Rifiuti alimentari: tutto quello che c’è da sapere

Se lo spreco alimentare fosse un Paese, sarebbe la terza fonte di emissioni di gas serra. Si apre con questa considerazione il Report sui Rifiuti Alimentari (Food Waste Index Report), redatto dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente e pubblicato il 4 marzo. Al suo interno, si analizza la situazione mondiale, sottolineando come l’insicurezza alimentare – ossia l’impossibilità di garantire acqua e cibo sufficienti a soddisfare il fabbisogno energetico- stia esacerbando le tre crisi in corso: quella del cambiamento climatico, della perdita di natura e di biodiversità, e quella data dall’inquinamento e dallo spreco. Ripercorrere i punti cruciali del rapporto può aiutare a capire meglio come raggiungere l’obiettivo 12 “Consumo e produzione responsabili” dell’Agenda 2030. Partiremo dalla stima delle quantità dello spreco, fino ad arrivare alle sfide e alle raccomandazioni del Programma, per cambiare le nostre abitudini.

Cosa sono i rifiuti alimentari?

La prima domanda a cui diamo una risposta è definire cosa sono i “rifiuti alimentari”, così da rendere più facile e comprensibile la lettura. Teniamo a mente che il cibo è “qualunque sostanza – processata, semi-processata o grezza- che dà nutrimento”. Da qui, intendiamo come rifiuto tutti quegli alimenti o loro parti edibili, che sono scartati durante la filiera, dal campo alla tavola. Nello specifico, si suddividono gli scarti in due ulteriori categorie: edibili e non edibili. I primi contengono le componenti commestibili, i secondi tutto ciò che è associato alla alimentazione, come ossa e cotenne.

Stima delle quantità dei rifiuti alimentari

I numeri aiutano a comprendere la dimensione del problema. Nel rapporto, si stima che circa 931 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari siano stati generati nel 2019. Di queste, il 61% proveniva dal consumo domestico, il 26% dal servizio di ristorazione e il 13% della vendita al dettaglio. Questi primi dati suggeriscono una prima conclusione: il 17% della produzione globale di cibo è sprecata prima di arrivare sulle tavole. Interessante, però, è capire quali Stati generino più scarti. A differenza di quanto si possa pensare, i consumi sono simili in Paesi ad alto, medio e medio-basso reddito. Questo ci porta a una seconda riflessione: non ci si può più soffermare sullo spreco a fine filiera delle nazioni sviluppate e su quello dal campo alla distribuzione di quelle meno sviluppate. Tutti buttano tonnellate di cibo durante il processo di raccolta, trasformazione e consegna. La responsabilità è condivisa.

Ecco che le proiezioni delle organizzazioni internazionali devono essere riviste e i parametri ricalibrati. Si nota, infatti, una sottostima della dimensione del fenomeno. I dati, però, non sono sempre disponibili. Mancano completamente quelli dei Paesi a basso reddito. Così, è necessaria una diversificazione delle strategie per migliorare la situazione mondiale, che deve partire da una raccolta di informazioni che sia più accurata di quella attuale.

Sfide e opportunità della mappatura

Una ricerca come quella contenuta nel rapporto, divisa per tipo di rifiuto e area geografica, rende più accessibile la lettura. Come abbiamo appena visto, però, per riuscire a fornire un quadro completo, la strada è ancora lunga e in salita. L’approfondimento dello studio si suddivide in tre livelli di raccolta dei dati. Il primo riesce a raccogliere stime approssimative, da cui è difficile estrapolare delle vere strategie. Il secondo, invece, ha misurazioni dirette, sufficienti per poter tracciare i flussi. Il terzo, quello auspicabile, alle caratteristiche dei precedenti step aggiunge anche informazioni addizionali, con la disponibilità di costituire modalità di intervento specifiche.

Ed è su questi livelli che ci sono delle limitazioni evidenti della mappatura. Per riuscire a pianificare, servono tempo e informazioni in numero tale da rendere agevole la comparazione. Ma molti Paesi non riescono a quantificare il loro spreco alimentare: così, variazioni sbagliate sul lungo periodo incidono negativamente sugli studi di lungo periodo. Inoltre, metodi differenti di misurazione rendono impossibile il raffronto su scala globale. Programmare una serie di azioni migliorative e seguire le linee guida dei livelli due e tre aiuterebbero a diminuire i rifiuti alimentari.

Raccomandazioni dall’Organizzazione delle Nazioni Unite

Gli studiosi, alla fine del rapporto, evidenziano come quello degli scarti sia un problema di tutti. Uno spreco di cibo è uno spreco di risorse, che ha un impatto profondo sulla filiera, sui costi per il prodotto e per il pianeta. Tutto questo senza dare nutrimento. La questione dell’insicurezza alimentare, che attanaglia ancora una percentuale alta della popolazione mondiale, non più essere marginalizzata, ma deve tornare al centro del dibattito. “Precisione, tracciabilità e comparabilità sono i punti di partenza fondamentali per strategie e politiche nazionali in materia di rifiuti alimentari, così da consentire la riduzione del 50% dello spreco”, come segnalato dall’obiettivo dell’Agenda 2030.

Proviamo, allora, a informarci sull’impatto, che i prodotti che compriamo hanno, prima che arrivino sulla nostra tavola e assumiamoci la responsabilità di cambiare prospettiva sulle dinamiche che depauperizzano il pianeta, per favorire cibi alla moda, che, intanto, devastano il territorio. Diventare consumatori consapevoli si può, anche sprecando di meno.

Spreco alimentare: quanto cibo buttiamo nella spazzatura?

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Il 5 Febbraio 2014 viene celebrata la prima “Giornata Nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare”, ideata dall’Università di Bologna in collaborazione con il progetto Spreco Zero e il Ministero dell’Ambiente. Oggi sono passati 6 anni da quel giorno ma il problema dello spreco di cibo continua ad essere un problema dai numeri preoccupanti.

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I dati sullo spreco alimentare

Come sempre, per ben capire la portata di un problema, partiamo dai dati. Il documento che ad oggi risulta essere il più autorevole su questo tema, almeno per quanto riguarda una visione globale, è un report della FAO del 2011. La maggior parte degli studi fatti in seguito sono serviti a dare un quadro più chiaro e specifico dell’origine e delle conseguenze del problema. Tra questi, in particolare, c’è uno studio dell’UNEP che ha convertito i dati, precedentemente calcolati dalla FAO sotto forma di chilogrammi di cibo, in calorie, riuscendo a fornire un punto di vista più concreto. Secondo l’UNEP ogni anno viene sprecato circa il 25% delle calorie prodotte su scala globale. Si tratta di 1,3 miliardi di tonnellate di cibo sprecato in tutto il mondo. Un dato che, con una popolazione mondiale proiettata verso i 10 miliardi al 2050, è sicuramente insostenibile. In Europa, ad esempio, lo spreco alimentare pro capite è di 180 chilogrammi di cibo ogni anno.

https://www.youtube.com/watch?v=IoCVrkcaH6Q&t=73s

Le problematiche ambientali legate allo spreco alimentare

Passiamo ora al tema che più ci interessa, ovvero l’impatto ambientale dello spreco alimentare. La produzione di cibo è responsabile di una fetta di emissioni che varia dal 15% al 25%, a seconda del report che si sceglie di analizzare. Per intendersi, il settore dei trasporti si aggira intorno al 13%. Ridurre dunque il quantitativo di emissioni generate dal settore del cibo è fondamentale e, soprattutto, è inammissibile che una fetta non trascurabile delle emissioni globali vengano generate per poi finire direttamente nella spazzatura.

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Le emissioni di gas serra generate da questo settore devono già portare il fardello dell’eccessiva produzione di alimenti di origine animale che sta caratterizzando la nostra epoca con tutte le relative problematiche di cui vi abbiamo parlato in un altro articolo. Se a questo aggiungiamo l’impatto ambientale dello spreco alimentare si inizia decisamente ad esagerare. Produrre cibo richiede risorse e, quindi, genera emissioni. Sono tantissimi gli step intermedi che ci portano all’acquisto del prodotto finito, soprattutto per quanto riguarda la grande distribuzione. Per ognuna di queste fasi ci sarà un diverso impatto ambientale che può essere costituito dal consumo di suolo, consumo di acqua, trasporto, impacchettamento e via dicendo. Nel momento in cui sprechiamo del cibo tutte queste emissioni saranno state generate a vuoto.

Un paradosso insostenibile

Ogni anno in Italia lo spreco alimentare contribuisce alla produzione di 14,3 milioni di tonnellate di CO2. Per assorbire una tale quantità di emissioni servirebbe raddoppiare la superficie boschiva della Lombardia. Solo per lo spreco alimentare. I dati, come sempre, non sono opinabili. Il problema esiste, è più grande di quanto si pensi e la combinazione di questi due fattori è vergognosa per qualsivoglia società voglia definirsi civile. Correndo il rischio di sembrare buonisti vogliamo darvi un ultimo dato: ancora oggi circa 822 milioni di persone in tutto il mondo soffrono di denutrizione. E noi buttiamo il cibo nella spazzatura.

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Lo spreco alimentare in Italia

É notizia di poche ore fa la presentazione del report sullo status dello spreco alimentare in Italia redatto dall’organizzazione Spreco Zero. E ci sono delle buone notizie. In un solo anno, nel nostro paese, la quantità di cibo sprecato si è ridotta di circa il 25% passando così da un valore economico di 15 miliardi di euro a 10. Una diminuzione netta che, comunque, è ancora lontana dal raggiungere numeri accettabili.

Il dato più preoccupante resta tuttavia lo stesso e riguarda l’origine di questi sprechi. Se infatti è vero che tantissimo cibo viene perso nella filiera di produzione/distribuzione (circa 3 miliardi di euro il costo di questo perdite), la maggior parte dello spreco alimentare avviene in ambito domestico. Stiamo parlando di 6,6 miliardi di euro su 10. Questo significa che due terzi del cibo che finisce nella spazzatura lo fa per causa nostra.  Troppo spesso, ancora, compriamo più del necessario oppure cuciniamo quantitativi troppo grandi che, inevitabilmente, finiranno nel bidone dell’organico.

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I principali colpevoli siamo dunque noi e per risolvere questo problema dobbiamo agire per prima cosa su noi stessi, evitando di comprare prodotti freschi in grandi quantità e cercando di acquistarli, in quantità ridotta, circa una volta a settimana. Diminuendo poco a poco non ci vorrà molto prima di capire quale sia la quantità più adatta al proprio nucleo familiare.

TooGoodToGo: l’app che riduce lo spreco

Per chi invece volesse in prima persona “salvare” del cibo che altrimenti verrebbe sprecato, c’è TooGoodToGo. Già vi abbiamo parlato di questa app in un precedente articolo. Si tratta di un marketplace all’interno del quale qualsiasi attore della filiera agroalimentare, dal supermercato al ristorante, può registrarsi e inserire delle “magic box” all’interno delle quali sarà possibile trovare del cibo venduto a prezzo di sconto che, se non consumato urgentemente, finirebbe poi nella spazzatura. Il servizio è già attivo ed efficiente in tutti i maggiori centri. Per verificare se qualche commerciante abbia aderito nella vostra zona vi basterà registrarvi nell’app con il vostro smartphone. In questo caso particolare, dunque, la soluzione è più semplice rispetto ad altre volte. Non c’è più la scusa delle lobby del fossile. I responsabili di due terzi del cibo che viene buttato siamo noi. E solo noi, tutti, possiamo risolvere il problema.