Nasce ufficialmente il Ministero alla Transizione Ecologica

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Una nuova era politica

Ecco che ci risiamo. L’ultima volta che abbiamo votato per le elezioni politiche, in Italia, era il 2018. Ora siamo nel 2021. Sono passati 3 anni e si sono già succeduti 3 governi. Più o meno com’è successo nei 75 anni di storia dell’Italia repubblicana, nel corso dei quali abbiamo avuto oltre 60 esecutivi. Povera Italia.

La classe politica che esprimiamo è di livello infimo, e la cosa appare particolarmente evidente negli ultimi tempi. Le leggi elettorali che il Parlamento propone sono risibili, imbarazzanti nella loro inefficacia. Ciò si deve principalmente al fatto che siano concepite per garantire uno scranno a ogni partito, partitino e micropartito che creiamo praticamente per sport. La cosa peggiore in tutto ciò è che ogni classe politica rispecchia il popolo che la elegge. Dunque prima di giudicare loro dovremmo fare un pò di sana autocritica noi stessi, per chiederci perché mai diamo il potere in mano a certi personaggi.

Antefatto a parte, si è insediato un nuovo esecutivo al termine della scorsa settimana. Novità particolarmente rilevante è la creazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Ad esser franchi ci si aspettava qualcosa di più di quel che è stato partorito dalla visione politica di Mario Draghi. Andiamo però con ordine.

Donatella Bianchi, presidente WWF, annuncia ufficialmente la nascita del Ministero della Transizione Ecologica. Immagini: LA7

Il governo Draghi

Il nuovo premier Mario Draghi (classe 1947) è uno degli economisti più eminenti a livello mondiale. Dopo un notevole percorso di studi che lo ha portato anche negli Stati Uniti, ha cominciato la sua carriera presso il Ministero del Tesoro, prima di venire nominato Direttore Esecutivo della Banca Mondiale. Dopo un lungo corso tra le mura amiche del Ministero, con la carica di Direttore Generale, entra in Goldman Sachs. Impiegato presso la sede londinese del colosso finanziario, in quanto Vice Chairman e Managing Director, guida le strategie europee del gruppo.

Nel 2005 diviene il nono governatore della Banca d’Italia. A questo punto la sua carriera si impenna. Viene nominato Presidente del Forum per la Stabilità Finanziaria – che nel 2009 diventa Consiglio per la Stabilità Finanziaria – e poi, nel 2011, l’Eurogruppo lo rende ufficialmente Presidente della Banca Centrale Europea. Al termine del suo mandato in BCE si ritira a vita privata, ufficializzandola tramite le note parole: “del mio futuro chiedete a mia moglie.” Il 13 febbraio 2021 giura come Presidente del Consiglio dei Ministri. Il suo governo nasce da un compromesso tra numerose forze politiche – tutte, praticamente, eccezion fatta per Fratelli d’Italia – e nomina l’altissimo numero di 23 Ministri. Draghi ha dovuto accontentare tutti.

Le parole d’ordine del governo

Naturalmente, non occorre ricordare qui il particolare momento che stiamo attraversando. Il neo-governo Draghi, però, non dovrà occuparsi soltanto della crisi sanitaria ed economica innescata dalla pandemia. L’ex presidente di BCE ha fatto già circolare l’elenco dei principali punti programmatici che dovranno caratterizzare la sua azione politica. L’opera sarà convintamente europeista, come ci stanno dicendo i media da giorni, secondo una strategia che dovrebbe essere la più efficacia per riuscire a disporre dei copiosi finanziamenti parte del Recovery Fund.

L’esecutivo si concentrerà su 5 macro-temi, intenzionato a risolvere altrettante emergenze indicate dallo stesso premier: sanità, lavoro, scuola, imprenditoria e ambiente. Per questo motivo è stata avallata la richiesta forte, esternata principalmente dal Movimento 5 Stelle, della creazione di un Ministero preposto alla Transizione Ecologica.

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Beppe Grillo e Mario Draghi. Sarebbero le menti dietro l’ideazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Foto: The Italian Times

La formazione del Ministero alla Transizione Ecologica

Che cosa intendiamo precisamente quando parliamo di Ministero della Transizione Ecologica? Come sarà costruito e chi lo guiderà? Tra i partiti che hanno maggiormente insistito per dar vita al dicastero c’è il Movimento 5 Stelle, come già scritto. Il partito ha parlato di questo ministero come di un ufficio fondamentale in questo preciso momento. Hanno ragione da vendere. Viene allora spontaneo domandarsi come mai, in due anni che sono stati al governo, non abbiano pensato di istituirlo loro stessi. Nonostante nel nostro Paese si parli sempre più sovente di transizione ecologica, siamo ancora piuttosto indietro nel concreto.

Ricordiamo infatti che l’Italia ha fatto dipendere troppo spesso la propria politica estera dalla strategia industriale di ENI (ne abbiamo parlato qui) e non è riuscita ad imporre alcun obbligo ambientale ad Arcelor Mittal a causa della mancanza di una strategia efficace e sostenibile per ILVA. Il nostro Paese spende annualmente circa 19 miliardi di euro in sussidi ambientali che tali non sono – in quanto in realtà danno origine a complicazioni per l’ambiente – e, dal 2011 a oggi, ha già sborsato oltre 600 milioni in multe a Bruxelles per infrazione. Come se non bastasse, 7 dei circa 60 milioni di italiani vivono in aree altamente inquinate. Altrettanti hanno la dimora in zone a grave rischio idrogeologico e di inondazioni. In una simile situazione, è più che mai necessaria l’istituzione di questo ministero.

Esempi dall’estero: Austria

In Austria l’ambientalista Leonore Gewessler è a capo di un ufficio davvero completo in termini di transizione ecologica. Si chiama Ministero per l’azione climatica, l’energia, i trasporti, l’industria e l’innovazione tecnologica. Il Paese – guidato come sappiamo dal conservatore Sebastian Kurz e i suoi improbabili alleati dei Verdi – è all’avanguardia assoluta, in Europa, per quanto riguarda clima ed energia. Lo Stato alpino, in maniera coerente ed intransigente, tanto che potremmo definirla proprio gerarchica, ha dato vita ad una politica ambientale estremamente ambiziosa. Il Ministero di Gewessler coordina ogni settore legato alla sostenibilità: trasporti, energia, industria e innovazione, grazie all’autorità di cui dispone che gli permette di spegnere immediatamente ogni focolaio di dibattito generato relativamente a questi ambiti.

Spagna

Anche in Spagna tali decisioni sono in mano a una donna. Teresa Ribera Rodriguez, vice primo ministro iberica, regge il ministero ribattezzato della transizione ecologica e della sfida demografica. Si è infatti deciso di associare alla battaglia climatica quella contro lo spopolamento e l’abbandono delle zone rurali spagnole. Ribera da sempre sostiene che le energie rinnovabili siano un indispensabile volano per la trasformazione verde e ha riportato il Paese ai primi posti nello sfruttamento di fonti pulite. In questo modo, si è invertita una tendenza che aveva caratterizzato gli ultimi anni. La chiave di volta è stata l’eliminazione dalle bollette dei costi per il sostegno delle rinnovabili che sono stati trasferiti in un fondo alimentato per di più dai fornitori.

Francia

Oltralpe, in Francia, Emmanuel Macron era riuscito a coinvolgere Nicolas Hulot, celeberrimo ecologista, per guidare il potentissimo Ministero della Transizione Ecologica e Solidale. Un unico hub avrebbe dovuto supervisionare l’operato ambientale, energetico, climatico, relativo ai trasporti e all’economia circolare. Per portare avanti questi compiti il budget ammonta oggi a 48 miliardi – ai quali dobbiamo aggiungere la quota di fondi europei che la Francia destinerà a questo ufficio – che non sono troppi per un Paese ben più sensibile del nostro, dove c’è contezza dell’importanza della sfida climatica. La lotta al surriscaldamento dei cosiddetti cugini è molto più combattuta, a livello sociale e politico, rispetto a quanto sia da noi, dove ancora in troppi vedono la creazione di questo dicastero come un mero contentino dato da Mario Draghi a Beppe Grillo, per comprarsi il suo sostegno al governo. E la cosa peggiore è che potrebbe essere la verità.

Hulot si è dimesso nel 2018, denunciando in radio il potere e la pervasività delle lobby. Gli industriali, a suo dire, gli impedivano, di fatto, di procedere spedito verso la decarbonizzazione come avrebbe voluto fare. Vista la situazione di grave emergenza climatica, non si poteva certo procedere a piccoli passi e occorreva un cambiamento radicale. Tristemente, Hulot constatò che il governo e la politica gli erano vicini soltanto a parole e si arrese a quest’evidenza. Stremato e stanco di lottare contro mulini a vento, rassegnò il mandato. A sostituirlo arrivò Barbara Pompili, transfuga dei Verdi e vicinissima politicamente a Macron.

La transizione ecologica in sintesi

Affinché funzioni, il Ministero della Transizione Ecologica deve poter soprintendere e organizzare secondo necessità quello dello Sviluppo Economico. I due ambiti non possono più essere separati, pena l’inefficacia dell’operato. Similmente, dovrebbe avere l’ultima parola anche in decisioni ambientali e – specialmente in Italia – relative alle infrastrutture ed i trasporti.

Eppure il MIse, per com’è concepito nel nostro Paese e per come ha sempre lavorato, è costituito quasi interamente da personale formatosi nell’era del fossile. Tale ministero ha sempre operato a braccetto con ENI, ENEL e i settori dell’industria pesante. Per anni lo staff impegnato nella definizione delle strategie italiane di sviluppo economico ha trattato le rinnovabili come fossero un capriccio troppo costoso e ha utilizzato la parola green energy alla stregua di uno slogan. Al Mit poi, la situazione potrebbe essere pure peggiore. Nessuno ricorda addetti particolarmente zelanti nel campo della manutenzione, della sicurezza o dei trasporti pubblici. Tutti invece sappiamo molto bene come le grandi opere scaldino il cuore a chiunque sia impiegato in quelle stanze.

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Il Ministero dell’Ambiente sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica. Foto: greenme.it

Un ministero di Serie B

Vent’anni fa, nel 2001, il Ministero all’Ambiente – che sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica – disponeva di un budget pari a circa 2 miliardi di euro. Oggi non può contare neppure su 800 milioni. Inevitabilmente, alla riduzione dei fondi è seguito un drastico abbassamento delle competenze. Di fatto, al giorno d’oggi è un dicastero minore. Nonostante clima e ambiente siano parole sulla bocca di tutti e i cambiamenti dovuti al global warming siano già arrivati al nostro uscio.

Nell’equilibrio del potere, la scrivania dell’ambiente è spesso stata assegnata a rappresentanti di second’ordine, sovente per accontentare questo o quel partito che avevano contribuito al trionfo elettorale. Piuttosto di rado la sua titolarità è stata davvero stabilita in base alle competenze. Non era questo il caso con Sergio Costa, persona attenta e capace ma poi a qualche partitino è venuto il mal di pancia, come ben sappiamo. C’è però anche una nota positiva.

Il governo e la sua responsabilità nella transizione ecologica

La scelta di Draghi, con tutti i limiti che ora analizzeremo, presenta infatti una grande opportunità. Il governo sembra volersi assumere, tramite l’instaurazione del Ministero alla Transizione Ecologica, le proprie responsabilità sul nostro futuro. Se vogliamo giocarcela questa sfida ai cambiamenti climatici, dobbiamo porre il potere decisionale in materia ambientale nelle mani di un solo burocrate. Le competenze in materia sono oggi spezzettate tra vari dicasteri e ciò non agevola certo un’azione rapida, coerente ed efficace.

La lezione di Hulot ci insegna che dobbiamo combattere una dura battaglia per resistere alle forti pressioni di chi ha interessi nel fossile. La lobby del petrolio, infatti, non vuole certo darsi per sconfitta e spera di protrarre quanto più a lungo possibile la sua agonia, in barba al pianeta. Vari ministeri guidati da orientamenti e priorità diverse non hanno alcuna possibilità di vittoria contro un nemico così ostico e organizzato.

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Bozza di destinazione dei fondi Recovery Plan per l’Italia. Grafica: ilprimatonazionale.it

I limiti del nuovo dicastero

Il Ministero della Transizione Ecologica riunirà i compiti del Ministero dell’Ambiente e la giurisdizione energetica che fino a qualche giorno fa era nelle mani del titolare del Mise. Ciò naturalmente significa che il nuovo dicastero avrà in sé alcune funzioni precedentemente assegnate allo sviluppo economico ma, simultaneamente, che non ne prenderà il posto in toto. Questo potrebbe essere limitante, mantenendo due polli a razzolare sulla stessa aia.

All’interno del Minambiente esiste già un dipartimento per la transizione ecologica. Esso si occupa, fino a nuova riorganizzazione, di economia circolare, contrasto ai cambiamenti climatici, efficientamento energetico, miglioramento della qualità dell’aria e sviluppo sostenibile. Altri compiti di pertinenza del dipartimento DITEI – possiamo leggere sul sito – sono la cooperazione ambientale internazionale e il risanamento. Queste mansioni dovrebbero ora divenire prioritarie.

Il nuovo Ministero conta di avere a disposizione un ingente budget – parliamo di circa 69 miliardi di fondi Next Generation EU – fin dalla sua nascita. Tali fondi sarebbero destinati alla conversione del sistema produttivo italiano in un modello ben più sostenibile. Energia, industria – e anche lo stile di vita di ogni persona – devono essere meno dannosi per l’ambiente. Questa non è più una novità per nessuno eppure ancora siamo ben lontani dal raggiungere questo risultato. Non è che un bene il fatto che la politica cominci ad occuparsene. Eppure si teme che il dicastero non riesca ad operare all’altezza delle attese. Non solo, ci sono anche voci fuori dal coro le quali sostengono che questo nuovo ministero si riveli un carrozzone, accentrando in maniera imprecisa alcune competenze di altri uffici e fomentando lo spreco di risorse pubbliche.

Dubbi e perplessità

In fin dei conti, dice Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, il Ministero dell’Ambiente nel 1986 era nato proprio per guidare la transizione ecologica. Insomma, ci sono luci e ombre su questo nuovo dicastero, il quale ha grandi possibilità ma potrebbe anche finire per trovarsi costretto tra troppi limiti. Si tratta però di quel rischio che accompagna ogni novità, in fin dei conti.

Lo spazio dedicato al Ministero della Transizione Ecologica da Porta a Porta.

Alla guida del nuovo Ministero della Transizione Ecologica

Il titolare del neonato Ministero sarà Roberto Cingolani, fisico 59enne. Si tratta del manager e responsabile dell’innovazione tecnologica del gruppo Leonardo. Il suo ruolo aziendale – espresso in lingua inglese come fanno tutti oggi, per chissà quale motivo – è quello di Chief Technology & Innovation Officer. Oltre alla guida del dicastero gli saranno date anche le chiavi del costituendo Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica.

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Roberto Cingolani. Foto: quifinanza.it

Cingolani – grande esperto di nanotecnologie – ha un curriculum di tutto rispetto, che può vantare esperienze in grandi e noti centri di ricerca negli USA, in Giappone e in Germania. Nel 2005 ha fondato a Genova l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di cui è stato direttore scientifico prima di entrare in Leonardo. La carriera di Cingolani potrebbe renderlo l’uomo giusto per affrontare il complesso passaggio a quella società sostenibile che l’UE ci chiede di diventare. Potrebbe, appunto.

Anche sulla sua figura, infatti, si addensa qualche dubbio. Leonardo è infatti parte di Finmeccanica, azienda leader nella produzione ed esportazione di armamenti. Si tratta dunque di un uomo che non vive esattamente di salvaguardia del creato, piuttosto che guadagna distruggendolo. Questo aspetto potrebbe essere tutt’altro che marginale. Si tratta di un tecnico molto politico; visto alla Leopolda renziana, al meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione e agli incontri pubblici di Gianni Letta e dei Casaleggio.

Naturalmente, è troppo presto per dare un giudizio su Cingolani e il suo neonato ministero. Ci auguriamo naturalmente che serva al meglio il nostro Paese mettendo l’ambiente e la sua tutela davvero al centro della sua opera – e, possibilmente, di quella dell’intero esecutivo – non possiamo però evitare di vedere tutto il quadro, nella sua scomoda interezza.

Wwf, 16 strategie dal campo alla tavola

La produzione e il consumo di alimenti sono due fattori fondamentali su cui intervenire per salvare il clima. Per questo motivo, il WWF, UNEP (United Nations Environmental Programme), EAT e Climate Focus hanno collaborato per redigere un testo comune. 16 strategie “dal campo alla tavola”, da mettere in atto a livello politico. Una sfida che porterebbe sulla nostra tavola cibo sostenibile e contribuirebbe alla riduzione del 25% delle emissioni globali. Così, è nato Enhancing NDCs for Food Systems.

L’impatto dell’industria alimentare

Il comparto alimentare è responsabile, secondo le stime più ottimistiche, di almeno il 15% delle emissioni globali. Cifra che raddoppia ed in alcuni casi triplica, a seconda del tipo di ricerca condotto. Ecco perché il WWF, insieme agli altri enti sopra citati, incita ad un profondo cambiamento di questo settore. Prima di capire si possa fare a livello di filiera, andiamo a vedere cosa puoi fare tu per abbassare l’impronta ecologica della tua dieta:

  • Riduci il consumo di alimenti di origine animale: se proprio non puoi farne a meno, scegli il tipo di carne o di formaggio con il minor impatto. Ad esempio, il latte di capra e pecora è più sostenibile di quello di mucca, così come il pollo è più sostenibile del maiale che a sua volta è più sostenibile del manzo.
  • Compra a kilometro zero: più la filiera di un cibo è corta, più si ha certezza sulla sua provenienza, più sarà sostenibile. I mercati e le bancarelle a kilometro zero stanno spopolando in Italia e sarà facile trovarne uno facilmente accessibile vicino a casa tua.
  • Scegli frutta e verdura di stagione: la stagionalità dei prodotti assicura un processo di maturazione naturale di questi ultimi. Inoltre, la frutta e la verdura di stagione è molto più buona e, spesso, anche meno cara.
  • Valuta se iniziare ad adottare una dieta vegana o vegetariana part-time. Non rinuncerai a nessun tipo di alimento e l’ambiente ti ringrazierà.

Ora che sai cosa puoi fare tu, andiamo a vedere quali sono le strategie che andrebbero messe in campo da parte degli Stati.

Vecchi focus, nuove strategie

Gli NDC sono i contributi determinati a livello nazionale. Si tratta di un punto cruciale del Trattato di Parigi. Gli Stati, infatti, sono invitati a redigere un report sugli obiettivi da realizzare post 2020. Ogni cinque anni, verranno discusse le misure di mitigazione, aggiornando quelle esistenti. Così, le azioni per l’adattamento, la riduzione delle disuguaglianze climatiche e altri goal verranno descritti classificandoli negli NDC.

I target sono a lungo termine. Ma cosa c’entrano questi contributi con l’emergenza climatica?

Tutti devono collaborare a salvare il pianeta: nessuno escluso. La classe politica ha la possibilità di ripensare radicalmente al modo di produrre e consumare cibo, rivedendo i criteri della sostenibilità alimentare. Questa riflessione deve avvenire nel più breve tempo possibile. Così, il direttore generale WWF-International, ricorda come «per trasformare i sistemi alimentari e raggiungere un futuro a 1,5°C sono necessari impegni ambiziosi, scadenzati nel tempo e misurabili. […] Ecco perché esortiamo i Governi a includere una strategia per avere sistemi alimentari rispettosi e positivi per il clima e per la natura nei nuovi e più ambiziosi NDC presentati quest’anno».

La trasformazione del food system è profonda. Ecco perché prima di cambiare, bisogna conoscere le abitudini alimentari: quanto produciamo, utilizziamo e sprechiamo. I passi, finora, sono impacciati. Il piano d’azione deve essere chiaro e condiviso dalla maggior parte della popolazione. Spiegare bene e in modo preciso i vantaggi di una modificazione delle abitudini aiuta a iniziare il processo di transizione verso l’adozione di una dieta ecosostenibile. Una narrazione comune e approvata dai vari livelli istituzionali è necessaria e auspicabile.

Linee guida per la transizione verso cibi sostenibili

Anche questa volta, le proposte sono molte. Intervenire sulle modalità di produzione del cibo è alla base di un nuovo metodo di prevenzione e aumenta la resilienza del territorio. Non si può continuare a sfruttare la terra, come se fosse una risorsa infinita. Puntare sull’agroecologia e supportare l’agrodiversità promuoverebbe stili di vita più ecocompatibili.

Gli investimenti cardine risiedono nell’utilizzo efficiente delle risorse – specialmente quelle idriche – e sulla digitalizzazione, che permette la tracciabilità del prodotto.

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Dal campo alla tavola: le 16 strategie del WWF

Le proposte dei quattro enti firmatari del report sono chiare. Per far sì che vengano intese ancora meglio, hanno collegato tutte le idee agli SDGs corrispondenti, così da unire gli NDC agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU.

Le 16 strategie inglobano l’intera filiera produttiva.

Nel 2010, la conversione di foreste e savane in territorio coltivabile è stato responsabile del 19% delle emissioni totali di gas a effetto serra. Questa pratica è dannosa non solo per le specie che le abitano, ma anche per il suolo, che si impoverisce irrimediabilmente. Ripristinare le praterie è benefico anche per contrastare gli incendi e le siccità.

La scelta delle sementi da piantare è un altro punto chiave. La rotazione aumenterebbe la fertilità dei campi e, con essa. la loro capacità di sequestrare CO2.

Promuovere nuove colture è utile a livello ambientale. L’11% delle emissioni globali di ossido di diazoto (N2O) proviene dalle coltivazioni di riso. Un efficientamento del drenaggio porterebbe vantaggi sia alla produttività, sia agli standard di vita dei contadini.

Il monitoraggio deve avvenire anche per le foreste. Il potenziale di mitigazione è alto: si potrebbero assorbire fino a 7,5 gigatonnellate di CO2 all’anno. Per fare ciò, devono essere imposte regole ferree sulla riduzione dei pesticidi, per combattere l’erosione del suolo e migliorare i microclimi coesistenti.

Sottoterra: perché dobbiamo riportare la qualità attraverso il cibo sostenibile

Impegnarsi su più fronti, per avere una visione globale del danno che produciamo. L’impatto dei fertilizzanti è devastante. Solamente tra il 1970 e il 2010, l’utilizzo di queste sostanze è salito del 200%. La riduzione deve essere massiccia, per dare spazio a nuove tecniche e rigenerare le risorse ormai inquinate.

Tornando in superficie, la situazione non migliora. I terreni dissodati producono, al netto, il 20% di emissioni globali in più rispetto ad altri suoli. Spingere verso pratiche rigenerative significa credere nel futuro di questi territori, destinati, altrimenti, al declino.

Diversificare è il verbo della rivoluzione verde. Sposterebbe il focus dal solo profitto all’equilibrio ambientale: una produzione che faccia bene a tutti. Il supporto ai piccoli agricoltori incide sulla loro qualità della vita e diminuirebbe il rischio di povertà e di fame.

Coltivazione e allevamento devono essere cambiati insieme. La diminuzione della fermentazione enterica e la gestione del letame possono portare a una mitigazione ipotizzabile del 42% entro il 2050. Una vittoria non da poco.

Un allevamento a bassa intensità promuove non solo il benessere animale, ma anche il ritorno a un utilizzo più consapevole del foraggio. Sempre più campi vengono destinati all’alimentazione animale. Rivedere i paradigmi di alimentazione gioverebbe all’intera filiera.

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Le 16 strategie: l’impatto della filiera

«Eliminare il consumo eccessivo di carne, migliorare le strutture di stoccaggio e ridurre gli sprechi alimentari fa bene alla nostra salute e migliora la sicurezza alimentare. Con una lista di indicazioni ed esempi concreti di attività e obiettivi, questo nuovo report fornisce ai responsabili politici una guida per integrare i sistemi alimentari nelle loro strategie nazionali sul clima», ha detto Charlotte Streck, co-fondatrice e direttrice di Climate Focus.

L’alimentazione e le diete, quindi, impattano in modo decisivo, ma vengono ampiamente ignorate, ricorda il WWF. Lo stoccaggio, il trasporto e lo smaltimento diventano anelli decisivi della catena produttiva. Pilotare e apprezzare nuovi modelli di consumo sostenibile per ridurre lo spreco e promuovere il commercio locale sono tra gli obiettivi con le conseguenze più apprezzabili.

Comprare ciò che si può produrre vicino al consumatore riduce non solo i costi di importazione, ma anche le emissioni collegate allo spostamento delle merci. Tra il 29% e il 39% dell’inquinamento da deforestazione è dovuto al commercio internazionale di beni. Di solito, i Paesi produttori si specializzano in monocolture, che distruggono la biodiversità.

Leggi anche: “Coronavirus: compriamo locale e di stagione. Ora più che mai”

Aumentare il consumo etico e di cibo sostenibile

Invogliare al consumo alimentare incentrato sulla sostenibilità sembra un’utopia. Ma salute umana e benessere della fauna e della flora possono coesistere. Così facendo, si eviterebbero malattie dovute all’eccesso o alla scarsità di cibo, disturbi alimentari e cardiovascolari. Inoltre, si ridarebbe slancio all’economia locale e basata sui prodotti del territorio.

Informare è importante; prendere atto delle possibilità del consumatore lo è altrettanto. Le 16 strategie del WWF sono una tra le tante proposte. L’obiettivo è comune: riuscire a rendere vivibile questo pianeta per molte generazioni a venire.

Leggi anche: “Come aiutare l’ambiente: 15 consigli per uno stile di vita sostenibile”

Transizione green: cosa prevede il Piano Colao?

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In questa fase di ripresa si sta parlando molto di transizione green, qualche volta in modo positivo, tante, troppe volte molto negativamente. In un nostro recente articolo abbiamo illustrato come in grandi e importanti aree del mondo i leader politici non stiano assolutamente prendendo in considerazione l’ambiente nelle loro decisioni riguardo alla ripresa post Covid. Per esempio, Riccardo Salles, ministro dell’ambiente brasiliano, ha recentemente proposto al suo governo, guidato da Jair Bolsonaro, di indebolire ulteriormente la legislazione ambientale. In Cina l’inquinamento è salito a livelli ancora superiori rispetto a quelli pre-coronavirus. Nel Regno Unito l’alta corte ha autorizzato la realizzazione di una vasta centrale elettrica a gas, dopo mesi di battaglie legali intraprese da associazioni ambientaliste. E l’Italia? Vediamo quale onda ha deciso di cavalcare.

Transizione green: cosa prevede il piano Colao

Oggi, venerdì 12 giugno, inizieranno gli Stati Generali dell’economia, che si protrarranno presumibilmente fino a lunedì 15 giugno. Si tratta di una serie di incontri durante i quali il Premier Conte, insieme agli esponenti della maggioranza, quelli dell’opposizione, ma anche ai sindacati, a Confindustria e ad altre istituzioni discuteranno sul piano di rilancio economico dell’Italia post-COVID-19.

Protagonista delle discussioni sarà il cosiddetto “Piano Colao“, un insieme di iniziative per il rilancio economico dell’Italia, il cui principale firmatario è il manager Vittorio Colao. Una delle sezioni è intitolata proprio “Infrastrutture e ambiente“. Viene quindi data grande importanza alle infrastrutture le quali dovranno privilegiare senza compromessi la sostenibilità ambientale, favorendo la transizione energetica e il “saldo zero” in
termini di consumo del suolo, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo.

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Il manager Vittorio Colao

Telecomunicazioni e smart working

In questa sezione è stata inserita anche una cospicua parte che riguarda le telecomunicazioni, il cui sviluppo ridurrebbe il divario digitale e renderebbe il Paese totalmente e universalmente connesso, permettendo così l’ampia diffusione tra aziende e privati delle tecnologie innovative. A questo proposito è doveroso sottolineare che il Piano Colao mira anche ad incentivare lo smart-working. Seppur non esplicitato tra gli obiettivi del Piano legati a questa pratica, sappiamo come il lavoro da casa potrebbe ridurre di molto le emissioni di anidride carbonica.

La ricercatrice Marina Penna ha infatti affermato che basterebbe anche un solo giorno a settimana di smart working per i tre quarti dei lavoratori pubblici e privati che utilizzano l’automobile per ridurre del 20% il numero di km percorsi in un anno. In questo modo si otterrebbe un risparmio di circa 950 tonnellate di combustibile, oltre a una riduzione di oltre 2,8 milioni di tonnellate di CO2, di 550 tonnellate di polveri sottili e di 8mila tonnellate di ossidi di azoto, con un significativo impatto positivo sulla salute della popolazione.

Dalle fonti fossili alle energie rinnovabili

L’obiettivo più ambizioso, ma anche quello più necessario in vista della transizione green, è quello del passaggio dalle fonti fossili alle energie rinnovabili. La volontà è quella di raggiungere la de-carbonizzazione entro il 2050, sempre secondo le linee guida del Green Deal Europeo. Per farlo, il piano Colao prevede di incentivare le operazioni di efficientamento energetico e transizione energetica, come la produzione o auto-produzione di energia rinnovabile da parte delle imprese attraverso interventi autorizzativi, regolatori e fiscali.

Inoltre, dovrebbero essere incentivate le nuove tecnologie emergenti che supportino questa transizione/conversione energetica e sviluppino
una filiera nazionale. Queste possono essere, per esempio, le rinnovabili, l’idrogeno, i biocombustibili, la conversione della
filiera del petrolio, la carbon capture e lo stoccaggio di CO2.

Economia circolare, aree verdi e trasporti

Un altro punto fondamentale del Piano Colao riguarda l’economia circolare. Anche se il nostro Paese è uno dei più virtuosi in merito alla raccolta differenziata (con il 76,9% abbiamo infatti la più alta percentuale in Europa di recupero e riciclo di rifiuti urbani e industriali), il trattamento di questi rifiuti presenta tutt’ora molte lacune. Per questo il piano Colao ha pensato di aiutare le imprese nell’implemento dell’economia circolare. Per esempio, incentivando adeguatamente la gestione e la conversione dei rifiuti sotto tutte le forme “wasteto” (-material, -energy, -fuel, -hydrogen, -chemical). Oppure semplificando e revisionando le normative esistenti al fine di rendere efficace la gestione
dell’End of Waste
e favorendo il recupero e riutilizzo delle plastiche, non solo imballaggi.

Si prevede inoltre di definire un piano di investimento finalizzato ad aumentare e preservare le aree verdi, il territorio e gli ecosistemi nazionali. Infine, il Piano Colao ha inserito tra gli obiettivi la mobilità sostenibile, ovvero incentivi per il rinnovo del parco mezzi del Trasporto Pubblico Locale verso mezzi a basso impatto, primariamente elettrico, ibrido o con biocombustibile. Anche il trasporto privato otterrà incentivi a favore del rinnovo dei mezzi pesanti privati con soluzioni meno inquinanti. La ciclabilità, così come le ferrovie e i porti subiranno un ammodernamento generale per poter essere più efficienti e quindi più fruibili.

Non mancheranno, ovviamente, incentivi all’edilizia, sia pubblica che privata. L’obiettivo è che diventi economicamente accessibile, socialmente funzionale ed ecosostenibile.

Basterà per una transizione green?

Bisogna però essere cauti e non cantare vittoria prima del tempo. Per il momento, infatti, quelle del piano Colao sono soltanto parole. Si trovano su un pezzo di carta, certo, ma finché non vedremo con i nostri occhi l’indicatore dell’inquinamento calare drasticamente, solo parole rimangono.

Vi sono poi altri dettagli problematici riguardo al piano. Il primo è rappresentato dal fatto che il firmatario principale, Vittorio Colao, è noto per essere un dirigente d’azienda, in particolare è stato amministratore delegato di Vodafone dal 2008 al 2018. Insomma, si può dire che sia uno degli esponenti del capitalismo italiano. Su L’Ecopost abbiamo più volte sottolineato come non solo l’agire, ma anche la mentalità del capitalismo sia fortemente in contrasto con quella ambientalista, che vorrebbe abbattere qualunque barriera sociale ed economica. Viene dunque da chiedersi come un uomo che ha costruito la sua intera carriera manageriale e politica su questo sistema economico possa sostenere la transizione verde. Ovviamente, la nostra speranza è che la sua sia una volontà sincera e non l’ennesimo esempio di greenwashing che vorrebbe solo portare all’aumento infinito del fatturato delle aziende italiane, che siano green o meno.

Spagna, un esempio migliore

Inoltre, l’azzeramento delle emissioni entro il 2050 è un obiettivo ancora troppo timido, contando che abbiamo soltanto 8 anni per mantenere la crisi climatica entro livelli non catastrofici. Ripetiamolo: non abbiamo 30 anni, ne abbiamo 8. Una soluzione più drastica è stata quella della Spagna. Il Ministero per la Transizione Ecologica spagnolo – l’unico dicastero di questo genere nel mondo – ha presentato una legge per la quale il governo di Madrid azzererà i sussidi ai combustibili fossili, vieterà nuove estrazioni di gas, petrolio e carbone, si impegnerà a raggiungere il 70% di energia rinnovabile entro il 2030 e la neutralità carbonica entro il 2050. Anche qui sappiamo che si potrebbe fare di più, ma nel piano Colao non si parla di detrazione dei finanziamenti alle aziende inquinanti, bensì solo di incentivi a chi è più virtuoso in tema ambientale.

Il piano, comunque, non è ancora stato discusso e approvato. Continuate quindi a seguirci per aggiornamenti puntuali a riguardo.