Rifiuti alimentari: tutto quello che c’è da sapere

Se lo spreco alimentare fosse un Paese, sarebbe la terza fonte di emissioni di gas serra. Si apre con questa considerazione il Report sui Rifiuti Alimentari (Food Waste Index Report), redatto dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente e pubblicato il 4 marzo. Al suo interno, si analizza la situazione mondiale, sottolineando come l’insicurezza alimentare – ossia l’impossibilità di garantire acqua e cibo sufficienti a soddisfare il fabbisogno energetico- stia esacerbando le tre crisi in corso: quella del cambiamento climatico, della perdita di natura e di biodiversità, e quella data dall’inquinamento e dallo spreco. Ripercorrere i punti cruciali del rapporto può aiutare a capire meglio come raggiungere l’obiettivo 12 “Consumo e produzione responsabili” dell’Agenda 2030. Partiremo dalla stima delle quantità dello spreco, fino ad arrivare alle sfide e alle raccomandazioni del Programma, per cambiare le nostre abitudini.

Cosa sono i rifiuti alimentari?

La prima domanda a cui diamo una risposta è definire cosa sono i “rifiuti alimentari”, così da rendere più facile e comprensibile la lettura. Teniamo a mente che il cibo è “qualunque sostanza – processata, semi-processata o grezza- che dà nutrimento”. Da qui, intendiamo come rifiuto tutti quegli alimenti o loro parti edibili, che sono scartati durante la filiera, dal campo alla tavola. Nello specifico, si suddividono gli scarti in due ulteriori categorie: edibili e non edibili. I primi contengono le componenti commestibili, i secondi tutto ciò che è associato alla alimentazione, come ossa e cotenne.

Stima delle quantità dei rifiuti alimentari

I numeri aiutano a comprendere la dimensione del problema. Nel rapporto, si stima che circa 931 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari siano stati generati nel 2019. Di queste, il 61% proveniva dal consumo domestico, il 26% dal servizio di ristorazione e il 13% della vendita al dettaglio. Questi primi dati suggeriscono una prima conclusione: il 17% della produzione globale di cibo è sprecata prima di arrivare sulle tavole. Interessante, però, è capire quali Stati generino più scarti. A differenza di quanto si possa pensare, i consumi sono simili in Paesi ad alto, medio e medio-basso reddito. Questo ci porta a una seconda riflessione: non ci si può più soffermare sullo spreco a fine filiera delle nazioni sviluppate e su quello dal campo alla distribuzione di quelle meno sviluppate. Tutti buttano tonnellate di cibo durante il processo di raccolta, trasformazione e consegna. La responsabilità è condivisa.

Ecco che le proiezioni delle organizzazioni internazionali devono essere riviste e i parametri ricalibrati. Si nota, infatti, una sottostima della dimensione del fenomeno. I dati, però, non sono sempre disponibili. Mancano completamente quelli dei Paesi a basso reddito. Così, è necessaria una diversificazione delle strategie per migliorare la situazione mondiale, che deve partire da una raccolta di informazioni che sia più accurata di quella attuale.

Sfide e opportunità della mappatura

Una ricerca come quella contenuta nel rapporto, divisa per tipo di rifiuto e area geografica, rende più accessibile la lettura. Come abbiamo appena visto, però, per riuscire a fornire un quadro completo, la strada è ancora lunga e in salita. L’approfondimento dello studio si suddivide in tre livelli di raccolta dei dati. Il primo riesce a raccogliere stime approssimative, da cui è difficile estrapolare delle vere strategie. Il secondo, invece, ha misurazioni dirette, sufficienti per poter tracciare i flussi. Il terzo, quello auspicabile, alle caratteristiche dei precedenti step aggiunge anche informazioni addizionali, con la disponibilità di costituire modalità di intervento specifiche.

Ed è su questi livelli che ci sono delle limitazioni evidenti della mappatura. Per riuscire a pianificare, servono tempo e informazioni in numero tale da rendere agevole la comparazione. Ma molti Paesi non riescono a quantificare il loro spreco alimentare: così, variazioni sbagliate sul lungo periodo incidono negativamente sugli studi di lungo periodo. Inoltre, metodi differenti di misurazione rendono impossibile il raffronto su scala globale. Programmare una serie di azioni migliorative e seguire le linee guida dei livelli due e tre aiuterebbero a diminuire i rifiuti alimentari.

Raccomandazioni dall’Organizzazione delle Nazioni Unite

Gli studiosi, alla fine del rapporto, evidenziano come quello degli scarti sia un problema di tutti. Uno spreco di cibo è uno spreco di risorse, che ha un impatto profondo sulla filiera, sui costi per il prodotto e per il pianeta. Tutto questo senza dare nutrimento. La questione dell’insicurezza alimentare, che attanaglia ancora una percentuale alta della popolazione mondiale, non più essere marginalizzata, ma deve tornare al centro del dibattito. “Precisione, tracciabilità e comparabilità sono i punti di partenza fondamentali per strategie e politiche nazionali in materia di rifiuti alimentari, così da consentire la riduzione del 50% dello spreco”, come segnalato dall’obiettivo dell’Agenda 2030.

Proviamo, allora, a informarci sull’impatto, che i prodotti che compriamo hanno, prima che arrivino sulla nostra tavola e assumiamoci la responsabilità di cambiare prospettiva sulle dinamiche che depauperizzano il pianeta, per favorire cibi alla moda, che, intanto, devastano il territorio. Diventare consumatori consapevoli si può, anche sprecando di meno.

Il costo umano dei disastri ambientali: il nuovo report ONU

Il Centro di Ricerca sull’Epidemiologia dei Disastri (CRED), l’agenzia che studia la salute pubblica durante emergenze di massa, ha realizzato uno studio sull’incidenza dei disastri naturali negli ultimi vent’anni. I dati, raccolti dal suo database EM-DAT, sono preoccupanti. Il report “Il costo umano dei disastri” è stato pubblicato il 13 ottobre, durante la Giornata internazionale per la riduzione del rischio di catastrofi.

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Che cos’è un disastro ambientale?

Prima di addentrarsi nella documentazione presentata, è bene definire il concetto di disastro ambientale. Perché il database ne registri uno, è indispensabile che si rispettino quattro criteri: vi deve essere un numero di vittime pari o superiori a 10; 100 o più persone devono essere influenzate dall’evento; è obbligatoria la dichiarazione dello stato d’emergenza; infine, un altro vincolo è la richiesta di assistenza internazionale.

La differenza sostanziale tra pericoli e disastri risiede proprio nella presenza o meno di vittime. La prima categoria comprende rischi geofisici, idrologici, meteorologici, climatologici, biologici e spaziali. Per quanto riguarda questo approfondimento, si eviterà di prendere in considerazione le ultime due tipologie.

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Il costo umano dei disastri

Il rapporto compara i numeri dell’impatto degli eventi estremi, mettendo in relazione le finestre temporali dal 1980 al 1999 e dal 2000 al 2019.

Nel primo arco di tempo, i disastri sono stati 4212 e hanno comportato 1,19 milioni di decessi. La popolazione che ha subito conseguenze, però, è stata più vasta: quasi 3,25 miliardi di persone. Il danno economico è stato di 1,63 trilioni di dollari.

Nel ventennio successivo, i numeri sono aumentati. 1,23 milioni di persone sono morte a causa di 7248 eventi di entità distruttiva, coinvolgendo più di 4 miliardi di esseri umani. I danni, poi, sono quasi duplicati, con un impatto di 2,97 trilioni di dollari.

Le tipologie dei disastri

Il 44% dei disastri sono alluvioni. Successivamente, a sedici punti di distanza, troviamo le tempeste. L’8% degli eventi estremi sono terremoti e, vicino, ci sono i momenti di temperature elevatissime. Anche la localizzazione geografica deve far riflettere. Quattro quinti dei dieci Paesi più colpiti si trovano in Asia. Il primo è la Cina, il terzo, l’India. Sul podio negativo, al secondo posto troviamo gli Stati Uniti.

L’estensione diversificata delle conseguenze può portare a risposte diverse dal punto di vista dell’attuazione dei protocolli di azione. Se, infatti, la popolazione influenzata dalle alluvioni è stata di più di un miliardo e mezzo, la maggior parte delle morti sono dovute a eventi imprevedibili, come i terremoti, che fanno registrare il 58% dei decessi.

Effetti dei disastri

Ogni tipologia di evento estremo è spesso caratterizzante per un certo territorio. La siccità colpisce in modo profondo il continente africano, con 134 eventi tra il 2000 e il 2019. L’impatto sulla popolazione è forte: fame e povertà alimentano il sottosviluppo della parte più debole della società, trascinando negativamente tutta l’economia. Inoltre, periodi prolungati di scarsità d’acqua, hanno effetti devastanti sul lungo termine, provocando lo spopolamento delle aree colpite e aumentando la desertificazione.

Il database tiene in considerazione solamente la correlazione diretta tra fatto e conseguenze. Non sono facilmente misurabili, invece, le morti e i disagi indiretti, non ricollegabili sul breve periodo.

Il cambiamento climatico dovrebbero aumentare il rischio di siccità in molte regioni vulnerabili del mondo“, in particolare quelle che affrontano insieme le sfide della crescita della popolazione e della sicurezza alimentare.

L’Europa, invece, ha il triste primato per i decessi da onde anomale di caldo, con l’88% dei casi complessivi. Incendi spaventosi, a cui siamo ormai abituati ad assistere, devastano territori per mesi, con un incremento non solo nell’intensità dei fenomeni, ma anche nell’allungamento delle stagioni di caldo torrenziale.

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Nessun Paese è immune ai disastri

Mami Mizutori, rappresentante del segretariato generale delle Nazioni Unite per i disastri ambientali, è chiara: «La correlazione tra adattamento al cambiamento climatico e riduzione del rischio dei disastri è una questione fondamentale. […] L’adattamento è perentorio per la gestione del rischio di catastrofi a livello nazionale e locale

L’importanza di avere una visione lungimirante viene ribadita in un complesso sistema quale quello mondiale, visti gli obiettivi ambiziosi di riduzione della povertà, controllo dell’urbanizzazione e diminuzione dell’utilizzo sconsiderato di suolo. Così, si può prevedere anche il costo umano dei disastri, oltre a quelli ambientali ed economici.

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Soluzioni per una prospettiva condivisa dopo “Il costo umano dei disastri”

Le soluzioni esistono e devono essere concordate insieme. Provando a collocare su una carta geografica la diffusione degli eventi estremi, possiamo notarne la disomogeneità territoriale. Alcune aree, infatti, sono più colpite di altre.

Bisogna tenere in considerazione anche che azioni, apparentemente insignificanti, compiute in un punto del mondo possono scatenare conseguenze enormi in altre. Questo fenomeno è stato nominato “effetto farfalla” dal fisico Edward Lorenz nel 1972. Egli ipotizzò che il battito d’ali di una farfalla in Amazzonia potesse generare, in seguito a una concatenazione non-lineare di processi atmosferici, un uragano in Texas. Questo esempio, che potrebbe far sorridere, spiega in modo semplice la relazione forte che esiste all’interno della grande variabilità naturale.

Cosa si aspetta, allora, a collegare i nostri gesti quotidiani alle loro ripercussioni sul pianeta? Per riuscire a minimizzare i danni umani e ambientali dei sempre più frequenti disastri ambientali è necessario investire su azioni veloci e mirati, cercando di investire in ambiti di ricerca e sviluppo che possano dare speranze concrete a territori in grave difficoltà, aumentando anche il benessere delle popolazioni che li abitano.

Wwf, 16 strategie dal campo alla tavola

La produzione e il consumo di alimenti sono due fattori fondamentali su cui intervenire per salvare il clima. Per questo motivo, il WWF, UNEP (United Nations Environmental Programme), EAT e Climate Focus hanno collaborato per redigere un testo comune. 16 strategie “dal campo alla tavola”, da mettere in atto a livello politico. Una sfida che porterebbe sulla nostra tavola cibo sostenibile e contribuirebbe alla riduzione del 25% delle emissioni globali. Così, è nato Enhancing NDCs for Food Systems.

L’impatto dell’industria alimentare

Il comparto alimentare è responsabile, secondo le stime più ottimistiche, di almeno il 15% delle emissioni globali. Cifra che raddoppia ed in alcuni casi triplica, a seconda del tipo di ricerca condotto. Ecco perché il WWF, insieme agli altri enti sopra citati, incita ad un profondo cambiamento di questo settore. Prima di capire si possa fare a livello di filiera, andiamo a vedere cosa puoi fare tu per abbassare l’impronta ecologica della tua dieta:

  • Riduci il consumo di alimenti di origine animale: se proprio non puoi farne a meno, scegli il tipo di carne o di formaggio con il minor impatto. Ad esempio, il latte di capra e pecora è più sostenibile di quello di mucca, così come il pollo è più sostenibile del maiale che a sua volta è più sostenibile del manzo.
  • Compra a kilometro zero: più la filiera di un cibo è corta, più si ha certezza sulla sua provenienza, più sarà sostenibile. I mercati e le bancarelle a kilometro zero stanno spopolando in Italia e sarà facile trovarne uno facilmente accessibile vicino a casa tua.
  • Scegli frutta e verdura di stagione: la stagionalità dei prodotti assicura un processo di maturazione naturale di questi ultimi. Inoltre, la frutta e la verdura di stagione è molto più buona e, spesso, anche meno cara.
  • Valuta se iniziare ad adottare una dieta vegana o vegetariana part-time. Non rinuncerai a nessun tipo di alimento e l’ambiente ti ringrazierà.

Ora che sai cosa puoi fare tu, andiamo a vedere quali sono le strategie che andrebbero messe in campo da parte degli Stati.

Vecchi focus, nuove strategie

Gli NDC sono i contributi determinati a livello nazionale. Si tratta di un punto cruciale del Trattato di Parigi. Gli Stati, infatti, sono invitati a redigere un report sugli obiettivi da realizzare post 2020. Ogni cinque anni, verranno discusse le misure di mitigazione, aggiornando quelle esistenti. Così, le azioni per l’adattamento, la riduzione delle disuguaglianze climatiche e altri goal verranno descritti classificandoli negli NDC.

I target sono a lungo termine. Ma cosa c’entrano questi contributi con l’emergenza climatica?

Tutti devono collaborare a salvare il pianeta: nessuno escluso. La classe politica ha la possibilità di ripensare radicalmente al modo di produrre e consumare cibo, rivedendo i criteri della sostenibilità alimentare. Questa riflessione deve avvenire nel più breve tempo possibile. Così, il direttore generale WWF-International, ricorda come «per trasformare i sistemi alimentari e raggiungere un futuro a 1,5°C sono necessari impegni ambiziosi, scadenzati nel tempo e misurabili. […] Ecco perché esortiamo i Governi a includere una strategia per avere sistemi alimentari rispettosi e positivi per il clima e per la natura nei nuovi e più ambiziosi NDC presentati quest’anno».

La trasformazione del food system è profonda. Ecco perché prima di cambiare, bisogna conoscere le abitudini alimentari: quanto produciamo, utilizziamo e sprechiamo. I passi, finora, sono impacciati. Il piano d’azione deve essere chiaro e condiviso dalla maggior parte della popolazione. Spiegare bene e in modo preciso i vantaggi di una modificazione delle abitudini aiuta a iniziare il processo di transizione verso l’adozione di una dieta ecosostenibile. Una narrazione comune e approvata dai vari livelli istituzionali è necessaria e auspicabile.

Linee guida per la transizione verso cibi sostenibili

Anche questa volta, le proposte sono molte. Intervenire sulle modalità di produzione del cibo è alla base di un nuovo metodo di prevenzione e aumenta la resilienza del territorio. Non si può continuare a sfruttare la terra, come se fosse una risorsa infinita. Puntare sull’agroecologia e supportare l’agrodiversità promuoverebbe stili di vita più ecocompatibili.

Gli investimenti cardine risiedono nell’utilizzo efficiente delle risorse – specialmente quelle idriche – e sulla digitalizzazione, che permette la tracciabilità del prodotto.

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Dal campo alla tavola: le 16 strategie del WWF

Le proposte dei quattro enti firmatari del report sono chiare. Per far sì che vengano intese ancora meglio, hanno collegato tutte le idee agli SDGs corrispondenti, così da unire gli NDC agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU.

Le 16 strategie inglobano l’intera filiera produttiva.

Nel 2010, la conversione di foreste e savane in territorio coltivabile è stato responsabile del 19% delle emissioni totali di gas a effetto serra. Questa pratica è dannosa non solo per le specie che le abitano, ma anche per il suolo, che si impoverisce irrimediabilmente. Ripristinare le praterie è benefico anche per contrastare gli incendi e le siccità.

La scelta delle sementi da piantare è un altro punto chiave. La rotazione aumenterebbe la fertilità dei campi e, con essa. la loro capacità di sequestrare CO2.

Promuovere nuove colture è utile a livello ambientale. L’11% delle emissioni globali di ossido di diazoto (N2O) proviene dalle coltivazioni di riso. Un efficientamento del drenaggio porterebbe vantaggi sia alla produttività, sia agli standard di vita dei contadini.

Il monitoraggio deve avvenire anche per le foreste. Il potenziale di mitigazione è alto: si potrebbero assorbire fino a 7,5 gigatonnellate di CO2 all’anno. Per fare ciò, devono essere imposte regole ferree sulla riduzione dei pesticidi, per combattere l’erosione del suolo e migliorare i microclimi coesistenti.

Sottoterra: perché dobbiamo riportare la qualità attraverso il cibo sostenibile

Impegnarsi su più fronti, per avere una visione globale del danno che produciamo. L’impatto dei fertilizzanti è devastante. Solamente tra il 1970 e il 2010, l’utilizzo di queste sostanze è salito del 200%. La riduzione deve essere massiccia, per dare spazio a nuove tecniche e rigenerare le risorse ormai inquinate.

Tornando in superficie, la situazione non migliora. I terreni dissodati producono, al netto, il 20% di emissioni globali in più rispetto ad altri suoli. Spingere verso pratiche rigenerative significa credere nel futuro di questi territori, destinati, altrimenti, al declino.

Diversificare è il verbo della rivoluzione verde. Sposterebbe il focus dal solo profitto all’equilibrio ambientale: una produzione che faccia bene a tutti. Il supporto ai piccoli agricoltori incide sulla loro qualità della vita e diminuirebbe il rischio di povertà e di fame.

Coltivazione e allevamento devono essere cambiati insieme. La diminuzione della fermentazione enterica e la gestione del letame possono portare a una mitigazione ipotizzabile del 42% entro il 2050. Una vittoria non da poco.

Un allevamento a bassa intensità promuove non solo il benessere animale, ma anche il ritorno a un utilizzo più consapevole del foraggio. Sempre più campi vengono destinati all’alimentazione animale. Rivedere i paradigmi di alimentazione gioverebbe all’intera filiera.

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Le 16 strategie: l’impatto della filiera

«Eliminare il consumo eccessivo di carne, migliorare le strutture di stoccaggio e ridurre gli sprechi alimentari fa bene alla nostra salute e migliora la sicurezza alimentare. Con una lista di indicazioni ed esempi concreti di attività e obiettivi, questo nuovo report fornisce ai responsabili politici una guida per integrare i sistemi alimentari nelle loro strategie nazionali sul clima», ha detto Charlotte Streck, co-fondatrice e direttrice di Climate Focus.

L’alimentazione e le diete, quindi, impattano in modo decisivo, ma vengono ampiamente ignorate, ricorda il WWF. Lo stoccaggio, il trasporto e lo smaltimento diventano anelli decisivi della catena produttiva. Pilotare e apprezzare nuovi modelli di consumo sostenibile per ridurre lo spreco e promuovere il commercio locale sono tra gli obiettivi con le conseguenze più apprezzabili.

Comprare ciò che si può produrre vicino al consumatore riduce non solo i costi di importazione, ma anche le emissioni collegate allo spostamento delle merci. Tra il 29% e il 39% dell’inquinamento da deforestazione è dovuto al commercio internazionale di beni. Di solito, i Paesi produttori si specializzano in monocolture, che distruggono la biodiversità.

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Aumentare il consumo etico e di cibo sostenibile

Invogliare al consumo alimentare incentrato sulla sostenibilità sembra un’utopia. Ma salute umana e benessere della fauna e della flora possono coesistere. Così facendo, si eviterebbero malattie dovute all’eccesso o alla scarsità di cibo, disturbi alimentari e cardiovascolari. Inoltre, si ridarebbe slancio all’economia locale e basata sui prodotti del territorio.

Informare è importante; prendere atto delle possibilità del consumatore lo è altrettanto. Le 16 strategie del WWF sono una tra le tante proposte. L’obiettivo è comune: riuscire a rendere vivibile questo pianeta per molte generazioni a venire.

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Il discorso di Greta all’ONU e i numeri della politica

Summit ONU sul clima, Greta Thunberg
Un’accigliata Greta Thunberg all’inizio del proprio discorso tenuto presso la sede delle Nazioni Unite.

Emotivo; così si potrebbe definire il discorso odierno di Greta Thunberg al summit ONU sul clima. Vedere una ragazzina ferita, con gli occhi lucidi e la voce sul punto di spezzarsi, smuoverebbe coscienza a chiunque ne disponga (e forse è proprio questo il problema). Ieri Greta si è infatti rivolta alla schiera dei potenti delle Nazioni Unite con parole di sfida, di rimprovero, dando l’ultimatum definitivo.

Il discorso pronunciato denuncia l’azzardo con il quale i politici si stanno giocando il futuro di Greta, e con il suo il nostro. Non ci è dato sapere quale sia il pensiero reale dei politicanti al sentire pronunciate queste accuse. Nessuno d’altronde gli pone questo genere di domande e nessuno in ogni caso si aspetterebbe in risposta la verità. Ma questo è un altro discorso, che meriterebbe approfondimento. Poco male, tanto l’unica risposta che conta davvero sono i fatti, tutto il resto è… declino planetario.

Il discorso di Greta tradotto in italiano

Il video del discorso originale di Greta Thunberg.
Fonte: canale YouTube di The National.

Il mio messaggio è che vi terremo d’occhio.

Questo è tutto completamente sbagliato. Io non dovrei essere qui sul palco ma a scuola dall’altra parte dell’oceano. Ma voi vi rivolgete a noi giovani come speranza per il futuro. Ma con che coraggio? Voi avete rubato i miei sogni e la mia gioventù con le vostre parole vuote, e io sono una delle più fortunate. La gente sta soffrendo. La gente sta morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e tutto quello di cui siete capaci di parlare sono denaro e favole riguardo a una crescita economica eterna. Come osate?

Per oltre trent’anni la scienza è stata chiarissima. Con che coraggio continuate a fare finta di niente e venire qui affermando di fare abbastanza, quando le politiche e le soluzioni necessarie non sono neanche all’orizzonte? Dite ascoltarci e di capire l’urgenza, ma per quanto triste e arrabbiata io possa essere, non ho alcuna intenzione di crederci. Perché se veramente capiste la situazione e ciononostante continuaste a fallire a reagire, significherebbe che siete malvagi, e io questo mi rifiuto di crederlo.

La popolare idea di dimezzare le nostre emissioni in dieci anni ci dà solamente il 50% di possibilità di rimanere sotto il grado e mezzo di riscaldamento globale e di prevenire il rischio di avviare una serie reazioni a catena al di fuori del controllo umano. 50% potrebbe essere accettabile per voi. Ma quei numeri non includono punti critici, la gran parte dei cicli di retroazione, e il riscaldamento aggiuntivo nascosto dell’inquinamento dei trasporti aerei o gli aspetti dell’equità e della giustizia climatica. Inoltre, fanno affidamento sul fatto che la mia generazione risucchi miliardi di tonnellate della vostra CO2 dall’atmosfera, con tecnologie che quasi non esistono ancora. Per questo una chance di successo del 50% non è accettabile per noi che dovremmo convivere con le conseguenze.

Per avere una possibilità del 67% di rimanere al disotto di un’innalzamento delle temperature di un grado e mezzo celsius, la quota più ottimistica data dal Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, il mondo aveva 420 gigatonnellate di CO2 ancora emittibili in data primo gennaio 2018. Oggi, quella stima è già scesa a meno di 350 gigatonnellate. Con che coraggio fate finta che questo vostro piano possa essere attuato come una qualsiasi altra politica e grazie a qualche soluzione tecnologica? Con i livelli di emissioni odierni questo tetto di CO2 sarà superato in meno di 8 anni e mezzo.

Quest’oggi non sarà presentato alcun piano né soluzione adeguato. Perché questi numeri sono troppo scomodi e voi non siete ancora sufficientemente maturi per dire le cose come stanno. Ci state deludendo. Ma i giovani stanno iniziando a rendersi conto del vostro tradimento. Gli occhi di tutte le generazioni future sono posati su di voi e se decidete di deluderci, beh allora io dico: non vi perdoneremo mai. Non la farete franca. Qui, oggi, è dove tracciamo il confine. Il mondo si sta svegliando e il cambiamento avverrà che vi piaccia o meno.

Il discorso di Greta Thunberg tenuto oggi al summit ONU sul clima, tradotto per voi da L’EcoPost.

Greta Thunberg e l’arte del cazziatone

Personalmente io a Greta Thunberg riconosco un merito principale: quello di non rinunciare mai a fare il cazziatone. L’arte del cazziatone sembra facile, ma non lo è. Infatti, chi fa le pulci agli altri, personaggi pubblici e non, corre solitamente il rischio di risultare pedante e ripetitivo. La tendenza è quindi quella di compromettersi in base al contesto e al pubblico e di optare per toni più pacati così da non finire nel dimenticatoio o di essere etichettato come un personaggio scomodo o per questo indesiderato. Questo Greta Thunberg non lo fa.

Lei cazzia (soprattutto politici, presenti e non) costantemente da oltre un anno. La sua intransigenza, e l’auspicabile concretizzazione delle sue aspettative, sono effettivamente l’unica speranza di salvezza. Non che lei sia la salvezza in sé, per quanto bene e ammirazione si possa avere per lei. Bensì lo è l’accettazione progressiva di lei come personaggio pubblico nella narrativa mediatica mondiale, che ha l’effetto di introiettare negli individui la sua narrativa perentoria e di conseguenza il rigore necessario senza il quale l’equilibrio con la natura è impossibile.

Sul tema della narrativa del cambiamento climatico, leggi anche il nostro articolo: Il problema della dialettica attorno al cambiamento climatico

Solo la politica sotto la lente d’ingrandimento?

Greta Thunberg è quindi un’icona, capace di ritagliarsi questo ruolo con continuità, intransigenza e una scelta delle parole sempre adeguata. Lei si è sobbarcata il compito di responsabilizzare la politica mondiale, non proprio quello che ci si aspetterebbe da una sedicenne, per quanto svedese. Ma c’è un dettaglio che non va e non può essere trascurato, che se tutti gli attivisti per lo sviluppo sociale e contro il cambiamento climatico del mondo, con Greta Thunberg in testa, riuscissero a convincere la politica ad agire, questo avrebbe ripercussioni sulla vita di noi tutti.

Il cambiamento politico non rimarrebbe puramente politico, ma si stratificherebbe lungo tutto il tessuto sociale. Cosa succederebbe se la politica agisse concretamente ma buona parte della popolazione si opponesse alle tasse, ai divieti, alle limitazioni, o più semplicemente ai cambiamenti imposti dall’alto? Se è vero che senza la politica la forte volontà di molti non basta, altrettanto vero è che la politica non ha vita facile nel convincere i cittadini di tutto il mondo che per garantire un futuro alle attuali e alle future generazioni, loro, nel loro piccolo, dovranno fare tante rinunce.

Dunque non lasciamo Greta Thunberg da sola, ma non lasciamo neanche la politica da sola. La prima è molto matura, ma è solo una ragazza, la seconda (proprio come ha detto Greta) non è ancora sufficientemente matura per prendere decisioni da sola.

Il video del WWF pubblicato in data 22 settembre 2019, dal titolo “Il Panda all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite”. Fonte: il canale YouTube di WWF Italia

Sul tema dei giovanni come ultima salvezza, leggi anche il nostro articolo: I giovani al summit ONU “Viviamo con la paura del futuro”