L’infiltrazione di Eni nelle scuole

“Non dire gatto finché non ce l’hai nel sacco”. Soprattutto quando si parla di Eni. Noi per primi avevamo accolto con gioia la notizia dell’introduzione della materia di educazione ambientale nelle scuole. Una misura d’avanguardia su scala internazionale. Ed ecco che, dopo appena un mese, bisogna ritirare quanto detto in precedenza e, per l’ennesima volta, provare un pizzico di vergogna e tanto sconforto pensando alle persone che occupano i luoghi di potere di questo paese.

eni-scuole

I seminari di Eni sull’educazione ambientale

Roma, 21 gennaio 2020. Antonio Giannelli, Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi (ANP), e Claudio Granata, Chief Services & Stakeholder Officer di Eni, siedono fianco a fianco presso la sede Eni con un sorriso stampato in volto. I documenti che si apprestano a firmare sanciscono un accordo che permetterà ad Eni di “formare il personale docente di ogni ordine e grado che avrà l’educazione civica come materia di studio obbligatoria. – si legge sul sito dell’Eni –  A partire da oggi ENI e ANP organizzeranno in tutta Italia dei seminari sulle tematiche ambientali, per affiancare le scuole e formare i docenti supportandone la capacità progettuale”.

Leggi anche: Frutta e verdura di stagione per il mese di Febbraio

Un epilogo a dir poco deludente. E pensare che, durante la COP25, i delegati del nostro paese avevano sventolato questo provvedimento come se fosse una grande vittoria. L’Italia è infatti uno dei primi paesi ad introdurre l’educazione ambientale nelle scuole ma quest’intrusione di Eni rischia di vanificare tutto.

I tentacoli di Eni entrano nelle scuole

Inutile dire che la scelta di Eni come promotore di formazione sui temi ambientali nelle scuole sia palesemente inadatta. Per difendersi dagli attacchi degli ambientalisti, il colosso del settore oil &gas ha recentemente ricevuto un “A –“ nella valutazione indipendente del Carbon Disclosure Project Climate Change. La motivazione di questo riconoscimento è “giustificata” dal maggior impegno con cui l’azienda sta implementando azioni contro i cambiamenti climatici, se comparato alle aziende concorrenti. Peccato che, se il termine di paragone sono le altre compagnie petrolifere, risultare migliore delle altre non significa praticamente niente. Essere migliore di qualcun altro non basta di certo a renderti bravo in qualcosa. Eni resta comunque una delle aziende con il più alto contributo in termini di emissioni della storia dell’umanità e non ha alcuna intenzione di smettere.

Leggi anche: “In Madagascar si contano le vittime di un’alluvione”

Andrea Poggio, responsabile nazionale per la mobilità e gli stili di vita sostenibili di Legambiente, ha dichiarato a Valori.it che “Eni fa solo un po’ di efficienza energetica, riduzione delle emissioni di metano dai pozzi e riduzione dei consumi. Ma il tutto è sempre e solo finalizzato all’estrazione di nuovi combustibili fossili. Non c’è traccia di decarbonanizzazione”. Basta un dato per spiegare cosa sia Eni e cosa voglia dal suo futuro prossimo. Secondo l’ultima relazioni di Mediobanca, di fronte ad un aumento del proprio fatturato del 13% tra il 2017 ed il 2018, che gli sono valsi un giro di affari di 75,8 miliardi di euro, nello stesso anno sono stati investiti nello sviluppo di progetti legati a fonti rinnovabili e all’ economia circolare solo 143 milioni di euro. Definirle briciole sarebbe a dir poco esagerato.

I dati sull’operato di ENI

Il 16 Luglio 2019 Legambiente ha pubblicato un rapporto denominato “Enemy of the planet”, in cui ha analizzato l’operato della multinazionale negli ultimi anni. I risultati non lasciano spazio ad alcun tipo di dubbio. Eni non ha nessuna intenzione di abbandonare i combustibili fossili. Tra il 2018 ed il 2019 l’azienda ha acquisito 29.300 km quadrati di nuovi terreni in cui effettuare nuove esplorazioni. Concessioni sparse tra Messico, Libano, Alaska, Indonesia e Marocco. Le sue attività di esplorazione e trivellazione sono aumentate costantemente nell’ultimo decennio.

Gli stabilimenti Eni sono ormai attivi in ogni parte del mondo: dall’Algarve (Portogallo) fino all’Alaska. E ancora Golfo del Messico, Venezuela, Oceano Indiano, Mar Caspio, Mare di Barents (Norvegia), Ghana, Angola, Repubblica Democratica del Congo, Mozambico e Nigeria. Sono enormi le conseguenze che i lavori di Eni hanno avuto sulle popolazioni di paesi più poveri come Ecuador e Nigeria dove, a causa di alcuni incidenti, sono state pronunciate delle sentenze a favore delle popolazioni locali che hanno fermato, almeno in parte, l’operato nelle suddette aree.

Val D’agri, Gela, Ragusa e canale di Sicilia: l’Eni che distrugge l’Italia

Restringiamo però il raggio d’azione e analizziamo alcuni dei disastri ambientali di cui è responsabile Eni nel nostro paese. In Val d’Agri, dove ha sede il più grande impianto di trivellazione su terra di tutto il continente europeo, i danni ambientali causati dal colosso petrolifero sono incalcolabili e perdureranno per diverse generazioni. In sedici anni sono stati contaminati circa 26mila metri quadri in un’area di 160mila, tra smaltimento illegale di rifiuti e fuoriuscite di petrolio.

Discorso simile per lo stabilimento di Gela. La raffineria sta per essere riconvertita per la produzione di olio di palma per un motivo preciso. Al momento è ancora aperto un processo in cui la procura accusa Eni di aver influito negativamente sulla salute dei cittadini. Nella vicina Ragusa, a partire dallo scorso Aprile, è invece in atto una fuoriuscita di petrolio dal pozzo Eni che andrà a inquinare le falde acquifere della zona. Sebbene la dirigenza aziendale abbia dichiarato di aver risolto il problema con l’innalzamento di barriere di contenimento e tecniche di pulizia dei bacini, Nadia Tumino, di Legambiente Ragusa, ha dichiarato, sempre a Valori.it, che “la fuoriuscita di petrolio continua e la collina percola e trasuda petrolio tutt’oggi”.

Ma non è finita qui. Sono stati registrati svariati incidenti anche negli impianti di trivellazione offshore, ovvero in mare. Nel canale di Sicilia, a 12 miglia circa dalla costa, giace la più grande piattaforma petrolifera fissa nel mare italiano ed anche qui è stato registrato un enorme sversamento che, secondo le stime del Ministero dell’Ambiente, ha recato danni per un equivalente di 69 milioni di euro.

Le scuole come punta dell’iceberg dell’infiltrazione di Eni in politica

La reazione delle associazioni ambientaliste ad una notizia di tale gravità non si è fatta attendere. Michele Carducci, professore ordinario di Diritto climatico all’Università del Salento, a nome del team di giuristi “Legalità per il clima”, sta già predisponendo, in collaborazione con i Teachers for Future italiani, una diffida indirizzata proprio ad Eni che verrà inviata al Ministero e, soprattutto, alla stessa ANP.

Peccato che, come raramente accade nel nostro paese, l’efficienza di Eni e di Anp, in questo caso, non abbia lasciato scampo. Tutti gli incontri sono stati infatti organizzati a massimo un mese di distanza dalla firma dell’accordo. L’ultimo si svolgerà a Bari il 20 febbraio.

Leggi anche: “Le locuste che stanno mangiando il Corno d’Africa”

L’epilogo sarà dunque ancora una volta amaro. Un’amarezza figlia di un duplice problema che affligge il nostro paese quando si parla di Eni. Da un lato è ormai chiara l’influenza che un colosso di tale portata, che contribuisce in maniera decisiva all’economia italiana, ha sulle decisioni che vengono prese nel nostro paese. Dall’altro c’è, come sempre, una grave mancanza da parte dei mezzi di informazione sulle più svariate tematiche ambientali. Il fatto che questa notizia, ai limiti dello scandalo, sia passata totalmente in secondo piano la dice lunga sul ruolo marginale che la salvaguardia dell’ambiente svolge nel nostro paese. Più questa situazione si perpetuerà più aumentano le probabilità che Eni, o chi per lei, continuerà ad influire in maniera decisiva sulle politiche ambientaliste del nostro paese.

Giulio Regeni e l’ENI: il filo nero della mancata verità

Sono passati quattro anni dalla scomparsa di Giulio Regeni, ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo fra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Da allora, il percorso per trovare la verità sulla sua vicenda non si è mai fermato, soprattutto grazie alla tenacia dei familiari, della loro avvocata Ballerini e di Amnesty International. Il silenzio più pesante resta però quello della politica italiana. La ricerca della verità sul caso Regeni è infatti ostacolata dagli ottimi rapporti economici e commerciali che l’Italia ha con l’Egitto. In particolare, la posizione di ENI nel paese e la nostra dipendenza dal gas e dal petrolio egiziano precludono una netta presa di posizione che rispecchi i principi dello stato di diritto e il rispetto dei diritti umani.

4 anni senza Giulio Regeni

I genitori di Giulio, Paola e Claudio, hanno appena pubblicato un libro dal titolo Giulio fa cose. Nel testo ricordano il figlio nei suoi momenti più riservati, ma allo stesso tempo ribadiscono che la loro battaglia per la verità è “per tutte le Giulie e i Giuli del mondo”. Infatti, Giulio era un ragazzo brillante, conosceva 6 lingue e aveva alle spalle un passato di viaggi; come tanti altri coetanei era stato costretto a lasciare l’Italia per cercare lavoro altrove. La sua morte è legata alle ricerche che stava svolgendo sui sindacati indipendenti egiziani. Il governo di Al Sisi ha ammesso di aver tenuto Regeni sotto sorveglianza, ma ha sempre negato il proprio coinvolgimento nell’uccisione del ragazzo italiano. Perché la sua storia riguarda tutti noi?

Per trovare la risposta possiamo partire dalle interessanti riflessioni di alcuni ricercatori italiani e britannici, raccolte nel libro Minnena. L’Egitto, l’Europa e la ricerca dopo l’assassinio di Giulio Regeni. In uno dei capitoli, Elisabetta Brighi sostiene che “la giustizia per Giulio è stata sacrificata sull’altare dell’interesse nazionale”. Pochi mesi prima dell’uccisione di Regeni, L’ENI aveva scoperto il giacimento Zhor: l’azienda stessa l’ha definito “la più grande scoperta di gas mai effettuata nel Mediterraneo”. Il 21 febbraio 2016, esattamente 18 giorni dopo il ritrovamento del corpo di Giulio, il Ministero del Petrolio egiziano ufficializzò l’assegnazione del giacimento a favore dell’azienda italiana.

L’ENI e gli interessi italiani in Egitto

Il giacimento di Zhor ha svolto da allora un ruolo fondamentale nel rapporto fra l’Egitto e l’Italia. Nella conferenza stampa di inaugurazione, l’amministratore delegato di ENI Descalzi ha dichiarato che il nuovo contratto è frutto di “un matrimonio di lunghissima data”: “l’Egitto vede l’Italia come una nazione amica e vede l’Eni come il primo partner”. I dati del 2019 confermano questo connubio con un incremento in tutti i settori, dall’energia all’importazione di armi. Un articolo de Il Manifesto riporta una crescita del 31% nel 2019 per quanto riguarda le importazioni di prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio e del +200% nelle importazioni di gas naturale.

Campagna di Fridays For Future Italia: #EniKiller

Fridays For Future Italia ha di recente denunciato le politiche dell’azienda petrolifera italiana con il lancio dello slogan #EniKiller. ENI era già stata presa di mira dal movimento per la giustizia climatica a causa della campagna Eni+1, che è costata all’azienda 5 milioni di multa per pubblicità ingannevole. Gli attivisti di Fridays For Future non si sono però fermati qui: hanno denunciato l’irresponsabilità degli investimenti presenti e futuri. Stando alle loro stime (riassunte in foto), ENI prevede 140 nuovi pozzi nel 2022 e 6,5 miliardi di investimenti nello sviluppo di riserve di idrocarburi, a fronte di soli 143 milioni per nuovi progetti di energia rinnovabile.

Leggi il nostro articolo: “Diesel “green”. Maxi multa a ENI per pubblicità ingannevole”

La campagna di Fridays For Future: #EniKiller

I ragazzi che scioperano per il clima hanno anche rischiato di essere a loro volta denunciati; nella notte del 24 gennaio hanno imbrattato di volantini i vari distributori ENI di 25 città italiane. Il cartello recitava: “Chiuso per crisi climatica”. Inoltre, hanno dedicato lo sciopero dello scorso venerdì interamente alla questione ENI, perché non accettano più la sottomissione della politica italiana agli interessi economici che distruggono il pianeta. La loro protesta è diventata virale dopo l’uscita della notizia sull’educazione ambientale nelle scuole: la formazione sul cambiamento climatico, inizialmente promossa dall’ex ministro dell’istruzione Fioramonti, sarebbe di recente stata affidata ad ENI.

La vicenda di Giulio Regeni si inserisce in questo quadro politico, ancora fortemente legato agli interessi economici e sottoposto ad una logica di profitto a breve termine. Ciò che è successo al giovane ricercatore riguarda tutti noi: non è ammissibile trascurare la morte di un cittadino italiano in nome di un “interesse nazionale” che, nel 2020, risponda ancora a dei principi di mero profitto e totale insostenibilità ambientale. Le varie campagne che promuovono la ricerca della verità per Giulio sono finora state promosse da organismi della società civile, come Amnesty International. Anche Banca Etica ha di recente dedicato la sala riunioni della sua sede principale a Giulio, augurandosi che il 2020 sia l’anno in cui la verità venga finalmente alla luce.

La politica e l’ “interesse nazionale”

L’unico segnale di speranza da parte della politica è arrivato ad aprile 2019, con l’istituzione di una Commissione d’Inchiesta sul caso Regeni, fortemente voluta dal Presidente della Camera Fico. Alla Commissione della Camera sono stati dati 12 mesi di tempo per indagare “fatti, atti, condotte omissive che abbiano costituito ostacolo, ritardo o difficoltà all’accertamento giurisdizionale”. È ormai certo che le autorità egiziane abbiano avuto un ruolo principale in questa vicenda. Non si capisce come il lavoro della Commissione possa arrivare a certificare ciò e allo stesso tempo mantenere i solidi rapporti economici-commerciali sopra descritti.

Leggi il nostro articolo: “La California si oppone a Trump e al Fracking forsennato”

Il ritiro dell’ambasciatore italiano in Egitto sarebbe il minimo per rispettare il dolore dei familiari e dare un senso di credibilità a questa inchiesta. Dal canto loro, i cittadini possono aderire alla campagna per la verità e denunciare le politiche scellerate del nostro paese in materia ambientale. Non si può più giustificare l’operato dell’ENI con la semplice retorica “dà lavoro a molti italiani”; quei 6 miliardi e mezzo investiti per nuove esplorazioni potrebbero aggiungersi ai miseri 143 milioni dedicati alle energie rinnovabili. Inoltre, il caso Regeni presenta un chiaro esempio di violazione dei diritti umani. Come scrisse il direttore di Limes Lucio Caracciolo: “nessun paese può accettare che un suo cittadino sia rapito e massacrato dalla polizia di un altro Stato fermandosi alle proteste verbali. Se lo facesse, perderebbe ogni credibilità come partner politico ed economico”.

“Verità per Giulio Regeni”

Il nostro blog aderisce quindi alla campagna “Verità per Giulio Regeni” perchè si tratta di una vicenda dagli evidenti risvolti etici e ambientali. Chiedere verità per Giulio significa domandare un nuovo paradigma economico, energetico e sociale, che metta al centro le persone e l’ambiente, prima di ogni calcolo economico. Per Giulio, e per tutte le Giulie e i Giuli che abitano e abiteranno questo mondo.

Pif riporta a casa la bicicletta di Giulio Regeni. Video da La Repubblica

Leggi il nostro articolo: “BlackRock si schiera: la sostenibilità sia lo standard della finanza”

Green Diesel Eni. Maxi multa per pubblicità ingannevole

Il Green Diesel di Eni non è sostenibile, proprio come ogni altro combustibile fossile. Il protagonista della storia, nonché autore del misfatto, è la nota azienda distributrice di carburante per automobili. E’ infatti dal 2016 che ENI pubblicizza il suo carburante Eni Green Diesel+ come opzione ecocompatibile, ingannando, di fatto, i consumatori. Legambiente ha denunciato l’azienda, la quale è stata multata con la massima penale: 5 milioni di euro per “pratica commerciale ingannevole“.

Il video-riassunto dell’articolo

Cos’è il Green Diesel Eni e perché non è sostenibile

Il gasolio Green Diesel di Eni contiene una componente del 15% di olio vegetale, chiamata HVO (Hydrotreated Vegetable Oil). In Italia il biodiesel è prodotto presso presso le raffinerie Eni di Venezia e di Gela, che utilizzano l’olio di palma grezzo e i suoi derivati.

L’olio di palma è rinnovabile. Ma..

L’olio di palma è, certo, una fonte rinnovabile. Eni, in sua stessa difesa, aveva sottolineato l’intuitiva evidenza del minore impatto ambientale di questo carburante, in quanto contiene, oltre alla componente fossile, anche quella rinnovabile.

Ciò, però, non giustifica l’etichettatura dell’intero prodotto come “green”, “sostenibile” o “rinnovabile” o addirittura “che si prende cura dell’ambiente”. Termini che abbiamo trovato sin dal 2016 su televisione, radio, giornali, cinema, web e stazioni di servizio. Tanto più che i fruitori di questi media spesso non sono in grado di distinguere il significato assoluto di una frase da quello, invece, relativo.

La prima accusa quindi è stata quella della strumentalizzazione, da parte di ENI, della crescente sensibilità alle tematiche ambientali delle persone per un prodotto il cui contributo ecologico è, nei fatti, ambiguo, minimo o addirittura indimostrato.

La componente rinnovabile è infatti definita “sostenibile” dalla normativa solo se garantisce una riduzione delle emissioni di CO2 almeno pari al 50% rispetto alla componente fossile. Per la riduzione delle emissioni da parte del biodiesel vi sono, invece, molte incertezze. L’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato), evidenzia che per “alcune delle vantate caratteristiche del prodotto, come l’ingente riduzione delle emissioni di gas serra, non esiste alcuna giustificazione o calcolo”.

Il Green Diesel di Eni non è sostenibile

Nel Green Diesel di Eni vi sono altri gravi problemi. Infatti, i danni ambientali e umani causati dalla coltivazione di palme da olio sono tristemente noti. L’olio di palma proviene principalmente dall’Indonesia dalla Malesia, due paesi dove sono stati registrati imponenti tassi di deforestazione negli ultimi due decenni, anche a causa di queste coltivazioni.

Leggi il nostro articolo: “Alluvione in Indonesia: almeno 60 morti”

Per questi motivi, l’Europa ha già etichettato l’olio di palma nel gasolio come insostenibile. La coltivazione di queste piante è infatti tra le principali cause nella distruzione delle foreste pluviali e della fauna selvatica. Secondo uno studio per la Commissione europea, il biodiesel prodotto con olio di palma sarebbe, anzi, tre volte peggiore per il clima rispetto a un prodotto diesel normale, se si tiene conto delle emissioni indirette causate dallo sfruttamento non sostenibile delle risorse naturali.

Leggi il nostro articolo: Olio di palma, dannoso per noi o per l’ambiente?

Una decisione storica

Il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, sottolinea che «Quella di oggi è decisione storica, perché per la prima volta in Italia si parla ufficialmente di greenwashing. Finalmente viene anche smascherato questo grande inganno ai danni dei cittadini da parte di uno dei maggiori nemici del clima qual’ è Eni.”

green diesel eni

“L’Autorità garante della concorrenza e del mercato – continua Ciafani – ci ha dato ragione, ma non basta. Ora è tempo che anche il Governo scommetta davvero su un Green New Deal italiano, iniziando proprio dalla definizione immediata di una strategia di uscita graduale ma netta e inesorabile dai 19 miliardi di euro di sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili. Devono anche interrompere gli incentivi all’uso dell’olio di palma nel diesel”.

Leggi il nostro articolo: “Governo Conte-bis. Arriva la promessa del Green New Deal”

Il diesel non mai è sostenibile

Perché sì, in Europa vi sono degli ingenti incentivi per la produzione di biodiesel. Si parla di 4,7 miliardi di euro messi a disposizione dal 2018 al 2022. E’ per questo che, se l’olio di palma è stato ridotto notevolmente (-11%) per la produzione di cibo e mangimi, è invece aumentato del 3% come componente dei carburanti. Gli europei, quindi, mangiano meno olio di palma ma ne consumano sempre di più e senza saperlo per le loro auto.

Fortunatamente il suo uso verrà gradualmente ridotto a partire dal 2023 con l’obiettivo della completa assenza nel 2030. L’Eni Diesel+ non è, quindi, sostenibile. Come ha dichiarato Veronica Aneris, responsabile Transport & Environment (T&E), “in Italia non esiste il diesel green. Le compagnie petrolifere devono smettere di cercare di indurre in errore cittadini e politici con il falso claim del diesel che rispetta l’ambiente e la salute. Dovrebbero invece investire in soluzioni realmente sostenibili, come l’elettricità rinnovabile e i biocarburanti avanzati. E il governo deve fare la sua parte nello spingere le multinazionali dei fossili a dare il giusto contributo nella transizione a emissioni zero“.

Non rimane più tempo per scegliere il “meno peggio”, sempre che lo sia. La chiave è uscire dal meccanismo di sfruttamento delle fonti fossili, senza raggiri ed escamotage delle aziende verso chi realmente vorrebbe rispettare l’ambiente.