Transizione ecologica, modelli troppo contrastanti

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Le alluvioni in Germania, una catastrofe climatica

Il meteo impazzito assedia l’Europa occidentale. Nel momento in cui scrivo questo articolo il conteggio totale delle vittime ha superato quota 180. I dispersi, invece, sono impossibili da quantificare poiché le linee di comunicazione sono collassate nei Länder tedeschi vittime della recente alluvione. La cancelliera Angela Merkel, visitando i luoghi del disastro, ha parlato di immagini spettrali. Quello che è accaduto in Germania ci ricorda che stiamo scherzando con il fuoco – nel caso non lo avessimo ancora realizzato – continuando a fare poco più di nulla per preservare il nostro pianeta.

Le alluvioni che hanno sferzato l’Europa occidentale si sono ora spostate sull’Austria, dove si è cominciato a monitorare attentamente il livello del Danubio, con il peggio che sembrerebbe comunque passato. Come già scritto, la situazione è ancora in evoluzione e i dati che trovate sull’articolo potrebbero essere totalmente sbagliati nel momento in cui esso verrà letto. Inevitabilmente, queste parole non sono che una foto, un istante congelato in questa tragedia e il lavoro prezioso dei soccorritori va avanti instancabile.

Le 180 vittime di cui scritto non sono tutte tedesche, stando al report di Rainews sarebbero 156 i morti in Germania e 27 in Belgio. Il totale europeo sarebbe dunque di 183. 110 di questi defunti erano cittadini del Land tedesco della Renania-Palatinato, il più colpito assieme al confinante Nordreno-Vestfalia. Le cause del disastro sono state attribuite anche dai politici, senza giri di parole, al cambiamento climatico. La catastrofe tedesca ha riportato la questione della transizione ecologica sulle primissime pagine dei quotidiani di attualità.

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Le strade a Meissen, in Sassonia, in seguito a un alluvione del fiume Elba. Foto: LucyKaef da Pixabay 

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Il discorso alla popolazione di una scioccata cancelliera Merkel

La cancelliera, visibilmente scioccata, si è sforzata di vedere il bicchiere mezzo pieno, per quanto possibile naturalmente, durante la sua visita a Adenau:

“Grazie a Dio il nostro Paese può far fronte a quanto accaduto finanziariamente. Provvederemo a stretto giro. La lingua tedesca non conosce alcuna parola che possa descrivere quanto è accaduto qui.”

Ha affermato Angela Merkel, prima di aggiungere:

“C’è bisogno di una politica che tenga in considerazione natura e clima, ben più di quanto non si sia fatto negli ultimi anni. Vediamo con quanta violenza la natura possa agire. La contrasteremo nel breve ma anche nel medio e lungo periodo. Saremo il primo continente a diventare neutrale in quanto a CO2. Dovremo però dedicare anche molta più attenzione per quanto riguarda l’adattamento ai cambiamenti climatici in corso.”

Naturalmente il discorso può apparire strumentale, visto il luogo e il momento in cui è stato pronunciato, nonché il ruolo che il capo di stato Merkel deve tenere, in virtù della sua carica, di fronte a una popolazione devastata dalla catastrofe. Non è tanto però per il desiderio di condividere una dialettica scontata che riporto questo pensiero, bensì perché subito dopo Angela Merkel arriva a toccare un punto importantissimo, fondamentale direi in un’ottica di transizione ecologica continentale.

La transizione ecologica secondo Angela Merkel

Il governo federale tedesco sta approvando proprio in questi giorni un pacchetto straordinario di aiuti per le popolazioni colpite. Non si vuole infatti perdere tempo prezioso per aiutare concretamente chiunque ne abbia bisogno. L’idea è concedere alle zone alluvionate fondi immediati ma anche aiuti sul medio e lungo periodo. La parola d’ordine è ricostruire tutto. La cancelliera ha anche chiesto donazioni a tutti i cittadini che abbiano possibilità di fornirne.

Durante la sua visita nelle regioni colpite dal dramma – mentre alcuni Länder confinanti come, ad esempio, l’Alta Baviera stanno evacuando le fasce di popolazione più a rischio – Angela Merkel ha voluto sottolineare un aspetto di cui parliamo spesso, qui sulle pagine de L’EcoPost:

“Quello che investiremo nella difesa del clima ci costerà molto. Quello che però non faremo, finirà per costarci molto di più. Se vediamo i danni degli ultimi anni, o degli ultimi decenni, comprendiamo perché dobbiamo impegnarci ancora moltissimo.”

Non c’è altro da aggiungere; l’importanza della transizione ecologica sta tutta in queste parole. Certo, avremmo gradito che ci si fosse arrivati senza la necessità di dover seppellire tutti questi morti ma questo è quel che ci attende se continueremo a trascurare il problema del cambiamento climatico. È tempo di agire. Il pensiero di Merkel non deve finire come uno degli ultimi discorsi importanti di una cancelliera a termine mandato – dopo 15 anni di mandato, la leader della CDU ha già annunciato che non si ricandiderà – bensì dovrebbe essere un piano d’attacco per l’intera UE. E ci auguriamo che lo sia, dal momento che anche a capo della Commissione abbiamo una politica tedesca, il cui pensiero non differisce troppo, almeno nelle dichiarazioni, da quello del suo Capo di Stato.

Interventi a sostegno della popolazione

In Alta Baviera, sono state evacuate circa 130 persone perché si è verificata l’esondazione di un fiume che poi, fortunatamente, non ha riportato le drammatiche coincidenze che si temevano.

Le criticità ora sembrano essere terminate, dal momento che i fiumi sono in ritirata e l’ondata di maltempo si sta allontanando. Restano impresse le parole di uno dei soccorritori, il quale ha affermato: “Le auto sono diventate come una palla da fuoco per l’enorme massa d’acqua.” Angela Merkel ha promesso interventi a sostegno delle popolazioni, per rimediare a danni che sono stati stimati intorno ai 4 o 5 miliardi di euro.

Le parole della cancelliera sull’ambiente hanno fatto il giro del mondo e la passerella dei politici che si sta dirigendo a Napoli per il G20 monotematico dedicato al tema hanno dimostrato di averle colte. Ora occorre passare ai fatti ed è proprio in questa fase che si teme un cortocircuito, il quale finirebbe per portarci di fronte all’ennesimo nulla di fatto. In fin dei conti, il nostro ministro per la transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha da subito fatto capire che la sua idea non è proprio allineata con quella di Merkel.

La transizione ecologica e le parole del Ministro

Pressapoco in concomitanza con i tremendi fatti che avvenivano in Germania, il Ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani confidava alla stampa alcune sue preoccupazioni riguardo al pacchetto europeo denominato Green New Deal. Com’è noto si tratta del provvedimento per raggiungere la neutralità climatica nella UE entro il 2035. Esso impone – tra le altre cose – ai costruttori di autovetture di produrle esclusivamente a propulsione elettrica da qui a 15 anni.

Muovendo da qui, Cingolani ha lanciato quello che i media hanno definito un allarme. A detta del Ministro, se anche le supercar dovranno essere elettriche al 100% – cosa più che probabile, in quanto anche le supercar sono automobili – l’Italia sarà costretta a chiudere la sua Motor Valley. Con questa definizione anglosassone intendiamo l’Emilia di Ferrari, Lamborghini, Pagani e Maserati, le cui linee di produzione generano un considerevole indotto. A detta di Cingolani, il tempo tra oggi e la data di passaggio all’elettrico è insufficiente per convertire i cicli di produzione industriali.

Il pensiero di Cingolani

Per non snaturare il pensiero del Ministro alla Transizione Ecologica, riportiamo qui le sue parole. Le esternazioni sul distretto dei motori vanno viste all’interno di un ragionamento più ampio. Poiché spesso l’informazione dei media ci abitua a decontestualizzare un ragionamento per ottenere il titolo sensazionalistico, ho preferito prendere qualche riga per riportare l’intervista.

“C’è una grandissima opportunità nell’elettrificazione. È stato però comunicato dalla Commissione UE che anche le produzioni di nicchia come Ferrari, Lamborghini, Maserati e McLaren si dovranno adeguare al full electric. Questo vuol dire che, a tecnologia costante e con l’assetto costante, la Motor Valley la chiudiamo.”

Sono le parole di Cingolani, riportate dal Corriere della Sera.

“Se oggi pensassimo di avere una penetrazione del 50% di auto elettriche, d’emblée, non avremmo le materie prime per farlo né alcuna grid per gestirle. Su un ciclo produttivo di 14 anni, pensare che le nicchie automobilistiche supersport si riadattino è impensabile.”

“C’è un fattore chiave che le persone non considerano. La transizione ecologica deve avere un tempo specifico. Se siamo troppo lenti falliremo come homo sapiens. Se andiamo troppo veloci, falliremo come società. Dobbiamo affrontare la disuguaglianza a livello locale che non rende la transizione facile a livello globale. Noi siamo relativamente fortunati. Possiamo parlare di riconversione, idrogeno, mobilità verde… ma che dire di altri 3 miliardi di persone sul pianeta che hanno problemi più urgenti? Dobbiamo trovare regole comuni e sostenere i Paesi emergenti.”

Ha concluso il Ministro.

Cattive notizie per la transizione ecologica dunque?

Alla luce del ragionamento di Cingolani, dunque, come possiamo concludere? Alcune delle argomentazioni del Ministro hanno senso, gli va riconosciuto. Consideriamo di quali automobili stiamo parlando e di quali macchinari hanno a disposizione questi costruttori. Uno come Horacio Pagani, che italiano non è in quanto proveniente dall’Argentina ma che lavora nel bolognese da decenni, produce le sue hypercar in un laboratorio artigianale che nulla a che vedere con uno stabilimento automobilistico.

Ciò non toglie, comunque, che sentir parlare in questo modo un Ministro alla Transizione Ecologica faccia veramente accapponare la pelle. A maggior ragione se pensiamo che si tratta di chi dovrà coordinare il vertice ambientale delle prime 20 economie del mondo. Naturalmente i costruttori di automobili – così come gran parte di altre imprese – avranno delle difficoltà anche serie a riconvertire la loro produzione. Se però consideriamo le potenziali problematiche di ogni attore economico, quando mai inizieremo questo processo vitale per il futuro?

Qualora il pensiero di Cingolani divenisse predominante, se tutti gli altri Ministeri incaricati di agevolare la transizione ecologica per tutelare aziende o distretti produttivi, neanche cominceremmo mai a mettere in pratica una qualunque forma di riconversione.

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Tesla fa soltanto automobili elettriche e ha dimostrato che è possibile coniugare alte prestazioni a motorizzazioni ecologiche. Foto: Pixabay.

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Un esempio virtuoso

Cingolani dà l’idea di volersi arroccare sul passato e difendere l’esistente, come hanno sottolineato sulle pagine virtuali di vaielettrico.it. Nello stesso articolo, troviamo anche un esempio assolutamente virtuoso e in netto disaccordo con la tesi del Ministro.

Ci sono infatti anche costruttori di automobili sportive e di lusso che stanno già cavalcando da tempo l’elettrico e ne apprezzano le possibilità. La Porsche ha lanciato il suo primo modello elettrico nel 2019 – La Ferrari E non è attesa prima del 2025 – e ha annunciato risultati di vendita sorprendenti per il primo semestre 2021. L’elettrica Taycan vende ormai praticamente tanto quanto l’immortale 911, la quale la stacca per 20mila 611 consegne contro 19mila 822, davvero un pugno di unità.

“Il tasso di elettrificazione sta crescendo ovunque. Questo conferma il percorso intrapreso con la nostra strategia. In Europa, circa il 40% delle auto attualmente in consegna dispone di un motore elettrico, puro oppure ibrido plug-in. La nostra massima priorità continua a essere quella di realizzare i sogni dei nostri clienti.”

Dice Detlev von Platen, responsabile Sales&Marketing del marchio Porsche. A quanto pare, dunque, anche i clienti di questi marchi possono accettare l’elettrico; non a caso a Stoccarda lanceranno presto la loro seconda proposta completamente elettrica, la Macan, e hanno già annunciato che farà seguito un’intera gamma di auto con propulsione green. Qualcuno avvisi Cingolani.

Transizione ecologica, falsa partenza per il Ministero

Ci aspettavamo qualche cosa di meglio. La nascita del Ministero della Transizione Ecologica, avvenuta in contemporanea all’insediamento del governo Mario Draghi ci aveva fatto ben sperare. All’alba della sua presidenza, il premier incaricato Draghi aveva annunciato la creazione di un Ministero che doveva garantire una transizione ecologica al nostro Paese, verso le fonti rinnovabili. Anzi, lo aveva fatto annunciare a Donatella Bianchi, presidente del WWF, enfatizzando ancor più la nascita del dicastero. Il primo atto autorizzato però, non lascia affatto tranquilli gli ambientalisti.

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Il caso

Le grandi speranze che hanno seguito la nascita del Ministero – all’interno di un governo del tutti dentro che, come ben sappiamo, di dicasteri ne ha creati addirittura 23! – corrono il rischio di venire deluse a nemmeno 3 mesi dal giuramento della squadra di Draghi. Per transizione ecologica, infatti, nessuno intendeva certo nuove trivellazioni per sfruttare fonti fossili. Vediamo che cosa è successo.

Raccontiamo il caso con le parole del comunicato stampa inviato all’ANSA dal Forum H2O, associazione abruzzese che riunisce numerosi movimenti per l’acqua: “Il Ministro della Transizione Ecologica Cingolani ingrana la marcia. Però all’indietro. Lo fa puntando sul passato, cioè sulle fossili. È stata infatti approvata la valutazione di impatto ambientale per ben 11 nuovi pozzi per idrocarburi, di cui anche uno esplorativo. Il tutto nel Mar Adriatico, tra Veneto e Abruzzo, nel canale di Sicilia e a terra, in provincia di Modena. Inoltre, sempre in Emilia ma questa volta in provincia di Bologna, ha approvato anche l’avvio della produzione di un pozzo già esistente a metano. Visti i primi atti ci verrebbe voglia di battezzarlo come Ministero della Finzione Ecologica.”

Ironia amara

La definizione “Ministero della Finzione Ecologica” fa certamente sorridere. Eppure esprime davvero bene la frustrazione che si prova di fronte a questa decisione. Ci verrà detto che queste misure non devono ricadere interamente sulle spalle di Cingolani, uno che è lì da qualche settimana e, data l’improvvisa fine del governo precedente, si sarà sicuramente ritrovato molte pratiche aperte da chi lo precedeva al Ministero dell’Ambiente. La storia vera, però, non è proprio questa.

Continua il Forum H2O: “Sono ben 7 gli interventi presentati negli anni scorsi dai petrolieri delle società ENI (3); Po Valley Operations PTY Ltd (2) e SIAM Srl (2). Questi progetti erano rimasti fermi al Ministero per anni, anche dal 2014. Il neoministro Cingolani li ha prontamente resuscitati invece di mettere fine, in generale, ai nuovi progetti fossili.” Che era poi quel che ci si aspettava da lui.

“Oltre ai rischi e alle criticità insiti in ogni singolo progetto, per incidenti (recentemente in Croazia una piattaforma si è inabissata per il maltempo), perdite e scarichi, la cosa grave è che ci si allontana sempre più dagli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi sul Clima. Quelli che a parole tutti dicono di voler rispettare.”

Le priorità del Ministero della Transizione Ecologica

Il comunicato del forum continua con una brutale conclusione e un augurio a cui ci uniamo: “Per Cingolani e il governo Draghi, evidentemente, l’emergenza non è quella climatica ma premiare i progetti dei petrolieri. Auspichiamo che questi progetti siano fermati nel prosieguo dell’iter di approvazione, anche se la strada si fa in salita.”

Le esplorazioni e le trivellazioni, infatti, non sono ancora operative, in atto. Esse hanno però ricevuto il via libera da parte del Ministero, che significa che ormai hanno avuto il nulla osta e, con ogni probabilità, diverranno effettive a breve. Il campanello d’allarme del Forum H2O ci serva da monito. Se il buongiorno si vede dal mattino, come recita un noto proverbio, ecco che dobbiamo tenere sotto stretto controllo l’operato del nuovo dicastero. Continuare ad appoggiare estrazione e sfruttamento del fossile non è transizione ecologica, semmai l’esatto contrario. È immobilismo ecologico, finzione come hanno detto dal forum. In altre parole, è tutto ciò di cui non abbiamo bisogno in questo momento. Il nostro pianeta ha già iniziato a farci intendere quanto disapprovi il nostro stile di vita totalmente irrispettoso nei suoi confronti.

Altro che transizione ecologica: ancora nuove trivellazioni

L’idea delle trivellazioni pare essere un chiodo fisso, un cruccio nel nostro Paese. Nonostante i giacimenti fossili italiani siano tutt’altro che ricchi e rigogliosi, tanto che dovrebbero essere di stimolo alla ricerca di fonti energetiche a loro alternative, numerosi sono i governi che continuano ad insistere su di essi. Prima di Draghi lo fece l’ex premier Matteo Renzi. Ricorderete come, 5 anni fa – il 17 aprile 2016 – fummo chiamati alle urne per un referendum abrogativo. Esso ci chiedeva se volessimo impedire esplorazioni e trivellazioni alla ricerca di idrocarburi nei nostri specchi d’acqua. Ebbene, in tale occasione, si recò a votare una percentuale di elettori esigua, ben inferiore al 40% e, come da normativa, il referendum non passò e il diritto di esplorare non venne tolto. Proprio come desiderava il governo di allora.

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Foto di Kanenori da Pixabay 

Perché è importante ricordare questo episodio? Perché dobbiamo evitare di incolpare i soli Draghi e Cingolani. Se come popolo italiano avessimo deciso, quando potevamo, di stoppare queste operazioni, probabilmente questo articolo non sarebbe neppure mai uscito poiché nuove trivellazioni in Italia sarebbero state impossibili. E invece eccoci qua.

La storia non si fa con i se e con i ma com’è risaputo ma ciò non deve scusarci. Se non ci responsabilizziamo noi per primi, se non facciamo partire dal basso la lotta per il clima, alzando le nostre voci finché non vengano sentite con chiarezza all’interno dei palazzi del potere, temo che ci ritroveremmo molte volte a dover scrivere pezzi come questo – da questa parte dello schermo – e a doverli leggere – dal vostro lato.

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Nasce ufficialmente il Ministero alla Transizione Ecologica

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Una nuova era politica

Ecco che ci risiamo. L’ultima volta che abbiamo votato per le elezioni politiche, in Italia, era il 2018. Ora siamo nel 2021. Sono passati 3 anni e si sono già succeduti 3 governi. Più o meno com’è successo nei 75 anni di storia dell’Italia repubblicana, nel corso dei quali abbiamo avuto oltre 60 esecutivi. Povera Italia.

La classe politica che esprimiamo è di livello infimo, e la cosa appare particolarmente evidente negli ultimi tempi. Le leggi elettorali che il Parlamento propone sono risibili, imbarazzanti nella loro inefficacia. Ciò si deve principalmente al fatto che siano concepite per garantire uno scranno a ogni partito, partitino e micropartito che creiamo praticamente per sport. La cosa peggiore in tutto ciò è che ogni classe politica rispecchia il popolo che la elegge. Dunque prima di giudicare loro dovremmo fare un pò di sana autocritica noi stessi, per chiederci perché mai diamo il potere in mano a certi personaggi.

Antefatto a parte, si è insediato un nuovo esecutivo al termine della scorsa settimana. Novità particolarmente rilevante è la creazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Ad esser franchi ci si aspettava qualcosa di più di quel che è stato partorito dalla visione politica di Mario Draghi. Andiamo però con ordine.

Donatella Bianchi, presidente WWF, annuncia ufficialmente la nascita del Ministero della Transizione Ecologica. Immagini: LA7

Il governo Draghi

Il nuovo premier Mario Draghi (classe 1947) è uno degli economisti più eminenti a livello mondiale. Dopo un notevole percorso di studi che lo ha portato anche negli Stati Uniti, ha cominciato la sua carriera presso il Ministero del Tesoro, prima di venire nominato Direttore Esecutivo della Banca Mondiale. Dopo un lungo corso tra le mura amiche del Ministero, con la carica di Direttore Generale, entra in Goldman Sachs. Impiegato presso la sede londinese del colosso finanziario, in quanto Vice Chairman e Managing Director, guida le strategie europee del gruppo.

Nel 2005 diviene il nono governatore della Banca d’Italia. A questo punto la sua carriera si impenna. Viene nominato Presidente del Forum per la Stabilità Finanziaria – che nel 2009 diventa Consiglio per la Stabilità Finanziaria – e poi, nel 2011, l’Eurogruppo lo rende ufficialmente Presidente della Banca Centrale Europea. Al termine del suo mandato in BCE si ritira a vita privata, ufficializzandola tramite le note parole: “del mio futuro chiedete a mia moglie.” Il 13 febbraio 2021 giura come Presidente del Consiglio dei Ministri. Il suo governo nasce da un compromesso tra numerose forze politiche – tutte, praticamente, eccezion fatta per Fratelli d’Italia – e nomina l’altissimo numero di 23 Ministri. Draghi ha dovuto accontentare tutti.

Le parole d’ordine del governo

Naturalmente, non occorre ricordare qui il particolare momento che stiamo attraversando. Il neo-governo Draghi, però, non dovrà occuparsi soltanto della crisi sanitaria ed economica innescata dalla pandemia. L’ex presidente di BCE ha fatto già circolare l’elenco dei principali punti programmatici che dovranno caratterizzare la sua azione politica. L’opera sarà convintamente europeista, come ci stanno dicendo i media da giorni, secondo una strategia che dovrebbe essere la più efficacia per riuscire a disporre dei copiosi finanziamenti parte del Recovery Fund.

L’esecutivo si concentrerà su 5 macro-temi, intenzionato a risolvere altrettante emergenze indicate dallo stesso premier: sanità, lavoro, scuola, imprenditoria e ambiente. Per questo motivo è stata avallata la richiesta forte, esternata principalmente dal Movimento 5 Stelle, della creazione di un Ministero preposto alla Transizione Ecologica.

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Beppe Grillo e Mario Draghi. Sarebbero le menti dietro l’ideazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Foto: The Italian Times

La formazione del Ministero alla Transizione Ecologica

Che cosa intendiamo precisamente quando parliamo di Ministero della Transizione Ecologica? Come sarà costruito e chi lo guiderà? Tra i partiti che hanno maggiormente insistito per dar vita al dicastero c’è il Movimento 5 Stelle, come già scritto. Il partito ha parlato di questo ministero come di un ufficio fondamentale in questo preciso momento. Hanno ragione da vendere. Viene allora spontaneo domandarsi come mai, in due anni che sono stati al governo, non abbiano pensato di istituirlo loro stessi. Nonostante nel nostro Paese si parli sempre più sovente di transizione ecologica, siamo ancora piuttosto indietro nel concreto.

Ricordiamo infatti che l’Italia ha fatto dipendere troppo spesso la propria politica estera dalla strategia industriale di ENI (ne abbiamo parlato qui) e non è riuscita ad imporre alcun obbligo ambientale ad Arcelor Mittal a causa della mancanza di una strategia efficace e sostenibile per ILVA. Il nostro Paese spende annualmente circa 19 miliardi di euro in sussidi ambientali che tali non sono – in quanto in realtà danno origine a complicazioni per l’ambiente – e, dal 2011 a oggi, ha già sborsato oltre 600 milioni in multe a Bruxelles per infrazione. Come se non bastasse, 7 dei circa 60 milioni di italiani vivono in aree altamente inquinate. Altrettanti hanno la dimora in zone a grave rischio idrogeologico e di inondazioni. In una simile situazione, è più che mai necessaria l’istituzione di questo ministero.

Esempi dall’estero: Austria

In Austria l’ambientalista Leonore Gewessler è a capo di un ufficio davvero completo in termini di transizione ecologica. Si chiama Ministero per l’azione climatica, l’energia, i trasporti, l’industria e l’innovazione tecnologica. Il Paese – guidato come sappiamo dal conservatore Sebastian Kurz e i suoi improbabili alleati dei Verdi – è all’avanguardia assoluta, in Europa, per quanto riguarda clima ed energia. Lo Stato alpino, in maniera coerente ed intransigente, tanto che potremmo definirla proprio gerarchica, ha dato vita ad una politica ambientale estremamente ambiziosa. Il Ministero di Gewessler coordina ogni settore legato alla sostenibilità: trasporti, energia, industria e innovazione, grazie all’autorità di cui dispone che gli permette di spegnere immediatamente ogni focolaio di dibattito generato relativamente a questi ambiti.

Spagna

Anche in Spagna tali decisioni sono in mano a una donna. Teresa Ribera Rodriguez, vice primo ministro iberica, regge il ministero ribattezzato della transizione ecologica e della sfida demografica. Si è infatti deciso di associare alla battaglia climatica quella contro lo spopolamento e l’abbandono delle zone rurali spagnole. Ribera da sempre sostiene che le energie rinnovabili siano un indispensabile volano per la trasformazione verde e ha riportato il Paese ai primi posti nello sfruttamento di fonti pulite. In questo modo, si è invertita una tendenza che aveva caratterizzato gli ultimi anni. La chiave di volta è stata l’eliminazione dalle bollette dei costi per il sostegno delle rinnovabili che sono stati trasferiti in un fondo alimentato per di più dai fornitori.

Francia

Oltralpe, in Francia, Emmanuel Macron era riuscito a coinvolgere Nicolas Hulot, celeberrimo ecologista, per guidare il potentissimo Ministero della Transizione Ecologica e Solidale. Un unico hub avrebbe dovuto supervisionare l’operato ambientale, energetico, climatico, relativo ai trasporti e all’economia circolare. Per portare avanti questi compiti il budget ammonta oggi a 48 miliardi – ai quali dobbiamo aggiungere la quota di fondi europei che la Francia destinerà a questo ufficio – che non sono troppi per un Paese ben più sensibile del nostro, dove c’è contezza dell’importanza della sfida climatica. La lotta al surriscaldamento dei cosiddetti cugini è molto più combattuta, a livello sociale e politico, rispetto a quanto sia da noi, dove ancora in troppi vedono la creazione di questo dicastero come un mero contentino dato da Mario Draghi a Beppe Grillo, per comprarsi il suo sostegno al governo. E la cosa peggiore è che potrebbe essere la verità.

Hulot si è dimesso nel 2018, denunciando in radio il potere e la pervasività delle lobby. Gli industriali, a suo dire, gli impedivano, di fatto, di procedere spedito verso la decarbonizzazione come avrebbe voluto fare. Vista la situazione di grave emergenza climatica, non si poteva certo procedere a piccoli passi e occorreva un cambiamento radicale. Tristemente, Hulot constatò che il governo e la politica gli erano vicini soltanto a parole e si arrese a quest’evidenza. Stremato e stanco di lottare contro mulini a vento, rassegnò il mandato. A sostituirlo arrivò Barbara Pompili, transfuga dei Verdi e vicinissima politicamente a Macron.

La transizione ecologica in sintesi

Affinché funzioni, il Ministero della Transizione Ecologica deve poter soprintendere e organizzare secondo necessità quello dello Sviluppo Economico. I due ambiti non possono più essere separati, pena l’inefficacia dell’operato. Similmente, dovrebbe avere l’ultima parola anche in decisioni ambientali e – specialmente in Italia – relative alle infrastrutture ed i trasporti.

Eppure il MIse, per com’è concepito nel nostro Paese e per come ha sempre lavorato, è costituito quasi interamente da personale formatosi nell’era del fossile. Tale ministero ha sempre operato a braccetto con ENI, ENEL e i settori dell’industria pesante. Per anni lo staff impegnato nella definizione delle strategie italiane di sviluppo economico ha trattato le rinnovabili come fossero un capriccio troppo costoso e ha utilizzato la parola green energy alla stregua di uno slogan. Al Mit poi, la situazione potrebbe essere pure peggiore. Nessuno ricorda addetti particolarmente zelanti nel campo della manutenzione, della sicurezza o dei trasporti pubblici. Tutti invece sappiamo molto bene come le grandi opere scaldino il cuore a chiunque sia impiegato in quelle stanze.

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Il Ministero dell’Ambiente sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica. Foto: greenme.it

Un ministero di Serie B

Vent’anni fa, nel 2001, il Ministero all’Ambiente – che sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica – disponeva di un budget pari a circa 2 miliardi di euro. Oggi non può contare neppure su 800 milioni. Inevitabilmente, alla riduzione dei fondi è seguito un drastico abbassamento delle competenze. Di fatto, al giorno d’oggi è un dicastero minore. Nonostante clima e ambiente siano parole sulla bocca di tutti e i cambiamenti dovuti al global warming siano già arrivati al nostro uscio.

Nell’equilibrio del potere, la scrivania dell’ambiente è spesso stata assegnata a rappresentanti di second’ordine, sovente per accontentare questo o quel partito che avevano contribuito al trionfo elettorale. Piuttosto di rado la sua titolarità è stata davvero stabilita in base alle competenze. Non era questo il caso con Sergio Costa, persona attenta e capace ma poi a qualche partitino è venuto il mal di pancia, come ben sappiamo. C’è però anche una nota positiva.

Il governo e la sua responsabilità nella transizione ecologica

La scelta di Draghi, con tutti i limiti che ora analizzeremo, presenta infatti una grande opportunità. Il governo sembra volersi assumere, tramite l’instaurazione del Ministero alla Transizione Ecologica, le proprie responsabilità sul nostro futuro. Se vogliamo giocarcela questa sfida ai cambiamenti climatici, dobbiamo porre il potere decisionale in materia ambientale nelle mani di un solo burocrate. Le competenze in materia sono oggi spezzettate tra vari dicasteri e ciò non agevola certo un’azione rapida, coerente ed efficace.

La lezione di Hulot ci insegna che dobbiamo combattere una dura battaglia per resistere alle forti pressioni di chi ha interessi nel fossile. La lobby del petrolio, infatti, non vuole certo darsi per sconfitta e spera di protrarre quanto più a lungo possibile la sua agonia, in barba al pianeta. Vari ministeri guidati da orientamenti e priorità diverse non hanno alcuna possibilità di vittoria contro un nemico così ostico e organizzato.

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Bozza di destinazione dei fondi Recovery Plan per l’Italia. Grafica: ilprimatonazionale.it

I limiti del nuovo dicastero

Il Ministero della Transizione Ecologica riunirà i compiti del Ministero dell’Ambiente e la giurisdizione energetica che fino a qualche giorno fa era nelle mani del titolare del Mise. Ciò naturalmente significa che il nuovo dicastero avrà in sé alcune funzioni precedentemente assegnate allo sviluppo economico ma, simultaneamente, che non ne prenderà il posto in toto. Questo potrebbe essere limitante, mantenendo due polli a razzolare sulla stessa aia.

All’interno del Minambiente esiste già un dipartimento per la transizione ecologica. Esso si occupa, fino a nuova riorganizzazione, di economia circolare, contrasto ai cambiamenti climatici, efficientamento energetico, miglioramento della qualità dell’aria e sviluppo sostenibile. Altri compiti di pertinenza del dipartimento DITEI – possiamo leggere sul sito – sono la cooperazione ambientale internazionale e il risanamento. Queste mansioni dovrebbero ora divenire prioritarie.

Il nuovo Ministero conta di avere a disposizione un ingente budget – parliamo di circa 69 miliardi di fondi Next Generation EU – fin dalla sua nascita. Tali fondi sarebbero destinati alla conversione del sistema produttivo italiano in un modello ben più sostenibile. Energia, industria – e anche lo stile di vita di ogni persona – devono essere meno dannosi per l’ambiente. Questa non è più una novità per nessuno eppure ancora siamo ben lontani dal raggiungere questo risultato. Non è che un bene il fatto che la politica cominci ad occuparsene. Eppure si teme che il dicastero non riesca ad operare all’altezza delle attese. Non solo, ci sono anche voci fuori dal coro le quali sostengono che questo nuovo ministero si riveli un carrozzone, accentrando in maniera imprecisa alcune competenze di altri uffici e fomentando lo spreco di risorse pubbliche.

Dubbi e perplessità

In fin dei conti, dice Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, il Ministero dell’Ambiente nel 1986 era nato proprio per guidare la transizione ecologica. Insomma, ci sono luci e ombre su questo nuovo dicastero, il quale ha grandi possibilità ma potrebbe anche finire per trovarsi costretto tra troppi limiti. Si tratta però di quel rischio che accompagna ogni novità, in fin dei conti.

Lo spazio dedicato al Ministero della Transizione Ecologica da Porta a Porta.

Alla guida del nuovo Ministero della Transizione Ecologica

Il titolare del neonato Ministero sarà Roberto Cingolani, fisico 59enne. Si tratta del manager e responsabile dell’innovazione tecnologica del gruppo Leonardo. Il suo ruolo aziendale – espresso in lingua inglese come fanno tutti oggi, per chissà quale motivo – è quello di Chief Technology & Innovation Officer. Oltre alla guida del dicastero gli saranno date anche le chiavi del costituendo Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica.

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Roberto Cingolani. Foto: quifinanza.it

Cingolani – grande esperto di nanotecnologie – ha un curriculum di tutto rispetto, che può vantare esperienze in grandi e noti centri di ricerca negli USA, in Giappone e in Germania. Nel 2005 ha fondato a Genova l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di cui è stato direttore scientifico prima di entrare in Leonardo. La carriera di Cingolani potrebbe renderlo l’uomo giusto per affrontare il complesso passaggio a quella società sostenibile che l’UE ci chiede di diventare. Potrebbe, appunto.

Anche sulla sua figura, infatti, si addensa qualche dubbio. Leonardo è infatti parte di Finmeccanica, azienda leader nella produzione ed esportazione di armamenti. Si tratta dunque di un uomo che non vive esattamente di salvaguardia del creato, piuttosto che guadagna distruggendolo. Questo aspetto potrebbe essere tutt’altro che marginale. Si tratta di un tecnico molto politico; visto alla Leopolda renziana, al meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione e agli incontri pubblici di Gianni Letta e dei Casaleggio.

Naturalmente, è troppo presto per dare un giudizio su Cingolani e il suo neonato ministero. Ci auguriamo naturalmente che serva al meglio il nostro Paese mettendo l’ambiente e la sua tutela davvero al centro della sua opera – e, possibilmente, di quella dell’intero esecutivo – non possiamo però evitare di vedere tutto il quadro, nella sua scomoda interezza.