Giornata mondiale del cibo. 10 anni dopo la riforma della FAO

Oggi è il “World Food Day”, la giornata internazionale dedicata a cibo e alimentazione. Come ogni anno in questa occasione, la sede centrale della FAO a Roma ospita una settimana di eventi su questa tematica. In particolare, è in corso il Summit annuale del CFS (Committee on World Food Security), l’organismo esecutivo che si occupa di sicurezza alimentare a livello globale. In Italia pochi sanno che, fra i tanti organismi di cui è composta l’ONU, la FAO è stata l’unica a intraprendere un percorso di riforma dopo la grande crisi del 2008-2009. Infatti, il suo organismo interno, denominato CFS, è stato interamente ripensato per rispondere alle seguenti domande: perché è avvenuta la crisi? Quali mancanze ci sono state in termini di sicurezza alimentare? Che cosa possiamo fare per evitarne un’altra? Il punto focale della riforma risiede nell’inclusione della società civile, fino ad allora esclusa da qualsiasi decisione presa in materia di cibo.

Sovranità alimentare: accesso e controllo del cibo

Il CFS è stato fondato nel 1974 come organismo intergovernativo interno alla FAO con lo scopo di monitorare le politiche sulla sicurezza alimentare nel mondo. È poi diventato un ente autonomo nel 2009 a seguito della crisi, che ha avuto tragici risvolti dal punto di vista della sicurezza alimentare. Si calcola infatti che nel solo 2008 il numero di persone che soffrono per la fame crebbe da 800 milioni a 1 miliardo. In quegli anni si era già diffusa la necessità di un cambio di rotta, soprattutto spinto dal movimento internazionale La Via Campesina. È in quel periodo che si inizia sostituire il termine “sicurezza alimentare” con “sovranità alimentare”: con il primo si intendeva il diritto all’accesso fisico, sociale ed economico al cibo; introducendo la parola “sovranità” si è invece voluto porre l’accento sul diritto ad accedere e controllare le risorse alimentari, mettendo quindi in discussione dove, come e da chi viene prodotto il cibo.

Leggi il nostro articolo: “Perchè il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale”

Questo movimento ha spinto l’Organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di cibo, la FAO appunto, a prendere importanti decisioni per fronteggiare la crisi allora in atto ed evitarne altre in futuro. Il CFS è stato riorganizzato in modo tale che le persone della società civile – agricoltori, pescatori, allevatori, consumatori, accademici – potessero partecipare alle decisioni che vengono prese sulla sicurezza alimentare. Perché gli accordi e i trattati definiti all’interno della FAO si ripercuotono sulla vita quotidiana di milioni di persone in tutto il mondo. Per non dire miliardi, dato che ognuno di noi è in qualche modo parte della filiera del cibo, anche solo come consumatore finale.

Cibo e clima. Il ruolo chiave della società civile

Per questo motivo la riforma del CFS ha previsto un organismo interno, il Civil Society Mechanism (CSM) grazie al quale i membri della società civile possono avere voce in capitolo al pari degli altri apparati: gli Stati Membri, i soggetti privati e le organizzazioni filantropiche come la Bill and Melinda Gates Foundation. Il CSM sta svolgendo un ruolo chiave perché ha portato in primo piano l’esigenza di collegare la sovranità alimentare con il cambiamento climatico. Come precedentemente attestato dal nostro blog, il sistema alimentare è una delle maggiori cause dell’attuale crisi climatica, con un impatto stimabile fra il 14 e il 50%, se si tengono conto di tutti gli aspetti coinvolti in filiera (fertilizzanti chimici nei campi, stoccaggio, trasporto, distribuzione e gestione rifiuti). Viceversa, la crisi climatica sta enormemente incidendo sulla produzione di cibo per eventi estremi come cicloni, siccità e inondazioni.

Leggi il nostro articolo: “Birra dagli scarti del pane: l’idea di ToastAle”

L’Obiettivo numero 2 dell’Agenda 2030 prevede di “porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile”. Il CSM ha avanzato con grande forza la necessità di indirizzare il sistema del cibo verso metodi biologici che siano allo stesso tempo rispettosi per l’ambiente e per le comunità in cui gli alimenti vengono prodotti. Ad esempio, il tema del Forum di quest’anno è l’agroecologia, un approccio “socialmente giusto verso un’agricoltura sostenibile”. L’agroecologia cerca di imitare i cicli naturali della Terra invece che introdurre input esterni come i pesticidi chimici. Inoltre, mette in primo piano le conoscenze detenute dagli agricoltori invece che imporre teorie “scientifiche” costruite in modo artificiale dentro laboratori o università.

Una conoscenza “dal basso”

Un altro punto fondamentale della riforma del CFS è stato infatti il riconoscimento che la crisi è stata fomentata da diverse teorie cosiddette “scientifiche”, che si sono rivelate parziali o totalmente scorrette. Per questo, oltre all’inclusione della società civile, il nuovo CFS ha visto un’importante innovazione nel modo in cui raccoglie i dati. I Report che vengono presentati ed approvati nelle sessioni annuali di ottobre sono redatti da un comitato di esperti, HLPE (High Level Panel of Experts), il quale basa le proprie analisi su conoscenze provenienti sia dal mondo accademico “scientifico”, sia dalla diretta esperienza di agricoltori e membri della società civile. Il suo scopo è quindi fornire delle linee guida che siano quanto più comprensive e diversificate possibili, con il coinvolgimento diretto di chi contribuisce al sistema alimentare nella vita quotidiana.

Leggi il nostro articolo: “Le date di scadenza causano spreco di cibo. Meglio il buonsenso”

Ovviamente la riforma appena descritta non ha eradicato la fame del mondo nel giro di un decennio. Anzi, se guardiamo gli ultimi dati rilasciati, si attesta un preoccupante aumento delle persone che non hanno accesso al cibo o muoiono per malattie legate all’alimentazione. Più di 820 milioni di individui che non hanno da mangiare, un numero in crescita per il terzo anno consecutivo. A tal punto che l’ONU ha dichiarato che l’obiettivo di azzerare la fame (#ZeroHunger) entro il 2030 è una “sfida immensa”. Alcuni infatti hanno criticato le celebrazioni di oggi e hanno suggerito di rinominare la giornata sostituendo la parola cibo con fame: “World Hunger Day”.

Il cibo come diritto di tutti

D’altra parte però, la riforma ha sicuramente portato una nuova visione e le decisioni vengono prese tramite modalità innovative, con il diretto coinvolgimento di gente comune. In questo modo vengono trattate tematiche che prima erano semplicemente ignorate. I diritti e la sovranità alimentare sono in primo piano, la crisi climatica è costantemente nominata e si propongono soluzioni dieci anni fa inimmaginabili, come ad esempio l’agroecologia. In quanto cittadini e consumatori, è importante essere a conoscenza di questa riforma e di monitorare eventuali evoluzioni. Nel frattempo, nella giornata mondiale dedicata al cibo e alla nutrizione, ricordiamo che le nostre scelte quotidiane in materia di cibo incidono enormemente sul cambiamento climatico. Scegliere dove e come riempire il carrello della spesa è il primo passo per dare un vero significato a questa giornata.

Leggi il nostro articolo: “Frutta e verdura di stagione per il mese di ottobre”

“Solo i ricchi si salveranno”. Allarme ONU sul climate change

onu

I ricchi potranno pagarsi la salvezza, scappando dal caldo e dalla fame. Gli altri soffriranno a causa del cambiamento climatico. Questo è quello che Philip Alston, relatore speciale dell’ONU, ha scritto nel suo ultimo rapporto sulla povertà e i diritti umani.

I diritti umani sono a rischio

Secondo Alston infatti i diritti umani più semplici quali il diritto alla vita, al cibo, all’acqua e alla casa saranno fortemente minacciati dal riscaldamento globale. “A rischio ci sono gli ultimi 50 anni di progressi nello sviluppo, nella salute globale e nella riduzione della povertà” dice Alston. Tutto questo, comunque, avverrà soprattutto nei paesi in via di sviluppo, i quali subiranno ingiustamente il 75% dei costi totali del riscaldamento globale. Peccato però che questi stessi Paesi siano responsabili solo del 10% delle emissioni totali del Pianeta.

Una nuova Apartheid

Ma non finisce qui. Proprio come è avvenuto in Siria nel 2012 il disagio dovuto alla mancanza di risorse idriche porterà scontento tra i popoli, proteste e favoritismi. Aumenteranno le ineguaglianze e le ingiustizie e con loro le piaghe già molto diffuse del nazionalismo, xenofobia e razzismo. “Proprio come è accaduto durante l’Apartheid – afferma Alston – le divisioni tra i gruppi sociali aumenteranno, e la democrazia vacillerà. Sarà molto difficile allora mantenere un approccio bilanciato ai diritti civili e politici delle persone”.

Il riscaldamento globale, concretamente parlando, “potrebbe condurre oltre 120 milioni di persone in povertà entro il 2030” ha aggiunto Alston. Il dato è coerente con quello rivelato dalla Banca Mondiale nel 2018, secondo cui entro il 2050 vi saranno oltre 140 milioni di profughi interni, che si muovono per cercare un clima più favorevole.

Philip Alston, relatore speciale ONU su povertà estrema e diritti umani

I politici non fanno abbastanza

Alston infine accusa duramente i leader mondiali ma anche le stesse Nazioni Unite di non fare abbastanza e di aver sottovalutato il potenziale distruttivo del cambiamento climatico. Il neo-presidente del Brasile Bolsonaro, per esempio, ha promesso di trasformare grandi parti di Foresta Amazzonica in miniere. Il che significa, ovviamente, un aumento affatto necessario della deforestazione. Il report condanna anche il presidente americano Donald Trump per aver attivamente azzittito qualunque notizia o dato sul riscaldamento globale.

Ma Alston conclude con una nota positiva e di incoraggiamento verso le azioni in favore dell’ambiente come i casi legali contro stati e compagnie di combustibili fossili, l’attivismo di Greta Thunberg e gli scioperi in tutto il mondo organizzati da Extintion Rebellion.