Evasione ed elusione fiscale a rallentare l’agenda climatica

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Evasione ed elusione fiscale sono due noti nemici di welfare e legalità. Rappresentano un problema endemico per i sistemi economici, come ben sappiamo noi italiani. Quel che però non sappiamo, poiché non siamo soliti pensarci, è come essi siano un vero e proprio freno a mano tirato anche per l’agenda climatica. Tutto è infatti collegato e ambiente ed economia non fanno certo differenza.

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Elaborazione grafica: Gerd Altmann da Pixabay 

Il rapporto ONU

“L’integrità finanziaria è fondamentale per il successo dell’agenda 2030. Come comunità internazionale impegnata ad affrontare la disuguaglianza e a promuovere lo sviluppo sostenibile, dobbiamo mettere in atto principi di trasparenza, sana governance e responsabilità che così spesso sosteniamo.” È quanto ha affermato Volkan Bozkir, presidente dell’assemblea generale ONU, presentando il rapporto Financial Integrity for Sustainable Development. Il documento è stato pubblicato dall’High Level Panel on International Financial Accountability, Transparency and Integrity for Achieving the 2030 Agenda (FACTI Panel).

All’interno del report, il team di esperti FACTI è stato davvero molto chiaro. Evasione ed elusione fiscale rappresentano una malattia terminale all’interno della società odierna, specialmente in virtù degli ambiziosi obiettivi climatici che ci siamo posti da oggi al 2030. I governi dovrebbero finanziare innanzitutto azioni contro povertà estrema, Covid-19 e crisi climatica. È parere di chi ha redatto il dossier che vadano recuperati miliardi di dollari persi per frodi fiscali, corruzione e riciclaggio di denaro.

“I Paesi in via di sviluppo non possono permettersi di perdere risorse in periodi normali. Tantomeno possono farlo ora, nel mezzo della crisi Covid.” Ha detto Bozkir. “Ogni anno viene riciclato fino al 2,7% del PIL globale.” Gli ha fatto eco il FACTI Panel. Gli esperti hanno domandato ai governi di prendere parte ad un Global Pact for Financial Integrity for Sustainable Development.

Un circuito ben oliato a favorire evasione ed elusione fiscale

Il gruppo di esperti coinvolto nella redazione del documento ha messo in risalto problematiche note nelle pratiche di evasione ed elusione fiscale. Le corporation, specialmente le più grandi, riescono ad avvalersi di giurisdizioni tax-free. Questa pratica, scorretta ma non illegale, è capillarmente diffusa. Conti alla mano, il team ha calcolato che questo modus operandi finisca per costare ai governi fino a 600 miliardi di dollari ogni anno. “Coloro che consentono crimini finanziari devono affrontare sanzioni punitive.” Si legge nel testo del rapporto. Purtroppo, molto spesso ciò non succede. Questo si deve al fatto che occorrono misure, provvedimenti, leggi e sanzioni molto più forti e stringenti per combattere la corruzione e prevenire il circolo vizioso del riciclaggio di denaro.

È a gran voce che sul rapporto si chiede “Maggiore trasparenza in merito alla proprietà delle società e alla spesa pubblica. Serve una più forte cooperazione internazionale per perseguire la corruzione e aumentare i livelli di tassazione sulle gigantesche corporation digitali.” Quante volte i media ci parlano di provvedimenti mirati a tassare gli enormi guadagni delle super-aziende del silicio? Quante volte poi non cambia assolutamente nulla dal momento che certi giganti spadroneggiano nelle stanze della finanza mondiale, la quale regola ogni decisione politica? Questi abusi vanno anche a danno dell’ambiente.

Risorse necessarie al bene comune

“Un sistema finanziario corrotto e fallimentare deruba i poveri. Esso priva il mondo intero delle risorse necessarie a eradicare la povertà, riprendersi dal Covid e affrontare la crisi climatica.” Ha evidenziato Dalia Grybauskaite, co-presidente FACTI ed ex presidente lituana, in sede di presentazione del rapporto. “Chiudere le scappatoie che consentono riciclaggio di denaro, corruzione e abuso fiscale sono passo per trasformare l’economia globale per il bene universale.” Ha invece voluto enfatizzare l’altro co-presidente FACTI, Ibrahim Mayaki, ex primo ministro del Niger. “Un decimo della ricchezza mondiale potrebbe essere nascosto in attività finanziarie offshore. Ciò impedisce ai governi di raccogliere la loro giusta quota di tasse.” Avverte il dossier ONU. In tempi recenti circa 131 milioni di esseri umani hanno ufficialmente superato la soglia della povertà mentre la ricchezza dei miliardari è aumentata del 27,5%. Siamo una società sempre più polarizzata, ove la forbice tra ricchi e poveri aumenta instancabile.

Il Panel vuole promuovere equità, responsabilità e integrità finanziaria. Questa deve essere la strada per condurci ad un progresso nel segno della sostenibilità. Con le parole di Bozkir: “Nessuno di noi trarrà vantaggio dall’incapacità di agire. Spetta a ciascuno di noi mettere in atto un sistema di integrità finanziaria che miri ad uno sviluppo sostenibile. Dobbiamo liberare risorse che altrimenti andrebbero perse e creare fiducia nei nostri piani di governance internazionale, nazionali e locali, dimostrando trasparenza, responsabilità e capacità di realizzare l’agenda 2030.”

Evasione ed elusione fiscale ci sono nemiche nella lotta per il pianeta

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Immagine di kalhh da Pixabay 

Quella al surriscaldamento globale, per la salute del nostro pianeta è una guerra. Questa brutta parola viene spesso abusata, anche quando trattiamo della pandemia, eppure dà il giusto senso dell’entità dello sforzo che dobbiamo affrontare come umanità per uscire dalla situazione in cui ci troviamo. È una guerra che dobbiamo vincere assieme o ci vedrà sconfitti individualmente: nelle nostre comunità, nei nostri Paesi e nelle nostre regioni. Per farlo, bisogna disporre di tutte le risorse possibili. L’illegalità e il malaffare finanziario sono alleati del global warming; dobbiamo tagliare queste corde di sostegno e riprenderci questi fondi per poterne disporre in un’ottica comune, interna alla legalità e all’ecologia. Cattiva finanza e devastazione climatica vanno a braccetto.

Il costo umano dei disastri ambientali: il nuovo report ONU

Il Centro di Ricerca sull’Epidemiologia dei Disastri (CRED), l’agenzia che studia la salute pubblica durante emergenze di massa, ha realizzato uno studio sull’incidenza dei disastri naturali negli ultimi vent’anni. I dati, raccolti dal suo database EM-DAT, sono preoccupanti. Il report “Il costo umano dei disastri” è stato pubblicato il 13 ottobre, durante la Giornata internazionale per la riduzione del rischio di catastrofi.

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Che cos’è un disastro ambientale?

Prima di addentrarsi nella documentazione presentata, è bene definire il concetto di disastro ambientale. Perché il database ne registri uno, è indispensabile che si rispettino quattro criteri: vi deve essere un numero di vittime pari o superiori a 10; 100 o più persone devono essere influenzate dall’evento; è obbligatoria la dichiarazione dello stato d’emergenza; infine, un altro vincolo è la richiesta di assistenza internazionale.

La differenza sostanziale tra pericoli e disastri risiede proprio nella presenza o meno di vittime. La prima categoria comprende rischi geofisici, idrologici, meteorologici, climatologici, biologici e spaziali. Per quanto riguarda questo approfondimento, si eviterà di prendere in considerazione le ultime due tipologie.

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Il costo umano dei disastri

Il rapporto compara i numeri dell’impatto degli eventi estremi, mettendo in relazione le finestre temporali dal 1980 al 1999 e dal 2000 al 2019.

Nel primo arco di tempo, i disastri sono stati 4212 e hanno comportato 1,19 milioni di decessi. La popolazione che ha subito conseguenze, però, è stata più vasta: quasi 3,25 miliardi di persone. Il danno economico è stato di 1,63 trilioni di dollari.

Nel ventennio successivo, i numeri sono aumentati. 1,23 milioni di persone sono morte a causa di 7248 eventi di entità distruttiva, coinvolgendo più di 4 miliardi di esseri umani. I danni, poi, sono quasi duplicati, con un impatto di 2,97 trilioni di dollari.

Le tipologie dei disastri

Il 44% dei disastri sono alluvioni. Successivamente, a sedici punti di distanza, troviamo le tempeste. L’8% degli eventi estremi sono terremoti e, vicino, ci sono i momenti di temperature elevatissime. Anche la localizzazione geografica deve far riflettere. Quattro quinti dei dieci Paesi più colpiti si trovano in Asia. Il primo è la Cina, il terzo, l’India. Sul podio negativo, al secondo posto troviamo gli Stati Uniti.

L’estensione diversificata delle conseguenze può portare a risposte diverse dal punto di vista dell’attuazione dei protocolli di azione. Se, infatti, la popolazione influenzata dalle alluvioni è stata di più di un miliardo e mezzo, la maggior parte delle morti sono dovute a eventi imprevedibili, come i terremoti, che fanno registrare il 58% dei decessi.

Effetti dei disastri

Ogni tipologia di evento estremo è spesso caratterizzante per un certo territorio. La siccità colpisce in modo profondo il continente africano, con 134 eventi tra il 2000 e il 2019. L’impatto sulla popolazione è forte: fame e povertà alimentano il sottosviluppo della parte più debole della società, trascinando negativamente tutta l’economia. Inoltre, periodi prolungati di scarsità d’acqua, hanno effetti devastanti sul lungo termine, provocando lo spopolamento delle aree colpite e aumentando la desertificazione.

Il database tiene in considerazione solamente la correlazione diretta tra fatto e conseguenze. Non sono facilmente misurabili, invece, le morti e i disagi indiretti, non ricollegabili sul breve periodo.

Il cambiamento climatico dovrebbero aumentare il rischio di siccità in molte regioni vulnerabili del mondo“, in particolare quelle che affrontano insieme le sfide della crescita della popolazione e della sicurezza alimentare.

L’Europa, invece, ha il triste primato per i decessi da onde anomale di caldo, con l’88% dei casi complessivi. Incendi spaventosi, a cui siamo ormai abituati ad assistere, devastano territori per mesi, con un incremento non solo nell’intensità dei fenomeni, ma anche nell’allungamento delle stagioni di caldo torrenziale.

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Nessun Paese è immune ai disastri

Mami Mizutori, rappresentante del segretariato generale delle Nazioni Unite per i disastri ambientali, è chiara: «La correlazione tra adattamento al cambiamento climatico e riduzione del rischio dei disastri è una questione fondamentale. […] L’adattamento è perentorio per la gestione del rischio di catastrofi a livello nazionale e locale

L’importanza di avere una visione lungimirante viene ribadita in un complesso sistema quale quello mondiale, visti gli obiettivi ambiziosi di riduzione della povertà, controllo dell’urbanizzazione e diminuzione dell’utilizzo sconsiderato di suolo. Così, si può prevedere anche il costo umano dei disastri, oltre a quelli ambientali ed economici.

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Soluzioni per una prospettiva condivisa dopo “Il costo umano dei disastri”

Le soluzioni esistono e devono essere concordate insieme. Provando a collocare su una carta geografica la diffusione degli eventi estremi, possiamo notarne la disomogeneità territoriale. Alcune aree, infatti, sono più colpite di altre.

Bisogna tenere in considerazione anche che azioni, apparentemente insignificanti, compiute in un punto del mondo possono scatenare conseguenze enormi in altre. Questo fenomeno è stato nominato “effetto farfalla” dal fisico Edward Lorenz nel 1972. Egli ipotizzò che il battito d’ali di una farfalla in Amazzonia potesse generare, in seguito a una concatenazione non-lineare di processi atmosferici, un uragano in Texas. Questo esempio, che potrebbe far sorridere, spiega in modo semplice la relazione forte che esiste all’interno della grande variabilità naturale.

Cosa si aspetta, allora, a collegare i nostri gesti quotidiani alle loro ripercussioni sul pianeta? Per riuscire a minimizzare i danni umani e ambientali dei sempre più frequenti disastri ambientali è necessario investire su azioni veloci e mirati, cercando di investire in ambiti di ricerca e sviluppo che possano dare speranze concrete a territori in grave difficoltà, aumentando anche il benessere delle popolazioni che li abitano.

Report Onu sulla biodiversità: è tempo di cambiare rotta

https://anchor.fm/lecopost/episodes/Nuovo-allarmante-Report-Onu-sulla-biodiversit-ek0bem

L’umanità si trova a un bivio: deve scegliere se continuare a vivere sfruttando le risorse della Terra come se fossero infinite, oppure destarsi, finalmente, dal torpore degli annunci e iniziare a cambiare concretamente. Il quinto report Onu sulla biodiversità – Global Biodiversity Outlook 5 – riassume lo stato in cui versa la natura, condividendo le azioni che hanno impattato in modo positivo sull’ambiente. Le soluzioni devono essere trovate e messe in pratica. Non rimane più tempo!

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Biodiversità a rischio: come proteggerla, come proteggerci

Sono ormai trascorsi dieci anni dal Protocollo di Nagoya. Il documento aveva l’obiettivo di rendere più democratici i benefici genetici derivanti dal progresso in ambito scientifico e tecnologico. Così, gli Stati avrebbero contribuito anche alla conservazione della diversità biologica, rimanendo vigili sulla sostenibilità e sui diritti. Questo accordo andava a rafforzare il Protocollo di Cartagena sulla biosicurezza, adottato nel gennaio del 2000 ed entrato in vigore nel 2003. Era necessaria una revisione, visto il lancio imminente della Strategia 2011-2020.

Ora, si tirano le somme degli sforzi che i governi e gli attori politici hanno messo in atto per contrastare la perdita di varietà a rischio. Nonostante alcuni slanci positivi, i risultati non sono confortanti. «Ma devo essere brutalmente onesta: il mondo non ha raggiunto gli obiettivi prefissati e non siamo nemmeno sulla strada giusta» ha aggiunto Elizabeth Maruma Mrema, Segretario Esecutivo della Convenzione sulla Diversità Biologica, alla presentazione del report.

Le minacce ambientali da scongiurare sono molteplici. Il declino è visibile e si sta intensificando: gli ecosistemi si stanno degradando o, addirittura, scompaiono.

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I risultati del documento

Il report Onu sulla biodiversità è lo strumento per capire quanto è stato fatto e delineare il percorso da seguire nei prossimi anni. I dati sono stati forniti da 167 Paesi e il testo è stato integrato con 675 ricerche scientifiche.

L’introduzione si concentra sulla biodiversità per lo Sviluppo Sostenibile, collegando questo aspetto agli SDGs (Obiettivi di Sviluppo Sostenibile) dell’Onu. Essendo profondamente legati, il raggiungimento di alcuni rafforza il miglioramento di tutto l’ecosistema.

Il focus, poi, si sposta sugli Obiettivi di Aichi, ossia i 20 target adottati durante la Conferenza di Nagoya. Si mettono in relazione la letteratura scientifica degli ultimi vent’anni e gli indicatori, per visualizzare i cambiamenti avvenuti: nessuno è stato raggiunto pienamente; sei, solamente parzialmente. In altri casi, siamo ancora fuori rotta. Si pensi, infatti, che si spendono ancora 500 miliardi di dollari in sussidi ambientalmente dannosi.

Ma ci sono anche buone notizie: le politiche di prevenzione hanno anche permesso la sopravvivenza di alcuni specie animali a rischio estinzione. Il loro numero arriva sino a cinquanta. Questo è stato possibile dal 1993, attraverso la messa in atto di restrizioni, controlli sulla specie aliene e invasive, conservazione ex situ e la reintroduzione in aree protette.

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Tre azioni dal report Onu sulla biodiversità

Tre sono le azioni evidenziate dagli esperti. La prima è affidata ai governi nazionali: devono aumentare le loro ambizioni a livello statale, per poi aiutare la media mondiale e formare nuove prospettive di protezione ambientale efficaci. Anche la seconda è affidata alla politica, visto che non si può tralasciare un tema così importante. La diversità biologica deve divenire il cuore della visione a medio-lungo termine, punto centrale del processo decisionale. La terza, infine è rivolta a tutti: le nostre azioni concorrono al miglioramento o al peggioramento del pianeta. Per questo, rallentare il cambiamento climatico deve divenire una priorità.

La prospettiva, quest’anno, è ulteriormente cambiata, a fronte della pandemia da Covid-19. Ha dimostrato come l’equilibrio tra l’essere umano e la natura è in continuo mutamento. Il virus, trasmesso dagli animali, ha messo in luce tutta la pericolosità di ritenerci superiori e sovraordinati rispetto alla fauna e alla flora terrestri.

Sono tre le parole chiave che bisogna tenere a mente: conservare, ripristinare, utilizzare in modo oculato. La connessione deve essere ribadita, sempre: più pensiamo di poter essere autosufficienti, più paghiamo le conseguenze della nostra tracotanza. A soffrirne saranno la nostra salute, le nostre economie e la società.

La strada verso il 2050

Il cambiamento climatico non è, al momento, la causa principale di perdita di biodiversità, ma lo diventerà se non saremo capaci di mantenere l’aumento di temperatura globale sotto 1,5°C. A questo proposito, sono otto le transizioni da compiere per poter vivere in armonia con la natura. Esse spaziano dall’agricoltura alla pesca, dalla filiera alimentare alle città, passando per la sanità e la protezione delle foreste.

La posta in gioco è alta: si rischia la sesta estinzione di massa. Solamente prendendo atto di questo, si può pensare di agire immediatamente, riducendo i rischi futuri. La responsabilità è di tutti: abbiamo gli strumenti, la tecnologia, la possibilità di cambiare veramente.

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I prossimi passi da compiere per la biodiversità

Abbiamo fallito? «La domanda è giusta, perchè non siamo arrivati dove avremmo voluto» risponde Inge Andersen, direttore esecutivo del Programma Ambiente dell’Onu durante la presentazione. «Non è sufficiente essere d’accordo sull’approvazione di nuovi target […], bisogna essere in grado di disaggregarli a livello nazionale in modo che possano essere raggiunti

Bisogna imparare dagli errori del passato. Ripensare ai nuovi obiettivi in modo più semplice deve prima farci interrogare sul fallimento di quelli che si erano posti dieci anni fa. Ma non è più sufficiente. I governi devono prendersi la responsabilità di coinvolgere la popolazione in un cambiamento reale e profondo. Ci sono gruppi vulnerabili e minoranze che ancora soffrono le conseguenze in modo marcato, ma che, allo stesso tempo, sono in prima linea per la conservazione e il ripristino del pianeta.

Un uso sostenibile delle risorse può permettere il nostro benessere: il momento è ora.