Regione Marche – Caccia: apertura anticipata della stagione venatoria, in barba alle associazioni ambientaliste

Fotomontaggio "Cacciatore marchigiano"

La consapevolezza ambientale è un tema in forte crescita che sta raggiungendo, anche se forse non abbastanza rapidamente, fasce di popolazione finora rimaste insensibili verso questo tipo di tematiche. La risposta politica a questa presa di coscienza tarda a venire, rendendo il già traballante futuro ancora più incerto. Ma se per agire correttamente servono preparazione, coraggio e determinazione, risulta al contrario molto facile – fin troppo! – continuare a ripetere le pratiche deleterie e irresponsabili degli ultimi decenni. Lo dimostra l’operato della regione Marche in merito alla caccia.

Fotomontaggio "Cacciatore marchigiano"
Un fotomontaggio che illustra la situazione regionale venatoria della regione Marche.

La regione Marche ha forzato la mano per consentire la preapertura della stagione di caccia già dal primo settembre, aggirando la sospensiva del Tar del 27 agosto. Questo comportamento denota, per il secondo anno di fila, una profonda insensibilità ambientale. La delibera in oggetto, approvata in fretta e furia, va a rimpinguare il già consistente corpo di provvedimenti presi negli ultimi decenni in favore dell’attività venatoria, che ricordiamo essere “sportiva”, in quanto riconosciuta dal CONI. Una scelta politica priva di alcun fondamento logico apparente, se non quello di accontentare un bacino elettorale, peraltro sempre più esiguo, ma evidentemente ancora rilevante.

La rapida mobilitazione della giunta regionale per garantire quattro giornate “di sport” aggiuntive ai cacciatori

Tempi strettissimi, che solo una volontà chiara e indiscutibile può garantire, sono quelli con i quali la regione Marche ha assicurato qualche giornata di svago ai cacciatori locali, scalpitanti e con il dito sempre pronto sul grilletto. Il Tar non ha fatto in tempo a sospendere la preapertura della caccia nella regione del Centro Italia, che nel giro di due tre giorni, ovvero il giorno prima della preapertura, prevista per il primo settembre, la giunta regionale ha aggirato la decisione, con una delibera raffazzonata.

Il Piano Faunistico Venatorio Regionale, pubblicato a luglio, prevedeva la possibilità di cacciare diverse specie tutelate dall’Unione Europea e di farlo all’interno delle Aree Rete Natura 2000. Addirittura, tra le specie cacciabili erano state incluse anche la Pavoncella e il Moriglione. Due specie che, seppur in chiara difficoltà (come dichiarato anche all’interno dello stesso Piano), non venivano tutelate. Sostenendo semplicemente che la colpa non era dell’attività venatoria (e quindi «chissenefrega», no?!).

La storia si ripete, lo scorso anno era successa la stessa cosa

L’aspetto forse più inquietante di tutte questa faccenda è che non è affatto nuova. Lo scorso anno era infatti accaduto esattamente lo stesso. Il Piano Venatorio varato dalla giunta regionale non era a norma di legge e presentava delle criticità. Le associazioni ambientaliste avevano denunciato la cosa, il Consiglio di Stato aveva dato loro ragione, così come il Tar Marche. Il Governo aveva richiamato la regione al rispetto delle norme per la tutela della fauna selvatica. Ciononostante, non paga, la giunta si è ripetuta, mancando di rispetto alle istituzioni e a tutti quei cittadini che non imbracciano il fucile.

Tutto questo coadiuvato dalla progressiva assenza di autorità preposte al controllo dei cacciatori, con la figura del guardia caccia che è stata gradualmente ridotta. Ai guardia caccia volontari della Lupus in Fabula, associazione naturalistica della provincia di Pesaro Urbino, non è stato ancora confermato il rinnovo dei tesserini, creando un vuoto nella vigilanza. «Questo fa sì che, di fatto, chi va a caccia, oggi può fare praticamente quello che vuole», così il vicepresidente della Lupus in Fabula, Claudio Orazi.

Non paga, la regione Marche ha promulgato una legge che abolisce la tassa regionale per i giovani che per la prima volta prendono la licenza di caccia. Una scelta che allontana ancor di più la regione dal mondo giovanile, caratterizzato sempre più da una forte presa di coscienza ambientale. Una controtendenza di scarsa lungimiranza.

Perché un odontotecnico ha il potere di decidere quali animali possono morire per il diletto dei cacciatori?

La proposta che ha portato alla delibera regionale in extremis è a nome Moreno Pieroni, odontotecnico ed ex sindaco di Loreto. L’assessore già lo scorso anno aveva palesato la propria vicinanza al mondo venatorio con una lettera allo stesso, aperta con la sconcertante formula «Caro amico cacciatore».

Lettera ai cacciatori dell'assessore regionale Pieroni.
L’imbarazzante lettera con un non so che di servile dell’assessore Pieroni alle associazioni dei cacciatori, datata 8 novembre 2018.

Viene da chiedersi perché un odontotecnico con una lunga carriera politica possa decidere dell’attività venatoria nella regione Marche. Per la quale è stato responsabile diverse volte sia per la Provincia di Ancona che in Regione.

Un altro dettaglio degno di nota è che lo studio tecnico faunistico è stato coordinato ed eseguito da due realtà extra regionali, Studio Geco Associazione Professionale, in provincia di Reggio Emilia, e D.R.E.AM Italia Soc. Coop. Agr., con sedi ad Arezzo e Pistoia. Con in particolare la prima che fa della pianificazione venatoria una delle sua attività principali. Dunque, perché questa scelta, se non per la certezza di ottenere una valutazione corrispondente alle proprie aspettative (politiche)?

Basta di mandare giù il boccone amaro

Se la politica nazionale, per non dire quella comunitaria, ci può apparire distante e difficile da influenzare, lo stesso non può e non deve valere per la politica regionale, decisa vicino a noi, sul territorio. La caccia è un’attività anacronistica, oggi come non mai, frutto di interessi di pochi singoli, che mette a repentaglio le specie già maggiormente minacciate e che costituiscono un patrimonio comune e indisponibile. Cacciamo assieme la caccia dal nostro territorio, per dare un segnale forte di volontà comune. Preferiamo avere la responsabilità della tutela della biodiversità o il diritto alla sua distruzione?

Sul tema della caccia leggi il nostro articolo “Caccia alle balene, partite 8 navi dal Giappone. L’Islanda rinuncia”.

Caccia alle balene, partite 8 navi dal Giappone. Islanda rinuncia

balene

Per la prima volta dopo 17 anni quest‘estate i cacciatori di balene islandesi interrompono la loro attività. Dall’altra parte del mondo, invece, dopo 31 anni la caccia alle balene a scopi commerciali ricomincia. Con questa decisione il ministro della Pesca giapponese Takamori Yoshikawa ha voluto puntare a un ritorno dell’attività e, quindi, a quello del commercio di carne di balena.

Una pratica di lunga data

In realtà la caccia alla balena è sempre stata praticata in Giappone, anche dopo la moratoria del 1986 dell‘ International Whaling Commission. Questo è un organo internazionale che si occupa, appunto, di proteggere le balene e limitarne la caccia. Sia il Giappone che l’Islanda ne facevano parte, anche se entrambe le nazioni sono sempre riuscite ad evitare penali. I due paesi, infatti, hanno continuato a cacciare balene con la scusa di farlo per scopi scientifici. Tali fini pero‘ si sono rivelati tutt’altro che reali. Il Giappone uccideva ogni anno dalle 200 alle 1200 balene e l’Islanda 700, un po’ troppe per delle semplici analisi scientifiche.

I richiami e lotte da parte degli ambientalisti crescevano sempre di più, soprattutto da parte di Greenpeace. L’associazione già nel 1975 lanciò la sua campagna contro la caccia alle balene, affrontando le baleniere in mare aperto, fermando gli arpioni con i gommoni e portando per la prima volta le immagini di questa terribile e inaccettabile caccia. Le balene sono infatti in cima alla catena alimentare degli oceani e la loro scomparsa ne comprometterebbe l’equilibrio e la biodiversità. Inoltre, sono animali già a rischio estinzione, che non andrebbero cacciati in grandi quantità bensì tutelati. Il Giappone, di tutta risposta, tentava di convincere la Commissione che la caccia alle balene per scopi commerciali potesse essere regolata e, quindi, sostenibile.

Una decisione drastica

Le richieste dello Stato nipponico non sono però state ascoltate. Di conseguenza, alla fine dell’anno scorso il Giappone ha deciso di togliersi definitivamente dalla Commissione annunciando che dal 1 luglio avrebbe ripreso la caccia alle balene a scopi commerciali. E così è stato. Proprio ieri, lunedì 1 luglio, sono salpate cinque navi con gli arpioni nascosti sotto i teloni dal porto di Kushiro nel nord del Giappone. Altre tre, invece, sono partite da Shimonoseki nel sud-ovest dell’arcipelago.

Il vero motivo di questa decisione resta pero ancora oscuro, visto che la domanda di carne di balena e drasticamente diminuita negli ultimi anni. Infatti, negli anni Sessanta in Giappone si consumavano 200 mila tonnellate di carne di balena all’anno, mentre in anni recenti si è arrivati a 5 mila tonnellate. L‘unica spiegazione plausibile potrebbe essere quella del mercato nero, che in questo modo verrebbe supportato dallo Stato.

Quando le nostre scelte contano

L‘Islanda dal canto suo, dopo aver registrato lo stesso trend negativo, la settimana scorsa ha rinunciato alla caccia in questa stagione, per la prima volta dal 2003. Gunnar Bergmann Jónsson, CEO della compagnia di whaling IP Útgerð, ha affermato che la sua compagnia preferirebbe evitare la caccia alle balene per concentrarsi invece sui cetrioli di mare. La compagnia, tuttavia, importerà carne di balena minke dalla Norvegia per soddisfare la poca richiesta in Islanda e, probabilmente, inizierà a cacciare nuovamente le balene minke nella primavera del 2020.

Questi episodi sono l’ennesima prova del fatto che noi in quanto consumatori possiamo realmente cambiare le cose. I cacciatori e commercianti certo non guardano in faccia alle persone e men che meno agli animali e al pianeta. Sono i nostri soldi e il modo in cui scegliamo di spenderli a darci un potere che nemmeno i più grandi leader possono ignorare.