Chasing Ice, un documentario che insegue i ghiacciai

ghiacciai

Mi trovo all’ultimo piano del Perlan Museum, poco fuori dal centro città di Reykjavík, capitale dell’Islanda. E’ la parte più toccante dell’esposizione, quella che mostra come il cambiamento climatico sta compromettendo la nazione, a partire dai suoi immensi, splendidi ghiacciai.

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Un video illuminante

Mi soffermo su un video che mostra il Sólheimajökull, il ghiacciaio sul quale pochi mesi prima avevo camminato e del quale già sapevo la triste storia. Il video mi ha ulteriormente informato di quanto effettivamente il ghiacciaio si sia ridotto a partire dai primi anni 2000 fino ad oggi.

Mi sono poi anche chiesta chi fosse stato così lungimirante, oltre che ben organizzato, da riprendere quello e molti altri ghiacciai nella loro lenta (ma allo stesso tempo veloce) scomparsa. Ed ecco che l’universo, per dirla alla “new age”, mi ha risposto. Il documentario “Chasing Ice” riguarda proprio James Balog, l’ideatore del progetto Extreme Ice Survey (EIS), grazie al quale oggi abbiamo dei video bellissimi e spaventosi di questi ghiacciai morenti.

Marzo 2008. Un enorme iceberg si è staccato dalla calotta groenlandese, ed è circondato da ninfee di ghiaccio in procinto di rompersi ai confini della baia di Disko

Tanti ghiacciai, un unico problema

Balog è un famoso fotografo innamorato e assiduo frequentatore della terra islandese. Dopo aver realizzato che il ghiacciaio Sólheima si stava riducendo per ampiezza e spessore ad una velocità mai vista prima, egli ha deciso di documentare il tutto. Ha posizionato e programmato delle fotocamere alimentate a energia solare in modo che scattassero a intervalli regolari, per poi unire i frame e formare una sorta di gigantesco time-lapse. Ha poi fatto lo stesso con altri ghiacciai presenti in Groenlandia, Alaska, Canada e successivamente in molte altre parti del mondo.

Non senza problemi tecnici e fisici Balog ha terminato il progetto, portando alla luce, oltre ad alcune immagini impressionanti che dimostrano la ritirata dei ghiacciai, anche alcuni terribili dati.

In soli tre anni, per esempio, il ghiacciaio Columbia in Alaska si è ritirato di 3 chilometri e la sua profondità si è ridotta di 400 metri, più dell’altezza della Torre Eiffel o dell’Empire State Building. E questi cambiamenti non sono statici, ma aumentano esponenzialmente.

Il ghiacciaio Ilulissat, Groenlandia

Il ghiacciaio Ilulissat in Groenlandia riversa più ghiaccio negli oceani di tutti gli altri ghiacciai dell’emisfero settentrionale messi insieme. Ebbene, a partire dagli anni novanta Ilulissat ha duplicato la sua velocità di scioglimento.

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La parte a mio avviso più scioccante del documentario è verso la fine, quando viene mostrata la potenza distruttiva del riscaldamento globale sul ghiacciaio Ilulissat. Dalle riprese si vede infatti come il ghiaccio si stacca dalla calotta centrale, si riversa su se stesso e prende il largo verso l’oceano, creando uno scenario a dir poco apocalittico.

Secondo i dati scientifici, ci sono voluti 100 anni, dal 1900 al 2000, perché Ilulissat si ritirasse di 12 chilometri. Dopodiché, dal 2000 al 2010, quindi in soli 10 anni, si è ritirato di 14,4 chilometri.

Ci siamo arresi?

E poi vi sono le immagini che più mi stanno a cuore, quelle del ghiacciaio Sólheima. Ho visto infatti con i miei occhi che lì, proprio dove pochi anni fa vi era un enorme, imponente ghiacciaio, adesso vi è un lago.

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Il lago davanti al ghiacciaio Solheima

E proprio lì l’anno scorso le guide turistiche islandesi hanno iniziato a tenere corsi di Kayak. A questo proposito, si prevede che tra meno di 10 anni la camminata sul ghiaccio lascerà totalmente il posto alle attività lacustri. Resilienza, ci ha detto la guida.

O forse dovremmo iniziare a chiamarla con il proprio nome, ovvero una resa? La stessa Greta Thunberg ha riscontrato questo atteggiamento di rassegnazione nei parlamentari dell’Unione Europea, dopo che hanno promesso un azzeramento delle emissioni entro il 2050.

Leggi anche “Greta Thunberg all’UE: la vostra casa brucia e voi vi arrendete”.

Da qui a quella data, però, dovranno passare 30 anni. Trenta lunghi anni durante i quali i ghiacciai si scioglieranno a una velocità sempre maggiore. Come si vede in Chasing Ice tutto quel tempo non ce l’abbiamo e i video scioccanti ma estremamente utili di James Balog, forse, ce ne faranno rendere conto.

Il documentario è fruibile su Netflix oppure si può noleggiare su Apple iTunes e Google Play.

“Greenland is not for sale” – e per fortuna!

Trump triste con sfondo la bandiera groenlandese
Trump triste con sfondo la bandiera groenlandese
Una nuova versione della bandiera della Groenlandia.

Il riscaldamento globale Trump lo sa riconoscere bene, tanto da sapere come approfittarne. Magari non tutti sono stati raggiunti dalla notizia della compravendita della Groenlandia. Poco male: un’intenzione bislacca che non ha giustamente trovato pareri positivi nella controparte e che si è ben presto trasformata nel solito inutile ed evitabile battibecco. Ma questa questione, di scarsa rilevanza per la narrazione politica, lascia però intravedere un aspetto agghiacciante per chi ha una coscienza ambientale (o forse una coscienza e basta).

Dal punto di vista di Trump, comprare la Groenlandia non è affatto una follia. A parte l’egocentrica idea di voler fare della propria presidenza un qualcosa di memorabile, come acquistare un vastissimo territorio (grande come circa il 20% degli Stati Uniti), le motivazioni utilitaristiche sono presenti. La Groenlandia oltre a essere ricca di risorse naturali, si trova in una posizione strategica, che garantirebbe agli Stati Uniti un grande vantaggio militare e commerciale. Soprattutto in base allo scenario che si sta profilando a causa dei cambiamenti climatici che, causando lo scioglimento dei ghiacci nel Mar Glaciale Artico, aprirebbero nuove fruttuose rotte attraverso il Polo Nord.

Leggi il nostro articolo sull’argomento: “MAGGIO 2019 IL PIU’ CALDO DI SEMPRE. E IN GROENLANDIA IL GHIACCIO SPARISCE”

Menefreghismo ambientale e l’inarrestabile mentalità capitalistica: il binomio del secolo

Il vero elemento preoccupante è la visione del mondo che ha portato alla concezione dell’idea. Una visione vecchia e immutabile, egoistica ed egocentrica. Come appena accennato, il valore della Groenlandia e quindi l’interesse attorno a essa, vanno di pari passo con l’innalzamento della temperatura globale e il conseguente scioglimento dei ghiacci che rendono il Polo Nord pressoché inattraversabile. Anche solo valutare questa ipotesi significa accettare, anzi, allietarsi della catastrofe ambientale in atto.

Che Trump non fosse un grandissimo sostenitore della lotta al cambiamento climatico non è certo una novità. Ma questo è l’ennesimo affronto, l’ennesima testimonianza della totale scelleratezza politica alla base del nostro sistema economico-sociale. Il profitto non guarda in faccia a nessuno e così fanno coloro che ragionano solamente nella sua ottica. Questo episodio è l’esempio cristallino di come una certa classe di persone non voglia ammettere l’esistenza dei cambiamenti climatici per pura convenienza. L’idea di Trump di acquistare la Groenlandia si delinea proprio nel quadro dipinto dagli stessi.

Dobbiamo disarcionare chi ci conduce verso il baratro spacciandosi per guida. Qualunque politica favorisca la riproduzione dell’assurdo modello capitalistico finalizzato all’arricchimento e all’assoggettamento perpetrato negli ultimi decenni deve diventare motivo di vergogna. Nessun politico degno di questo nome deve avere più il coraggio di intraprenderla. Gli unici obiettivi devono essere la messa in sicurezza del pianeta e l’estirpazione di quella malattia mentale che prende il nome di consumismo.

Forse sarà un caso, ma con l’aumento di globalizzazione in Groenlandia è aumentato anche il tasso di suicidio. Portando il paese ha detenere il triste e macabro record. La cosa migliore che gli Stati Uniti possano fare in Groenlandia è starne alla larga.

Breve video di EuroNews che riporta la notizia.

Maggio 2019 il piu’ caldo di sempre. E in Groenlandia il ghiaccio sparisce

groenlandia

L‘acqua di un colore azzurro intenso e il cielo terso fanno pensare a una cartolina inviata da un‘isola tropicale, non certo dalla Groenlandia. Non fosse, ovviamente, per la slitta e gli Husky che corrono inconsapevoli sull’acqua derivata dallo scioglimento del ghiaccio superficiale.

2 miliardi di tonnellate di ghiaccio in meno

Lo scienziato Steffen Malskaer, che ha pubblicato la fotografia, stava partecipando a una missione di recupero delle strumentazioni meteorologiche e oceanografiche posizionate a nord est della Groenlandia da un team di ricercatori dell‘istituto meteorologico danese. Il materiale si trovava su uno strato di ghiaccio e sarebbe servito per accumulare dati riguardo, appunto, il clima e alla condizione dell‘acqua in quelle zone.

Il fatto di non essere riusciti a recuperare nulla di quel materiale in quanto ormai fluttuante nelle profondità marine suggerisce, comunque, un dato importante: il ghiaccio si è sciolto molto prima del previsto. Solitamente infatti una tale temperatura si raggiunge soltanto tra luglio e agosto, ovvero i mesi più caldi dell‘anno. Quest’ anno, però, il ghiaccio ha iniziato a sciogliersi molto prima. Al 13 giugno infatti si sono già perse più di 2 miliardi di tonnellate di ghiaccio tanto che, secondo gli scienziati,  il 2019 si preannuncia come un anno record per le temperature.

Effetti dello scioglimento

Come ha affermato Steffen Olsen, scienziato dell’Istituto meteorologico danese e autore della fotografia, il ghiaccio e‘ fondamentale per la popolazione groenlandese. Questo infatti permette loro di spostarsi, pescare e cacciare. Il suo scioglimento repentino e massiccio renderà difficili se non impossibili queste attività. Un’ altra conseguenza, come ha affermato Thomas Mote, ricercatore dell’Università della Georgia che da anni studia il clima della Groenlandia e‘ quella dell’ innalzamento del livello dei mari.

Infine, lo scioglimento dei ghiacci causerà un ulteriore aumento della temperatura, con un infinito circolo vizioso. Le calotte ghiacciate, infatti, essendo banche riflettono la luce del sole senza assorbirla e impedendo, quindi, che la terra si scaldi. Senza questa attività da parte dei ghiacci il calore riversato sulla superficie terrestre dal sole verrà assorbito, causando quindi un ulteriore aumento della temperatura. (Qui un articolo più approfondito sulle cause del riscaldamento globale).

Un trend globale

E’ inoltre recente la notizia data dall’agenzia Usa per la meteorologia (Noaa) secondo cui questo maggio e’ stato il piu’ caldo mai registrato sulla Terra dal 1880, ovvero da quando sono cominciate le rilevazioni. L’unica eccezione e’ stata l’Europa, con temperature piu’ fredde della media. Cio’ non toglie che in Antardide ci sono +4 gradi e che anche la sua calotta ghiacciata sia notevolmente diminuita rispetto al solito.

Artico – La battaglia per il Grande Nord

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Ascolta l’articolo

Artico La battaglia per il Grande Nord” è un libro scritto dal giornalista italiano Marzio G. Mian, il cui obiettivo è quello di rendere nota a tutti la guerra fredda che si sta svolgendo silenziosa ai margini del mondo.

Con questo libro, frutto di dieci anni di “esplorazioni giornalistiche”, ho cercato di colmare un vuoto: la cronaca del Nuovo Artico oggi, attraverso le storie di chi lo vive e il racconto delle forze spiegate sul campo nella battaglia per la conquista dell’ultima delle frontiere.

Artico: meno neve e più selfie

Il Nuovo Artico di cui parla Mian è irriconoscibile dal Vecchio, e lo sarà sempre di più. Un’entità che nel passato viveva soltanto nell’immaginario popolare come luogo irraggiungibile e inabitabile se non da mostri o dèi, è diventato oggi una delle più preziose fonti di guadagno del mondo.

Il petrolio che si cela al di sotto di strati ormai non più molto spessi di ghiaccio gioca un ruolo fondamentale. Anche il commercio di pesce è aumentato con lo spostamento di molte specie verso nord, non più timorose del mare freddo di un tempo.

I viaggi che prima erano considerati vere e proprie esplorazioni si sono trasformate in crociere. Le zone desolate, silenziose e per questo di un fascino unico, diventano bellezze un po’ più comuni, dove si moltiplicano i selfie e si dimezza la neve.

La fetta del mondo che paga il prezzo più alto per effetto del cambiamento climatico è anche quella che, per le stesse ragioni, offre immense oportunità di conquista e di potere, nuove rotte marittime commerciali, esotiche destinazioni turistiche, nuove frontiere di sviluppo e di ricchezza.

Scienza, politica, emozione

Le prove e le argomentazioni della sua protesta contro la conquista sconsiderata del Grande Nord sono di vario tipo, dai freddi dati scientifici e politici a elementi di grande intensità emotiva. Mian narra storie crude e strazianti sugli abitanti dell’Artico che coinvolgono il lettore, il quale finalmente sente la verità di cui ha bisogno. Questo luogo a noi apparentemente lontano, nei fatti condiziona la vita sulla terra come nessun altro sul pianeta.

“Quello che succede nell’Artico non rimane nell’Artico” è il mantra degli scienziati.

 

artico

Riscaldamento dell’artico e potere

Per spiegarne il motivo Mian riporta molti dati scientifici, come per esempio il meccanismo di ricambio delle correnti marine nell’Artico che, inceppato dal riscaldamento globale, innesca nel sud del mondo siccità e desertificazione, quindi milioni di profughi climatici. Accanto alla scienza troviamo la complessa e controversa politica che, come Mian ci dimostra, tanto complessa non è. L’obiettivo è uno solo per tutti: il potere. E, quindi, i soldi. Che siano per la Nazione o per loro stessi, saranno sempre il carburante dei politici. La pace nel mondo e l’ambiente sono solo strumenti per raggiungerli. Per esempio, l’ex ministro dell’industria groenlandese Jens-Erik Kirkegaard ha affermato senza peli sulla lingua che

Più i ghiacci si sciolgono, più il nostro Paese sarà sotto i riflettori. Il cambiamento climatico ci fa pubblicità gratis, è sempre più facile attirare capitali.

Molto approfondito anche il caso della Russia, da anni in lotta con il mondo per il dominio di zone che non riesce a gestire se non con la tirannia e la violenza, a danno della popolazione.

[Queste] Contraddizioni non interessano a Putin. Il petrolio e il nikel dell’Artico servono per finanziare gli arsenali e sostenere la sua diplomazia delle cannoniere.

Leggi anche: “Una centrale nucleare galleggiante è in rotta verso l’Artico”

Politiche green di facciata

In questo calderone politico Mian aggiunge anche le nazioni scandinave, che il mondo ammira come esempi virtuosi. Di fatto, però, secondo l’autore userebbero la mobilità elettrica, l’eolico e le altre politiche verdi come maschera per coprire il loro monopolio del petrolio, dal cui sporco e pericoloso mercato ci guadagnano i soldi per loro stessi e per quelle politiche green di facciata.

Scampato pericolo

L’autore arriva anche a sbilanciarsi, forse un po’ troppo, su argomenti non attinenti all’ambiente, come il movimento femminista estremo e la battaglia per il genderless. Con tutta questa carne al fuoco sul finale, Mian rischia di bruciarsi e di rendere non più credibile e non più “apolitico” l’intero libro. Questo però non succede, perché Mian si ferma proprio sulla soglia dell’abisso, evitando la caduta e permettendo al libro di diventare una delle pietre miliari dell’ambientalismo mondiale.

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