Due anni dal primo sciopero di Greta. L’ambientalismo è passato di moda?

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Il 20 agosto 2018, Greta Thunberg, una ragazza allora quindicenne, si sedette per la prima volta davanti al parlamento svedese con un cartello che recitava: “Sciopero per il clima”. È stato l’inizio di un’enorme ondata di mobilitazione ecologista. Per un anno e mezzo i ragazzi di tutto il mondo hanno riempito le piazze con cartelli, canti, flash-mob, costringendo la politica a fare i conti con le nuove istanze delle giovani generazioni. Anche le aziende hanno captato il cambiamento e da qualche tempo non c’è pubblicità che non abbia al suo interno qualche riferimento ambientale. Eppure, la pandemia ha radicalmente rallentato l’onda verde e ha drasticamente rivolto altrove l’attenzione del pubblico. Che cosa rimane dunque delle battaglie di questi due anni? È già ora di relegare questo capitolo di ambientalismo in uno dei cassetti della storia? O ci sono speranze che qualcosa sia davvero cambiato?

Il fenomeno Greta. L’ambientalismo e le giovani generazioni

Ricordo ancora il mio primo sciopero a Torino. Era il 1° febbraio 2019 e avevo sentito che alcuni studenti si ritrovavano per protestare per il clima. La cosa che mi stupì di più arrivando in Piazza Castello fu l’età media dei ragazzi, 16-18 anni, e il loro profondo livello di informazione riguardo la crisi climatica. Eravamo in 15 quel giorno, ma mi raccontarono che cinque di loro facevano la stessa cosa già da dicembre, imitando la ragazza svedese fino ad allora poco conosciuta. Greta Thunberg aveva infatti già rilasciato qualche discorso ma solo gli esperti di ambientalismo le avevano prestato davvero attenzione.

A mio parere, sarebbe certamente riduzionistico credere che i milioni di studenti scesi in piazza nei mesi successivi siano riconducibili in toto al cosiddetto “effetto Greta”. Certamente la giovane attivista svedese ha il merito di aver creato una tattica nuova e vincente. Saltare la scuola è una scelta radicale, che suscita dubbi e costringe dunque a chiedersi le motivazioni di tanta determinazione. Allo stesso tempo però, è bene riconoscere che gli scioperi per il clima hanno avuto successo perché la popolazione giovanile era pronta a esprimere una sensibilità ambientale che non si vedeva dai movimenti ecologisti degli anni ‘70.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

Due anni di attivismo ambientale e l’arrivo della pandemia

Nei mesi successivi Torino è diventata una delle più attive città italiane in campo ambientale, grazie anche al coinvolgimento di importanti esperti quale Luca Mercalli e ai contatti instaurati fra i giovani attivisti e i loro colleghi europei. Roma, Milano, Napoli, Firenze, fino ad arrivare alle città più piccole, sono state travolte dal passaparola mediatico di Fridays For Future. Il 15 marzo 2019, durante il primo sciopero globale per il clima, un milione di giovani italiani ha invaso le piazze per reclamare il diritto al futuro. Sono seguiti altri tre scioperi globali e gli slogan sono diventati veri e propri sit-in; ogni venerdì è stato dedicato ad un aspetto specifico della crisi climatica, come il ruolo delle multinazionali o della fast fashion, la scarsità idrica o la solidarietà per gli incendi in Amazzonia. L’ambientalismo in Italia non era stato così attivo da decenni.

Il quinto sciopero globale per il clima era previsto per il 24 aprile 2020, ma a causa del lockdown è stato modificato in versione online. È innegabile che le piazze piene, così come erano state fino a gennaio, abbiano sortito tutt’altro effetto rispetto a un hashtag condiviso sui social. Così come è innegabile che la pandemia nel suo insieme abbia radicalmente ridotto l’attenzione mediatica rivolta alla crisi ecologica. Ciò è avvenuto nonostante tantissimi studi abbiano nel frattempo confermato che l’espansione di nuovi virus, quale appunto il Covid-19, sia strettamente legata al peggioramento delle condizioni climatiche. A poco sembrano essere servite tutte le riflessioni positive e propositive nate in quarantena, quando gli animali hanno invaso le città silenziose e la natura trionfava di fronte a una società “messa in pausa”.

I risultati ottenuti. Una moda o un cambiamento tangibile?

Il virus, con la sua imprevedibilità e il carico di novità senza precedenti che ha portato con sé, ha conquistato il primo posto di tutti i TG e delle discussioni interpersonali. Di fatto, dalla fine del lockdown l’ambientalismo sembra essere stato relegato in un cassetto, come se fosse finita ormai una moda, una tendenza, spazzata via dalla prioritaria emergenza sanitaria, con buona pace delle multinazionali che ora non dovranno più sforzarsi di attuare strategie di greenwashing per ingannare i clienti. Resta quindi da chiedersi: questi due anni hanno fatto davvero la differenza? O la pandemia ha solamente aiutato a spazzare via tutto? L’ambientalismo è già passato di moda?

Guardando la panoramica generale e i dati delle maggiori statistiche a riguardo, si può affermare che l’onda verde abbia senza dubbio contribuito a modificare l’agenda politica del mondo e le abitudini della popolazione. Un gruppo di ricerca del UK Centre for Ecology and Hydrology ha analizzato le parole chiave delle ricerche online. Ne è emerso che le espressioni “azioni climatica” e “emergenza climatica” sono cresciute di 20 volte nel 2019, soprattutto grazie agli scioperi per il clima e alle proteste di Exctinction Rebellion. Il Dr. Thackeray ha voluto sottolineare che ad un aumento delle ricerche ha corrisposto l’evoluzione del linguaggio: i termini “emergenza” o “crisi climatica” hanno sostituito le espressioni standard come “cambiamento climatico” e “riscaldamento globale”. Più in generale, la copertura dei media nei confronti dell’ambientalismo e delle proteste ad esso correlate sono duplicate dalla metà del 2018.

Leggi il nostro articolo: “Perché la crisi climatica non sembra un’emergenza”

La pandemia potrebbe aver favorito l’ambientalismo

Un altro studio rilasciato dalla BBC ritiene che la pandemia potrebbe nel suo insieme aver aiutato la causa dell’ambientalismo. Infatti, durante il periodo di costrizione in casa, molte persone hanno attuato dei cambiamento radicali nel proprio stile di vita, fra cui per esempio la necessità di rinunciare ai viaggi di lunga distanza e la possibilità di lavorare in smartworking. Questa riduzione globale del movimento ha portato al più grande crash di consumo di combustibili mai registrato nella storia. Ma non solo. La professoressa Elise Amel dell’ Università di St Thomas ha fatto notare che molti atteggiamenti sostenibili intrapresi durante il lockdown, sebbene adottati a causa del virus e non per un diretto amore per l’ambiente, potrebbero perdurare anche in futuro.

Si attuerebbero quindi degli effetti “spillover”, per cui grazie a un’attenzione nata da un obbligo ne deriverebbe un’abitudine permanente e un cambiamento più radicale. Lo smartworking è solo l’esempio più lampante, ma lo studio si riferisce anche al ritorno al turismo locale e al bisogno individuale di riconnettersi con la natura. Lo studio sottolinea però che questi cambiamenti individuali avranno senso solo se la politica e le industrie faranno la loro parte. In questo senso, la ricerca chiarisce che l’opinione pubblica è fortemente schierata per una ripresa economica che sia anche sostenibile dal punto di vista ambientale. Dai dati Ipsos di maggio 2020 si evince che il 75% delle persone analizzate in 16 paesi si aspetta che i propri governi considerino l’ambiente una priorità nei recovery plans post-Coronavirus.

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Intervista Ispos Mori che chiedeva ai partecipanti se il proprio governo dovesse considerare l’ambiente una priorità nei piani di ripresa post-Covid. Fonte: Ipsos 2020

Il bilancio di Greta: “Il mondo oggi nega ancora”

Nonostante questi dati positivi, Greta Thunberg ha dichiarato di essere parecchio delusa. Il divario fra quello che si sta facendo e ciò che sarebbe necessario è ancora molto ampio. Ecco infatti che cosa ha dichiarato al Guardian, in una lettera scritta con tre colleghe attiviste alla vigilia dell’incontro con la consigliera Angela Merkel:

Guardando indietro, sono successe molte cose. Milioni di persone sono scese in strada per unirsi alla lotta decennale per la giustizia climatica e ambientale. E, il 28 novembre 2019, il Parlamento Europeo ha dichiarato l’emergenza climatica. Ma in questi stessi due anni, il mondo ha anche emesso più di 80 gigatonnellate di CO2. Abbiamo visto continui disastri naturali prendere piede in tutto il mondo: incendi, ondata di caldo estremo, uragani, alluvioni, tempeste, lo scioglimento del permafrost e il collasso di ghiacciai e interi ecosistemi. Molte vite e mezzi di sussistenza sono andati persi. E questo è solo l’inizio.

Oggi, i leader di tutto il mondo parlano di “crisi esistenziale”. L’emergenza climatica è discussa in innumerevoli commissioni e Summit. Sono stati posti obiettivi, sono stati fatti grandi discorsi. Eppure, quando si tratta di agire, siamo ancora in uno stato di negazione. La crisi climatica non è mai stata trattata come una crisi. Il divario fra quello che dobbiamo fare e quello che si sta effettivamente facendo continua ad ampliarsi. Concretamente, abbiamo perso altri due anni cruciali di inazione politica”.

Cultura: la chiave dell’ambientalismo. Le nuove mobilitazioni in programma

Forse è ancora troppo presto per redigere bilanci. Cambiamenti di questo genere necessitano anni per essere metabolizzati. Inoltre, la chiusura delle scuole e di tutti i progetti legati al mondo dell’associazionismo ha sicuramente inciso negativamente in questi mesi. Ricordiamo infatti che è la cultura, in tutti i luoghi in cui essa viene declinata, a fare davvero la differenza. Intanto, possiamo prendere con positività i dati sopra riportati e sperare che siano i semi di un cambiamento che deve ancora del tutto iniziare.

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Vogliamo inoltre segnalare che i ragazzi di Fridays For Future non sono per nulla spariti: per il prossimo weekend c’è in programma una manifestazione in alta montagna per alzare l’attenzione sulla crisi climatica e sullo scioglimento dei ghiacciai. Invitiamo tutti i lettori a riprendere nuovamente la via della mobilitazione e dell’informazione, sottolineando che la pandemia non è stata una parentesi o la fine di un capitolo, bensì la più ampia manifestazione che la crisi climatica è qui e ora.

Leggi il nostro articolo: “Trivellazioni in Alaska e incendi in California: l’incubo americano”

Sulle orme di Greta. Tutto pronto per la #WeekForFuture

A 4 mesi dal secondo sciopero globale per il clima tutto è pronto, o quasi, per il terzo Global Climate Strike che avrà luogo il 27 settembre. Saranno almeno 1588 le marcie organizzate in tutto il mondo, un numero destinato a crescere considerando che manca ancora più di una settimana all’evento. Ma la data da segnare sul calendario non è solo questa. Venerdì 20 settembre Greta, che si è resa protagonista di un viaggio di circa due settimane per raggiungere gli Stati Uniti in barca a vela, prenderà parte alla manifestazione che si terrà a New York per inaugurare la #WeekForFuture.

Cos’è la #WeekForFuture

Una delle novità del terzo sciopero globale per il clima riguarda proprio la creazione di una serie di eventi che si succederanno per tutta la settimana precedente alla mobilitazione globale. La giornata inaugurale della #WeekForFuture di venerdì 20 settembre vedrà la giovane attivista svedese scendere in piazza insieme agli attivisti di Fridays For Future New York. Successivamente sono state pensate tutta una serie di iniziative che si terranno nei giorni precedenti al Climate Strike.

Leggi il nostro articolo: “Climate Strike: la nuova alba dell’ambientalismo”

Sabato 21 ci sarà il WorldCleanupDay durante il quale i volontari ripuliranno alcuni luoghi degradati, chiedendo simbolicamente ai governi 10 euro all’ora per il lavoro svolto e a cui non avrebbero dovuto pensare loro. Domenica 22 si terrà invece il #CarFreeDay che, gioco forza, vedrà in contemporanea lo svolgimento dei #BikeStrikes. Tra le nazioni più coinvolte da questa serie di iniziative troviamo gli Stati Uniti (145 città) e l’India (72 città). La lista completa degli eventi che si terranno durante tutta la #WeekForFuture è disponibile sul sito di FridaysForFuture.

Gli impegni americani di Greta: spicca il Climate Action Summit dell’ONU

La giovane Greta Thunberg non ha attraversato l’Oceano Atlantico solamente per prendere parte ad una manifestazione. La ragione principale della sua traversata è infatti la sua partecipazione al Climate Action Summit organizzato dall’ONU, una conferenza tra le parti in cui verrà sottoposto a tutti i rappresentanti dei paesi membri il problema del cambiamento climatico con lo scopo di creare un dialogo costruttivo che possa permettere di individuare soluzioni sostenibili sul lungo termine a livello globale. Greta sarà ospite di eccezione e, come suo solito, terrà uno dei suoi discorsi. Proprio come già fatto martedì 17 settembre, data in cui è stata invitata a cospetto del Congresso americano.

Leggi il nostro articolo: “Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, ora”

L’intervista di Greta per la trasmissione americana “The Daily Show”

Neanche a dirlo, Greta, ha tirato fuori gli artigli e non ha esitato a puntare il dito contro i parlamentari americani, rei di non fare abbastanza: “Risparmiatevi i vostri elogi. Non li vogliamo. É inutile che ci invitiate qui a dirci quanto siamo di ispirazione senza che facciate niente per combattere il cambiamento climatico. Questo non porterà a nulla. Se volete consigli su ciò che andrebbe fatto, invitate gli scienziati e chiedete aiuto a loro. Non vogliamo che ascoltiate noi. Vogliamo che ascoltiate la scienza. Lo so che qualcuno di voi ci sta provando, ma non lo state facendo con abbastanza tenacia. Mi dispiace”.

Leggi il nostro articolo: “Per fermare i cambiamenti climatici serve (anche) una rivoluzione popolare”

#WeekForFuture e Global Climate Strike: siamo tutti benvenuti

A pochi giorni dall’inizio della #WeekforFuture che si chiuderà con l’evento che mobiliterà milioni di giovani, e non solo, in giro per il mondo vale la pena ricordare quale sia la natura di FridaysForFuture, facilmente riassumibile con le parole di Greta: “Everyone is welcome, everyone is needed”. Il cambiamento climatico non farà distinzioni e tanto meno lo faremo noi.

La crisi climatica è in atto e l’estate appena passata lo dimostra ulteriormente, come se ce ne fosse stato bisogno. I mesi estivi, tutti ed indistintamente, hanno registrato le medie di temperatura più alte di sempre. Solo Agosto, infatti, è arrivato secondo in questa triste graduatoria. Ora serve azione. Serve alzare la voce e scendere in piazza. A farlo ci saranno milioni di persone, in 1588 città diverse sparse per tutti i continenti. Antartide inclusa. La battaglia continua. “E non avremo pace finché non avremo finito”.

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