ovvia”.

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Nonostante la transizione energetica stia avvenendo, lo sta facendo in modo troppo lento secondo Bridle che aggiunge: “É fuor di dubbio che le rinnovabili possano supportare il sistema energetico. L’unica perplessità riguarda la velocità con la quale la transizione avverrà ma una riforma dei sussidi pubblici è un passo fondamentale in quella direzione”.

Con la transizione energetica possibile taglio delle emissioni fino al 25%

Il settore energetico è uno dei principali responsabili dell’avanzamento dei cambiamenti climatici. Secondo il report la transizione energetica verso l’energia pulita potrebbe tagliare le emissioni, a livello globale, almeno del 18%. Una percentuale che salirebbe al 25% se l’elargizione di questi sussidi ammontasse a 0. Un cambiamento in questa direzione diminuirebbe anche i costi che le istituzioni dovranno affrontare nei prossimi anni per quanto riguarda la salute pubblica e le spese relative agli effetti che i cambiamenti climatici avranno sulle nostre città e le nostre infrastrutture.

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In parole povere ciò che sta accadendo è a dir poco folle. Invece di utilizzare i soldi dei cittadini per creare infrastrutture sostenibili e che non rechino danno alla popolazione, ogni anno vengono dati 375 miliardi di dollari a chi sta distruggendo il pianeta. Non è più questione di etica o di morale, è ormai diventata una questione di buon senso e di rispetto nei confronti di chi paga questi soldi anche per dare un futuro ai propri figli.

Non solo fondi pubblici. Anche le banche sono una minaccia

Il numero di paesi che ogni anno donano fondi da investire nel reperimento e nello sfruttamento di combustibili fossili è di 112. Tra questi i più “generosi” sono quelli del Medio Oriente e, neanche a dirlo, gli Stati Uniti, la Cina e la Russia. Ma anche in Europa non si scherza. L’Italia, per esempio, destina ogni anno 18,8 miliardi di euro a questo settore. Tra i paesi più virtuosi sotto questo punto di vista troviamo invece India, Zambia, Marocco ed Indonesia.

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Già nel 2009, durante un G20, era stato deciso di azzerare progressivamente i sussidi al settore fossile. Purtroppo però ciò che è stato preso non è altro che un impegno generico che non tutti stanno rispettando come dovrebbero. Nel banco degli imputati finiscono anche le grandi banche che, essendo enti privati, non sono tenute a rispettare alcun tipo di accordo preso dalle istituzioni. In Italia, ad esempio, Unicredit ha elargito più di 16 miliardi di euro negli ultimi 3 anni ad industrie operanti in questo settore.

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Che una transizione ecologica non sia vista di buon occhio da chi per anni ha guadagnato enormi quantità di denaro sulle spalle delle future generazioni, non è mistero. Così come il fatto che questo generi complicazioni soprattutto a livello politico. La strada è dunque impervia. Ma anche questo si sapeva già. Occorre perseverare. La posta in gioco è la più alta di sempre.