Le date di scadenza del cibo causano spreco

scadenza cibo

“Da consumarsi preferibilmente entro il…” è una delle frasi che ha contribuito maggiormente allo spreco alimentare domestico. Qualche giorno fa il Guardian ha voluto approfondire il tema della scadenza del cibo, anche in seguito alla “challenge” portata a termine da Scott Nash, fondatore della catena di supermercati “Mom’s Organic Market”. Egli ha deciso di consumare per un anno soltanto prodotti scaduti. Il risultato? Non si è ammalato, né ha riscontrato disturbi di nessun tipo. Ovviamente, può anche essere che la fortuna sia stata dalla sua parte, o semplicemente che il suo sistema immunitario sia molto potente. Ha infatti anche avuto il coraggio di mangiare della carne trita vecchia di 15 giorni.

Scadenza cibo o buon senso?

Non stiamo, che sia chiaro, consigliando a nessuno di mangiare carne scaduta da due settimane. Consigliamo però di fidarci di più del nostro buon senso oltre che di quello della data di scadenza che troviamo sulle confezioni di cibo. “Consumare entro…” oppure “scade il…” sono diciture solitamente stampate sugli alimenti freschi come carne e pesce, e sono assolutamente da rispettare. Per quanto infatti l’alimento in questione abbia ancora un aspetto invitante, al suo interno possono essersi già sviluppati degli agenti patogeni che è bene non introdurre nel nostro corpo. La data di scadenza del cibo, quindi, in questo caso è da rispettare.

Quando però ci troviamo a dover aprire un pacchetto di patatine che riporta la scritta “da consumare preferibilmente entro”, allora possiamo stare tranquilli. Quella data non riguarda infatti la scadenza del cibo in sé e quindi la sua non più commestibilità. Riguarda invece la sua qualità originaria e le sue caratteristiche “estetiche”. Per esempio, quelle patatine potranno non essere più così croccanti, o non avere più lo stesso colore brillante di quando sono state prodotte.

Uno specialista del servizio di ispezione e sicurezza alimentare del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (FSIS) ha dichiarato che, se una lattina viene tenuta in buone condizioni, cioè non è gonfia, arrugginita, con perdite o fortemente ammaccata, il suo contenuto è sempre mangiabile. Questo può avvenire anche con i prodotti più freschi, come alcuni salumi o formaggi o anche il pane in cassetta. A volte anche per le uova la scadenza è controversa. In questo caso, la prova migliore è quella di inserirle nell’acqua. Se affondano sono ancora buone, se galleggiano no.

Impariamo a conservare

Quello a cui dobbiamo piuttosto prestare più attenzione, più che alla scadenza del cibo, è il modo in cui lo conserviamo.  Anche qui può essere utile leggere le etichette e adattarsi di conseguenza. Un pacchetto di biscotti deve essere conservato chiuso, in un luogo fresco e asciutto. Se noi lo teniamo in un luogo umido o vicino a fonti di calore, i biscotti perderanno più facilmente le loro caratteristiche qualitative diventando, per esempio, un po’ mollicci. Se un pacchetto di prosciutto riporta la scritta “conservare a una temperatura tra 0 e 4 gradi” e il nostro frigorifero è impostato a 5 gradi, è ovvio che la data entro cui è preferibile consumare il prodotto non sarà più quella riportata sulla confezione, ma dovrà essere anticipata, poiché il prodotto avrà subito una qualche alterazione. Fidiamoci quindi piuttosto dei nostri cinque sensi, specialmente per quanto concerne i prodotti freschi. Assaggiamoli e, se sono ancora buoni o comunque accettabili, non facciamoci troppi problemi. Questo perché, lo ripetiamo, saranno sicuramente ancora commestibili. Soltanto il sapore e forse l’aspetto saranno leggermente alterati.

Se vediamo della muffa, è ovvio che dobbiamo buttarli, anche se questo solitamente accade soltanto dopo che un prodotto è stato aperto. Anche per questi casi è bene leggere sulla confezione la scritta: “una volta aperto consumare entro tot giorni”. Anche questa indicazione va tendenzialmente rispettata, soprattutto per i prodotti freschi.

Come evitare gli sprechi

Buttare i prodotti non è soltanto uno spreco del cibo in sé, ma è uno spreco di tutto quello che è stato utilizzato per produrlo, come il consumo del suolo, l’energia dei macchinari, i materiali di imballaggio e il trasporto.
Un recente studio della Fondazione per la Sussidiarietà del Politecnico di Milano ha rilevato che in Italia ogni anno vengono buttati 42 kg a testa di cibo ancora commestibile. Ai nostri occhi è un abominio, ma purtroppo a quelli delle grandi aziende non lo è. Più le persone buttano i prodotti, che siano alimentari, domestici o cosmetici, più dovranno comprane di nuovi, gonfiando così le tasche dei titolari delle grandi catene di distribuzione.

Per bloccare questo circolo vizioso, quindi, è necessario agire alla radice, ed eliminare i malintesi “da etichetta”. Acquistiamo prodotti freschi e mangiamoli il prima possibile, riciclandoli per altri gustosissimi piatti “del giorno dopo”. Affidiamoci quindi al nostro fruttivendolo, caseificio, macellaio, panettiere di fiducia, ma ancora di più a un buon senso che troppo spesso viene annullato o controllato da chi detiene il potere economico della società.

Nei supermercati asiatici foglie di banano al posto della plastica

Qualche giorno fa su Facebook sono comparse fotografie che sanno di aria fresca, specialmente nel Sud Est Asiatico, che combatte ogni giorno una lotta forse infinita contro la plastica. Nel supermercato Rimping di Chang Mai, nel nord della Thailandia, la verdura è imballata semplicemente con una foglia di banano.

Questa foglia, molto grande, spessa e quindi resistente, è perfetta per sostituire i materiali plastici. Inoltre, nel Sud Est Asiatico di banani se ne trovano in abbondanza e questo è un perfetto esempio sia di utilizzo dei prodotti locali, sia di sfruttamento intelligente e “anti-spreco” delle risorse naturali.

Una rapida diffusione

Poco tempo dopo che le foto in questione sono diventate virali, anche alcuni supermercati in Vietnam hanno seguito lo stesso esempio. A Ho Chi Minh City l’ esperimento è iniziato con i supermercati Saigon Co.op e Lotte Mart, quest’ultimo già sensibile al tema della plastica. Qui infatti sono vendute cannucce di carta e contenitori per il cibo fatti con gli scarti della canna da zucchero. Un rappresentante della catena ha affermato che imballare le verdure con le foglie di banano per ora è soltanto una prova, ma se funziona saranno felici di applicarla anche negli altri supermercati del Paese. Aggiunge inoltre che il banano potrebbe essere utilizzato per avvolgere anche altri prodotti come la carne.

A seguito di queste iniziative, anche la capitale del Vietnam nel nord del Paese non ha voluto essere da meno. Da lunedì scorso infatti la catena di supermercati Big C con sede ad Hanoi ha iniziato ad utilizzare le foglie di banano per imballare le verdure e sta pensando di estendere l’iniziativa anche nelle sedi al centro e al sud del Vietnam. Anche questo supermercato offre già la possibilità di acquistare sacchetti fatti con farina di mais e quindi totalmente biodegradabili.

Asia, la discarica degli USA

Queste iniziative sono importanti per una nazione come il Vietnam, che l’UNEP (United Nations Environment Programme) ha posizionato al quarto posto nel mondo per la quantità di rifiuti plastici gettati nel mare. In generale, il Vietnam butta ogni giorno 2500 tonnellate di plastica. Il, problema, però non è solo dell’Asia. Come riportato dal The Guardian, infatti, l’America ha sempre usato i Paesi in Via di Sviluppo come discarica. Gli USA inviano qui i propri rifiuti plastici sfruttando la debolezza e, in certi casi, la mancanza di regole per lo smaltimento dei rifiuti.

Con la Cina che ha recentemente imposto agli Stati Uniti il divieto di esportare i suoi rifiuti nel proprio Paese, ora sono i restanti paesi del Sud Est asiatico a doverli domare. Senza le istituzioni e le strumentazioni necessarie, però, la plastica viene facilmente riversata nei fiumi e nei mari.

Uno studio condotto da scienziati del Centro Helmholtz per la ricerca ambientale, ha rilevato che il 90% della plastica oceanica proviene da soli 10 fiumi, otto dei quali si trovano in Asia. Iniziative come quella delle foglie di banano quindi, anche se di primo acchito possono far sorridere, sono invece di estrema importanza.

Olio di palma: fa male a noi o all’ambiente?

“L’olio di palma fa male?” è una domanda che ci si pone spesso. State vagando tra gli scaffali del supermercato cercando qualcosa di nuovo per la colazione. Vi trovate con due confezioni in mano e dovete fare una scelta. Una sola riporta la scritta “senza olio di palma”. Sfido chiunque a non scegliere quella invece dell’altra. Poco importa se nemmeno “l’altro” ha al suo interno il fatidico ingrediente. Poco importa se il motivo per cui evitiamo l’olio di palma dovrebbe portarci a evitare anche altri grassi vegetali o animali, quasi sempre presenti nei prodotti industriali. Tutto questo importa poco se la lista degli ingredienti non viene letta da nessuno.

Percentuali

Informarsi su tutti gli ingredienti e non soltanto sul loro capro espiatorio è fondamentale. L’olio di palma è stato additato per il suo alto contenuto di acidi grassi saturi (50%) rispetto ad altri grassi vegetali usati a scopo alimentare come l’olio di oliva (circa 18%), l’olio di soia (16%), l’olio di semi di girasole (13%). Il burro, invece, che contiene una quantità di acidi grassi saturi simile a quella dell’olio di palma (50%), è passato in sordina, così come il tanto decantato olio di cocco, che mostra contenuti ancora superiori (65%).

Acidi grassi saturi

Ma vediamo qual è, nei fatti, il problema dei grassi saturi. Da un lato essi sono normali costituenti della frazione grassa degli alimenti, la cui assunzione è necessaria anche per permettere un’adeguata crescita; il 40% degli acidi grassi totali del latte materno sono infatti saturi. Per l’uomo adulto, però, consumarne eccessivamente comporta l’innalzamento dei marcatori di rischio cardiovascolari, in particolare del colesterolo.

L’olio di palma in piccole quantità non fa male

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha indicato i principali fattori di rischio per le malattie croniche come il tabacco, l’alcol, l’alimentazione scorretta e la sedentarietà, ha aggiunto tra questi anche il consumo di acidi grassi saturi, raccomandando che la loro quota calorica non superi il 10% di quella giornaliera.

Ciò significa che, in un fabbisogno di 2000kcal al giorno, i grassi saturi non devono superare i 22 grammi. Per intenderci, cinque biscotti industriali ne contengono circa 3,5 grammi. Non molti, quindi, considerando il limite posto dall’Oms. Come sempre, quindi, l’olio di palma non è pericoloso in sé per sé, ma lo diventa se consumato in grandi quantità, difficilmente raggiungibili con una dieta sana ed equilibrata.

olio di palma fa male

Limitare gli alimenti lavorati

È infatti sempre meglio limitare il consumo di prodotti industriali o lavorati poiché i grassi saturi oltre che nei biscotti, si trovano anchei nei formaggi (15%) e negli insaccati (10%). Sono invece contenuti in misura minore in quelli non lavorati come le uova, il latte intero e la carne fresca (2-3%). Ancora una volta, quindi, restare vicini alla natura si conferma la scelta migliore per la nostra salute.

Perché l’olio di palma?

A questo punto ci si può chiedere perché almeno l’olio di palma non sia stato sostituito, per esempio, con l’olio di oliva o di girasole? Un po’ perché, come abbiamo detto, con una dieta equilibrata è difficile superare le dosi massime di grassi saturi. I motivi, però, sono molti altri:

  • Dagli anni ’70 ha sostituito i grassi saturi idrogenati, ovvero acidi grassi saturi che, attraverso processi chimici di idrogenazione, sono stati resi solidi e quindi resistenti all’irrancidimento. Questi grassi cosiddetti “trans” sono ormai globalmente riconosciuti come molto dannosi per la salute a causa del loro altissimo rischio cardiovascolare. L’olio di palma, invece, è già molto denso tanto da diventare solido a temperatura ambiente, senza bisogno di modifiche.
  • Con la sua consistenza rende gli alimenti friabili e croccanti, oltre che più duraturi poiché resistente all’ossidazione.
  • Dopo la raffinazione diventa totalmente incolore, inodore e insapore, così da non alterare le preparazioni.
  • È molto versatile tanto da essere usato sia nel settore alimentare (fritture, margarine, prodotti da pasticceria e da forno) sia per produrre cosmetici, dentifrici, candele, lubrificanti, prodotti farmaceutici, pitture, pellicole fotografiche e persino dinamiti; dagli anni ’70 in poi è stato usato per la produzione di biodiesel.
  • La sua pianta ha un’elevata capacità produttiva tanto che, per una data quantità di olio, viene usata la metà del terreno necessario per altre colture come la soia.
  • È un olio molto economico e l’aumento della sua produzione ha contribuito all’abbassamento del prezzo.

L’olio di palma fa male all’ambiente

La sua vastissima produzione ha però causato molti problemi ambientali e sociali:

  • Deforestazione: dal 1973 sull’isola Borneo (nel sud-est asiatico) sono stati tagliati 41 mila chilometri quadrati di foresta pluviale (un terzo del totale) per fare spazio alle piantagioni di palme da olio. Dal 2000 il disboscamento è salito al 47%.

Leggi anche: “Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce”

  • Dal 1999 al 2015 sono morti 150 mila oranghi a causa sia della caccia sia del disboscamento. Le piantagioni sono anche spesso usate dai bracconieri come facile via di accesso alla foresta e quindi agli animali.
  • La deforestazione provoca l’aumento di gas serra e quindi l’inquinamento dell’aria, poiché l’assenza di alberi blocca la fotosintesi. Le palme da olio sono troppo piccole e troppo poco rigogliose per assorbire l’enorme quantità di smog presente nell’aria.
  • I fumi delle foreste bruciate per far spazio alle piantagioni di palma da olio hanno causato migliaia di morti premature.
  • Molte volte i villaggi che si trovano sulle aree destinate alle piantagioni sono sgomberati e rasi al suolo, lasciando gli abitanti senza casa e dipendenti dai sussidi statali.
  • I lavoratori delle piantagioni, talvolta anche minori, sono spesso sfruttati e sottopagati.
olio di palma fa male

Olio di palma certificato

Per ovviare al problema la RSPO (Tavola rotonda sull’Olio di Palma Sostenibile) ha cominciato a certificare l’olio di palma sostenibile, cioè prodotto rispettando queste regole:

  • Non devono essere abbattute foreste primarie, aree con intense concentrazioni di biodiversità o ecosistemi delicati.
  • Deve essere minimizzata l’erosione e devono essere salvaguardate le fonti idriche
  • Deve essere garantito un salario minimo ai lavoratori
  • Le comunità locali devono dare il consenso per l’avvio dei lavori.

Un circolo vizioso

Ad oggi però solo un quinto delle piantagioni di palma da olio nel mondo è certificato. La causa risiede anche nel mancato intervento statale nei paesi produttori e, anche quando lo Stato interviene, si crea un circolo vizioso. I soldi messi a disposizione dai governi per la salvaguardia delle foreste provengono proprio dalle piantagioni di palma da olio, senza le quali l’economia del Paese crollerebbe. Per questo motivo sarebbe un’imprudenza vietare totalmente l’olio di palma, oltre il fatto che si incentiverebbe la coltivazione di altri tipi di piante ancora meno sostenibili.

Spesa consapevole

La soluzione sarebbe comunque quella di non abusare di questo ingrediente e i primi responsabili di questo siamo noi, senza nemmeno saperlo. Dovremmo quindi fare la spesa in modo più consapevole, tenendo presente che più acquistiamo ingredienti “unici”, naturali, non lavorati e non già composti tra loro, meglio è.

Se non sapete come fare, iniziate da quello che ha detto Franco Berrino, oncologo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano: “immaginate di essere al supermercato con la vostra bisnonna. Tutto quello che lei non riconoscerebbe come cibo…non compratelo”. In questo modo, probabilmente, entrambe le confezioni di biscotti integrali che avete in mano rimarrebbero sullo scaffale.

Leggi anche: “Ridurre la plastica al supermercato: ecco come fare”

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Ridurre la plastica al supermercato. Ecco come fare

La situazione sta sfuggendo di mano e ridurre la plastica al supermercato è ormai una decisione soltanto nostra. Immense quantità di imballaggi totalmente inutili inondano gli scaffali, viziandoci con servizi di cui non abbiamo bisogno. Secondo i dati del “Rapporto Coop 2019“, nel nostro Paese vengono ancora utilizzate 2 milioni di tonnellate di plastica per confezionare i cibi e le bevande che troviamo sugli scaffali.

Ecco come fare per ridurre l’acquisto di plastica, ma sopratutto per mandare un forte messaggio a chi, quella plastica, la produce.

  • Comprare alimenti sfusi, soprattutto frutta e verdura. Pesarli non costa niente se non trenta secondi in più per la spesa. Idem per pulirli e tagliarli a casa.
plastica supermercato
  • Quando possibile attaccare l’etichetta direttamente sui prodotti, per esempio la zucca o l’anguria delle quali di solito non si mangia la buccia. I sacchetti sono sì biodegradabili, ma il loro tempo di decomposizione è comunque abbastanza lungo e sono pur sempre prodotti usa e getta.
  • Per lo stesso motivo usare un solo sacchetto per diversi tipi di frutta, attaccandoci due etichette. Per esempio mettere le zucchine in un sacchetto senza chiuderlo, pesarle e attaccare l’etichetta sul sacchetto; poi prendere la melanzana, pesarla senza il sacchetto, metterla nel sacchetto delle zucchine e attaccarci la seconda l’etichetta. Quando è pieno, chiudere il sacchetto.
  • Usufruire dei negozi “alla spina”. Alcuni supermercati hanno gli appositi reparti. Si possono acquistare maggiori quantità di prodotto a minor prezzo e utilizzando meno sacchetti. Se i sacchetti presenti in questi reparti sono di plastica e non biodegradabili, cerchiamo di riutilizzarli oppure di usare quelli della frutta.
plastica supermercato

Leggi anche: “Il primo supermercato plastic-free d’Italia apre in Val di Sole”.

  • Scegliere le uova nei contenitori di cartone e non quelli di plastica. (Un piccolo suggerimento: cercare le uova che come primo numero stampato hanno lo 0 o l’1, non 2 o 3. 0 e 1 significa che le galline sono state allevate a terra e all’aperto con spazi più ampi. Le uova saranno probabilmente anche più buone. Inoltre preferire la denominazione IT per ridurre l’inquinamento).
plastica supermercato
  • Scegliere alimenti crudi, non precotti, che di solito sono venduti in quantità maggiori e, quindi, con meno imballaggi. Inoltre al chilo costano meno. Un esempio lampante sono pasta e cereali (farro, orzo, mais) e legumi (fagioli, ceci, lenticchie)
  • Per lo stesso motivo, comprare ingredienti il più possibile naturali, non lavorati né già assemblati tra loro. Insomma, evitare i piatti pronti e, quindi, imballati.
  • In generale, scegliere di comprare i prodotti con meno imballaggio possibile.
  • Ricordati di portare le tue personali shopping bag, meglio se di stoffa.
  • Per ridurre l’acquisto di plastica al supermercato, infine, evitare il più possibile il supermercato. I piccoli rivenditori come macellai, panettieri, pescherie, fruttivendoli, usano meno imballaggi oltre il fatto che i loro prodotti sono di qualità maggiore.

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