Forse non tutti sanno che le scarpe da ginnastica sono davvero inquinanti e difficili da riciclare. All’interno del settore della moda, infatti, sono tra gli oggetti più pericolosi per l’ambiente. Si stima che una scarpa da corsa abbia un’impronta di carbonio pari a 13,6 kg di anidride carbonica equivalente (CO2e). Qualcosa però potrebbe presto cambiare. Un prototipo Adidas sviluppato insieme ad Allbirds, infatti, si sarebbe concentrato proprio su questo aspetto e avrebbe un’impronta inferiore ai 3 kg.
FUTURECRAFT.FOOTPRINT, il prototipo Adidas
Lo scorso 12 maggio Adidas ha tolto il velo alla sua ultima creazione. Si chiama FUTURECRAFT.FOOTPRINT ed è una scarpa davvero innovativa. Nè il notissimo brand della tripla striscia né i loro collaboratori di Allbirds hanno rilasciato tutti i dettagli relativi al modello. Dunque non conosciamo ancora ogni caratteristica di questa scarpa green, per così dire. Il prototipo Adidas si presenta leggerissimo, composto da un numero inferiore di componenti i quali presentano pochissimo carbonio nella loro struttura chimica.
Accompagnando la presentazione del modello, Adidas e Allbirds hanno affermato di aver: “scomposto i materiali, rivoluzionato la catena delle loro forniture e sfruttato ogni innovazione.” Anche il design scelto e la manifattura del modello sono rispettose dell’ambiente, perché durante questi processi sono state applicate procedure rispettose dell’ambiente, da parte di tutto lo staff coinvolto. Le fasi dell’ideazione e della produzione di ogni scarpa, infatti, sono solitamente estremamente inquinanti.
Dettaglio ravvicinato del prototipo Adidas FUTURECRAFT.FOOTPRINT, sul rivestimento leggiamo che l’LCA della scarpa produce 2,94 kg di anidride carbonica equivalente. Foto: solecollector.com
Il prototipo Adidas e l’attenzione all’ambiente
La notizia con la N maiuscola, in questa vicenda, è che il prototipo Adidas FUTURECRAFT.FOOTPRINT presenta un’impronta di carbonio misurata pari a 2,94 chilogrammi di CO2e. I due marchi non hanno mai prodotto prima un modello impattante in maniera così contenuta sull’ambiente. Le due aziende affermano come non sia possibile avvicinarsi ulteriormente a emissioni zero, nell’iter produttivo di una scarpa. È possibile che l’avanzamento tecnologico renda possibile abbassare ancora questa soglia in futuro.
“La nostra partnership con Allbirds è un faro che illumina quanto possa accadere quando due marchi concorrenti della stessa industria uniscono le loro forze nello sviluppo di un design innovativo. Creando in simbiosi e mettendo apertamente a disposizione del partner le proprie competenze e risorse – come l’esperienza di Allbirds nel campo del calcolo dell’impronta di carbonio e le capacità di Adidas di realizzare scarpe competitive e performanti – si può arrivare a risultati importanti. Questa esperienza è una call-to-action per gli altri marchi e una pietra miliare nell’industria sportiva che vuole raggiungere la neutralità carbonica.”
Ha affermato Brian Grevy, membro del direttivo Adidas per i marchi globali.
Nel video di Run Testers un approfondimento sul prototipo Adidas e Allbirds FUTURECRAFT.FOOTPRINT
Il percorso di questo progetto
L’annuncio della collaborazione tra i due marchi per sviluppare una scarpa che avesse un basso impatto ambientale risale al 2020. A quel tempo c’era solo una grande ambizione, quella di riuscire a dar vita ad un modello pulito che fosse il meno inquinante mai creato. Non si tratta della prima volta che Adidas mostra interesse per l’ambiente, dal momento che qualche anno fa ha già dato vita a una scarpa sportiva prodotta interamente con plastica recuperata dagli oceani. È legittimo pensare che il marchio creato da Adi Dassler voglia strumentalizzare l’attenzione al pianeta e stia mettendo in atto del greenwashing con queste iniziative. In fin dei conti, il sospetto è d’obbligo quando parliamo di queste enormi multinazionali, che hanno naturalmente importanti responsabilità sul fronte del surriscaldamento globale. Ciò posto, bisogna spezzare una lancia in favore delle tre strisce, in quanto almeno mostrano dell’interesse a migliorare la loro etica. Non possiamo dire lo stesso di brand altrettanto noti e loro rivali.
Adidas ha dichiarato che intende ridurre la propria impronta di carbonio entro il 2030 e giungere alla neutralità di emissioni entro il 2050. Anche B-Corp Allbirds – questo il nome legale del marchio che ha collaborato allo sviluppo del prototipo Adidas – vuole raggiungere le emissioni zero. Troviamo dunque coerenza nell’iniziativa dei due professionisti delle scarpe.
In tempi non sospetti, ben prima dell’accordo con Adidas, Allbirds aveva già sviluppato una tecnologia LCA (Life Cycle Assessment – analisi del ciclo di vita) che mirava ad abbattere le emissioni. Lo strumento creato dal brand di moda e da alcuni esperti provenienti da industrie di altri settori e terze parti può calcolare con cura l’impronta di carbonio durante ogni fase della catena produttiva. Esso è diventato parte integrante del processo aziendale di creazione e progettazione, in grado di mappare l’impronta di carbonio di ogni prodotto. Recentemente, Allbirds ha creato una versione open-source – gratuita da utilizzare – di questo suo calcolatore, che altro non è se non un software informatico, in modo da renderlo disponibile anche ad altri marchi che vogliano seguirne i passi.
“Abbiamo urgente bisogno di ridurre le nostre emissioni di carbonio. Si tratta di una missione molto più grande di Allbirds o Adidas. Sia che ce ne rendiamo conto sia che non siamo in grado di farlo, questa gara ci vede tutti coinvolti. Ci riguarda come pianeta ed è enormemente più grande delle sfide quotidiane tra compagnie rivali e concorrenti.”
È il pensiero di Tim Brown, co-direttore di Allbirds. Difficile inquadrare meglio le nostre priorità, come società e collettivo.
La moda sostenibile è quella branca dell’industria dell’abbigliamento che rispetta l’ambiente e i diritti umani. Molto sinteticamente si può parlare di un connubio tra moda ecosostenibile e moda etica, due concetti troppo spesso confusi e mercificati dalle grandi aziende del settore. Perché un capo possa essere considerato sostenibile, deve:
essere prodotto con materiali ecologici
avere un basso impatto ambientale
essere stato creato e commercializzato da lavoratori pagati equamente e trattati con dignità.
Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!
L’impatto ambientale della moda non sostenibile: alcuni dati
L’industria dell’abbigliamento e delle scarpe produce un’altissima quantità di gas a effetto serra, superando il trasporto aereo e navale globale messi insieme. Le emissioni della moda rappresentano l’8% di quelle totali, ammontando a 1,2 miliardi di tonnellate all’anno. L’industria nel suo complesso, compresa di trasporti e commercializzazione, produce 3,3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno, pari a quella che produce nello stesso arco di tempo l’intero continente europeo. In più, questa cifra non sta facendo altro che aumentare. La Ellen MacArthur Foundation stima che la moda potrebbe assorbire il 25% del carbon budget globale entro il 2050.
L’impatto ambientale così alto della moda è dovuto sia alla produzione dei capi stessi, ma anche ai comportamenti non sostenibili dei consumatori. Questi ultimi sono ovviamente anche influenzati dalle più recenti tecniche di marketing di aziende e influencer, che incentivano l’acquisto frenetico e il consumo quasi “usa e getta” dei capi vestiari. Si pensi che nel 2015 i consumatori hanno comprato il 60% dei prodotti in più rispetto all’anno 2000. Si stima inoltre che, se i Paesi dei mercati emergenti raggiungessero i livelli di consumo delle nazioni occidentali, le emissioni di anidride carbonica della moda aumenterebbero del 77%, il consumo di acqua del 20% e quello di suolo del 7%.
La moda ecosostenibile rispetta l’ambiente
I materiali sintetici
Nessun oggetto che non sia la materia prima stessa è a impatto zero. Infatti, una moda veramente rispettosa dell’ambiente sarebbe quella che non esiste, il che ovviamente sarebbe impossibile nella società odierna. Vi sono però materiali meno sostenibili di altri.
Per esempio, il poliestere, così come la lycra e l’acrilico sono derivati del petrolio. SI potrebbe dire che un capo composto dal 100% di poliestere sia un capo “di plastica”. Questo materiale è contenuto nel 65% di tutti i capi di abbigliamento, poiché il suo costo è molto basso e le fibre sono abbastanza resistenti. La creazione artificiale di questo materiale produce ogni anno emissioni pari a quelle rilasciate da 185 centrali elettriche a carbone, raggiungendo i 700 miliardi di Kg di gas serra.
Il nylon, ugualmente, è un materiale sintetico che viene utilizzato principalmente per la biancheria intima, grazie alla sua elasticità. Anch’esso proviene dalla lavorazione chimica del petrolio e del carbone, e questo porta con sé non pochi problemi ambientali. Oltre a supportare alcune delle industrie più sporche del mondo, la produzione di nylon genera protossido di azoto, un gas a effetto serra 300 volte più potente dell’anidride carbonica. Per raffreddare le fibre dopo il processo, inoltre, sono necessarie ingenti quantità di acqua. Infine, tutti questi procedimenti richiedono un grande dispendio di energia e, quindi, un ulteriore sfruttamento di fonti non rinnovabili.
Le fibre sintetiche, nel corso della loro lunga vita, ma anche e sopratutto alla fine di essa, producono microplastiche, che danneggiano i mari, l’ambiente e anche l’uomo. Inoltre questi materiali non sono biodegradabili. Pertanto, o vengono inceneriti nelle discariche contaminando l’aria che respiriamo, oppure rimangono nell’ambiente per centinaia di anni, emettendo sostanze tossiche.
I materiali naturali poco sostenibili
Per quanto esistano aziende virtuose, che utilizzano poliestere e nylon riciclato e che per le loro industrie sfruttino soltanto energia rinnovabile, il vero fulcro della moda sostenibile sono i materiali di origine naturale. Anche qui, però, troviamo diversi livelli di sostenibilità ambientale. Il cotone, per esempio, è una fibra naturale e quindi teoricamente biodegradabile. Talvolta, però, i fili delle cuciture sono in poliestere, oppure il capo può contenere coloranti o composti chimici che provengono da fonti non rinnovabili o che sono addirittura tossici. In più, secondo il Water Footprint Network, l’impronta idrica media del tessuto di cotone è di circa 10.000 litri per chilogrammo, che lo rende il più grande consumatore di acqua nella filiera dell’abbigliamento. Il cotone biologico ovviamente può essere un’alternativa migliore, specialmente se porta la certificazione GOTS (Global Organic Textile Standard).
Vi sono poi altri materiali naturali di origine animale, come la lana, la pelliccia, la seta e la pelle. Anche questi, se lavorati senza il supporto di materiali sintetici, sono biodegradabili e la loro filiera può potenzialmente essere molto corta. Esiste però un lato molto oscuro che riguarda questi materiali. Oltre a costituire un problema etico per il maltrattamento degli animali da cui le fibre provengono, gli animali in questione emettono metano, un gas serra 20 volte più riscaldante dell’anidride carbonica. Inoltre gli allevamenti richiedono un consumo enorme di suolo e acqua e sono spesso causa di deforestazione. Anche qui, è fondamentale informarsi sull’origine di questi materiali. Per esempio, Ragioniamo con i piedi è un’azienda che produce calzature di pelle sostenibile. Abbiamo intervistato il fondatore Gigi Perinello in questo articolo.
I materiali naturali nella moda etica e ecosostenibile
Veniamo quindi a quei materiali che sono universalmente considerati più sostenibili, ovvero quelli di origine vegetale e che non consumano così tanta acqua come il cotone. Questi sono:
Questi materiali richiedono un minore utilizzo del suolo, un basso consumo di acqua e resistono naturalmente contro parassiti e malattie. Tra questi, la canapa è una delle migliori alternative al cotone.
La pianta di canapa, infatti, necessita di poca acqua per crescere e può essere coltivata in molti diversi ambienti in tutto il mondo, senza bisogno di compiere lunghe tratte, come accade invece per le fibre di ananas e cocco. In più, prospera senza bisogno di pesticidi. Le sue fibre sono molto resistenti e durano nel tempo, riducendo, di fatto, il bisogno di acquisto continuo di capi di bassa qualità.
Come abbiamo accennato nei paragrafi precedenti, non è detto che un capo composto da fibre naturali sia totalmente sostenibile. Per trattare i tessuti talvolta si ricorre all’utilizzo di sostanze chimiche tossiche come i coloranti, solventi, oppure a fibre sintetiche per le cuciture. Questi composti sono stati trovati nelle acque reflue, ma è stato dimostrato che possono apportare danni anche a chi indossa i capi stessi. Il fenomeno viene chiamato bioaccumulo, ovvero quel processo attraverso il quale le sostanze tossiche si agglomerano sulla pelle causando l’insorgere di gravi patologie.
Come avere un guardaroba sostenibile: i 4 step
Nella vita frenetica che conduciamo potremmo non avere molto tempo per controllare le etichette di ogni singolo capo o per indagare sull’enorme mole di brand di abbigliamento che sono nati negli ultimi anni. Per questo esistono delle piattaforme di e-commerceo di valutazione dei marchi che fanno il lavoro per noi. Good on You, che si trova anche sotto forma di App, e The Good Shopping Guide valutano e confrontano il grado di sostenibilità dei brand. Per quanto riguarda gli e-commerce, ne riportiamo alcuni come ViPresentoItalia, Ethica, Maison de Mode, Reve en vert e l’italiano Altra moda. Un e-commerce cui siamo particolarmente affezionati è Staiy, nato da quattro ragazzi italiani a Berlino.In questo articolo abbiamo intervistato uno di loro.
Per quanto riguarda i siti monomarca, esiste veramente l’imbarazzo della scelta e sarebbe difficile riportare in questa sede un’accurata selezione. Alcuni dei brand sostenibili più famosi sono People Tree, Reformation, Barbour, Patagonia e Stella McCartney. Abbiamo poi Elizabeth Suzanne, Amorilla (creato da una green influencer molto competente di nome Camilla Mendini) e Komodo e infine Veja per quanto riguarda le calzature. Tra il Made in Italy troviamo Par.co Denim, specializzato in jeans, Rebello e Laura Strambi.
1) Minimalismo e boicottaggio della fast fashion
La moda sostenibile, però, non riguarda soltanto i diversi tessuti di cui sono costituiti i capi che compriamo. Avere un armadio sostenibile è più che altro uno stile di vita la cui condizione sine qua non è quella di comprare meno vestiti possibili. Questa filosofia ricorda un po’ il minimalismo, che è un grande alleato dell’ambiente, poiché prevede che ogni essere umano compri soltanto ciò di cui realmente ha bisogno. E’ infatti doveroso menzionare che, nonostante in linea generale il cotone biologico certificato sia un materiale migliore del poliestere a basso costo, nel momento in cui compriamo 10 capi di cotone biologico al mese questo non soddisferà più la logica della sostenibilità. Infatti il pianeta non potrebbe letteralmente sostenere un tale comportamento da parte di tutti gli acquirenti del mondo.
Un altro vantaggio del comprare meno è che, spesse volte, significa anche comprare meglio. I capi della fast fashion vengono prodotti con materiali scadenti e cuciti in maniera sommaria da persone poco motivate poiché pagate una miseria. Queste persone, inoltre, sono spesso costrette a lavorare sotto pressione per soddisfare l’immensa richiesta di abbigliamento da parte delle grandi catene low cost.Pensiamo al crollo della fabbrica di vestiti di H&M in Bangladesh, che ha causato la morte di 1100 persone. L’edificio non era in sicurezza e i lavoratori erano esposti ai rischi e agli orari più disumani possibili. Questa tragedia ha dato l’avvio alla ricerca di maggiore attenzione, da parte delle aziende e degli acquirenti, riguardo alla sostenibilità anche etica dell’industria della moda.
2) Le certificazioni della moda sostenibile
Per questo, comprare abiti da piccole aziende locali di cui si conosce l’operato può essere un modo per comporre il proprio armadio in modo più sostenibile. Oppure è possibile ricorrere a marchi più grandi che però si sono prodigati di ottenere una certificazione per i loro prodotti. Esistono molte e diverse certificazioni, che possiamo prediligere a seconda di ciò che per noi è più importante nell’ambito della sostenibilità. Per esempio, possiamo voler comprare solo capi con fibre riciclate. Il Global recycle standard certifica proprio che un capo contenga soltanto fibre riciclate. Per qualcuno può invece essere più importante che le fibre provengano da agricoltura biologica. In merito a ciò, oltre alla certificazione già nominata per il cotone (GOTS), esiste anche la Organic content standard e la Ecocert, che accertano la natura biologica dei tessuti.
Per quanto riguarda le sostanze tossiche, una certificazione che ne attesta l’assenza è OEKO-TEX®. Naturtextil ed Ecolabel invece certificano la totale natura ecologica e rispettosa dell’ambiente dei tessuti e in generale del ciclo di vita dei prodotti. Forest stewardship council (Fsc) invece attesta che la materia prima provenga da foreste gestite in maniera responsabile nel totale rispetto dei lavoratori, degli abitanti e del territorio. Sul fronte della moda etica, Fairtrade Textile Standard ha lo scopo di dare maggior peso alle richieste dei lavoratori delle fabbriche tessili. Get It Fair inoltre fornisce al compratore una valutazione dei rischi reali di una fabbrica. New Merino invece certifica che il processo per ricavare la lana rispetti gli animali e l’ambiente in cui vivono.
3) Abiti usati, vintage e fai-da-te
Un altro modo per non danneggiare l’ambiente durante lo shopping è quello di acquistare abiti usati o vintage. Nel mondo esiste una enorme quantità di vestiti ormai già prodotti che possono soddisfare le esigenze di miliardi di persone e di cui possiamo allungare la vita, evitando di comprarne di nuovi. DannyRu vintage, per esempio, vende capi provenienti da vecchi fondi di magazzino. Troverete outfit per ogni gusto e occasione, ma sempre con un tocco retrò. Avete anche la possibilità customizzarli con i dettagli che più vi piacciono, come per esempio delle stampe colorate. Da poco tempo è anche possible acquistarli online.
A proposito di allungare la vita degli abiti con modifiche personalizzate, è importante cercare di non gettare i capi vestiari non appena questi risultano danneggiati. Vi sono infatti moltissimi metodi per riparare e reinventare i vestiti. Per esempio si possono coprire i buchi con delle toppe divertenti, che peraltro sono molto in voga. Oppure si possono trasformare dei pantaloni dismessi in pantaloncini, così da evitare di comprare degli shorts nuovi per l’estate.
4) Non smettere mai di imparare
Infine, se si hanno le possibilità e le competenze, una valida alternativa allo shopping tradizionale è la creazione di vestiti a partire da zero, o meglio, da ago filo e stoffa. Esistono moltissimi corsi online che potrebbero, chissà, trasformare una passione in lavoro, oppure semplicemente in passatempo sano, che impone la lontananza dagli schermi e l’espressione della creatività. In questo modo è possibile controllare in prima persona la provenienza e la qualità dei materiali.
Informarsi, informarsi, informarsi
In generale, quindi, l’informazione è fondamentale ed è forse la prima cosa da implementare se si vuole diventare più sostenibili. Consigliamo quindi di leggere libri e guardare documentari sul tema della moda che rispetta l’ambiente. Per quanto riguarda la prima categoria, “Fashion Change” è definito “la bibbia” della moda sostenibile, mentre “La rivoluzione comincia dal tuo armadio” contiene anche una sorta di manuale su come cambiare radicalmente il proprio guardaroba. Per conoscere i lati oscuri della moda, invece, consigliamo il libro “Siete pazzi a indossarlo!” Per quanto riguarda i documentari, The true costè una pietra miliare che ha risvegliato la consapevolezza sull’industria marcia della moda. Recentemente, poi, è uscito il documentario “Intrecci etici” che tratta il tema la moda sostenibile in Italia.
Il settore della moda è uno dei settori più inquinanti al mondo. Per questo ultimamente il pubblico sta rivolgendo sempre più attenzione alla moda sostenibile. Ovvero a tutti quei brand che cercano di adottare valori etici ed ambientali nella produzione di vestiti e accessori. I consumatori italiani lamentano però una carenza di offerta in questo settore; è ancora infatti troppo difficile trovare brand sostenibili e nelle principali catene si rischia di cadere nelle strategie di greenwashing. Per questo vogliamo dare spazio alle nuove realtà virtuose che puntano a colmare questo vuoto. Abbiamo intervistato Ludovico Durante, co-founder di Staiy, il fashion marketplace sostenibile con il più alto tasso di crescita in Europa. Staiy utilizza cinque criteri chiave per offrire prodotti sostenibili che siano di qualità e garantiscano trasparenza ai consumatori.
Intervista a Staiy, il marketplace di moda sostenibile
1) Ludovico, com’è nato il progetto? Quali sono gli obiettivi principali che perseguite attraverso Staiy?
“Staiy è nato nel cuore di Berlino da quattro ragazzi italiani, per dare uno spazio digitale a tutta quella moda che rispetti i valori di etica, estetica ed innovazione. Vivendo in una città come Berlino è facile adottare uno stile di vita a minore impatto, grazie alle varie possibilità offerte dai business: dal riciclo delle bottiglie col pfand system ad una sharing economy molto vivace, fino alle molte opzioni di dieta vegetariana o vegana e varie startup innovative. Entrando a stretto contatto con una vibrante community di designer e brand sostenibili, ci siamo accorti del forte potenziale e di come mancasse un marketplace che mettesse in risalto tutti quei marchi che producono con valori autentici. Garantire la stessa accessibilità digitale alla moda sostenibile voleva dire fornire una alternativa al pubblico e ridurre l’impatto del settore moda, ad oggi il secondo più inquinante al mondo.
Questo è stato il punto di partenza di Staiy, che si prefigge obiettivi ambiziosi: tramite la moda vogliamo accelerare la transizione verso un lifestyle sostenibile, ridefinendo i valori del consumo e conferendo una nuova faccia alla sostenibilità. Un’immagine che parla di innovazione, ispirazione e rispetto delle risorse. Per questo Staiy rappresenta uno stile di vita che è abbracciato non solo dai nostri oltre 120 brand e designer, ma da una fitta rete di artisti, personalità e business che fanno capo agli stessi valori”.
“Estetica e sostenibilità sono i due punti fermi di Staiy, ed è proprio su questa base che i brand vengono selezionati per accedere alla piattaforma. Il primo passaggio della selezione riguarda l’identità digitale e visiva del marchio, la filosofia, la missione el’allineamento con l’identità di Staiy. Se avviene l’approvazione di questi aspetti, si passa alla valutazione delle pratiche del marchio in produzione e come azienda. Questa valutazione della sostenibilità avviene tramite un processo standard, che rende comparabili tutti i marchi sulla piattaforma: 63 domande su 5 pilastri – acqua, aria, materiali, condizione del lavoratore e impegno del brand – ognuna collegata a due Sustainable Development Goals.
Su queste tematiche andiamo ad individuare le pratiche dei nostri partner lungo la filiera, con particolare attenzione alle certificazioni ottenute (tra cui i più rinomati GOTS e FWF). È molto importante il tema della misurabilità: il primo passo verso il progresso è la consapevolezza del proprio impatto attuale. L’accesso alla piattaforma è garantito solo a quei marchi che superano il punteggio minimo, e il risultato visibile agli utenti in ogni pagina prodotto”.
I cinque pilastri con cui vengono scelti i brand di Staiy
Moda sostenibile: consumatori sempre più attenti
3) Siete soddisfatti dei risultati fin’ora ottenuti? Pensi che sia in atto un cambio di prospettiva da parte dei consumatori nei confronti del mondo della moda?
“La crescita di Staiy in meno di un anno è stata rapida, e siamo molto soddisfatti dell’appoggio ricevuto sia dai brand, in continua crescita, che dal pubblico. Sicuramente questo dimostra come il mondo della moda stia subendo una trasformazione, ma c’è bisogno di tempo perché anche i grandi marchi si adattino al passo. I consumatori sono invece molto attivi e curiosi, e qualcosa è cambiato forse a causa della pandemia. C’è più attenzione su cosa e come si acquista, le conseguenze del consumo e i processi di produzione, e c’è voglia di fare meglio.
Nel mio recente intervento ai Digital Innovation Days abbiamo proprio parlato di questo, e dei punti chiave che saranno fondamentali per riscoprire il valore intrinseco della moda. Si parla di storytelling, autenticità e trasparenza, ma anche di tracciabilità e nuove tecnologie – tutti elementi necessari per reinstaurare un rapporto genuino tra marchio e consumatore. È bello vedere come già oggi siamo riusciti a fare questo tramite Staiy ed il suo ecosistema, e ci auguriamo chequesto stile di vita venga adottato sempre di più – con stile”.
Un’altra azione per ridurre la propria impronta ecologica
Ludovico ha fatto emergere gli elementi chiave per far sì che la moda sia sostenibile sotto tutti i punti di vista. Infatti, sostenibilità significa non solorispetto per l’ambiente, ma anche tutela dei lavoratori e relazioni trasparenti fra produttori e consumatori. Staiy rappresenta un esempio di network in cui si offre risposta alla domanda di indumenti e accessori sostenibili, in costante crescita negli ultimi anni. Come abbiamo ripetuto più volte nel nostro blog, sarebbe ideale avere pochi capi di cui conosciamo la provenienza e i metodi di produzione piuttosto che un armadio pieno di indumenti a basso prezzo e ad alto impatto ambientale come quelli prodotti dalla fast fashion.Scegliere la moda sostenibile è una delle tante azioni quotidiane che possiamo compiere per abbassare la nostra impronta ecologica. Un capo alla volta, anche in questo modo possiamo fare del nostro meglio nel rispetto della Terra.
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