Germania: quale peso per i Verdi nel nuovo governo?

Elezioni Germania Verdi

Si è chiusa un’epoca in Germania. O meglio, si è chiusa un’epoca in Europa. Dopo 15 anni di cancelleria, Angela Merkel ha scelto di non ricandidarsi alle elezioni, svoltesi domenica 26 settembre, cedendo il passo ad Armin Laschet. All’indomani dello spoglio, possiamo dire che i tedeschi non sono stati troppo affascinati dal Delfino di Mutti Merkel, come la chiamano affettuosamente i suoi connazionali. Il vincitore, di misura, è infatti stato lo sfidante – e favorito – Olaf Scholz.

Tre candidati per la Germania

Prima di andare all’analisi del voto, è importante conoscere quali fossero i principali candidati alla cancelleria. Gli sfidanti con più possibilità di successo erano fondamentalmente tre. Ai già citati Laschet e Scholz va aggiunta la terza principale forza in Germania, quella del Partito dei Verdi. Annalena Baerbock, forte della sensibilità ambientale che ultimamente ha coinvolto anche la federazione tedesca, è il volto dei Grüne che, pur arrivando soltanto terza, ha raggiunto un risultato storico per il suo partito. Vediamo chi sono questi tre leader.

Olaf Scholz, un politico di professione

Burocrate notissimo in Germania, Scholz è Ministro delle Finanze e Vicecancelliere della federazione tedesca dal 2018. Pur appartenendo al Partito Socialdemocratico, dunque, ha prestato servizio nel governo della Cristiano-democratica Angela Merkel. I due partiti, in realtà, sarebbero collocati su due assi opposti dello scacchiere politico tedesco. Merkel però, com’è noto, è sempre stata un’abile stratega e tessitrice di alleanze, dunque riuscì a formare, nel marzo 2018 – dopo mesi di trattative in seguito alle elezioni federali del 2017 – la cosiddetta Große Koalition. La grande coalizione rappresentò un’alleanza tra CDU e SPD, ovvero i partiti di Merkel e Scholz. Su quelle fondamenta è stato innalzato il governo attualmente in vigore, il quale resterà in carica fino al giuramento del nuovo.

Nato a Osnabrück e residente a Potsdam, Scholz è attivo in politica dal 1998, in seguito agli studi in giurisprudenza e la specializzazione in diritto del lavoro. Fino al 2011 è stato deputato, dal 2002 al 2004 segretario generale del partito e dal 2007 al 2009 Ministro del Lavoro e degli affari sociali nell’esecutivo Merkel I. Nel 2018 ha agito come commissario ad interim per l’SPD, prima di abbandonare il ruolo in seguito all’elezione di Andrea Nahles e decidere di candidarsi a cancelliere.

Olaf Scholz rappresenta, di fatto, il volto sicuro e affabile della politica tedesca. Pur non provenendo dallo stesso partito della sua predecessora, egli è forse la figura che più le si avvicina agli occhi dei tedeschi. La provata esperienza politica di Scholz e l’ineluttabilità della sua incarnazione di uno status quo cui i cuoi concittadini sono innegabilmente legati sono probabilmente state le sue armi principali in una elezione che, nel momento in cui si scrive, lo vede come trionfatore.

Armin Laschet, un Delfino di scorta

Laschet nasce ad Aquisgrana nel 1961. È Ministro presidente – così si chiamano i governatori dei Land tedeschi – della Renania Settentrionale-Vestfalia, la più popolosa tra le circoscrizioni che compongono la federazione nonché la quarta per estensione. Dall’inizio dell’anno è anche presidente della CDU, il partito di Angela Merkel. Ha iniziato a rivestire questa carica lo scorso gennaio, in seguito alle dimissioni di Annegret Kramp-Kerrenbauer. In precedenza fu vicepresidente dell’Unione Cristiano-democratica di Germania. Tra il 1999 e il 2005 è stato un europarlamentare.

Il 20 aprile 2021, a seguito dell’annuncio di Merkel di non candidarsi, la CDU-CSU scelse Laschet come suo candidato alla cancelleria. La proposta di un nome alternativo a quello della donna che ha guidato il Paese negli ultimi 15 anni è, de facto, l’inizio dell’era del dopo-Merkel. In seguito a una riunione durata circa 6 ore, i 46 membri della direzione del partito hanno optato per la sua candidatura. 31 dirigenti dell’Unione hanno preferito il nome di Laschet a quello di Markus Söder, governatore della Baviera. In lizza vi erano anche Norbert Röttgen e Friedrich Merz.

La campagna elettorale del Delfino di Angela Merkel – la quale forse preferiva la figura di Kremp-Kerrenbauer, in quanto donna e designata da tempo a proseguire in maniera naturale la sua politica – ha posto al centro il mantenimento della rotta impostata. Sfortunatamente per Laschet, però, i tedeschi non hanno scelto di concedergli la stessa fiducia di cui ha goduto Merkel. Il risultato elettorale non esclude già la CDU-CSU dai giochi, poiché la distanza con l’SPD è veramente poca. Entrambi i partiti, a seguito di alleanze stabili e durature, potrebbero trovare i numeri per governare.

Annalena Baerbock, la candidata dei Verdi di Germania

Annalena Baerbock, quarantenne di Hannover, è una dei due presidenti del partito dei Verdi di Germania. La stessa carica è ricoperta anche dal suo collega Robert Habeck. Dal 2013 è deputata presso il Bundestag, il parlamento federale di Berlino. Esperta di Diritto internazionale, Baerbock è stata eletta co-presidente del partito, sconfiggendo l’altra candidata donna, Anja Piel, nel 2018. Soltanto un anno dopo fu riconfermata per altri 24 mesi di mandato con un plebiscito del 97,1% di preferenze, il più alto risultato di sempre per una donna presidente del partito dei Grüne.

Baerbock partiva decisamente svantaggiata rispetto agli altri due candidati di punta, di cui abbiamo già scritto. Lo spoglio ha confermato quanto ci si aspettava, ovvero la sua terza posizione. Ciò non toglie che queste elezioni siano state per i Verdi tedeschi un grande successo. Il partito non aveva mai totalizzato il 15% di preferenze, com’è avvenuto quest’anno.

Ciò si deve non solo al momento che stiamo attraversando, nel quale la sensibilità ambientale è molto alta, bensì anche al fatto che tanto Baerbock quanto Habeck provengono dall’ala moderata dei Verdi. Non sono insomma due ambientalisti intransigenti come altri loro colleghi, non solo in Germania, bensì due fini politici, capaci di trattare e scendere a compromessi. Ciò non è l’ideale a livello ambientale, naturalmente, però per entrare nelle stanze dei bottoni occorre essere in grado di saper mediare. Al fine di riuscirci, qualcosa bisogna concedere. L’elettore si aspetta da un politico che esso – o essa – rimanga bilanciato ed equilibrato. In parlamento entrano politici pacati, non estremisti aggressivi.

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Il risultato delle elezioni in Germania

Ora che abbiamo avuto modo di conoscere meglio gli attori protagonisti, esaminiamo che cosa sia di fatto successo in Germania. Nel momento in cui si scrive questo paragrafo lo spoglio è pressoché concluso, seppure potrebbero ancora verificarsi piccole modifiche nelle percentuali. In seguito alla notte che ha concluso la giornata elettorale, i tedeschi si sono svegliati con un vincitore: quello che si attendevano. Il socialdemocratico Olaf Scholz ha trionfato sui suoi due sfidanti ma non può ancora definirsi cancelliere. La Repubblica federale, risultati alla mano, entra in una nuova epoca. Naturalmente è quella del dopo Merkel, la fine di tre lustri nei quali la cancelliera è sempre stata la stessa, tanto che molti adolescenti e tutti i bambini, in Germania, hanno sempre visto in tv la stessa persona in rappresentanza del loro Paese.

Si tratta però anche dell’alba di un nuovo giorno in quanto difficilmente saranno i grandi partiti tradizionali a decidere quale strada dovrà intraprendere il Paese, poiché toccherà ai giovani leader dei Verdi e del partito dei Liberali di Christian Lindner, rispettivamente terza e quarta forza in Germania dopo la tornata elettorale. Queste due espressioni politiche dovranno trovare innanzitutto un accordo tra loro, prima di decidere se appoggiare l’una o l’altra parte.

Il Bundestag attende, come l’intera Germania, di conoscere la formazione del suo prossimo governo. Elaborazione: FelixMittermeier da Pixabay.

Vincitori e vinti

Scholz, il quale ha diritto alla prima parola dopo aver raccolto il maggior numero di consensi, spera nella costituzione della coalizione cosiddetta semaforo, formata da SPD, Verdi e Liberali. Dall’altra parte Laschet predica umiltà, ricordando al suo avversario che con il 25% dei voti non si può reclamare la cancelleria. In realtà, è proprio il candidato della CDU che dovrebbe mantenersi umile, in quanto la sua carriera politica corre seriamente il rischio di essere finita con questa sconfitta. Il malcontento interno all’Unione è infatti considerevole e ha un unico bersaglio: il grande sconfitto. Laschet confida in un fallimento di Scholz per poter essere lui a intavolare una proposta di alleanza per Verdi e Liberali ma potrebbe essere l’unico a sperare di farcela. Come ha affermato Markus Söder:

“Per l’Unione è una sconfitta, chi perde così tanti voti non può dire che questo. Da secondi non si può pretendere ma soltanto fare un’offerta.”

Il ragionamento di Scholz si colloca molto vicino:

“Gli elettori hanno dato forza a tre partiti: SPD, Verdi e FDP. Questi hanno un mandato chiaro per costruire il prossimo governo.”

L’FDP è il partito liberale. Il candidato dei socialdemocratici ha ben chiaro un concetto: chiunque sia il cancelliere, sarà difficilissimo che esso possa avere i numeri che occorrono per comporre una maggioranza se non farà un’offerta degna ai Verdi. Il partito ambientalista, assieme a quello liberale ma in misura maggiore dato il maggior numero di consensi, sarà l’ago della bilancia nella costituzione del prossimo esecutivo. È possibile – pure probabile – che le trattative richiederanno alcuni mesi.

I numeri del voto in Germania

Snoccioliamo qualche numero per vedere, nel concreto, come siano andate le elezioni in Germania. I Socialdemocratici, partito di centro-sinistra – benché in Germania le collocazioni siano un pò lontane dai nostri tradizionali concetti di destra e sinistra – ha vinto, superando di poco il blocco di centro-destra formato dalla CDU-CSU. Nessuno di questi due storici partiti è riuscito a varcare la soglia del 30% di preferenze. Dal dopoguerra in avanti, non era mai successo. Preoccupante soprattutto è il risultato del partito di Angela Merkel, il quale ha perso il 9% dei consensi.

Al termine del conteggio nelle 299 circoscrizioni elettorali tedesche, i funzionari hanno reso noto che la SPD si è aggiudicata il 25,7% delle preferenze. Il blocco dell’Unione si è fermato al 24,1%. Storicamente, ogni partito vincitore aveva messo assieme almeno il 31% dei consensi. In questa tornata, nessuno ci si è avvicinato.

Chi entra in Parlamento

Al terzo posto si sono classificati, per così dire, i Verdi, con il 14,8% dei voti. Quarta posizione per i Liberali, i quali hanno totalizzato l’11,5% delle preferenze. Soddisfatta anche Die Linke, il partito di sinistra che, pur non avendo raggiunto lo sbarramento del 5%, necessario per entrare al Bundestag, riesce ad approdare in Parlamento grazie a una peculiare norma che garantisce l’ingresso alle formazioni politiche in grado di vincere in tre collegi uninominali, anche senza raggiungere la soglia.

Al termine delle elezioni federali siamo in grado di dire che i seggi nel Bundestag saranno ben 735. Nella legislatura precedente ammontavano a 709. Il sistema elettorale in Germania, estremamente complesso, consente l’allargamento del Parlamento dopo ogni tornata elettorale. Pensiamo a questo quando affermiamo che il leviatano della politica sia più snello, all’infuori dell’Italia.

Il complesso gioco delle alleanze

Com’è chiaro dal paragrafo precedente, nessuno ha i numeri per governare da solo. Per riuscire a formare un governo, sarà dunque indispensabile tessere alleanze. Il partito più corteggiato sarà quello dei Grüne e, a ruota, quello dei Liberali. Le maggioranze possibili sono svariate. L’obiettivo è riuscire a ottenere 368 dei 735 seggi. A quanto è stato detto, i primi due partiti non hanno intenzione di allearsi, sebbene otterrebbero immediatamente il numero dei seggi necessari, superandoli e arrivando a ben 402, più che sufficienti per una buona governabilità della Germania. Questo numero sarebbe superato in caso di un’alleanza di uno qualsiasi dei grandi partiti con Verdi e FDP. Un’alleanza tra il terzo, quarto e quinto partito di queste elezioni, invece, non avrebbe i numeri. Il partito di estrema destra, Alternative Für Deutschland, capace di raggiungere il 10% delle preferenze elettorali, si terrà fuori da qualsiasi trattativa.

Forti dei loro risultati, Verdi e Liberali hanno già cominciato i colloqui. L’obiettivo è, per entrambi, quello di entrare a far parte del prossimo governo federale. Come ha affermato Anton Hofreiter, capogruppo del partito ambientalista in Parlamento, a un’intervista dopo le elezioni con l’emittente ARD:

“Stanno cominciando dei colloqui in una cerchia molto piccola. Perché la cosa possa funzionare, vedremo quali punti in comune possiamo avere e quello di cui entrambe le parti hanno bisogno. È saggio parlare prima con i Liberali, poi vedremo dove questo ci porta.”

I verdi, tradizionalmente, preferiscono dialogare con l’SPD, trovandosi collocati in una sfera politica più sinistrorsa. Il partito liberale, invece, è più vicino all’Unione. Non ci è dato sapere quale ruolo svolgeranno queste ideologie di fondo – ormai piuttosto annacquate – nei colloqui propedeutici alla formazione del prossimo esecutivo. Quel che pare certo è che dovremo attendere mesi, prima che un nuovo governo possa finalmente vedere la luce.

Il non-successo dei Verdi e le dinamiche ambientaliste in Germania

Annalena Baerbock ha esultato al termine delle elezioni, mostrandosi entusiasta del miglior risultato di sempre, in termini di percentuale di consenso, del suo partito nel Paese. Si tratta di una strategia comunicativa molto nota anche in Italia, quella dell’abbiamo vinto tutti che segue una tornata elettorale nella quale, di fatto, è invece accaduto l’esatto contrario. La Costituzione tedesca, a ogni modo, non specifica che diventa cancelliere chi ottiene il maggior numero di preferenze, bensì chi riesca a dar luce a un governo capace di fare il suo lavoro.

Se quel 15% scarso di voti è un buon risultato, in termini di numeri puri, se andiamo a contestualizzarlo, ci rendiamo conto di come si tratti in realtà di una conquista deludente, di un non-successo. Non più di 3 mesi fa, in giugno, i Grüne erano accreditati dagli analisti politici tedeschi del 20% abbondante di preferenze. Secondo qualcuno avrebbero addirittura potuto raggiungere il 22%. Invece queste aspettative sono state considerevolmente ridimensionate.

È oltremodo probabile che questo ridimensionamento comporti anche un ridimensionamento dei sogni verdi di ecologisti e ambientalisti. La radicale rivoluzione green auspicata da tutto il movimento giovanile – e non solo – che segue Greta Thunberg – ed è fortissimo in Germania, dove numerosi giovani sono sensibili a questa battaglia – corre il serio rischio di finire enormemente depotenziata.

Alleanza possibile tra i piccoli di Germania a dispetto dell’ambiente

L’ingresso del Bundestag. Foto di Ingo Joseph da Pexels.

D’altra parte, però, sullo scacchiere politico tedesco, questo risultato dei Verdi potrebbe incentivare moltissimo le trattative con l’FDP. Il partito liberale, infatti, non vedeva di buon occhio la colossale riforma verde che Baerbock e il suo partito avevano reso l’ossatura portante del proprio programma per la cancelleria. Volker Wissing, segretario generale per l’FPD non ha mai nascosto la sua preoccupazione verso la cosiddetta rivoluzione verde che la tenace leader verde propugnava a ogni comizio. I liberali la vedevano infatti come un incubo di tasse, punizioni fiscali e costi scaricati, senza troppe preoccupazioni, sulle spalle di quel ceto medio che rappresenta lo scheletro della Germania contemporanea.

Gli ambientalisti non possono certo vedere di buon occhio questo indebolimento dei Verdi sulle proiezioni estive, eppure, dal punto di vista politico, se si toglie di mezzo l’ambizioso programma ambientale, Grüne e FDP sono due partiti vicinissimi tra loro. Ambedue sono neoliberali in campo economico, nonché tendenzialmente favorevoli all’austerity e al mercato libero. Alla luce di ciò, non dovrebbe dunque essere troppo difficile intavolare una bozza di programma, messi da parte i bollori rivoluzionari.

Verdi e liberali assieme formano un blocco concreto, in grado di dettare tempi e modi a entrambi i partiti maggiori (valgono infatti il 26% circa dei seggi al Bundestag). I retroscena vogliono una CDU dispostissima a collaborare, in quanto vedrebbe in questa alleanza la sua opportunità di scalzare la SPD dal governo. Olaf Scholz, però, non è nuovo ai giochi di palazzo e pare in grado di poter tendere una mano per prendersi il posto di cancelliere, cedendo qualcosa a Verdi e Liberali.

Giochi di potere, elettori confusi e il pianeta a pagarne le conseguenze

Le trame di potere sono le stesse in ogni Paese, non aspettiamoci che il caso Germania sia diverso. Già nel 2017, dopo le ultime elezioni vinte da Merkel, fu necessario un lungo lavoro diplomatico per giungere alla formazione di un esecutivo. È più che probabile che capiterà lo stesso anche nelle prossime settimane. I risultati del voto dipingono un quadro ben chiaro, che stupisce poco. Gli elettori tedeschi – ma potremmo allargare il campione – desiderano cambiamenti sociali e ambientali. Però non troppo. Se i Verdi rappresentano una forza potenzialmente dirompente nei confronti dello status quo; SPD e CDU-CSU sono esattamente l’opposto, ovvero tre partiti tendenzialmente conservatori, sebbene occupino due lati lontani dello spettro politico tedesco.

Il benessere della Germania, locomotiva d’Europa secondo una metafora spesso abusata, viene percepito in pericolo dai tedeschi. Essi naturalmente sanno bene quanta importanza rivesta l’ambiente ma, probabilmente, danno priorità al loro tenore di vita e alle abitudini consolidate e sedimentate nei decenni, dunque sono poco propensi a correre il rischio di sacrificare parte di questo per il bene dell’ambiente.

Gli elettori, incerti e preoccupati, hanno forse sparpagliato il loro voto come il giocatore d’azzardo che distribuisce la sua puntata su vari tavoli di roulette, sperando di azzeccare almeno una combinazione giusta. Non è però detto che sarà Olaf Scholz a fare il croupier. Comunque vadano le trattative politiche, la presenza dei Verdi al governo potrebbe essere un importante segnale per l’ambiente. È lecito però temere il fatto che, a contatto con il potere, la battaglia per il pianeta spunti le sue armi e l’ambiente finisca per pagarne le conseguenze. Non è sufficiente avere persone sensibili al tema che occupano poltrone importanti, serve che da quelle stesse poltrone guidino battaglie e interrogazioni per il bene del nostro ecosistema in sofferenza.

Leggi anche: “In Germania e Francia registrati nuovi record di temperatura.”

Europa Verde quarto partito tra gli italiani all’estero

Schermata con principali obiettivi dei Verdi Europei

“Paese che vai, usanze che trovi”, così recita il detto. Ma forse sarebbe meglio dire “paese che vai, visione del mondo che hai”. Infatti le recenti elezioni europee sono un’ottima occasione anche per capire che aria si respira nei vari paesi della comunità europea. Dando un’occhiata ai risultati della tornata elettorale del 26 maggio salta immediatamente all’occhio come in ogni Paese dell’Unione la percezione dell’agenda politica sia diversa. Per noi di L’Ecopost il focus non può che essere sulla questione ambientale e la lotta al cambiamento climatico. Il miglior indicatore è con ogni probabilità il voto per la lista Europa Verde, poiché era l’unica opzione tra quelle disponibili a porre l’ambiente al centro del proprio programma.

L’equazione è quindi la seguente: un voto a Europa Verde è il voto di una persona che crede che una nuova politica nei confronti del clima e dell’ambiente abbia la massima priorità.

Europa dell’est: la Lega sfonda e per l’ambiente non c’è spazio

Degli altri 27 paesi dell’Unione Europea, solo in 5 Europa Verde, affiliata al Partito Verde Europeo, non ha superato la soglia di sbarramento del 4%. Oltre all’Italia, con uno scarno ma non scontato 2,3%, sono Cipro (3,3%), Bulgaria (2,7%), Lituania (2,1%), Romania (1,5%) e Lettonia (1,1%). Paesi che nell’insieme hanno avuto una rappresentanza numerica ridotta, di poco oltre il migliaio di voti. Curioso è come il risultato elettorale in quattro di questi cinque paesi, Lituania esclusa, veda la Lega trionfare nettamente con percentuali tra il 32,4 e il 40.

Da notare come in un paese con una politica nazionale filo-leghista, quale l’Ungheria, il vero partito verde (Europa Verde) sia riuscito a totalizzare il 4,1%.

Superato lo sbarramento negli altri 22 paesi

Per quanto riguarda invece il resto degli italiani che hanno votato dall’estero, la situazione appare totalmente diversa. Basti dire che al netto delle 2.355 sezioni, sono stati ben 11.678 i voti per Europa Verde, corrispondenti al 9,8%. Nell’Italia sparsa per l’Europa, Europa Verde è il quarto partito, sotto a PD (32,4%), Lega (18%), M5S (13,8%), e sopra a +Europa (8,8%), FI (6%), e Sinistra (4%).

Classifica partiti voti italiani all'estero
La classifica dei partiti sulla base dei voti degli italiani all’estero, Europa Verde quarto partito; fonte: la Repubblica.

In Austriala lista formata da Possibile e Verdi ha ottenuto il 21,1%, dietro al PD e davanti al M5S e Lega. In doppia cifra anche in Francia (10,7%), Irlanda (11,5%) Paesi Bassi (10,4%), Danimarca (11,9%), Estonia (12,2%), e Finlandia (12,2%). Ma particolarmente rilevante il buon esito in paesi quali Germania (9%), Regno Unito (9,5%), Belgio (7,9%) e Spagna (9,9%), che, assieme a Francia e Austria, rappresentano i bacini elettorali di italiani all’estero più nutriti.

Qual è il motivo di questa enorme differenza?

A voler tentare di dare una lettura di questo successo elettorale al di fuori dell’Italia, si potrebbe ipotizzare che la colpa sia imputabile a un sistema mediatico inadempiente, che vive a troppo stretto contatto con quello politico dei grandi partiti, di cui finisce per essere dipendente. Ne consegue un’informazione che non riflette le esigenze reali e che non ha quindi interesse nel dettare un’agenda politica che diverga da quella dei principali partiti. [Come anche in parte denunciato da Elena Grandi, portavoce dei Verdi, in questo articolo del Fatto Quotidiano, prima delle elezioni.]

Risulta poi scontato aggiungere come i cittadini italiani residenti all’estero siano più sensibili a tematiche di carattere comunitario, quale il riscaldamento globale, e per questo capaci di dissociarsi dalla routine della vita politica italiana. Si potrebbe dunque pensare che gli italiani all’estero abbiano espresso un voto europeo, mentre gli italiani che abitano e vivono il bel paese abbiano fatto del Parlamento Europeo una questione italiana.

Europee 2019: il boom dei Verdi alimenta la speranza

verdi

Il grande giorno è arrivato e l’Unione Europea ha votato per decidere come sarà composto il Parlamento per i prossimi 5 anni. L’avanzata dei partiti nazionalisti in Francia e Italia potrebbe sembrare preoccupante per quanto riguarda la lotta ai cambiamenti climatici. Ma c’è un altro dato che fa sorridere chi invece si è schierato per un’Europa verde. I Verdi e altre coalizioni con idee simili hanno ottenuto un risultato storico. Ecco la nostra analisi del voto europeo per quanto riguarda l’ambiente.

Il voto in Europa

I Verdi Europei, il partito che più rispecchia gli ideali di ecologia e sviluppo sostenibile, hanno ottenuto ben 70 seggi in Parlamento migliorando i già buoni risultati dell’ultima tornata elettorale. Questo exploit li ha resi il quarto gruppo più rappresentato a livello di seggi, mettendosi alle spalle anche la coalizione dei sovranisti. Questi, eccezion fatta per Italia e Francia, non avranno gran voce in capitolo per quanto riguarda le decisioni a livello continentale.

Se inoltre il Parlamento Europeo ha già dimostrato di avere un minimo di attenzione per i temi ambientali, risulta plausibile sperare in un’ulteriore spinta ecologista grazie alla sua nuova composizione. Nessuna delle forze con il maggior numero di seggi ha tra le sue fila i negazionisti del cambiamento climatico. Inoltre, l’alto numero di seggi ottenuti potrebbe conferire ai Verdi un ruolo strategico per conferire ad altri gruppi la possibilità di ottenere la maggioranza in Parlamento.

I risultati dei verdi e dei filoambientalisti alle Europee

A livello europeo il risultato delle forze ecologiste è storico. Complessivamente la percentuale di voti ottenuti dagli European Greens è intorno al 10%. I risultati migliori sono stati ottenuti in Germania (20,7% e secondo partito nazionale), Finlandia (16%), Francia (13% e terzo partito nazionale) e Lussemburgo (19%). Ottimi anche i risultati ottenuti nel Regno Unito (11%), Svezia (11%), Portogallo (7%), Olanda (10%), Irlanda (15%), Danimarca (13%), Repubblica Ceca (11%) e Austria (14%). Un trend di crescita che si è verificato in quasi tutti i paesi in cui si è votato.

Inoltre, buona parte dei partiti aderenti alle coalizioni di S&D (150 seggi) e ADLE&R (107 seggi) hanno idee che, anche se non tanto di parte quanto quelle dei Verdi, sono considerabili in buona parte filoambientaliste. Questa tornata elettorale costituisce quindi la rinascita di una speranza per quanto riguarda la lotta ai cambiamenti climatici, con tutti i benefici che il vecchio continente può trarne.

L’Italia è rimasta indietro

Il voto in Italia, invece, stona con quello che è successo in tanti altri paesi europei. La vittoria schiacciante di Matteo Salvini lascia l’amaro in bocca a tutti coloro che hanno ideali filoambientalisti. Il leader del carroccio è ai limiti del negazionismo climatico e sperare di vedere forti azioni atte a contrastare il riscaldamento globale sotto il suo governo sembra un’utopia.

Una fievole speranza viene data dai buoni risultati del PD che, nonostante nei suoi anni di governo non abbia fatto abbastanza in tema di ecologia, negli ultimi mesi ha adottato una retorica più vicina al linguaggio ambientalista. Buoni risultati, anche se non sufficienti per ottenere dei seggi in Parlamento, sono stati raggiunti dagli stessi Verdi (2,4%). Con questo risultato hanno infatti triplicato la propria percentuale rispetto alle scorse elezioni europee. Anche la coalizione tra +Europa ed In Comune, dopo i Verdi quella più filoambientalista, ha raggiunto il 3,2%. Risultati non pienamente soddisfacenti ma che comunque segnano un miglioramento rispetto ai dati che ci si aspettava di vedere.

L’Europa cambia, l’Italia no

Nonostante però la crescita del consenso a partiti che avevano programmi ambiziosi in termini di ambiente – come Verdi, Sinistra Europea, +Europa ed in Comune – i risultati sono nettamente al di sotto della media europea.

Questa tendenza è confermata anche dai dati sul voto degli italiani all’estero. In questa speciale graduatoria i consensi per la Lega si fermano all’8% mentre l’insieme dei 3 partiti filoecologisti sopra citati ha ottenuto il 14,2%. Molto probabilmente questi vivono in paesi in cui il cambiamento climatico e l’ambientalismo vengono trattati come realtà con cui dover fare i conti, non come temi di nicchia come in Italia. Il motivo per cui ciò accade è riconducibile anche alla mancanza di copertura mediatica dei temi ambientalisti nel nostro Paese.

La speranza si tinge di verde

La percentuale di voto per i partiti filoambientalisti a livello europeo ha quindi il suo zoccolo duro nei giovani che hanno votato in maniera filoeuropeista e filoecologista. Inoltre, l’ondata green ha travolto anche una grande fetta della generazione che ancora non ha potuto votare, come testimoniato dalla portata del movimento FridaysForFuture targato Greta Thunberg. Possiamo quindi pensare, in maniera ottimista, che questo sia solo il primo passo verso una vera e credibile transizione ecologica.

La conclusione generale che possiamo trarre da queste elezioni è quindi abbastanza chiara. In un periodo storico in cui i cambiamenti climatici rappresentano la più grande minaccia al benessere della razza umana sul pianeta, la moltiplicazione di informazioni sui rischi legati al riscaldamento globale hanno smosso la coscienza di molte persone. Solo un folle, nel momento in cui venga a conoscenza dei reali rischi causati dai cambiamenti climatici, si schiererebbe contro di essi. E ora, ancora di più, sappiamo di non essere soli. L’onda verde è appena iniziata e non è intenzionata a fermarsi.

Europee 2019 – L’ambiente nei programmi elettorali: Europa Verde

Europa verde

Manca meno di un settimana alla chiamata alle urne per eleggere il nuovo Parlamento Europeo per il quinquennio 2019-2024. In un periodo politicamente, socialmente ed economicamente tumultuoso come quello attuale è particolarmente importante fare scelte consapevoli. Soprattutto per quel che riguarda l’ambiente. Per questo noi di L’Ecopost abbiamo deciso di presentarvi un riassunto degli obiettivi in materia d’ambiente dei programmi dei maggiori partiti politici candidati alle elezioni per l’Italia. In questo articolo analizziamo Europa Verde.

Europa Verde: un’introduzione

Europa Verde non è un partito ma una lista, contenente al suo interno Possibile e la Federazione dei Verdi (o semplicemente i Verdi). Un nuovo esperimento politico insomma. Oltre all’ecologismo, i credo che caratterizzano questo schieramento politico sono l’europeismo, la solidarietà e la parità dei sessi.

Possibile

I colori e il logo di Associazione Possibile
Il logo di Possibile è formato da un cerchio color lampone (il colore centrale dell’immagine) con due linee parallele e orizzontali a rappresentare il simbolo dell’uguale e il nome “POSSIBILE” immediatamente sotto.

Nasce nel 2013 da una costola militante del Partito Democratico, con il nome di Associazione People, per passare poi a Possibile un anno dopo. Al momento del passaggio da associazione a partito politico a tutti gli effetti, Giuseppe Civati, fuoriuscito dal PD, viene eletto primo Segretario nel 2016 in seguito a un congresso. Segreteria durata poco più di due anni. Il partito si dichiara promotore dei “valori della democrazia, dell’antifascismo, della partecipazione, dell’uguaglianza e della concorrenza, della laicità e dello svolgimento delle funzioni pubbliche nell’esclusivo interesse dei cittadini, rispettando e promuovendo i principi e le regole dell’etica pubblica“.

Federazione dei Verdi

Logo "Sole che ride" dei Verdi italiani
Logo dei Verdi italiani con lo storico simbolo del Sole che ride, originario del Movimento antinucleare danese e donato al partito italiano dal leader radicale Marco Pannella.

Non vanta una storia politica né particolarmente di successo, né priva di contraddizioni. Nati negli anni 80′, hanno inizialmente goduto di un significativo supporto elettorale (anche grazie al disastro di Černobyl’), raccogliendo oltre il milione dei voti alle prime elezioni europee (1989) e un milione alle elezioni parlamentari del 1996. Da allora il partito è affossato nel quasi totale anonimato dello spettro nazionale, non riuscendo più a eleggere onorevoli in parlamento, anche a causa di una certa instabilità politica che li ha visti associarsi a varie formazioni durante gli anni, sempre all’interno della cosiddetta sinistra. Il loro consenso è andato quasi scomparendo (a differenza di quanto accade nei paesi del centro e del nord d’Europa). Specialmente nell’ultimo decennio con l’entrata in scena del Movimento 5 Stelle che anche sulle tematiche ambientali ha costruito il suo sostegno iniziale.

“Non c’è un Pianeta B, non c’è una lista B” – il programma di Europa Verde

Europa Verde è affiliata all’European Green Party (Partito Verde Europeo), di cui ha sottoscritto il Manifesto Comune, in cui è contenuta la propria visione politica. Il che lo rende un partito transnazionale, con una visione d’europa globale e non limitata ai confini nazionali.

L’ambiente è uno, il primo, dei dodici punti in cui si suddivide il programma. Il tema principale non poteva che essere il cambiamento climatico. La risposta è l’energia rinnovabile al 100% e l’economia a zero emissioni (-55% entro il 2030). L’eliminazione graduale di energia da fossile e nucleare e la cessazione immediata dei sussidi per queste due fonti energetiche, i quali verrebbero poi rigirati sui finanziamenti a soluzioni sostenibili (p.e. efficienza energetica, treni transfrontalieri e agricoltura sostenibile).

Tra le richieste vi sono una legge sul clima che preveda bilanci di carbonio vincolanti e il ripristino di carbonio nelle foreste e nel suolo, così come un prezzo minimo considerevole sul carbonio nel sistema di scambio delle quote di emissioni (per controbilanciare i Paesi non UE che si rifiutano di limitare le emissioni). Anche il fracking (le trivellazioni per l’estrazione di risorse energetiche fossili dal sottosuolo) sarà bandito.

Gli altri punti sono: trasporti; ambiente e protezione della natura; economia circolare; agricoltura, cibo e animali; e giustizia ambientale.

12 punti del programma di Europa Verde
I punti programmatici di Europa Verde alle elezioni europee del 26 maggio 2019

Trasporto

L’ampliamento del trasporto su rotaia e le attuali rotte navali rappresentano l’alternativa migliore per non evitare ulteriori danni. Sia per il trasporto di persone che di merci. I treni dovranno essere più accessibili e convenienti, inclusi treni veloci e notturni. I veicoli di qualsiasi tipo dovranno diventare a zero emissioni.

Ambiente e protezione della natura

La protezione ambientale passa per l’agricoltura sostenibile, la messa al bando di sostanze chimiche pericolose, l’espansione delle aree protette (+20% di aree marine protette), e la lotta al disboscamento insostenibile e illegale, con l’aiuto di nuove norme e nuovi, più efficaci strumenti. I combustibili pesanti vietati nelle regioni artiche e antartiche.

Economia circolare

Lotta all’usa&getta (“La nostra attuale economia si basa sul ciclo seguente: si prendono le risorse dalla natura, si fabbricano prodotti, si usano e si buttano via” dal Manifesto Comune), con prodotti con una vita e una garanzia più lunga e facili da riparare. Tassazione o divieto d’utilizzo delle materie plastiche non riciclabili e aumento del riciclaggio e del riutilizzo. Limiti per l’esportazione di rifiuti e tasse sull’estrazione e l’importazione di materie prime.

Agricoltura, cibo e animali

Riforma della Politica agricola comune europea (PAC) verso soluzioni sostenibili, come il biologico e le agro-ecologie. Salvare le api, rivitalizzare le aree rurali (e stop all’espansione urbana) e mettere in sicurezza gli alimenti. Condizioni eque e meritocratiche per gli agricoltori. Niente più pesticidi nocivi. Maggiore trasparenza e rintracciabilità del prodotto e promozione di un’alimentazione con meno carne e più vegetali.

Stop periodico e categorico alla pesca. Soppressione della pesca a strascico di fondo e altre metodologie dannose per gli ecosistemi. Stop al maltrattamento degli animali, al trasporto di animali su lunga distanza, agli allevamenti da pelliccia, ai sussidi alla zootecnica industriale. Agli animali da allevamento dovrebbe essere garantita una vita il più naturale possibile.

Giustizia ambientale

Istituzione di un tribunale internazionale per l’ambiente che si pronunci sulle violazioni più gravi. Promozione del diritto all’informazione e dell’accesso alla giustizia ambientale per tutta la società civile. Grandi opere possibili solo se in accordo con comunità locali.

Il commento sul programma ambientale di Europa Verde

Questo punto programmatico può apparire scontato per chi si interessa di ambiente (e legge L’Ecopost), ma non lo è. Infatti l’effettiva realizzazione di questi obiettivi, sempre più centrali nel dibattito politico di molti paesi europei ed extraeuropei, richiede una coesione e una volontà ferree. Tutto il resto sono delle misure incidentali. Senza questo cambio di marcia qualunque politica sarà limitata nel tempo, poiché il pianeta non sarà più lo stesso.